giovedì 10 luglio 2014

bros before hos.



Cattivi Vicini
Neighbors, 2014, USA, 97 minuti
Regia: Nicholas Stoller
Sceneggiatura originale: Andrew J. Cohen & Brendan O'Brien
Cast: Seth Rogen, Rose Byrne, Zac Efron, Dave Franco,
Ike Barinholtz, Carla Gallo, Craig Roberts, Jerrod Carmichael
Voto: 7/ 10
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La grande tradizione di Beep Beep e Willie il coyote, di Tom con Jerry, di Oggie e gli scarafaggi-scara-scara, Candace con Phineas e Ferb – la tradizione di tutti quegli show a siparietti che si basano su un cattivo (o buono) e i suoi vari tentativi di acciuffare una cosa, il buono (o il cattivo), ci insegnano come sia facile, trovata la trovata, fare dell'umorismo, farci ridere, impiegare del tempo comedy: se ne può fare addirittura un film. E così, posto un epilogo e un prologo in cui ci vengono descritti, rispettivamente, come si concludono le cose e soprattutto, prima, con chi abbiamo a che fare, Neighbors – il cui titolo iniziale era Bad Neighbors da cui l'italiano Cattivi Vicini – adotta l'operazione più vecchia del mondo: il navigato Seth Rogen e la simpaticissima Rose Byrne, coppia involontariamente comica e parlantina, lei australiana trasferita e lui impiegato d'ufficio come tradizione vuole, intelligentemente si chiedono se, avendo ora una figlia e una nuova casa, stiano diventando vecchi; nella generazione degli sposi quarantenni, due “ragazzi” con prole e immobili sono effettivamente vecchi tagliati fuori: dagli amici che in videochiamata li invitano alle feste, dai preparativi per l'uscita trasportando tutto l'occorrente per la pargola. Accanto alla nuova casa, la tipica casa americana a due piani con giardino e steccato affaccianti su Wisteria Lane, si trasferisce l'incubo di ogni abitante: una confraternita. Incubo perché: party hard all night baby, ogni settimana e per tutto l'anno con la speranza di finire incorniciati su una parete in ricordo ai posteri; ma incubo anche perché due “ragazzi” con figlia tagliati fuori dagli amici che vanno alle feste non hanno bisogno di un costante ricordo dell'età che avanza. I funghetti, l'erba, le luci al neon e i baci occasionali, il sesso occasionale, il futuro occasionale a cui non si pensa perché prima si fa festa, i fratelli che vengono prima di tutto... Zac Efron è a capo della marmaglia consapevole della totale assenza di grasso nel suo corpo ma nemmeno eccessivamente desideroso di sbattercela in faccia (la totale assenza, dico); vicepresidente delle tre lettere greche, come tradizione vuole, è Dave Franco, fratello di James, che condivide col parente la faccia d'angelo ma non l'orientamento sessuale: e qui è maschio(ne) intelligente e promettente, unica pecora furba del gregge, tra pecore dalle guance estremamente lisce e dai soprannomi impossibili da tradurre (leggi scroto puzzolente). Passeggia tra i rappresentanti delle aziende giunti a pescare i più meritevoli a college finito mentre l'High School Musical boy finirà senza maglia fuori da Abercrombie perché è tutto ciò che può fare – ed è, questa, una frecciatina da non sottovalutare. Nell'apoteosi dello stacco generazionale, del futuro che avanza, dello svago, dell'innocenza persa, dell'aver perso se stessi, il film nasconde, sotto la patina superficiale di americanismo, di comedy e di tentativi per far sciogliere la confraternita, interrompere le feste, demolire l'impianto stereo, far saltare le luci – il film nasconde le ansie dei venticinquenni, che non sono diverse da quelle dei trentenni: la paura, il terrore di crescere, ma anche il desiderio di farlo, il desiderio di una stabilità, ma anche il terrore di raggiungerla e non poter guardare indietro. Intento lodevole mascherato da tutto ciò che il popolo vuole al cinema: le battute (molte, argute) e la demenzialità (geniale la scena degli air-bag) e le botte, poche, e un sedere tondo in una scena, di sfuggita, e anche un poliziotto consapevole della sua posizione e qualche black joke e qualche australian mizundestood – senza mai definire veramente i personaggi: che siano buoni o cattivi come Tom con Jerry.

domenica 6 luglio 2014

i 100 film più belli di Hollywood.



Pulp Fiction sopra a 2001 e Harry Ti Presento Sally sopra a Shining e Psycho. Di Hitchcock ci sono Intrigo Internazionale e il film che Sight & Sound ha messo al primo posto nella storia del cinema, Vertigo aka La Donna Che Visse Due Volte (ma qui è settantesimo!); di Kubrick c'è quasi tutto, dal Dottor Stranamore ad Arancia Meccanica. Ma vince sovrano Il Padrino (Parte I, ma anche Parte II). Hollywood mette ai voti registi e sceneggiatori con qualche incursione – I Sette Samurai, il messicano Il Labirinto Del Fauno, la francese Amèlie – e non c'è spazio per gli italiani (grande assente Fellini); e se già la credibilità di quest'operazione è dubbia, i dubbi aumentano perché la fonte è Vanity Fair in una galleria per immagini da cento click. Le Ali Della Libertà al quarto posto richiama il primo che ha su iMDB; dal 1994 con furore altri due titoli nei primi quindici posti: Forrest Gump e Pulp Fiction. Toy Story quarantatreesimo è il film d'animazione più in alto (attenzione: il primo capitolo e non il ben più elogiato terzo); in fondo compaiono La Bella E La Bestia, Il Re Leone, WALL•E e soprattutto Up. Avatar è la pellicola più “fresca”, subito seguita dal più che sopravvalutato The Millionaire. L'amore spasmodico per Christopher Nolan lo inserisce con ogni cosa: Memento, Il Cavaliere Oscuro, Inception – ma non l'opera migliore, The Prestige. Il meno meritevole di essere in questa lista? Forse, Quasi Famosi. Di seguito i primi dieci posti e dopo il salto l'intera classifica.

001. Il Padrino (1972)
002. Il Mago Di Oz (1939)
003. Quarto Potere (1941)
004. Le Ali Della Libertà (1994)
005. Casablanca (1942)
006. Pulp Fiction (1994)
007. Il Padrino - Parte II (1974)
008. E.T. L'extraterrestre (1982)
009. 2001: Odissea Nello Spazio (1968)
010. Schindler's List (1993)

mercoledì 2 luglio 2014

tra dieci giorni.



Quel Che Sapeva Maisie
What Maisie Knew, 2012, USA, 99 minuti
Regia: Scott McGehee & David Siegel
Sceneggiatura non originale: Nancy Doyne & Carroll Cartwright
Basata sul romanzo di Henry James
Cast: Onata Aprile, Julianne Moore, Steve Coogan,
Alexander Skarsgård, Joanna Vanderham
Voto: 6.4/ 10
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“La trionfatrice del Festival di Cannes Julianne Moore” si legge sulla locandina italiana del film – ma il film è di due anni fa e Julianne Moore non aveva ancora trionfato a Cannes (per una modesta parte in un mediocre film, tra l'altro, e non era nemmeno presente alla premiazione); il paradosso è ancora più grande se si considera che è una modesta parte e un mediocre, discreto film anche questo: primo nome dei titoli di testa, il suo, solo per fama rispetto al resto del cast (Steve Coogan non aveva ancora sbancato il lunario con Philomena) dato che la si vede a malapena. Rockstar agée che non molla, che si circonda di artistoidi molto più giovani alla sera, a guardarsi live in tv e bere birra e fumare, ha una bambina che in questi bivaccamenti è messa a letto con la fatica del far addormentare – e restare addormentati – i bambini, mentre l'uomo con cui l'ha messa al mondo se n'è andato, artista pure lui, e s'è portato dietro la bambinaia, che a dispetto di tutte le bambinaie è giovane e bionda e british. Mamma e papà sono sempre al telefono con altri, e quando sono insieme si urlano addosso, e Maisie assiste silenziosa e impotente a tutto ed ecco che scopriamo quel che sapeva, ci chiediamo cosa effettivamente capisca, quando la bambinaia se la ritrova in casa del padre e poi nelle foto di matrimonio, quando a prenderla da scuola non ci va nessuno e poi compare un omone di due metri e dieci che non ha mai visto prima. Sono: lei, Joanna Vanderham e lui Alexander Skarsgård, lentamente traslocato dalla televisione di True Blood al cinema (Melancholia), i buoni buonissimi che si prodigano per questa bambina di sei anni di cui spesso tutti si dimenticano: con la regola del lanciarla nel campo avversario ogni dieci giorni, i genitori la mettono su un taxi e la spediscono via senza preoccuparsi che arrivi effettivamente alla meta – ma non sono genitori cattivi; nei momenti di presenza vomitano dolcezza e regali e parole di lode come spesso succede, più per se stessi che per l'infante. Riversano su di lei gli insulti all'ex consorte, spettatrice anche delle liti coi fidanzati attuali, e inconsapevole di ciò che accade finisce a dormire da colleghi di lavoro e ad aspettare nell'androne col postino. Impossibile, dato il tempismo dell'uscita italiana, non paragonare questo film a Incompresa di Asia Argento, storia vera e autobiografica di un'altra figlia di artisti. Lì le ambientazioni erano molto meno patinate per quanto patinate fossero le figure: attore e pianista che si odiano e spesso usano la progenie per odiarsi; Aria trovava la sua dimensione solo a contatto con gli oggetti e gli animali muti, incapace di trovare affetto nemmeno nei compagni di classe. Maisie invece il suo nucleo famigliare lo trova nei parenti non di sangue che si sono dimostrati genitori migliori per un sacco di tempo – e pare si voglia filosofeggiare sulla vera natura dell'essere padre e madre, quando la biologia non s'intromette. Julianne Moore domanda: «sai chi è la tua mamma, vero?» sconfitta dalla preferenza della bambina per la bambinaia. Lei annuisce, ma al cavallo a dondolo con cui giocherebbe da sola preferisce il giro in barca con due adulti che le vogliono bene. Intento lodevole per quanto storia tristemente nota. Onata Aprile, protagonista indiscussa, sorregge ogni scena della pellicola con una naturalezza e una gioia di muoversi incredibili, attrice maestosa dalle risate ai patimenti. I due autori che la dirigono, invece, noti per la performance di Tilda Swinton ne I Segreti Del Lago, si affidano a una sceneggiatura scritta a quattro mani da dei quasi-esordienti che trasportano le pagine di Henry James ai giorni nostri, senza mantenere assolutamente niente dello spirito ottocentesco. La superficialità della società si è, purtroppo, intrufolata nella resa stilistica rendendo la pellicola distaccata dagli avvenimenti: niente pietismi, ma nemmeno partecipazione.

martedì 1 luglio 2014

Nastri d'Argento 2014 - vincitori.



Ancora una celebrazione per La Sedia Della Felicità di Carlo Mazzacurati causa decesso regista e una per Che Strano Chiamarsi Federico di Ettore Scola causa ritorno sulle scene di un regista patriotticamente storico che celebra il più storico dei registi patriottici. I Nastri d'Argento 2014 celebrano come ogni anno il patriottismo cinematografico candidando (e facendo vincere) gli italiani che hanno maggiormente contribuito allo splendore della nostra settima arte e di quella estera: ecco perché Milena Canonero già pluri-premio Oscar e Pietro Scalia compaiono in questa lista (per Wes Anderson lei, per Spiderman lui) e non comparvero, per esempio, Michel Piccoli né Ksenia Rappoport quando l'avrebbero meritato. La Sedia Della Felicità è quindi il Nastro 2014 e non viene candidato a nessun altro premio, lasciando spazio a piccole produzioni (e piccoli incassi) quali In Grazia Di Dio, Il Sud È Niente, addirittura Piccola Patria e Via Castellana Bandiera – ma tanto anche qui, dopo il trionfo ai David, Il Capitale Umano arraffa quasi tutto: film, sceneggiatura, i due attori protagonisti, fotografia, montaggio, sonoro in presa diretta. Quello che lascia, se lo spartiscono La Mafia Uccide Solo D'estate, esordio celebratissimo di Pif, qui anche miglior soggetto, e Song’eNapule (miglior commedia, colonna sonora, canzone originale e attori non protagonisti), il giallo musicale dei fratelli Manetti; ma c'è spazio anche per una parentesi femminile firmata Özpetek, che vede Kasia Smutniak e Paola Minaccioni giustificate migliori attrici nel fiabesco Allacciate Le Cinture. Le Meraviglie di Alice Rohrwacher non porta a casa niente ma viene decretato “successo internazionale” con un Premio Speciale dato insieme ai Nastri alla Carriera ai registi Marina Cicogna, Piero Tosi e Francesco Rosi. Dal Cannes di quest'anno con poco furore spunta anche Incompresa di Asia Argento (nella foto, con la sua incredibile protagonista Giulia Salerno e le targhe delle candidature) e da quello dell'anno scorso il sottovalutato e originalissimo Salvo. Di seguito e dopo l'interruzione tutti i candidati e i vincitori.

regista del miglior film
Daniele Luchetti per Anni Felici
Ferzan Özpetek per Allacciate Le Cinture
Alice Rohrwacher per Le Meraviglie
Paolo Virzì per Il Capitale Umano
Edoardo Winspeare per In Grazia Di Dio

regista esordiente
Emma Dante per Via Castellana Bandiera
Fabio Grassadonia & Antonio Piazza per Salvo
Fabio Mollo per Il Sud È Niente
Pif (Pierfrancesco Diliberto) per La Mafia Uccide Solo D’estate
Sebastiano Riso per Più Buio Di Mezzanotte
Sydney Sibilia per Smetto Quando Voglio

commedia
La Mossa Del Pinguino di Claudio Amendola
Smetto Quando Voglio di Sydney Sibilia
Song’eNapule dei Manetti Bros.
Sotto Una Buona Stella di Carlo Verdone
Tutta Colpa Di Freud di Paolo Genovese

lunedì 30 giugno 2014

il congresso futurista.



The Congress
id., 2013, Israele/ Germania/ Polonia/ Francia, 122 minuti
Regia: Ari Folman
Sceneggiatura non originale: Ari Folman
Basata sul romanzo di Stanislaw Lem
Cast: Robin Wright, Harvey Keitel, Jon Hamm, Paul Giamatti,
Kodi Smit-McPhee, Danny Huston, Sami Gayle, Evan Ferrante
Voto: 6.8/ 10
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Definito «un pasticcio» dal Corriere Della Sera, a cinque anni di distanza dal «ben lontano» Valzer Con Bashir il nuovo film di Ari Folman fa quest'operazione alla Roger Rabbit che mischia realtà e finzione tanto nel genere quanto nel modo – ma all'inizio non sa di pasticcio: Robin Wright è se stessa e vive in un hangar con due figli, la femmina adolescente ribelle al mondo e il maschio con problemi di udito, di vista, sogni di gloria nell'aerostatica, conoscenza mnemonica di grandi nomi del passato a partire dai fratelli Wright, con cui condivide uno dei nomi. Come sempre quando siamo dentro al meta-cinema, crediamo a tutto: che Robin Wright viva così, con questi figli, e che sia arrivata al declino della sua carriera; insultata per gli errori commessi, per «i fiaschi e le scelte sbagliate degli ultimi quindici anni», teniamo da una parte iMDB aperto e dall'altra ci sforziamo di ricordarcela prima di House Of Cards: è vero, la Jenny di Forrest Gump dov'è poi finita? (Risposta: tra le altre cose, nel capolavoro Nove Vite Da Donna). I ruoli-ghigliottina di cui si urla sono l'emblema della evanescente fama, della vita di Hollywood, della labilità con cui si affronta il successo; le viene proposto un ultimo contratto: farsi scannerizzare in modo da non dover più recitare sul serio ma essere infilata digitalmente nelle pellicole. Lei protesta: a quel punto non mi verrà chiesto il permesso di interpretare una nazista o un ebreo!, risposta: non te lo chiedono neanche adesso. La carne a cuocere è molta: la figura dell'agente pescecane, le regole commerciali dello star-system, l'importanza del ruolo, l'avvento in parte funesto del motion graphic, l'effettiva utilità dell'attore davanti all'animazione digitale. Senza molta altra scelta, accetta; e poi facciamo un salto di vent'anni. Il «pasticcio» arriva adesso: un'apocalisse cartoon che simula il grandioso congresso futurista in cui viene celebrata la figura simbolo della prima attrice scansionata e resa celebre da un genere che altrimenti non avrebbe mai fatto, la sci-fi. Secondo contratto: le viene chiesto di accettare di diventare liquido, composizione chimica bevibile, in modo da poter far vivere al fan l'esperienza di essere lei, di stare con lei, di avere lei. L'esaltazione è generale, la partecipazione variopinta: da Elvis e Gesù e Picasso (che si vedono su questo manifesto) a Tom Cruise parte attiva ridente e la voce di Jon Hamm su un personaggio che fa il lavoro dietro a tutto questo, l'animatore. È difficilissimo stare dietro alla trama, a questo punto: la realtà è divisa in due, quella fisica da una parte, fatta di povertà e cataclismi e mestieri comuni e cielo grigio e l'altra realtà, quella di allucinogeni e sogni, realizzata a caratteri digitali che permettono di far fiorire le persone, di far volare i pesci e i palazzi. In tutto questo, la ricerca spasmodica non più di se stessi, non più della propria identità, del proprio ruolo, ma di un figlio perso, che regala le immagini più poetiche e meglio riuscite, a partire dalla sequenza finale. Nel complesso, però, pare di assistere a un prodotto non finito, non completamente scritto né ordinato. Delle due abbondanti ore, la seconda è un effettivo «pasticcio» che aveva avuto buoni intenti e non li ha saputi collocare al momento giusto. È tutto da rimontare, alcune cose da rivedere, alcune figure da spiegare o eliminare. Gli avvenimenti perdono di logica e se la giustificazione a tutto questo sta nelle sostanze chimiche che la producono, grazie alle quali le persone riescono ad andare avanti, dall'altra parte è un peccato che un film così provocatorio (la Miramount Nagasaki?) esponga tutti questi temi utopistico-spinosi e poi si getti nel vortice dell'LSD.

sabato 28 giugno 2014

#Mix: i cowboys.



G.B.F.
id., 2013, USA, 92 minuti
Regia: Darren Stein
Sceneggiatura originale: George Northy
Cast: Michael J. Willett, Paul Iacono, Sasha Pieterse, Andrea Bowen,
Xosha Roquemore, Molly Tarlov, Evanna Lynch, Joanna “JoJo” Lovesque,
Derek Mio, Natasha Lyonne, Megan Mullally
Voto: 6.7/ 10
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Nella solita high school americana ci sono le solite fazioni non dichiarate: cheerleader e giocatori di football e figli di ricchi (che spesso sono in una delle due categorie precedenti) da una parte e dall'altra i giocatori di scacchi, i giocatori di videogiochi, i giocatori ai giornalisti con tendenze hippy, quelli con l'apparecchio, quelli con i brufoli, quelli con i vestiti che da noi potrebbero essere di Original Marines. Sebbene regola statistica voglia che il 10% di un gruppo non selezionato di persone abbia preferenze omosessuali, in questo liceo nessuno ha dichiarato i suoi gusti inversi – ma noi spettatori ne conosciamo subito due: uno, che definiremmo la sfranta; e un altro, che definiremo il protagonista. Il primo è visibilmente gay ma come spesso accade in questi casi l'argomento non si affronta né fuori casa né dentro, per cui la madre (tacitamente consapevole della cosa) evita che si sfoci in argomenti che potrebbero lasciar intendere dei trasporti sentimentali di ogni tipo, ed è convinta che lui stia con l'amichetto protagonista, che per brevità chiameremo Tanner (dove abbiamo già visto questo Michael J. Willett? Ah ecco era il fidanzato del figlio di Toni “Tara” Collette); il secondo, che abbiamo deciso di chiamare Tanner, la vive meglio sapendo che sarà Brent a fare coming-out per primo a scuola, ma un'applicazione per smartphone che rintraccia i gay più vicini tipo bussola, che conduce esattamente di fronte a questi gay, fa sì che alla fine di una lezione una classe intera più professore lo trovino iscritto alla suddetta trovata tecnologica, e dal giorno dopo gli sportivi si copriranno il pacco convinti di essere guardati là sotto. Il giorno dopo succederà anche un'altra cosa – ed è il succo e la trovata carina del film: alle ragazze popolari manca esattamente quell'accessorio, quell'elemento alla moda che viene sbandierato nelle televisioni e sui giornali del ventunesimo secolo, l'amico gay con cui fare shopping non mangiare carboidrati bere a stomaco vuoto parlare del sedere dei compagni – e partirà la caccia, fra le tre co-protagoniste, per accaparrarsi il primo-omosessuale-dichiarato-del-campus Tanner, rivestirlo e portarlo a spasso in attesa che lui decida la preferita con cui proseguire in simbiosi. Sono, queste: una reduce dal getto nero che spera nell'incoronazione del primo re del ballo gay e della prima reginetta di colore; una mormona dai capelli rossi fidanzata a un etero-curioso (ma lei non lo sa), ed è l'Andrea Bowen colonna portante di Susan Mayer in Desperate Housewives; la solita bionda benvestita, dalla battuta prontissima, dalla camminata leggiadra e pure brava in chimica con nascoste ambizioni altisonanti di cui non avremmo mai supposto l'esistenza che la faranno adorare tanto a Tanner quanto a noi (Sasha Pieterse; anche lei reduce televisiva da Pretty Little Liars). A questo punto gli sviluppi narrativi del film copiano e incollano e frullano ed eseguono ciò che è stato sempre fatto in passato e sempre fatto sarà: una lite, un accidente, una riappacificazione, un evento finale a cui tutti giungono, una politicizzante che aveva avuto inizialmente la trovata utile alla società ma è messa in disparte perché nel club degli sfigati (dove abbiamo visto anche questa faccia? Ah ma è la cantante JoJo). Sebbene il film non aggiunga assolutamente niente di nuovo – eccetto, in parte, questo ribaltamento della figura del gay – è totalmente consapevole delle sue trovate camaleontiche strizzando un certo occhio a Mean Girls e ai film di genere scolastico. Le numerose battute sono spesso riuscite, a volte riuscitissime, e regalano siparietti di puro realismo trattando l'omosessualità con tutti i cliché del caso, ma i cliché veri (chi non è morto d'imbarazzo con la scena-della-tenda di Brokeback Mountain visto con la mamma?) e si concludono con la solita battuta con cui si concludono i film in cui si dice «se questo fosse un film si concluderebbe così»; ma in realtà come si concluda non si sa, e le figure macchietta e i cerchi che si chiudono da una parte compensano il verismo dall'altra, con tutti quelli che, andato male il primo appuntamento, tirano fuori il cellulare e trovano una sveltina in macchina.

sabato 21 giugno 2014

#Mix: i mandarini.



Violette
id., 2013, Francia/ Belgio, 132 minuti
Regia: Martin Provost
Sceneggiatura originale: Martin Provost, Marc Abdelnour, René de Ceccatty
Cast: Emmanuelle Devos, Sandrine Kiberlain, Olivier Gourmet,
Catherine Hiegel, Jacques Bonaffée, Olivier Py, Fabrizio Rongione
Voto: 7.7/ 10
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Nata ad Arras, figlia illegittima di una cameriera e mai riconosciuta dal padre, Violette Leduc crebbe con la convinzione di non essere stata voluta da nessuno in famiglia, di essere completamente sola; non bastarono le due relazioni lesbiche, con una compagna di classe e un'insegnante, a farle passare il tarlo. La Guerra non le permise di finire le scuole. Nel 1938 conobbe Maurice Sachs ed è da qui che il film parte, col capitolo uno: Maurice, appunto. Lui omosessuale, lei innamorata di quell'amore ingenuo e infantile che è l'amore dell'essere amati, portano avanti una finta relazione sociale fino a quando lui parte per la Germania nazista. Scioltamente inserita nel mercato nero, Violette riuscirà non solo a campare da sola ma anche a vivere dignitosamente, con tanto di cappotti e cappelli che non passerebbero inosservati; come non passava inosservato il suo comportamento senza filtri, senza restrizioni, la sua risposta pronta e sempre sincera, spesso fuori luogo, i suoi atteggiamenti teatrali, privati della compostezza etica. Violette era una donna cresciuta quasi senza figure educative ma con un profondo rancore che la legava, attaccava a qualsiasi persona si fermasse a salutarla. Succederà più di tutti con Simone de Beauvoir, intellettuale già affermatissima, con all'attivo un libro scabroso su un triangolo (due donne e un uomo). Rapita dall'idea che la sua mente ha costruito di questa figura, Violette sarà spinta a lasciarle fiori fuori dalla porta e poi a scrivere, di tutto, di sé; fu la prima grande inventrice dell'auto-fiction, e la pellicola di Martin Provost, già regista dell'apprezzato biopic su Séraphine de Senlis, fa quest'operazione strana per un film su uno scrittore: quasi mai la ritrae all'opera, con carta e penna in mano; spesso, invece, è alla mercé della sua vita, perché quella poi ha nutrito i suoi romanzi. Assistiamo alla pubblicazione «in tiratura limitata» de L'asfissia, gli elogi da parte di Sartre, Cocteau, Genet (mai inquadrati), il concepimento del secondo L'affamata e poi la gloria raggiunta con La Bastarda, candidato al Premio Goncourt che venne vinto, invece, da I Mandarini della Beauvoir. È, il suo, il secondo grande ritratto del film: algida, seria, sempre a schiena dritta, è l'opposto di Violette e, forse per questo, grandissima fonte di attrazione, amica, confidente – la loro profonda amicizia sfidò le convenzioni della prima metà del Novecento così come lo fecero i loro non-romanzi. Ha il volto di Sandrine Kiberlain, la madre non-incinta del Piccolo Nicolas, la moglie fredda e arricchita de Le Donne Del 6° Piano; è qui bruna e perfetta, a suo agio di fianco alla colonna di tutte le scene, Emmanuelle Devos, l'indimenticabile Carla di Sulle Mie Labbra da poco tornata sui nostri schermi con Il Figlio Dell'altra. Imbiondita, affronta una biografia calandosi nel personaggio con spigliata naturalezza: ci regala il periodo di depressione, quello di serenità, gli improvvisi sbalzi d'umore, le gioie, i dolori, la necessità di scrivere ancora e gli infantilismi gridati sulla riva della Senna. Sono due attrici in stato di grazia che completano un bel film, riuscito, che quando pecca in lunghezza viene aiutato dagli allestimenti impeccabili: scene, costumi e fotografia rendono l'ambiente culturale francese in tutta la sua vivacità ed estraneità dal mondo in cui, in realtà, era pienamente inserito. Dai manoscritti originali ai barattoli della colla, ogni accessorio è ricostruito con cura maniacale, le scene all'aperto sono attente, gli interni pieni di piccolezze. Una splendida biografia, che in fondo rivela il desiderio di riportare in auge una difficile e triste storia per dare gloria a una donna che, in vita, ne ha avuta troppo poca.