mercoledì 20 maggio 2015

#CANNES68: l'apatia.



Youth
– La Giovinezza
Youth, 2015, Italia/ Svizzera/ UK/ Francia, 118 minuti
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura originale: Paolo Sorrentino
Cast: Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano,
Jane Fonda, Poppy Corby-Tuech, Veronika Dash, Paloma Faith,
Ed Stoppard, Neve Gachev, Madalina Diana Ghenea
Voto: 8.8/ 10
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Critiche e contestazioni – ma intanto dopo essere stato ignorato a Cannes aveva vinto l'Oscar: la colpa dovrebbe andare, stando a sentire, a quest'uso isterico del dolly e dei carrelli, agli incipit manieristi, manierati, alle sequenze senza sosta (de La Grande Bellezza ma soprattutto de L'amico Di Famiglia) – ignorato a Cannes eternamente, perché passato di là con tutti i film – solamente Il Divo ebbe un Premio della Giuria. Ma nonostante il pubblico spaccato in due l'attesa era molta, quasi eccessiva: e il trailer aveva giocato in furbizia a chi voleva trovare La Grande Bellezza 2.0, in versione international perché il cast già annunciato era tutto straniero. E invece. Nonostante si apra con un'inquadratura fissa, ma che gira su se stessa, su una cantante (You Got The Love) durante un party serale, La Grande Bellezza è lontana anni luce: ai finti giovani di quel film si sostituiscono dei finti vecchi, rinchiusi quasi claustrofobicamente a vedere sempre le stesse facce, gli stessi intrattenimenti ogni giorno, un albergo di lusso fra le Alpi Svizzere. Sono Fred e Mick, amici da un'eternità, ex direttore d'orchestra il primo, compositore, col vizio di accartocciare a tempo un involucro di caramella e con la decisione ferrea di non dirigere più, neanche di fronte alla regina d'Inghilterra, una moglie persa, una figlia (Rachel Weisz) forse mai avuta veramente (perché «nessuno si sente pronto a fare il padre») e una carriera schiacciata dalle Canzoni Semplici, motivetti dalla complessità inesistente di fronte alle opere precedentemente firmate; Mick invece è un regista cinematografico, sceneggiatore, legato al suo mestiere quanto ai suoi ricordi, che svaniscono galoppando: si circonda di ragazzi con cui scrivere la prossima pellicola, probabilmente l'ultima, il testamento spirituale dopo tante attrici fatte sbocciare, una cinquantina, ma una preferita tra tutte: Brenda – piedi piantati per terra e i soldi immediati della televisione preferiti a quelli evanescenti del grande schermo. Tra i due si inserirà con naturalezza Paul Dano, attore diviso tra la profondità del proprio mestiere e la leggerezza che il pubblico chiede – e che poi ricorda; giovane fuori ma vecchio dentro, schiacciato, lui, dai pregiudizi, per esempio davanti alla Miss Universo Madalina Ghenea bella-quindi-stupida. E poi c'è una coppia che in pubblico non parla ma nei boschi fa sesso urlato, un non-Maradona lievitato fisicamente che fa peripezie con una pallina da tennis, un santone che tutti vorrebbero veder levitare, uno scalatore di montagne dal dubbio spirito di iniziativa e Paloma Faith, che ci si poteva risparmiare. Costretti alla convivenza, Fred e Mick amano raccontare di dirsi solo le cose belle quando le cose, tutte, in realtà, stanno sfuggendo loro di mano: e per non ferirsi, spesso, proprio sulle cose belle tacciono, o si mentono. Il primo, accusato di apatia, e quindi nullafacente tutto il giorno, ha perso le speranze nelle emozioni; il secondo, invece, ne ha bisogno per andare avanti. Michael Caine e Harvey Keitel reggono il palleggio di una serrata sceneggiatura di dialoghi (e qualche monologo) brillanti dal punto di vista intellettuale che si sostituiscono alle peripezie della macchina da presa; Paolo Sorrentino si riscopre sceneggiatore e sorprende tutti con un film che non ci si aspettava e non ci si aspettava fatto così. A chi gli domanda come mai una riflessione sull'anzianità, risponde che è il tempo, «l'unica cosa che ci interessa davvero: quanto ne rimane, quanto ne è passato; il futuro è una grande occasione di libertà e la libertà è un sentimento naturale dell'esser giovane – è un film molto ottimista e forse è stato fatto per esorcizzare certe paure». Sarebbe facile infatti trovare parallelismi e somiglianze con la proto-casa di riposo in cui Marcello Mastroianni (regista pure lui) giocava a non fare il proprio mestiere, nel pieno della sua carriera poi!, in , già scimmiottato quasi nello stesso senso da Pappi Corsicato; o con l'albergo in cui Toni Servillo viveva e scopriva le conseguenze dell'amore per una semplice cameriera, dove pure una coppia di vecchietti giocava alla crisi di coppia piegata dalla povertà; ma questo è un film più elevato perché non solo racconta l'eternità dell'arte e della sua eterna giovinezza ma anche, dannatamente, del tempo in generale, della sua non accettazione e del dover scendere a compromessi se non si vuole perire: e infatti uno lo fa, e l'altro no. Girato nell'albergo dove Thomas Mann ha scritto La Montagna Sacra (ma il regista non lo sapeva), il film si divide tra gli interni artificiali dalle trame incomprensibili agli universali paesaggi dei quadri di Segantini; a intermittenza le immagini si sovrappongono, sempre isteriche, e Caine passeggia con accompagnatori diversi, capofila di un gruppo di attori in stato di grazia – finanche Jane Fonda, a cui basta un cameo per essere ricordata in eterno. Lui, mancava a Cannes da quarantanove anni, «cinquant'anni fa venni con un film che si chiamava Alfie; Alfie vinse un premio e io no: per questo non sono mai più tornato» ha detto in conferenza stampa, sottolineando che se qui un premio dovesse arrivare, sarebbe all'intero cast; «le dà fastidio interpretare il ruolo di un vecchio?» gli chiedono, «no» dice ancora, «perché altrimenti dovrei fare quello di un morto». Ma tutti applaudono al lavoro del regista: considerato un Fellini senza troppa leggerezza (Francesco Gallo, ANSA), che inspiegabilmente riesce a incuriosire pubblico e critica senza mettere nessuno d'accordo, se non musicalmente (questa volta è di David Lang), Sorrentino genera ancora qualche dissenso fra i «bravo» alla proiezione francese (ma la pellicola è stata acquistata in più di 70 Paesi). Motivo dei fischi, parrebbe essere, il finale a puntate – a singhiozzi: segnale che la maniera, al pubblico, proprio non piace; poi compare scritto a Francesco Rosi: e tutti tacciono.

interceptor.



Mad Max: Fury Road
id., 2015, Australia/ USA, 120 minuti
Regia: George Miller
Sceneggiatura non originale: George Miller,
Brendan McCarthy e Nick Lathouris
Cast: Tom Hardy, Charlize Theron, Nicholas Hoult,
Hugh Keays-Byrne, Josh Helman, Nathan Jones, Zoë Kravitz,
Rosie Huntington-Whiteley, Riley Keough, Abbey Lee,
Courtney Eaton, John Howard, Richard Carter, Megan Gale
Voto: 8/ 10
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Mel Gibson era nessuno quando fu messo alla guida dell'Interceptor, poliziotto sposato e con un figlio, innamorato della prole tanto quanto della moglie, in un fantascientifico scenario semi-apocalittico, semi-contemporaneo fatto di strade steppose nella periferia americana bazzicate dalle gang di motociclisti, centauri, briganti al volante desiderosi di adrenalina su ruote o con manganelli: il film si chiamava Mad Max, girato con pochi spiccioli tutti messi dalle tasche del regista, un pugno di macchine utilizzate, poi riverniciate e utilizzate per altre scene: a sorpresa, incassi stellari – il maggior incasso di un film così indipendente prima di The Blair Witch Project. Volume secondo: budget triplicato e stuntmen a rischio di morte vera, molti silenzi e infinite scene di corse, rincorse, violenze gratuite. Ma lo scenario cambia, l'apocalisse è più sentita: siamo in un non-luogo dove l'oro primo è la benzina e i popoli tornati a uno stato primitivo, almeno esteticamente, sono tribù in guerra. Un bambino ci racconta la storia fuori e dentro il campo, un bambino col meccanismo di un carillon (attenzione al dettaglio perché ritorna). In Italia si chiamarono, entrambi i film, col nome dell'automobile – ma ce n'è un terzo, rinominato Mad Max, girato a quattro mani; George Miller però, decretato «genio» nel trailer di questa nuova pellicola, parte da questa seconda storia, dalla post-apocalisse bramosa di petrolio (e acqua), e nel momento più fiacco del cinema americano fa ciò che ci si aspetta: un reboot. Ci pensava già nel 2001, quando ormai sembrava chiaro che aveva dato una svolta alla sua carriera (Babe, Happy Feet), e quando credeva di poter tornare a dirigere Gibson in quello stesso ruolo. Lo deve rimpiazzare, anagraficamente parlando, con Tom Hardy – un inedito vocione rauco, per quelle poche battute che biascica: non facciamoci illudere dall'incipit, dalla voce fuori campo che poi scompare, dall'ellisse narrativa che ci racconta il rapimento e la prigionia di questo nuovo Max in questa tribù maschilista e misogina, capeggiata da un energumeno con pochi muscoli e tutta protesi, quasi incapace di respirare, di muoversi – come molti altri dei leader delle gang: impossibilitati alla lotta e, quindi, strateghi. Lavaggio del cervello ai sudditi maschi, che si dividono in piloti di auto da deserto o giovani sacrifici in attesa di morte gloriosa, tutti fedeli innamorati del sovrano – il sovrano ha vari figli e soprattutto varie mogli, che insieme all'unica donna del rango che ci viene presentata, Charlize Theron aka Imperatrice Furiosa, senza un braccio e con un make-up alla Blade Runner, alla guida di una cisterna stanno cercando di fuggire dal luogo di podestà verticale verso un giardino eterno di acqua e vita pura da ri-abitare, da ri-piantare. Ma la fuga non è semplice perché è pedissequamente controllata. È da qui che il film comincia: e non perde mai il nodo che intreccia il tempo della storia a quello del racconto. Non c'è spazio per la retorica, per dirci chi siano queste genti, queste e le altre che incontriamo (i ricci, i corvi), non abbiamo tempo per imparare i nomi delle tribù o dei personaggi, i loro saluti, le abitudini di fronte alla morte violenta o a quella auto-imposta. Si corre sulla strada secca e assolata, rocciosa, impervia, si scansano i nemici dalle più disparate trovate belliche e ci si chiede in quanti effettivamente arriveranno alla meta, perché i morti non sono pochi – se si arriverà alla meta. Senza concedersi totalmente al digitale e senza perdere quell'impasto kitch tra Fast & Furious e certe protesi di Dune – ma anche di Star Wars – il film non-fantascientifico che contaminò Terminator e Ken Il Guerriero torna ai suoi fasti iniziali quintuplicato in potenza: è cinema puro, cinema d'intrattenimento puro, di genere diremmo, che rinuncia a tutti quei momenti di silenzio verso una colonna sonora (diegetica!) che affonda le radici nel mix di generi: davanti al quale in molti potranno storcere il naso: io no.

domenica 17 maggio 2015

di pubblica crocifissione.



Calvario
Calvary, 2014, Irlanda/ UK, 102 minuti
Regia: John Michael McDonagh
Sceneggiatura originale: John Michael McDonagh
Cast: Brendan Gleeson, Chris O'Dowd, Kelly Reilly,
Aidan Gillen, Dylan Moran, Isaach De Bankolé,
M. Emmet Walsh, Marie-Josée Croze, Domhnall Gleeson
Voto: 7.6/ 10
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Un teatrino di marionette: e per prima vediamo quella di padre James, uno dei due preti della parrocchia, intesa nell'accezione geografica del termine, del quartiere ecco, del villaggio, del teatro appunto in cui si muovono le altre marionette; la seconda non la vediamo: si cela nel confessionale insieme al segreto che le compete, e racconta al sacerdote che da piccolo un altro prete lo violentava costantemente, lui e gli altri suoi compagni, senza motivo: per questo adesso si sarebbe vendicato colpendo un innocente – lui stesso – innocente ma altrettanto meritevole del trattamento per chiudere un cerchio karmico che alla Chiesa non spetta. E da qui parte il calvario: alla ricerca di quella voce minacciante del confessorio, alla ricerca della domenica, giorno di messa, per essere ammazzati, immolati per un peccato altrui – questo sì che alla Chiesa invece spetta. Nel villaggio, nel teatro le marionette che si muovono non sono tante: tutte possibili colpevoli e tutte marce, marcite all'interno, becere, disgustose, marionette/personaggi che amano il felching, che pisciano sui quadri di valore, che picchiano le proprie compagne o amano farsi picchiare, che intessono relazioni con gigolò fieri del proprio mestiere, del proprio ano consumato, della propria consumata bocca – marionette animate da valori beceri, marci altrettanto nell'interno del proprio intento, disilluse, spente, che quindi vedono il marcio in tutto, lo prevedono. Queste marionette, a turno, in questa messa in scena tutta teatrale scandita dai giorni della settimana e da una musica nostalgica de Il Gladiatore, troppo epica per una storia del genere in fondo così intima, così ristretta, ristretta a un palco e una manciata di interpreti, queste marionette a turno incontrano il fedele Brendan Gleeson, sopraffino nella sua fiera interpretazione, e gli vomitano addosso tutto il peggio di loro, tutti i succhi gastrici che hanno da vomitare; fa eccezione la figlia avuta prima di incontrare la fede, da una donna morta che ha segnato la perdita del terreno per entrambi. «Ho perso la mamma e poi ho perso te» dice la ragazza, dopo aver tentato il suicidio commettendo l'errore che commettono tutti. Fiore candido e fuori luogo, è tenuta all'oscuro della morte imminente, della morte del cane – ma l'incendio della parrocchia non glielo si può mascherare. Affiorano, a questo punto della sporcizia strabordante, le vecchie dipendenze alcoliche di James, la violenza ingiustificata, gli scatti irrazionali. La provenienza irlandese e la fotografia magistrale di Larry Smith ricorderebbero un altro esordio-capolavoro, Hunger di Steve McQueen: ma quello era fatto di silenzi e di luridume vero, spalmato sulle celle dei prigionieri politici; qui la voce è prepotente, i dialoghi sono lo scheletro della trama scarna e inesistente, e l'odore di bruciato esce dai corpi, è nascosto sotto spoglie di apparenza algida tipica di chi esce dalla chiesa con la coscienza lavata. Tutti sono peccatori, sembra dirci John Michael McDonagh, abbandonando il tema della pedofilia fino all'ultimo sospettata ne Il Dubbio, capovolgendo Dieci Piccoli Indiani e lavorando in sottrazione (non vediamo mai il prete in casa propria, mangiare, dormire, dire messa). Tutti sono peccatori ma esserlo non è una condanna eterna perché, anche tardi, ci si può convertire – pare dirci. Eppure non è facile: essere peccatori o essere puri, né essere confessori e dover combattere costantemente contro i mulini, a due passi dal mare purificatore e, forse, primordiale. Abbandona anche, McDonagh, le preferenze comedy del fratello, autore di In Bruges e 7 Psicopatici, colpito nel profondo dall'impianto teatrale che era di Shakespeare e poi di Beckett, dall'etica ecclesiastica, dalla furia iconoclasta non di facile decifrazione e, soprattutto, da una furia di cinismo non alla portata di chiunque.

David di Donatello - candidati.



Annunciate dall'Accademia del Cinema Italiano le candidature ai più importanti premi cinematografici nostrani giunti oggi alla 59esima edizione, i premi David di Donatello. Una vergogna: di una lunghissima lista sono stati presi una manciata di titoli e replicati in ogni cinquina senza cognizione di causa, a partire dal capofila Anime Nere, 16 candidature per il terzo lungometraggio di Francesco Munzi, già nominato al David all'esordio Saimir, che conta anche un posto per Barbara Bobulova come attrice non protagonista, unica a parlare in italiano – seguito subito dopo da Il Giovane Favoloso di Mario Martone, vincitore con Noi Credevamo quattro anni fa, 14 nominations che ci aspettavamo (scene, costumi, che se la devono vedere con Maraviglioso Boccaccio; la magnifica musica di Apparat) a cominciare dalla sacrosanta performance di Elio Germano, attore senza rivali nonostante in gara contro i previsti Marco Giallini, Riccardo Scamarcio e Alessandro Gassmann. Quest'ultimo ritrova tutto il cast de Il Nome Del Figlio fra i nominati, Scamarcio soltanto la compare Jasmine Trinca per Nessuno Si Salva Da Solo. Sul versante femminile il disastro: causa morte, nomination d'obbligo per Virna Lisi come protagonista in un film senza protagonisti e di cui ogni attrice meritava la considerazione; Paola Cortellesi ci piace sempre tanto ma all'Accademia ancora di più, seconda nomination di fila dopo Sotto Una Buona Stella scorso (vinse nel 2011, per Nessuno Mi Può Giudicare), Margherita Buy era ovvia ma dovrebbe essere Alba Rohrwacher a trionfare, con Hungry Hearts del compagno Saverio Costanzo – 7 nomine –  anche se quella di Vergine Giurata è la sua performance più riuscita; una sola candidatura per Laura Bispuri: regista esordiente contro il comedy Se Dio Vuole e il non-film N-Capace. Niente Short Skin, niente The Repairman: c'è Cloro, l'intenso dramma di una nuotatrice schiacciata dai problemi familiari, e a sorpresa il minuscolo Banana. Accanto alle 10 nominations di Mia Madre, appena proiettato a Cannes, tra cui quella giustissima per Giulia Lazzarini e quella un po' regalata a Nanni Moretti, Torneranno I Prati chiude il ciclo degli eterni candidati – ultimo film di Ermanno Olmi che promette sempre di essere giunto all'ultimo film (8 candidature); 7 invece per la commedia dell'anno Noi E La Giulia che addirittura fa doppietta di attori non protagonisti rubando ciò che spetterebbe a Kim Rossi Stuart e concorre al David Giovani che però, in quanto tale, potrebbe preferire Il Ragazzo Invisibile di Salvatores (10). Più vergognosa di ogni altra cosa è l'assenza de Le Meraviglie, colpevole di essere uscito ormai un anno fa, candidato solo alla produzione: Gran Premio a Cannes scorso, è in assoluto il miglior film italiano dell'anno. Invece i candidati secondo l'Accademia sono:

miglior film
Anime Nere di Francesco Munzi
Hungry Hearts di Saverio Costanzo
Il Giovane Favoloso di Mario Martone
Mia Madre di Nanni Moretti
Torneranno I Prati di Ermanno Olmi

migliore regista
Francesco Munzi per Anime Nere
Saverio Costanzo per Hungry Hearts
Mario Martone per Il Giovane Favoloso
Nanni Moretti per Mia Madre
Ermanno Olmi per Torneranno I Prati

giovedì 14 maggio 2015

#CANNES68: il circo.



Il Racconto Dei Racconti
id., 2015, Italia/ Francia/ UK, 125 minuti
Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura non originale: Edoardo Albinati, Ugo Chiti,
Matteo Garrone e Massimo Gaudioso
Basata sul romanzo Lo Cunto De Li Cunti Ovvero
Lo Trattenemiento De Peccerille di Giambattista Basile
Cast: Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones, John C. Reilly,
Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Bebe Cave,
Stacy Martin, Christian Lees, Jonah Lees, Alba Rohrwacher,
Giselda Volodi, Massimo Ceccherini, Jessie Cave, Franco Pistoni
Voto: 8.5/ 10
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Tre regni, e tre monarchi: il primo, John C. Reilly, perde la vita realizzando il sogno della moglie regina Salma Hayek: «sentire la vita crescerle dentro», ma per farlo, dice il negromante cui la coppia si rivolge, serve che una vita venga strappata: e il consorte finirà col perire strappando il cuore a un drago marino che una vergine dovrà cucinare e che la Hayek dovrà mangiare. La quale vergine, si scoprirà altrettanto incinta: e i due bambini nasceranno pressoché identici, giocheranno a scambiarsi, ma saranno divisi dal solito ceto sociale: principe e servo, incatenato e liberi. Il secondo monarca, Vincent Cassel: si lascia stregare dalla voce di una donna, che crede una fanciulla – lui che per le fanciulle ha un debole noto, al punto da ammucchiarcisi ai funerali; la invita a dormire nel castello e la scopre vecchia, la lancia dalla finestra: questa vivrà il miracolo della giovinezza, dopo aver tentato un casereccio ringiovanimento, accompagnata dalla sorella: ed è proprio questa sorella a pagare per la fortuna familiare – che come ogni cosa non è eterna. Terzo monarca, Toby Jones morbosamente legato alla figlia, la bravissima Bebe Cave, concederà la di lei mano solo all'uomo che risolverà un enigma quasi impossibile: anche se dovesse essere un orco. La poverina, figlia di tanto amore, si ritroverà a concedersi carnalmente tra le ossa degli animali, a scuoiarli, vivere tra le rocce. Miracoloso ma evanescente sarà l'intervento dei circensi Alba Rohrwacher e Massimo Ceccherini, azzeccatissimi per il ruolo che sottolinea l'aspetto boccaccesco dell'opera, buffoni di corte già al cospetto della regina sterile: miracoloso e cruento, crudissimo, a evocare il curriculum del regista. Tre monarchi ma in realtà un film sulle donne: sulle femmine e sui loro legami di sangue – a un figlio, a un padre, a una sorella. E non è un caso che siano indimenticabili la Maria di Gomorra e quella del manifesto del nostro secolo, Reality. Pareva una mossa azzardata, dopo la celebrità dei film precedenti, che Matteo Garrone girasse un film fantasy con cast internazionale e in lingua inglese – anche perché gli italiani all'estero sono pericolosi – ma la furbizia, l'intelligenza è stata nel lasciare le cose così come sono: le storie così come sono. De Lo Cunto De Li Cunti Ovvero Lo Trattenemiento De Peccerille (la cui migliore edizione italiana parrebbe essere Garzanti) cancella la cornice e sceglie tre delle cinquanta novelle, cunti perché a narrarle sono fattucchiere. A differenza dei Taviani le incastra, seppur minimamente, e a differenza dei Taviani porta le maestranze a livelli impressionanti: i costumi sono da Oscar così come le scenografie, spesso pugliesi, certe trovate della fotografia che limita l'eccessiva presenza del digitale tra il buio e l'esplorazione marina (immense le scene in acqua, quasi quanto la sequenza del labirinto), e la musica di Alexandre Desplat che esplode già in principio, come nel film precedente. Gli si perdona dunque l'essere andato altrove per raccontare un trittico napoletano; perché invece di giocare agli archetipi della fiaba, si riappropria della fiaba come archetipo e la consegna nella sua interezza, nella sua complessità, nel suo galoppare di eventi (alla fine ci si dimentica quasi l'inizio), e soprattutto nella sua spietatezza, senza edulcorarla come siamo stati abituati a leggere e vedere – senza strafare posticciamente (Alice, Maleficent) e soprattutto senza aver paura del silenzio, ammutolendo l'incessante musica quando ci si spaventa, ammutolendo gli attori quando non c'è bisogno che parlino, senza la necessità di un ritmo continuo, terrorizzato dalla noia, dato già dalla trama: Il Racconto Dei Racconti si potrebbe affiancare soltanto al Labirinto Del Fauno nel suo essere storia gotica ma coi piedi ben piantati in terra, nel suo avere mostri-umani esistenti fisicamente, a raccontare ciò che tutti cercano di raccontare (l'eterna giovinezza, la paura della vecchiaia, della bruttezza, la lussuria, l'amore figliale e quello paterno) partendo dalla favola ma senza mai toccarla veramente: e non è un caso che Basile sia stato avvio di storie come La Bella Addormentata o Cenerentola.

il film russo.



Leviathan
Leviafan, 2014, Russia, 140 minuti
Regia: Andrey Zvyagintsev
Sceneggiatura originale: Oleg Negin & Andrey Zvyagintsev
Cast: Aleksey Serebryakov, Elena Lyadova, Roman Madyanov,
Vladimir Vdovichenkov, Anna Ukolova, Sergey Pokhodaev,
Aleksey Rozin, Igor Sergeev, Igor Savochkin
Voto: 8/ 10
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Libro di Giobbe, Sacre Scritture. Kolia, meccanico, vive con il figlio e la compagna (la madre del ragazzo è morta) in una cittadina nel nord della Russia dimenticata da Dio, diremmo – e invece pare che Dio se la ricordi benissimo: al suo essere impulsivo, violento, rozzo, dispotico Egli risponde con le avances che il sindaco locale fa ai terreni dove sorge la palafitta dell'uomo: diviso tra le ingenti donazioni alla Chiesa e la foto di Putin sulla scrivania, questo non vuole sentire scuse nella transizione verso l'acquisto; ma Kolia non può farsi sbattere fuori casa: consulta un vecchio amico, un fratello, avvocato di Mosca e compagno al fronte, il quale scopre corrotte manovre nel passato del politico della cittadina. A questo punto non è più Dio ma il sindaco a intervenire nella tranquilla vita di Kolia: per vie traverse, una delle quali vede un (perdonato) tradimento ma due spaventose strade per tutti quelli che gli stanno accanto. Una dopo l'altra, come al Giobbe biblico, gliene succederanno di ogni – e solo la vodka pura, calata a bicchieri interi, affievolirà l'effetto. Dissacrante sotto tutti i fronti, il film è «il ritratto di una nazione umiliata», hanno scritto alcuni; umiliata: dai poteri dei primi cittadini che per assurdo manovrano con più facilità delle alte cariche il popolo sottostante; dai poteri delle parrocchie di paese che per assurdo fanno colazione coi primi cittadini. Andrey Zvyagintsev ci avvisa però già da subito, nell'intro del film: non sarà un percorso facile e non sarà un viaggio popoloso: siamo in una cittadina nel nord della Russia dove pare che niente sia vivo, le case sono crollate a pezzi, delle barche restano i ruderi incastrati tra la sabbia e l'acqua che nessuno va a togliere e infine dei presunti leviatani si hanno gli scheletri imponenti davanti ai quali piangere le proprie sventure. Ma anatomicamente forse siamo davanti a una balena: il leviatano del titolo è quello di Hobbes, perché il film è anche filosofico: è politico, è religioso, e allora bisogna donarsi a lui, lasciargli dire quello che ha da dire anche quando a parlare sono le alte cariche giuridiche che a malapena prendono fiato leggendo gli atti, in un pianosequenza estenuante, o gli uomini d'affari in macchina o le compagnie di amici ritrovatesi a bivaccare sugli scogli: si parla tanto, tutti parlano tanto ma non è facile stargli dietro, bisogna avere fede e pazienza: e se ne esce ripagati. Perché Zvyagintsev (ispirato da un fatto di vera cronaca in cui un singolo lotta contro torti e ingiustizie, ricalcando Il Ritorno Leone d'Oro a Venezia 2003) fa satira anche sul cittadino, dopo averla fatta sull'alto rango: anzi fin dal principio la fa su di esso. Motivo per cui è stato premiato con la Palma alla Sceneggiatura a Cannes 2014, ha vinto un Golden Globe come Miglior Film Straniero battendo Ida ed è stato candidato all'Oscar 2015 – quell'Oscar da cui il compare d'uscita nelle sale italiane, Forza Maggiore, è stato escluso. Alla fine della spirale narrativa però, quando Kolia è di fronte alla Religione, non c'è più speranza verso il Signore, non c'è più illusione di vivere, sottomissione alle istituzioni – né ribellione alla punizione divina. Non c'è, neanche, la ricompensa per la sofferenza, come la Bibbia vorrebbe. Non c'è altro, solo uomini, che si gestiscono tra di loro, in qualche modo: e ci sono sempre quei ruderi di barche, quelle case fatiscenti, gli scogli e gli scheletri – che nessuno va a togliere.