venerdì 22 agosto 2014

emmys/ 1.



Difficilissima da riconoscere in questa foto: Uzo Aduba miglior guest star in una serie comedy è la “Crazy Eyes” di Orange Is The New Black, serie firmata Netfix (leggi: House Of Cards) che sta riscuotendo ora (appena pubblicata la seconda stagione completa) il successo che merita; dal creatore di Weeds e dal memoir carcerario di una Chapman finita dietro le sbarre per un criminotto commesso in gioventù, quand'ancora aveva pulsazioni lesbo, la serie si porta a casa tre prime-time Emmy Awards 2014 (che vengono consegnati in una cerimonia precedente a quella big), per la direttrice di casting, il montaggio e l'attrice comedy guest – categoria in cui contava altre due nominate. Arriva alla cerimonia vera e propria, che sarà trasmessa lunedì 25 agosto, forte delle sue altre attrici candidate (una protagonista e una non protagonista), la sceneggiatura, la regia, la produzione. Dovrà scontrarsi, al solito, con Modern Family arraffa-tutto e le veterane Nurse Jackie e The Big Bang Theory. Sul fronte drammatico ha conquistato altri tre Emmy preventivi la serie indie-cult True Detective con il-premio-Oscar Matthew McConaughey e lo hobbit Martin Freeman: cast drama, titoli di testa e fotografia; è la novità che si aspetta di essere incoronata con l'Emmy supremo, l'ultimo consegnato del 2014. Ma sono le miniserie, quest'anno, che hanno conquistato pubblico e critica: dallo spin-off Fargo al solito American Horror Story che con le solite centomila candidature tornerà a casa poco soddisfatto, al solito; e poi Sherlock, il sempre-firmato-da-Ryan Murphy The Normal Heart post-Philadelphia.
Di seguito e dopo l'interruzione, tutti i primi vincitori.

guest star maschile in una serie drama: Joe Morton in Scandal
guest star femminile in una serie drama: Allison Janney in Masters Of Sex
guest star maschile in una serie comedy: Jimmy Fallon in Saturday Night Live
guest star femminile in una serie comedy: Uzo Aduba in Orange Is The New Black

domenica 17 agosto 2014

autumn in New York.



Quel Momento Imbarazzante
That Awkward Moment, 2014, USA, 94 minuti
Regia: Tom Gormican
Sceneggiatura originale: Tom Gormican
Cast: Zac Efron, Miles Teller, Michael B. Jordan, Imogen Poots,
Mackenzie Davis, Jessica Lucas, Addison Timlin
Voto: 6.4/ 10
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Prosegue l'estate di Scarlett Johansson (Chef, attualmente in sala; Under The Skin, dal 28 agosto; Lucy, in Italia il 25 settembre) e Zac Efron, con questo film nei nostri cinema, pure lui, dal 28 agosto e con Cattivi Vicini il prossimo mercoledì; e mentre la prima sperimenta il genere, si fa aliena o essere indefinito dall'intelligenza eccelsa, senza dimenticare ciò da cui proviene (soprattutto Lost In Traslation) e ritagliandosi piccole parti comedy di tanto in tanto, Zac come lo lasciamo così lo ritroviamo, tolto il vocalizzo di High School Musical e aggiunta una massa muscolare qui particolarmente eccessiva (sognatevi il faccino pulito e il pantalone filiforme della locandina: è, nella pellicola, un armadio barbuto). Da Capodanno A New York a Ho Cercato Il Tuo Nome il disneyano Troy pare non essersi mai evoluto, vittima di un merchandising di se stesso, di un'aspettativa generale e di una fila di proposte attoriali sempre uguale. Qui si fa (per finta) illustratore di copertine, con tanto di scrivania e lavagna da cui presenta agli scrittori e agli editori le proprie idee, con la strafottenza e la calma di Don Dreaper. Suo collega è anche il suo miglior amico – per gli uomini non si può dire BFF – Miles Teller, il tipico viso del «dove l'ho già visto» (risposta, nell'ordine: il bel Rabbit Hole, Project X, il caruccio The Spectacular Now, Divergent) che salva lo script con la spigliatezza di chi sa far ridere con poco e la faccia lessa del non-belloccio che, dalla sua, ha l'arguzia, “la simpatia” – porta avanti (con la bella Mackenzie Davis) un gioco a rimorchiare clienti nel bar che siano del suo stesso sesso per poi liquidarli con la fatidica frase-introduzione «lei è la mia amica...», ma siamo consapevoli, certissimi, sicuri, ci scommettiamo, che alla fine questi due – che si stuzzicano, si insultano, si evitano e si presentano altre carni – finiranno insieme. Lo finiscono infatti, senza dirlo, perché questo, Zac e il terzo dude del gruppo, un Michael B. Jordan insipido e irreale, sposato a 23 anni, già medico praticante e ora in piena crisi di divorzio, hanno deciso di non fidanzarsi, nel freddo mattino di New York, caffè americani alla mano e foglie morte tra le villette a schiera. Scene e figure rappresentano il cliché di ogni “commedia romantica” di questo tipo, in cui i caratteri vengono presentati, viene presentata la situazione, l'accidente viene nascosto e quando si scopre arriva lo sfascio dei rapporti e poi l'amicizia torna prima del lieto fine e dei titoli di coda. Cosa rende guardabile questo film: la risata sorniona che capita ogni tanto, la battuta pronta, la risposta secca, quel ripetersi di situazioni abbastanza realistiche come l'amico che viene a casa e usa il bagno come se non avesse il suo; cotanta virilità è stemperata dalla presenza di due figure femminili (e mezza) che però hanno più tratti mascolini che venerei; pare si tenti di raggiungere quell'equilibrio di livelli diversissimi che regna in casa di Jess dentro New Girl dove non tutti i ragazzi ruttano e pisciano fuori dal vaso ma uno usa più creme che calzini. La struttura narrativa è però, ahinoi, ciò che di peggio il cinema di cassetta americano ha esportato – nonostante tutti sappiamo della scena in cui, causa viagra (tipica situazioncina adolescenziale da Notte Da Leoni) i nostri eroi non riescono a orinare in piedi e allora si adagiano orizzontali sulle tavolette e, al telefono, si domandano: «il tuo pene tocca l'acqua?»; tutto ciò mentre la collinosa protuberanza posteriore di Zac Efron ci spiega come ha fatto a vincere l'Mtv Shirtless Award per questo film – che pochi altri premi avrebbe potuto vincere. New York, New York.

venerdì 15 agosto 2014

lips to void/ mirror to vortex.



Under The Skin
id., 2013, UK, 107 minuti
Regia: Jonathan Glazer
Sceneggiatura non originale: Walter Campbell & Jonathan Glazer
Basata sul romanzo Sotto La Pelle di Michel Faber (Einaudi)
Cast: Scarlett Johansson, Paul Brannigan, Jessica Mance,
Joe Szula, Krystof Hádek, Scott Dymond
Voto: 7.8/ 10
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Dopo una prima sequenza degna di rientrare in quegli incipit epici di cui ci occupammo anni fa, che strizza l'occhio a certo cinema di genere – 2001, il più recente Gravity – che ci spiazza, ci confonde, ci incolla sulla poltrona in attesa di maggiori informazioni per capire, si dà inizio a una trama che seguirà questo filone: del non detto, del non ancora rivelato, che ci incolla sulla poltrona in attesa di maggiori informazioni per capire. Scarlett Johansson, in un'ottima prova da attrice non tanto per l'interpretazione in sé ma per la scelta di aver interpretato un ruolo del genere in un film di genere (criticata perché «apatica», «distaccata dai sentimenti», ma della perdita del distacco dal sentimento è proprio ciò di cui parla il film), spoglia una donna ipoteticamente trovata morta da un motociclista al bordo di una strada e veste i suoi panni, in uno spazio bianco inesistente. La vedremo poi al centro commerciale in una somma di immagini di altri, macedonia del comportamento umano con cui viene a contatto. Che lei sia un alieno è ovvio, soprattutto perché, come spesso accade, ci viene detto prima che cominci il film: dalle recensioni, dal titolo delle recensioni, dalla splendida locandina che abbiamo ovviamente cambiato. Ma a questo, io, non aggiungerò altro, nessun risvolto di trama (per quanto una trama non ci sia), nessun accenno alla narrazione. La meraviglia del film sta proprio in ciò: ricostruire un personaggio e una motivazione del suo comportamento guardando sempre la stessa scena, ogni volta con qualche particolare aggiunto. E sempre magnificamente: Jonathan Glazer, il regista di Birth - Io Sono Sean, sfiora la video-arte con le sue inquadrature lunghe e allungate, spesso vuote, silenziosissime, ben calibrate e fotografate, fatte di buio e figure che dal buio emergono, non-luoghi della Scozia e della fantasia umana (l'acqua specchiante nera in cui la Johansson non s'immerge ma le sue vittime sì è genialmente deliziosa), periferie dell'animo dove sono spesso gli stranieri ad entrare in contatto con l'alieno: gli alienati, le disperazioni, gli emarginati, i freak. Solo un dettaglio: una scena di salvataggio tentato, un non-surfista che interviene nell'annegamento di una coppia mentre il figlio piange e strilla sulla spiaggia. Nella tragedia c'è lo splendore delle immagini, così come estetizzava la condizione nera il più potente 12 Anni Schiavo e tutta l'opera di Steve McQueen; guardacaso, video-artista anche lui. Esperto regista di videoclip, partendo dal romanzo non-testamento di Faber, Glazer si avvale poi di una colonna sonora presente, invadente, eccessiva, forte senza sbavature, firmata da Mica Levi, front-woman dei Micachu, cantante e autrice e produttrice che ci inietta nel cervello un motivetto ripetitivo, tagliente, accompagnato dai giusti archi. Davanti alla morte in mare e alla disperazione infantile, l'aliena(ta) Scarlett non s'impietosisce, anzi peggiora la situazione, e quasi non avremo reazione neanche noi spettatori: incantati e dubbiosi di non aver capito, increduli davanti alla storia, impazienti, dubbi su ciò che stia accadendo, sulla parte che dobbiamo prendere – perché è sempre il regista che stabilisce per chi il pubblico deve parteggiare. Peccato che questo tentativo di cinema a sottrazione, diverso dalla gran parte del cinema di oggi fatto di grandi dialoghi e grasse storie, sia passato quasi inosservato al Festival di Venezia dell'anno scorso dove era in concorso, ed esca il 28 agosto in Italia con poco altro, unica notizia interessante dell'estate, per quei pochi cinema rimasti aperti.

lunedì 11 agosto 2014

el Jefe.



Chef - La Ricetta Perfetta
Chef, 2014, USA, 114 minuti
Regia: Jon Favreau
Sceneggiatura originale: Jon Favreau
Cast: Jon Favreau, John Leguizamo, Emjay Anthony,
Sofía Vergara, Bobby Cannavale, Scarlett Johansson,
Dustin Hoffman, Robert Downey Jr., Oliver Platt
Voto: 7.4/ 10
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Avevo l'età del co-protagonista di questo film quando uscì al cinema Chocolat – che io non avevo potere decisionale di andare a vedere – e ricordo i commenti della gente nei giorni successivi alla visione, prima che Canale 5 ne facesse cavallo di fiducia: «siamo usciti dal cinema e siamo andati in pasticceria», «avevo una voglia di cioccolata calda, alla fine...». Ecco, il ricordo riaffiora dopo quattordici anni perché, uscendo dalla sala, si sente l'esigenza impellente di un camioncino di paninari, un baracchino per strada, un gazebo, una roulotte adibita a fornello mobile; si necessita di un panino unto, ripassato nell'olio, ricoperto di burro, pieno di salse da traboccare, di carne affumicata, di assenza di mollica, sottaceti e senape e zeppole fritte, carta da olio, cartoccio da patate. Tutto questo perché il film, parabola cristologica del patron prodigo, parla del declino e della risalita a galla di un cuoco, uno chef appunto, che dopo aver conosciuto le stelle delle Guide Michelin, le recensioni del gourmet, le capatine dei food-blogger, il plauso dell'aristocrazia dal palato fino, dà di matto per un «tortino al cioccolato» (non capisco perché non l'abbiano chiamato: soufflé) e si ritrova, senza soldi e senza aspettative per il futuro, con un figlio da incontrare ogni due settimane e una schiera di amici che ottengono promozioni gastronomiche. Le cause derivano dalla poca libertà che gli viene data: alla gente piace questo menù, la gente si aspetta di trovare questo menù, per cui tu stasera preparerai questo menù – praticamente sempre lo stesso, nonostante le sperimentazioni a casa, nonostante l'estro notturno e le salse ottenute; l'errore di Carl Casper (aka Jon Favreau, regista e sceneggiatore e interprete di questa pellicola dopo aver abbandonato la macchina da presa al secondo Iron Man) è non opporsi al datore di lavoro, obbedire al suo volere, perché proprietario del ristorante e ultima voce della riunione con lo staff. È (velocemente) interpretato da Dustin Hoffman in un incipit di volti ultra-noti che si susseguono girando angoli e aprendo porte: prima cameriera ed esperta di vini nonché barista è Scarlett Johansson, nonché “amichetta” del protagonista; cuoco e amico di fiducia Bobby Cannavale (il Chili di Blue Jasmine, il Gyp Rosetti di Boardwalk Empire), insieme al super-amico di super-fiducia John Leguizamo che sembra Mark Ruffalo ma non lo è e abbandona baracca e lavoro stellato per seguire Carl a Miami con un furgoncino da sandwich. A preoccuparsi di lui, da casa, l'ex moglie Sofía Vergara e a provvedere alla sua rinascita lavorativa Robert Downey Jr., ex marito di lei, che si ritaglia i cinque minuti più divertenti del film (che, tutto sommato, fa molto sorridere) grazie forse al legame che ha stretto i due per la saga Marvel. A condire questo ritrovato rapporto padre-figlio eredità di Nemo, vicolo cieco nel quale il genitore crede di non essere all'altezza e nemmeno ci prova, ci sono tutta una serie di citazioni al mondo contemporaneo, allo stacco generazionale, alla moda in voga, che però risente dell'occhio troppo adulto di chi parla (e chi prima ha scritto); non solo il grand thème della cucina, delle ricette, dell'abilità ai fornelli e della fantasia post-Parodi e post-brunch, ma anche quel rifiuto patinato per un ritorno alle origini, non necessariamente mediato da Slow Food ma comunque apprezzato: «in nessun altro posto è come qui» e «non lo assaggerai mai di nuovo per la prima volta». L'umiltà con cui si riparte da zero (un po' surreale e sicuramente non così squattrinata) è gonfiata dal social-media-management messo in mano a un bambino di dieci anni, già munito di iPhone, che parla di Twitter, Vine, viral, feed, Facebook, selfie, Whatsapp come se nominasse Barbie o Pinocchio, all'orecchio disperso del genitore che giusto in tempo capisce la forza della geolocalizzazione. Un on-the-road latino tra vecchio e nuovo, tradizione e cyber-realtà, più vicino alla modernità di Fuori Menù che alla fiaba di Per Incanto O Per Delizia.

giovedì 10 luglio 2014

bros before hos.



Cattivi Vicini
Neighbors, 2014, USA, 97 minuti
Regia: Nicholas Stoller
Sceneggiatura originale: Andrew J. Cohen & Brendan O'Brien
Cast: Seth Rogen, Rose Byrne, Zac Efron, Dave Franco,
Ike Barinholtz, Carla Gallo, Craig Roberts, Jerrod Carmichael
Voto: 7/ 10
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La grande tradizione di Beep Beep e Willie il coyote, di Tom con Jerry, di Oggie e gli scarafaggi-scara-scara, Candace con Phineas e Ferb – la tradizione di tutti quegli show a siparietti che si basano su un cattivo (o buono) e i suoi vari tentativi di acciuffare una cosa, il buono (o il cattivo), ci insegnano come sia facile, trovata la trovata, fare dell'umorismo, farci ridere, impiegare del tempo comedy: se ne può fare addirittura un film. E così, posto un epilogo e un prologo in cui ci vengono descritti, rispettivamente, come si concludono le cose e soprattutto, prima, con chi abbiamo a che fare, Neighbors – il cui titolo iniziale era Bad Neighbors da cui l'italiano Cattivi Vicini – adotta l'operazione più vecchia del mondo: il navigato Seth Rogen e la simpaticissima Rose Byrne, coppia involontariamente comica e parlantina, lei australiana trasferita e lui impiegato d'ufficio come tradizione vuole, intelligentemente si chiedono se, avendo ora una figlia e una nuova casa, stiano diventando vecchi; nella generazione degli sposi quarantenni, due “ragazzi” con prole e immobili sono effettivamente vecchi tagliati fuori: dagli amici che in videochiamata li invitano alle feste, dai preparativi per l'uscita trasportando tutto l'occorrente per la pargola. Accanto alla nuova casa, la tipica casa americana a due piani con giardino e steccato affaccianti su Wisteria Lane, si trasferisce l'incubo di ogni abitante: una confraternita. Incubo perché: party hard all night baby, ogni settimana e per tutto l'anno con la speranza di finire incorniciati su una parete in ricordo ai posteri; ma incubo anche perché due “ragazzi” con figlia tagliati fuori dagli amici che vanno alle feste non hanno bisogno di un costante ricordo dell'età che avanza. I funghetti, l'erba, le luci al neon e i baci occasionali, il sesso occasionale, il futuro occasionale a cui non si pensa perché prima si fa festa, i fratelli che vengono prima di tutto... Zac Efron è a capo della marmaglia consapevole della totale assenza di grasso nel suo corpo ma nemmeno eccessivamente desideroso di sbattercela in faccia (la totale assenza, dico); vicepresidente delle tre lettere greche, come tradizione vuole, è Dave Franco, fratello di James, che condivide col parente la faccia d'angelo ma non l'orientamento sessuale: e qui è maschio(ne) intelligente e promettente, unica pecora furba del gregge, tra pecore dalle guance estremamente lisce e dai soprannomi impossibili da tradurre (leggi scroto puzzolente). Passeggia tra i rappresentanti delle aziende giunti a pescare i più meritevoli a college finito mentre l'High School Musical boy finirà senza maglia fuori da Abercrombie perché è tutto ciò che può fare – ed è, questa, una frecciatina da non sottovalutare. Nell'apoteosi dello stacco generazionale, del futuro che avanza, dello svago, dell'innocenza persa, dell'aver perso se stessi, il film nasconde, sotto la patina superficiale di americanismo, di comedy e di tentativi per far sciogliere la confraternita, interrompere le feste, demolire l'impianto stereo, far saltare le luci – il film nasconde le ansie dei venticinquenni, che non sono diverse da quelle dei trentenni: la paura, il terrore di crescere, ma anche il desiderio di farlo, il desiderio di una stabilità, ma anche il terrore di raggiungerla e non poter guardare indietro. Intento lodevole mascherato da tutto ciò che il popolo vuole al cinema: le battute (molte, argute) e la demenzialità (geniale la scena degli air-bag) e le botte, poche, e un sedere tondo in una scena, di sfuggita, e anche un poliziotto consapevole della sua posizione e qualche black joke e qualche australian mizundestood – senza mai definire veramente i personaggi: che siano buoni o cattivi come Tom con Jerry.

domenica 6 luglio 2014

i 100 film più belli di Hollywood.



Pulp Fiction sopra a 2001 e Harry Ti Presento Sally sopra a Shining e Psycho. Di Hitchcock ci sono Intrigo Internazionale e il film che Sight & Sound ha messo al primo posto nella storia del cinema, Vertigo aka La Donna Che Visse Due Volte (ma qui è settantesimo!); di Kubrick c'è quasi tutto, dal Dottor Stranamore ad Arancia Meccanica. Ma vince sovrano Il Padrino (Parte I, ma anche Parte II). Hollywood mette ai voti registi e sceneggiatori con qualche incursione – I Sette Samurai, il messicano Il Labirinto Del Fauno, la francese Amèlie – e non c'è spazio per gli italiani (grande assente Fellini); e se già la credibilità di quest'operazione è dubbia, i dubbi aumentano perché la fonte è Vanity Fair in una galleria per immagini da cento click. Le Ali Della Libertà al quarto posto richiama il primo che ha su iMDB; dal 1994 con furore altri due titoli nei primi quindici posti: Forrest Gump e Pulp Fiction. Toy Story quarantatreesimo è il film d'animazione più in alto (attenzione: il primo capitolo e non il ben più elogiato terzo); in fondo compaiono La Bella E La Bestia, Il Re Leone, WALL•E e soprattutto Up. Avatar è la pellicola più “fresca”, subito seguita dal più che sopravvalutato The Millionaire. L'amore spasmodico per Christopher Nolan lo inserisce con ogni cosa: Memento, Il Cavaliere Oscuro, Inception – ma non l'opera migliore, The Prestige. Il meno meritevole di essere in questa lista? Forse, Quasi Famosi. Di seguito i primi dieci posti e dopo il salto l'intera classifica.

001. Il Padrino (1972)
002. Il Mago Di Oz (1939)
003. Quarto Potere (1941)
004. Le Ali Della Libertà (1994)
005. Casablanca (1942)
006. Pulp Fiction (1994)
007. Il Padrino - Parte II (1974)
008. E.T. L'extraterrestre (1982)
009. 2001: Odissea Nello Spazio (1968)
010. Schindler's List (1993)

mercoledì 2 luglio 2014

tra dieci giorni.



Quel Che Sapeva Maisie
What Maisie Knew, 2012, USA, 99 minuti
Regia: Scott McGehee & David Siegel
Sceneggiatura non originale: Nancy Doyne & Carroll Cartwright
Basata sul romanzo di Henry James
Cast: Onata Aprile, Julianne Moore, Steve Coogan,
Alexander Skarsgård, Joanna Vanderham
Voto: 6.4/ 10
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“La trionfatrice del Festival di Cannes Julianne Moore” si legge sulla locandina italiana del film – ma il film è di due anni fa e Julianne Moore non aveva ancora trionfato a Cannes (per una modesta parte in un mediocre film, tra l'altro, e non era nemmeno presente alla premiazione); il paradosso è ancora più grande se si considera che è una modesta parte e un mediocre, discreto film anche questo: primo nome dei titoli di testa, il suo, solo per fama rispetto al resto del cast (Steve Coogan non aveva ancora sbancato il lunario con Philomena) dato che la si vede a malapena. Rockstar agée che non molla, che si circonda di artistoidi molto più giovani alla sera, a guardarsi live in tv e bere birra e fumare, ha una bambina che in questi bivaccamenti è messa a letto con la fatica del far addormentare – e restare addormentati – i bambini, mentre l'uomo con cui l'ha messa al mondo se n'è andato, artista pure lui, e s'è portato dietro la bambinaia, che a dispetto di tutte le bambinaie è giovane e bionda e british. Mamma e papà sono sempre al telefono con altri, e quando sono insieme si urlano addosso, e Maisie assiste silenziosa e impotente a tutto ed ecco che scopriamo quel che sapeva, ci chiediamo cosa effettivamente capisca, quando la bambinaia se la ritrova in casa del padre e poi nelle foto di matrimonio, quando a prenderla da scuola non ci va nessuno e poi compare un omone di due metri e dieci che non ha mai visto prima. Sono: lei, Joanna Vanderham e lui Alexander Skarsgård, lentamente traslocato dalla televisione di True Blood al cinema (Melancholia), i buoni buonissimi che si prodigano per questa bambina di sei anni di cui spesso tutti si dimenticano: con la regola del lanciarla nel campo avversario ogni dieci giorni, i genitori la mettono su un taxi e la spediscono via senza preoccuparsi che arrivi effettivamente alla meta – ma non sono genitori cattivi; nei momenti di presenza vomitano dolcezza e regali e parole di lode come spesso succede, più per se stessi che per l'infante. Riversano su di lei gli insulti all'ex consorte, spettatrice anche delle liti coi fidanzati attuali, e inconsapevole di ciò che accade finisce a dormire da colleghi di lavoro e ad aspettare nell'androne col postino. Impossibile, dato il tempismo dell'uscita italiana, non paragonare questo film a Incompresa di Asia Argento, storia vera e autobiografica di un'altra figlia di artisti. Lì le ambientazioni erano molto meno patinate per quanto patinate fossero le figure: attore e pianista che si odiano e spesso usano la progenie per odiarsi; Aria trovava la sua dimensione solo a contatto con gli oggetti e gli animali muti, incapace di trovare affetto nemmeno nei compagni di classe. Maisie invece il suo nucleo famigliare lo trova nei parenti non di sangue che si sono dimostrati genitori migliori per un sacco di tempo – e pare si voglia filosofeggiare sulla vera natura dell'essere padre e madre, quando la biologia non s'intromette. Julianne Moore domanda: «sai chi è la tua mamma, vero?» sconfitta dalla preferenza della bambina per la bambinaia. Lei annuisce, ma al cavallo a dondolo con cui giocherebbe da sola preferisce il giro in barca con due adulti che le vogliono bene. Intento lodevole per quanto storia tristemente nota. Onata Aprile, protagonista indiscussa, sorregge ogni scena della pellicola con una naturalezza e una gioia di muoversi incredibili, attrice maestosa dalle risate ai patimenti. I due autori che la dirigono, invece, noti per la performance di Tilda Swinton ne I Segreti Del Lago, si affidano a una sceneggiatura scritta a quattro mani da dei quasi-esordienti che trasportano le pagine di Henry James ai giorni nostri, senza mantenere assolutamente niente dello spirito ottocentesco. La superficialità della società si è, purtroppo, intrufolata nella resa stilistica rendendo la pellicola distaccata dagli avvenimenti: niente pietismi, ma nemmeno partecipazione.