sabato 28 febbraio 2015

felici a tavola.



Noi E La Giulia
id., 2015, Italia, 115 minuti
Regia: Edoardo Leo
Sceneggiatura non originale: Edoardo Leo & Marco Bonini
Basata sul romanzo Giulia 1300 E Altri Miracoli di Fabio Bartolomei (E/O)
Cast: Luca Argentero, Edoardo Leo, Claudio Amendola,
Anna Foglietta, Stefano Fresi, Carlo Buccirosso
Voto: 6.7/ 10
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Un rivenditore di automobili insoddisfatto dalla vita vede il padre morire e la clientela lamentarsi della vernice o della maniglia e per contratto, di fronte a tutto questo, si costerna; un rivenditore di orologi televisivo pieno di debiti si mostra coatto disinibito senza rendersi conto di apparire ridicolo ma, gli serve per mascherar(si) l'assenza di amici e di liquidi; un marito quasi piantato in asso dalla moglie pianta in asso la centenaria osteria a conduzione familiare (di lei) e tristemente assiste ai tentativi più riusciti degli stranieri di fare gastronomia italiana. I tre si ritrovano a visitare un caseggiato nella piena campagna campana, sei camere da letto, una buca per la piscina già pronta, un prezzo che sale di centomila euro ma comunque abbordabile, soprattutto se lo si divide per tre: superando l'iniziale imbarazzo della società fra sconosciuti, i tre, che necessitano tutti di un piano B, sognano l'agriturismo come tutti i quarantenni che hanno smesso di sognare il chiringuito in spiaggia a vent'anni. Si intromette un ferreo nostalgico comunista, pragmatico e dall'impulso facile, un Claudio Amendola sorprendente, che non accettando di piegarsi al sistema del pizzo finirà per chiudere i camorristi che si presenteranno numerosi tutti in cantina; si intromette poi tale Elisa, un po' tocca nel cervello, che viene superficialmente paragonata a Lady Gaga perché ha i capelli lunghi solo a metà (ma è toscana, e incinta), l'Anna Foglietta che, tre figli e sei film sfornati in quattro anni, per una volta non fa la lesbica. Il furbetto Edoardo Leo, già regista di due pellicole dal medio successo ma soprattutto parte del cast del caso 2014 Smetto Quando Voglio, cavalca l'onda di quel suo successo, e di un altro successo, La Mafia Uccide Solo D'estate, e riprende in mano un libro letto quattro anni fa e mette insieme gli insegamenti di Pif con quelli di Sydney Sibilia: ne scaturisce una «commedia agrodolce con sfondo camorrista» che si dice perfettamente consapevole del proprio tempo: i giovani crescono col mito dell'autorealizzazione e del posto fisso e finiscono con l'essere inevitabilmente falliti se non hanno abbastanza fortuna o abbastanza coraggio; a quel punto bisogna avere la possibilità di mettere in atto quel piano B che il sistema potrebbe velocemente abbattere. Al deluso ritratto degli uomini d'oggi aggiunge gli estremi: da una parte un fascista che non accetta di avere un nero come vicino di casa, da una parte un comunista che non accetta sistemi truffaldigni nell'economia nazionale – ma Leo è visibilmente di sinistra, per cui il fascista è giustamente ignorante, mettendo il Ghana in Nigeria e fermandosi all'etichetta di una cosa per giudicarla, e i giovinastri della Camorra sono adolescenti d'oggi a cui basta una cannella, una donnetta e una PlayStation per riempire le proprie vuote giornate. Le battute a sfondo politico, molte, finiscono con l'essere stucchevoli andando avanti col tempo: perché se il film parte molto bene, lentamente si annacqua, e sfocia in un finale che chiaramente la sceneggiatura non è in grado di gestire (e infatti non lo fa: s'interrompe quando bisogna decidere). Dal momento dell'apertura del restaurato agriturismo la narrazione va a singhiozzi e la conta dei giorni si perde, si sovrappone, perché non è più importante seguire un filo logico – che risulta poi necessario. La vera sorpresa di questa confezione è il cast azzeccatissimo, davanti al quale Luca Argentero figura come protagonista data l'inutile voce fuori campo un po' figlia delle commedie di questo tipo, ma a cui Stefano Fresi ruba spesso la scena: ipocondriaco, ansiogeno, è il personaggio più caratterizzato e più approfondito nella sua ripetitività, nel suo continuo timore. Dichiarata «commedia italiana dell'anno» prima ancora che uscisse, se non altro perché molto renziana nel mettere d'accordo schieramenti politici anche opposti, ha tutti gli strumenti per farsi confermare tale.

venerdì 27 febbraio 2015

il basilico e la gru.



Maraviglioso Boccaccio
id., 2015, Italia, 120 minuti
Regia: Paolo & Vittorio Taviani
Sceneggiatura non originale: Paolo & Vittorio Taviani
Liberamente basata sul Decameron di Giovanni Boccaccio (BUR)
Cast: Lello Arena, Paola Cortellesi, Carolina Crescentini,
Flavio Parenti, Vittoria Puccini, Michele Riodino,
Kim Rossi Stuart, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak,
Jasmine Trinca, Josafat Vagni, Eugenia Costantini,
Miriam Dalmazio, Fabrizio Falco, Melissa Anna Bartolini,
Camilla Diana, Nicolò Diana, Beatrice Fedi, Ilaria Giachi,
Barbara Giordano, Rosabel Laurenti Sellers, Niccolò Calvagna
Voto: 6.9/ 10
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Uomini, donne e maiali sono colpiti dalla peste nella desolante Firenze del 1348: c'è chi inala l'odore dei fiori per prevenire il contagio e chi, straziato dalla perdita dei cari, bacia le salme o ci si fa sotterrare insieme. Dieci ragazzi, tre maschi e sette femmine, di cui tre ree (ah ah!), con difficoltosa convinzione si isolano in una villa di proprietà non ben definita, fuori porta, per scampare alla malattia, per quindici giorni; si daranno ferree regole quali la castità (ma quali altre?) e si delizieranno a turno raccontando novelle. Le quali, sappiamo, sono cento – dieci al giorno per dieci giorni con un tema che le raggruppi quotidianamente, con un leader al giorno e ogni volta dieci voci; ma non avendo quaranta ore di pellicola a disposizione, i fratelli Taviani ne selezionano cinque e selezionano cinque dei loro giovani a novellar tra un desinare e l'altro. Affida a quasi tutti gli attori italiani viventi i ruoli di queste storie nella storia: Vittoria Puccini e Riccardo Scamarcio sono una malata sposata e un innamorato che la strappa alla morte; Kasia Smutniak una nobile, figlia di Lello Arena, vedova e infatuata di Michele Riodinio, fabbro di famiglia, per la cui morte si toglierà la vita; Paola Cortellesi badessa di un convento dove Carolina Crescentini e molte altre hanno preso i voti senza troppa devozione ma per spinta familiare; Josafat Vagni, il falconiere Federigo degli Alberighi, notoriamente perso di Jasmine Trinca è disposto a qualsiasi cosa per accontentarla, anche a diventar povero; ma è Kim Rossi Stuard, Chichibìo senza gru, che trae vantaggio da tutta questa farsa, impersonificando il matto del paese con tale spontaneità, con tale espressività di viso da farsi ricordare fino in fondo, nonostante sia uno dei primi ad apparire. Parallelamente ai più o meno intonati attori, a noi tutti noti quasi quanto gli episodi che interpretano, scorrono i momenti sociali di questi quindici giorni insieme per questi dieci ragazzi e ragazze che invece non conosciamo, rinchiusi in una villa: il bagno al lago, il pane da impastare, i difficili primi sonni. E scorrono completamente staccati dal resto, istrionici, esasperati: vengono gestiti come interpreti teatrali dalle eccessive movenze sul palco, dai balletti eseguiti per non accavallarsi o coprirsi. Qualcuno più, qualcuno meno, sono tutti sbagliati, e ne hanno colpa fino a un certo punto, com'è sbagliato il loro comparire e sparire a comando, seguendo una ordinata e poco coraggiosa scaletta. Se tre di tutti i loro personaggi arrivano all'improvviso inserendosi anche nella primaria narrazione, i Taviani avrebbero dovuto optare per una costruzione ancora più audace, che mescolasse i due mazzi di carte. Dopo l'Orso d'Oro berlinese per il capolavoro della nostra cinematografia Cesare Deve Morire non era facile tornare dietro la macchina da presa ed era quasi impossibile confermare quel successo (un Oscar per noi mancato); dal Giulio Cesare di Shakespeare affrontato in estremo sperimentalismo (attori trovati in un carcere, set che è il carcere stesso, versi declamati dentro alla prosa, bianco e nero e colori insieme) passano al Decameron di Boccaccio adagiandosi su una messa in scena tradizionale, addirittura a episodi e con attori di scuola teatrale. Fanno un passo indietro credendo di farne uno in avanti: raccontare dolori e gioie che attanagliano i giovani contemporanei ripescando manzonianamente dal nostro passato. Ci riescono artisticamente: i costumi (di Lina Nerli Taviani) sono, come le scenogafie, azzeccati nella loro essenzialità, totalmente privi di sfarzi, per un'ambientazione fatta quasi più di immaginazione, e le musiche (di Giuliano Taviani), sempre catastrofiche, apocalittiche, si susseguono nel loro preannunciare il peggio (La Masseria Delle Allodole era apice di questo aspetto) per poi inciampare nel penultimo Manon Lescaut. Un film che, volente o nolente, ci rappresenta su più aspetti.

fuori dall'acqua/ 2.


giovedì 26 febbraio 2015

sono contento di sentire che state tutti bene.



Un Piccione Seduto Su Un Ramo
Riflette Sull'esistenza
En duva satt på en gren och funderade på tillvaron,
2014, Svezia/ Germania/ Norvegia/ Francia, 101 minuti
Regia: Roy Andersson
Sceneggiatura originale: Roy Andersson
Cast: Holger Andersson, Nils Westblom, Viktor Gyllenberg,
Lotti Tõrnros, Jonas Gerholm, Ola Stensson, Oscar Salomonsson
Voto: 8.7/ 10
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Una classe di tango, in cui la giunonica insegnante è perdutamente innamorata del danseur principal. I clienti di un bar, che all'occorrenza si mettono a cantare e pagano i bicchierini in baci. Quelli di un altro bar, che vendono i battaglioni reali fare irruzione nel locale con spade e cavalli perché il re è assetato. Un barbiere. Un venditore di formaggi. Una madre amorevole. Una coppia di rappresentanti di articoli per mascherate e feste (i denti da vampiro coi canini lunghissimi, il palloncino riproduci-risata, la protesi facciale da zio Fester), visibilmente depressi, rallentati nei movimenti e nei modi, che gira per negozi e taverne a racimolare il denaro di cui credita. Queste sono alcune delle 39 inquadrature di cui questo film è composto, non-pianisequenza, immagini ferme su interni (per lo più) freddi, congelati, con interpreti fissi sul loro posto, con addosso qualche anonimo giacchino beige, una gonna grigia, un pantalone marrò, davanti a pareti asettiche completamente spoglie, tinte unite, pavimenti a tinta unita, sono 39 quadri del nord, e non a caso il regista viene dalla Svezia. Gli si paragona l'umorismo scandinavo trattenuto di Aki Kaurismaki, ma se è da questo quadro che attinge per il titolo (il quadro si chiama Cacciatori Nella Neve, e i piccioni seduti su un ramo sono in secondo piano, a riflettere sull'inutilità del massacro umano, che poi ritroviamo con le due scenette di Carlo XII), è sicuramente dal teatro del nonsense che parte per dipingere gli affanni, le abitudini, le assurdità e i momenti di nulla del nostro quotidiano – c'è Beckett, e c'è l'attesa costante che succeda qualcosa, che non succede mai. Roy Andersson esordì col furore della nouvelle vague del Nord Europa nel '70 e fu subito premiato a Berlino; dopo un insuccesso non ha più messo mano alla macchina da presa per venticinque anni. È servito Canzoni Del Secondo Piano, presentato a Cannes, a farlo tornare operativo, ed è servita la trilogia sull'essere un essere umano di cui Un Piccione è la parte conclusiva (non a caso si apre con tre incontri con la morte e si conclude con un homo sapiens) (71esimo Leone d'Oro non privato di qualche controversia); ma ha in più dei suoi film precedenti, questo, l'uso del digitale – a volte evidente – che permette l'inserimento di materiali ancora più allucina(n)ti per appesantire ancora di più il gioco dello scherzo. Si tratta di una scimmietta legata a un apparecchio elettrico, mentre dietro il medico dice al telefono, per la dodicesima volta, le stesse parole che al telefono dicono tutti; si tratta di uno strano marchingegno cilindrico a trombe in cui, schiavi neri più fuoco sotto, attivano il movimento che dona gioia a un gruppo di anziani arricchiti. Lontane tra di loro, ma accomunate spesso dalla ricorrenza di personaggi che dopo il primo passano al secondo piano, le scene congelate scatenano il riso del disagio, facendo poi riflettere sulla necessità che abbiamo di divertirci e di portare il divertimento in case altrui. I tempi diluiti e la ripetitività non bastano ai venditori ambulanti per essere essi stessi contenti in primis. Si devono scontrare con le tristezze di certi giorni, col demone del denaro, con la bizzarra condizione casalinga e soprattutto con l'improvviso e inaspettato arrivo del mercoledì.

mercoledì 25 febbraio 2015

pizza.



Vizio Di Forma
Inherent Vice, 2014, USA, 148 minuti
Regia: Paul Thomas Anderson
Sceneggiatura non originale: Paul Thomas Anderson
Basata sul romanzo Vizio Di Forma di Thomas Pynchon (Einaudi)
Cast: Joanna Newsom, Katherine Waterson, Joaquin Phoenix,
Jordan Christian Hearn, Taylor Bonin, Jeannie Berlin, Josh Brolin,
Eric Roberts, Serena Scott Thomas, Maya Rudolph, Martin Dew,
Michael Kenneth Williams, Hong Chau, Shannon Collis,
Christopher Allen Nelson, Benicio Del Toro, Jena Malone,
Owen Wilson, Reese Witherspoon, Martin Short
Voto: 7.7/ 10
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Se adesso celebriamo Wes Anderson, pop e hypster, e parte della cricca degli eredi Coppola, fra venti, trent'anni parleremo di Paul Thomas Anderson come adesso parliamo di quei registi liquidati in vita e rivalutati in morte; non che Anderson non sia abbastanza celebrato, ma forse gli è dato meno spazio di quello che meriterebbe. Anche questa volta viene snobbato dall'Academy, che lo candida ancora per la sceneggiatura senza farlo vincere, preferendogli un non-gay più giovane e dal coraggio pari a zero, nella categoria dei copioni “non originali” perché, per la prima volta, Anderson si rifà a un romanzo e, per la prima volta, qualcuno si rifà a un romanzo del neo-Salinger Thomas Pynchon – autore cardine della letteratura post-moderna americana che nessuno ha mai visto in volto, che si dice appaia nella pellicola senza essere riconosciuto, che è famoso per la scrittura vaporosa e complicatissima a cui nessuno aveva mai messo mano. Solo Anderson poteva affrontare il demone: ossessionato dal libro Vizio Di Forma (che si discosta dagli altri, L'arcobaleno Della Gravità in primis), ha passato mesi a scrivere e trascrivere ogni singolo dialogo, restandogli il più fedele possibile, abbandonando il «caos organizzato» di cui parlano i suoi attori – una battuta iniziale e una finale e la possibilità di improvvisare nel mezzo: tutto doveva essere pianificato per non discostarsi dal romanzo, complicatissimo, labirinto di personaggi e incontri e scomparse e apparizioni e gang e donnine e poliziotti e vascelli e dentisti e droghe che non si capisce mai se causino allucinazioni oppure no. Per necessità aggiunge una voce fuori campo, della cantante folk Joanna Newsom, «femminile» dice «perché dopo The Master non ne potevo più di soli uomini». Quello era ambientato negli anni Cinquanta, Il Petroliere andava indietro verso l'Ottocento, Boogie Nights spiegava l'industria del porno negli abbondanti Settanta, «non ho il distacco di raccontare quello che leggo sui giornali oggi; preferisco andare a scavare nel passato di questa nazione»; e così attinge ai ricordi dei genitori, che alla fine degli anni '60 e dell'era degli hippies erano consapevoli di loro stessi e della «gran musica» che si faceva (musica che viene ancora una volta data in mano a Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead, già arrivato al Kodak Theatre per Il Petroliere, che attinge al repertorio di Neil Young e dei Marketts e dei CAN riempendo gli spazi con brani originali potentissimi, come aveva già fatto in The Master), dato che lui alla fine degli anni '60 non c'era: fonti di ispirazione, i fumetti dei Freak Brothers e il duo comico demenzial-hippie Cheech & Chong. Ne deriva un film annebbiato in tutti i sensi, dalla fotografia fumosa e dal ritmo tanto incalzante quanto sedentario per due ore e venti minuti in cui mancano comunque parti della storia originaria. Joaquin Phoenix torna ad essere protagonista (togliendo il ruolo al troppo-anziano Robert Downey Jr) dal physique-du-rôle impeccabile, basette prorompenti e capelli indomabili in cui si cerca addirittura di innestare bigodini, allergia alle scarpe e alle giacche con cravatta e momenti impercettibili tra uno spinello e l'altro per cui i ricordi o sono manomessi o sono dispersi. Ci pensa un taccuino su cui segnare a matita parole chiave per procedere nel lavoro di investigatore privato di certa fama, tra l'altro, con tanto di segretaria Maya Rudolph e amico in caserma Josh Brolin. Il caso a cui assistiamo riguarda l'ex fidanzata Katherine Waterson preoccupata pel suo amante palazzinaro e miliardario e dalla di-lui moglie con altro amante che vorrebbero chiuderlo in una sorta di manicomio karmiko in cui parrebbe finito anche il presunto morto Owen Wilson marito dell'ex tossica Jena Malone rifattasi i denti (e le pere) grazie a una sorta di barca dal nome Gold Fang che è anche un'associazione cinese di smercio e rehab di droghe negli USA a capo della quale pare esserci un Martin Short proto-pedofilo ma amante dei musical classici di Broadway. Una trama irraccontabile e impossibile da seguire appieno, con fondo comedy ancora più potente del fondo noir – perché le commedie “normali” Anderson non è in grado di girarle, basti pensare a Ubriaco D'amore, solo che il tecnicismo registico che c'era lì qui manca, dato l'ampio ventaglio di personaggi da seguire come succedeva nel capolavoro Boogie Nights; di questo film, manca il glamour e il patinatismo (e il pattinatismo) perché tra gengive marce e piedi luridi e costumi (candidati all'Oscar) consunti si vive la paranoia post-peace&love, non la si ricrea. Se ne sta fuori dal giro Reese Witherspoon, pulita e benvestita, che reincontra Phoenix dopo avergli inspiegabilmente rubato la scena in Walk The Line, cedendo al fascino del pelo e dello spinello. I critici che amano fare i paragoni citano Il Grande Lebowski, Paura E Delirio A Las Vegas, Il Grande Sonno, Il Lungo Addio; di questi film c'è effettivamente l'assenza di trama, ma c'è anche un modo di gestirla annacquatamente che è solo – e sarà sempre – di Anderson.

lunedì 23 febbraio 2015

#VanityOscar.



Senza badare a spese né sprechi, Vanity Fair Italia ha fatto ciò che ogni cinefilo (under 30 diciamo, e la discriminazione è puramente narcolettico-lavorativa) sognerebbe: una diretta dal Kodak Theatre di Los Angeles mediata da quelli-di-Sky Cinema per la cerimonia di premiazione ultima e più importante dell'inverno: gli Academy Awards a.k.a. premi Oscar. Addio quindi ricerche spasmodiche di amici muniti di decoder pay, di connesioni a fibra ottica per streaming salterini, posticipati, non-sync, chiusi all'improvviso, ridoppiati in portoghese, a qualità bassa, con commenti invadenti di lato, con commenti pubblicitari intorno. Per l'edizione 87 della premiazione Vanity non si limita a portare lo show al cinema: ma costruisce intorno a questo un cineforum, diremmo, una marathon, hanno detto loro, in cui proiezione dopo proiezione si poteva assistere – gratuitamente – agli otto film candidati alla maggiore statuetta, in versione originale e con sottotitoli in italiano, al cinema Odeon di Milano da cui si vedrebbe il Duomo se non ci fosse il soffitto. Ultimo nell'elenco, guarda un po', è stato Birdman O (L'imprevedibile Virtù Dell'ignoranza) – proiettato profeticamente ieri sera intorno alle 22:00 tra le gioie generali. Ma prima del film, piccolo e composto siparietto orchestrato da un sorprendente Luca Dini, direttore della testata, che forse ispirato dal recente Ariston ha saputo magistralmente ospitare sul palco ospiti di livello sempre crescente: da Valentina Lodovini, che ha ripassato le nomine più importanti lasciandosi scappare i favoritismi, a cinque dei doppiatori delle pellicole più di cassetta (Valentina Favazza e Davide Perino per La Teoria Del Tutto, Christian Iansante per American Sniper, Myriam Catania e il-fu-Riccardo Niseem Onorato per The Imitation Game), tutti protagonisti di un bizzarro e interessante servizio fotografico a opera di Reed Young che ha ri-vestito i panni dei personaggi addosso alle voci e non agli interpreti; poi: Gabriele Salvatores, senza accennare mai al suo Ragazzo Invisibile né al precedente Italy In A Day, ha ricordato l'annuncio della sua candidatura al miglior film straniero per Mediterraneo, negli anni '90 del non-Web, e alla successiva vittoria, durante la quale ha invitato a evitare le guerre ed è stato invitato a evitare discorsi politici. Tappa d'obbligo sui look delle star con chi il red carpet l'ha vissuto (o l'ha fatto) sotto il nome di Max Mara e poi saluti dalla sempre più fortunata Paola Jacobbi in differita da L.A. pronta al Vanity Party e prima ancora al tappeto rosso. Dalle 18:00 di ieri alle 7:00 di questa mattina, come in Non Si Uccidono Così Anche I Cavalli, si giocava a chi restava per più tempo in piedi: siamo arrivati in una ventina a colazione, e tutti abbastanza giovani. Nonostante l'impossibilità che ci sentissero, battevamo le mani come se fossimo lì, sotto Neil Patrick Harris la cui pungenza è stata colta così poco da far sorgere dubbi sulla platea e non sulla conduzione. Orgoglio patriottico per Milena Canonero prima e per Virna Lisi poi mentre gli allievi di Gianni Canova presenti, intanto lui in diretta dagli studi di Sky che commentava à salotto le numerose intermittenze pubblicitarie, si disperavano per i pochi premi a Interstellar e American Sniper (di cui io gioivo) e l'assenza di Francesco Rosi nel memoriam. Quando si dice che le cose belle arrivano alla fine: corsi via i mondani giunti a ritirare il plaid griffato (vedi foto) o lo champagne Pommery, alle quattro del mattino chi esultava per il primo Oscar polacco della storia lo faceva con sincerità, e senza il visone addosso.

domenica 22 febbraio 2015

Oscar 2015 - vincitori.



Sono patriottico fino alle lacrime ma non m'importa: apro l'articolo con la nostra(na) Milena Canonero (nella foto), che porta avanti la tradizione di Piero Gherardi, ma anche di Dante Ferretti, ritirando la quarta statuetta della sua ormai decennale carriera per Grand Budapest Hotel (è stata la costumista di Kubrick ma anche della Coppola), agli 87esimi Academy Awards dove la pellicola indie-hypster di Wes Anderson ha raccattato i quattro premi che si erano pronosticati – scenografia, la colonna sonora del due-volte-candidato Alexandre Desplat, trucco e, appunto, costumi – pareggiando con l'invece imprevedibile (virtuoso) Birdman; Alejandro González Iñárritu, nominato nel miglior film straniero col capolavoro Amores Perros e poi con Biutiful e regista anche degli americani 21 Grammi e Babel, in lizza per tre categorie questa sera fa en plein (miglior film, regia e sceneggiatura originale) e fa fare doppietta al chico Emmanuel Lubezki (già Oscar l'anno scorso per Gravity), e poi si lamenta della condizione degli immigrati negli USA. Sono anni ormai che, apparte Argo, non vince la statuetta per il miglior film (ma nemmeno la regia) un americano – si sono susseguiti l'inglese Tom Hooper, il francese Michel Hazanavicious, il coreano Ang Lee e, appunto, Alfonso Cuarón. Sono stati discorsi molto politici, quelli dei vincitori: l'accettazione della propria diversità dall'omosessuale giovanissimo Graham Moore, immeritatamente miglior sceneggiatore per The Imitation Game, che ricalca lo stesso figuro che fu di Milk, che ha accennato al proprio tentato suicidio a sedici anni, ma soprattutto Patricia Arquette, capace di far saltare dalla sedia Lady Oscar Meryl Streep lamentandosi dell'ineguaglianza degli stipendi delle donne, sempre inferiori rispetto a quelli degli uomini. Lei e gli altri tre attori non nascondono sorprese – l'unica sorpresa è che Boyhood torna a casa con una statua. La malattia premia sempre e Julianne Moore reincontra Eddie Redmayne dopo il di-lui esordio in Savage Grace, dove lei interpretava la sua incestuosa madre, e ci offrono due ringraziamenti opposti: di donna matura, accasata, devota al proprio marito la prima; di giovane adulto, ancora bambino, incontenibilmente entusiasta il secondo. Entrambi salutano coloro che affrontano la malattia. Quarta certezza di quattro, J.K. Simmons è solo il primo premio che arriva a casa Whiplash: dopo il premio al mixaggio sonoro e con quello al montaggio abbiamo capito che il 12-years-a-movie di Richard Linklater non avrebbe incassato più niente – perché i Sindacati hanno sempre ragione. Fa una discutibile doppietta la Disney, col suo secondo Oscar di fila per il film animato, dopo Fronzen, cioè Big Hero 6, e col suo corto d'apertura Feist, mentre non fa doppietta Guardiani Della Galassia con le sue due candidature – una delle quali, gli effetti speciali, ancora una volta non va al Pianeta Delle Scimmie ma a Interstellar, premio contentino. È stata un'edizione musicale e musicata come al solito grazie anche a Edwig il presentatore, Neil Patrick Harris, che ha aperto lo show in maniera egregia (insieme ad Anna Kendrick, in Into The Woods, e Jack Black) e si è poi concesso qualche frecciatina (a Oprah su tutte, «because you're rich»). Oltre alle cinque canzoni candidate, tutte performate (due standig ovations per John Legend & Common), Jennifer Hudson ha cantato il tributo ai cineasti scomparsi, in cui mancava Francesco Rosi ma faceva capolino Virna Lisi, e Lady Gaga ha tributato Julie Andrews e Tutti Insieme Appassionatamente che cinquant'anni fa vinceva cinque Oscar. Sul sito ufficiale tutti i dettagli mentre di seguito, dopo il salto, ogni candidato e ogni vincitore.

film
American Sniper prodotto da Clint Eastwood, Robert Lorenz, Andrew Lazar, Bradley Cooper e Peter Morgan
Birdman o (Le Imprevedibili Virtù Dell'ignoranza) prodotto da Alejandro G. Iñárritu,
John Lesher e James W. Skotchdopole
Boyhood prodotto da Richard Linklater e Cathleen Sutherland
Grand Budapest Hotel prodotto da Wes Anderson, Scott Rudin, Steven Rales e Jeremy Dawson
The Imitation Game prodotto da Nora Grossman, Ido Ostrowsky e Teddy Schwarzman
Selma prodotto da Christian Colson, Oprah Winfrey, Dede Gardner e Jeremy Kleiner
La Teoria Del Tutto prodotto da Tim Bevan, Eric Fellner, Lisa Bruce e Anthony McCarten
Whiplash prodotto da Jason Blum, Helen Estabrook e David Lancaster