giovedì 26 marzo 2015

il Sofficino surgelato.



Ho Ucciso Napoleone
id., 2015, Italia, 90 minuti
Regia: Giorgia Farina
Sceneggiatura originale: Giorgia Farina & Federica Pontremoli
Cast: Micaela Ramazzotti, Libero De Rienzo, Adriano Giannini,
Iaia Forte, Monica Nappo, Bebo Storti, Chiara Conti, Tobia Hoesl,
Thony, Tommaso Ragno, Pamela Villoresi, Elena Sofia Ricci
Voto: 5.4/ 10
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«Dovete fare il Sofficino surgelato: se volete conservarvi, dovete rimanere fredde». Micaela Ramazzotti ammonisce due bambine nell'androne di casa, figlie dell'uomo con cui ha una relazione, il suo superiore Adriano Giannini, il giorno prima che venga licenziata. La Ramazzotti è un'ex bambina wannabe principessa, che sognava il matrimonio e la cura dei figli, imparentata con una scultrice una pittrice un musicista, «nessuno serio», congelatasi nella crescita, totalmente priva di sentimenti, di trasporti, di emozioni; o almeno, che si sforza di privarsene. La solitudine è lo strumento per l'autorealizzazione, per il successo: niente marito, niente prole, niente freni. Però un giorno si scopre incinta, di quel suo boss sposato a un'altra (che a lei non interessa che lui lasci): «una non si può distrarre un attimo che resta fregata per tutta la vita», dice al medico che le impedisce di “apportare rimedio”, dato che è al quarto mese – così architetta tutto ciò che è sconsigliato a una donna incinta: andare a cavallo, per esempio. Senza lavoro, ingiustamente toltole, si ritrova a perder tempo nel parco di fronte alla casa farmaceutica dove prima aveva uno studio, a guardare le scale d'ingresso e squadrare i suoi ex colleghi e superiori. Qui scoprirà un commercio illecito di un'ex impiegata di studio medico, Elena Sofia Ricci, che, ritrovandosi a casa blocchetti di ricettari ora che è vedova e pensionata, compra e rivende pillole non autorizzate di sottobosco, su un'altalena. Clienti fisse: Iaia Forte, con problemi di peso (effettivamente più evidenti del solito), cui è dedicata una scena in palestra che vale tutta la sua presenza nel film, e Thony, a due gradi di separazione dalla Ramazzotti perché era protagonista sicilianissima di Tutti I Santi Giorni – qui con accento lievemente smorzato, pure single, che cena con un uomo e poi si domanda: «è questo il padre che i miei figli devono vedere due weekend al mese?». L'impianto femminista/ico del film è figlio di due sceneggiatrici donne e cugino della pellicola precedente di questa «giovanissima» Giorgia Farina: se però Amiche Da Morire usava i cliché della Sicilia, delle feste di paese, delle malelingue, delle feste del Santo, del contrabbando di armi e tonni, della jella di certe femmine, delle corna di certe altre, e usava tutti questi elementi sui generis, esasperandoli, soprattutto nell'incipit, in modo da rendere credibile poi i tre morti ammazzati e il quasi milione di euro dopo – se quel film, tutto meridionale, caldo, avvolgente, uno spasso da vedere e soprattutto da sentire, aveva dei risvolti comunque forti di femminismo, di riappropriazione di quell'emancipazione che Mario Monicelli raccontava nel '70 con La Ragazza Con La Pistola, in Ho Ucciso Napoleone la regista ribalta tutto, ribalta ambientazione che diventa settentrionale, ribalta la fotografia, fredda e dalle luci sintetiche e surreali, ribalta lo status dei personaggi (case bianche e vuote) e ribalta la condizione delle sue ragazze: già emancipate, già sole per scelta, già ricche, ma che lentamente riscoprono i sentimenti. Perché è chiaro già da subito che il film parlerà di questo: del Sofficino surgelato che lentamente si cuoce, complice la faccia da scemo di Libero De Rienzo, placatosi post rifiuto-del-sistema e Sangue, su cui non si può dire niente per spoiler alert. La debolezza rispetto al film precedente deriva anche da una presa di posizione evitata per tutto il tempo: il film si inserisce a metà fra la commedia esasperata e quella romantica, qualche risvolto sociale, qualche drammatico, mentre sempre il film precedente restava nel suo binario dall'inizio alla fine, costruendo una sequela di scenette tutte comiche, tutte con la stessa impronta grottesca. Qui poi, l'unica protagonista, è stretta in un personaggio che ogni tanto sbava, di cui intuiamo il disagio sociale e che si lascia andare troppo spesso, contraddicendosi, che finge senza motivo un matrimonio che poi vuole annullare, che grazie a Dio alla fine torna ad essere se stessa – se se stessa è ciò che abbiamo visto per tutto il tempo. Peccato: sarebbe stato un ottimo metodo per parlare dei licenziamenti femminili, delle gravidanze extraconiugali (l'uomo infedele ritorna sempre), soprattutto dell'emancipazione sentimentale e della serenità di un gruppo di persone che nella vita non aspirano alle foto del viaggio di nozze in casa, ma solo alla casa – per una volta.

mercoledì 25 marzo 2015

patate riso e cozze.



Latin Lover
id., 2015, Italia, 114 minuti
Regia: Cristina Comencini
Sceneggiatura originale: Giulia Calenda & Cristina Comencini
Cast: Francesco Scianna, Virna Lisi, Marisa Paredes,
Candela Peña, Valeria Bruni Tedeschi, Angela Finocchiaro,
Pihla Vitala, Nadeah Miranda, Neri Marcorè, Claudio Gioé,
Lluís Homar, Toni Bertorelli, Jordi Mollà
Voto: 7/ 10
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Saverio Crispo è stato un attore benedetto su due fronti: quello del cinema dopo il teatro, che l'ha preso e fatto diventare divo – e quello del tempo, che l'ha preso prima della commedia all'italiana degli anni Sessanta e gli ha fatto attraversare tutte le fasi tipiche dell'attore italiano divo (i polizieschi anche politicamente impegnati dei Settanta, i film hollywoodiani dal dubbio gusto, i western, perfino una parentesi nordica bergmaniana). La benedizione è stata anche femminile: latin lover dalla provenienza meridionale, in ogni Paese, in ogni continente ha seminato film ma anche figlie: tutte femmine: tutte da madri diverse. Queste (due ex mogli e cinque figlie) si riuniscono a San Vito dei Normanni, nella mia terrosa Puglia sempre generosa coi fondi cinematografici e coi terreni per gli uliveti, per il decennale dalla morte: una targa commemorativa sulla casa in cui si è spento, giornalisti dalle domande un po' scontatelle, catering, conferenze, un omaggio visivo montato da Neri Marcorè, compagno di una delle figlie, Angela Finocchiaro, figlia di Virna Lisi, prima moglie molto amica della terza, Marisa Paredes, madre di Candela Peña (la più spontanea e incisiva del gruppo), che si chiama Segunda ma è la terzagenita dopo Valeria Bruni Tedeschi (che ricicla l'impacciatezza dei suoi film da regista, il Cammello in primis), anche attrice ereditiera del mestiere paterno ma con molta più ansia di vivere e con molta meno fortuna, al contrario dell'altra attrice sorellastra astro nascente giovane Pihla Vitala, la più piccola finché non arriva la figlia della «puttana americana» Nadeah Miranda, dall'aspetto e dall'accento persiano ma spacciata per una Shelley che fa musica elettronica. Le donne sono tutte qua: tutte riunite in stanze da letto, salotti, vie di paese a confrontarsi su quell'uomo ricordando le estati passate insieme nascondendo un segreto che Lluís Homar (prestato dal cinema di Almodóvar insieme alla Paredes e Jordi Mollà) è venuto a cercare di svelare. Il latin lover Francesco Scianna (ancora una volta costretto in un ruolo antico, «sarà per i capelli cotonati» dice lui, dalla faccia però inevitabilmente siciliana di Baarìa) lo vediamo solo attraverso fotografie, attraverso video e spezzoni di film: ricalca soprattutto la figura di Marcello Mastroianni di cui interpreta Divorzio All'italiana e l'episodio Mara in Ieri Oggi Domani, tra i tanti, che si concede scherzi cinematografici, fantasie, riflessioni e frecciatine: è, tutto il film, un'allegoria della settima arte, della divinità nel Bel Paese antico, del tempo che scorre e del lascito generazionale, della sovrapposizione di ere; è, tutto il film, la riscrittura dell'esperienza di Cristina Comencini, che si vede bene ha impostazione soprattutto teatrale, che assume la figlia per scrivere un film sull'essere figlia d'arte (lei, figlia di quel Luigi) e sorella fra le sorelle (ne ha altre tre). Con la tensione verso un pretesto, un segretuccio da svelare e un colpetto di scena che ribalta “l'importanza” di due personaggi, i dialoghi si susseguono in scenette compartecipate (non esistono figure più protagoniste) sempre a base di sarcasmo, ironia, divertimento anche dei personaggi, ben orchestrate pure musicalmente. Raggiungimento di una maturità (dopo il “campione di incassi” e inspiegabilmente candidato all'Oscar La Bestia Nel Cuore, sofferente quasi quanto il sofferto Quando La Notte, fischiatissimo a Venezia) che era stata accennata, in questa coralità di donne, di donne mamme e di donne figlie chiuse in casa, nello script prima per il palco e poi per lo schermo di Due Partite, svincolato però dall'unità di luogo (non tanto di tempo) e più arioso, bisognoso di spazi aperti dove mostrarsi e anfratti dove confabulare, dove buttare frecciatine sul cinema contemporaneo quali «eppure i film francesi di successo in Italia arrivano tutti», dette da chi il cinema lo fa e lo vede, detto da quella Virna Lisi che fa commuovere, cui è dedicata la pellicola. Poi, la sorpresa non stonata, la conclusione onirica musicale à la Mine Vaganti, forse ispirata dal nord del Salento, forse capriccio per coprire l'unico genere rimasto fuori.

sabato 21 marzo 2015

neve casomai.



Vergine Giurata
id., 2015, Italia/ Albania/ Svizzera/ Germania, 90 minuti
Regia: Laura Bispuri
Sceneggiatura non originale: Laura Bispuri & Francesca Manieri
Basata sul romanzo omonimo di Elvira Dones (Feltrinelli)
Cast: Alba Rohrwacher, Emily Ferratello, Lars Eidinger,
Flonja Kodheli, Luan Jaha, Bruno Shllaku, Ilire Vinca Celaj
Voto: 8/ 10
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Esiste un luogo, sui monti albanesi del nord, intorno al confine col Kosovo, dove essere donna significa essere «un'otre che deve sopportare», dove se sei femmina non puoi sparare col fucile (eppure è pratica comune), non puoi cavalcare, non puoi addirittura uscire da casa e parlare. Se sei nato maschio, un colpo di pistola tirato all'aria ha avvisato le case del villaggio; se sei nata femmina non c'è stato niente da festeggiare. E se ti sposerai, un giorno, promessa a qualcuno che certamente non hai scelto, dovrai fare la strada sull'asino completamente velata, quasi bendata, per non conoscere la via del ritorno. Così, sotto le dure leggi del Kanun, Hana viene ritrovata, orfana, da una famiglia che se ne prende il carico, già genitori di Lila, una ragazzina a lei coetanea. Ma il codice arcaico sta stretto a entrambe: Lila si rifiuta di sposare l'uomo che le viene promesso, e scapperà verso l'Italia del nord col suo vero amore, mentre Hana devota al padre che le ha ridato vita, metabolizzerà la sua non accettazione del codice diventando una vergine giurata, una casta e pura femmina che rinuncia alla sua identità per reincarnarsi nelle fattezze (sociali) di maschio: col nome di Mark può adesso sparare col fucile, cavalcare, uscire da casa e parlare. Le due non-sorelle si ritroveranno, anni dopo, lontane da quella terra, in un miscuglio di lingue e di identità di genere; Lila, sposata, ha una figlia adolescente, che come tutte le adolescenti non ha filtri verso la madre – né ne avrà verso Mark, in cui subito scopre una donna, domandandosene il passato. Anche se la complicità fra le due, fra Hana/ Mark e Jonida, è appena accennata, è la chiave essenziale di tutto il film: spetta a loro due, nel sottofinale, il piccolo dialogo sull'accettazione di se stessi – la prima in apnea da tutta la vita perché incapace di respirare per polmoni propri, la seconda sott'acqua, nel nuoto sincronizzato della piscina in cui ai corpi nudi si somma quello vestito di Hana, fasciato dal seno – Jonida che vede esplodere la sua pubertà a partire da modelli ostentati, fatti di make-up e lingerie. Della piscina è anche figlio il personaggio di Bernard, cui spetta un'iniziazione sessuale: nel romanzo di partenza Vergine Giurata di Elvira Dones è invece un intellettuale, lettore di poesie, corda stonata secondo la regista Laura Bispuri perché Hana ha bisogno di un ragazzo di bassa lega, per confrontarsi. Al primo lungometraggio di finzione, scritto in italiano poi tradotto in albanese poi adattato sul set, la Bispuri ha la mano ferma e la professionalità organizzativa di chi ha già lavorato tanto, autrice di tre cortometraggi (Passing Time vincitore del David e Biondina del Nastro d'Argento) in cui il percorso di liberazione passa sempre attraverso il corpo, la fisicità dei personaggi, mentre la telecamera si muove documentaristicamente seguendo anche a lungo gli interpreti, à la Dardenne. Ha dovuto bazzicare per due anni i set albanesi, impossibili da raggiungere con automobili, complicati da gestire nelle messe in scene soprattutto per rispettare le tradizioni dei villeggianti, al fine di instaurare una relazione – soprattutto di fiducia – con gli abitanti del luogo. Le sequenze italiane, girate a Bolzano, dovevano però nascondere, celare le montagne da cui si scappava, rendere la città «una qualunque provincia del Nord», e da qui la piscina, elemento ormai comune della sua cinematografia. In questi spazi si cala il camaleonte Alba Rohrwacher, spaventatissima dall'essere italiana, unica italiana del cast, italiana a interpretare un'albanese, con una settimana per imparare il dialetto gheg, suoni indecifrabili per noi (ma pronunciati perfettamente, a detta degli albanesi presenti alla prima milanese: «ho lavorato due ore al giorno per un po' e poi una mattina mi sono svegliata ed è stato un miracolo»), donna a interpretare una donna che interpreta un uomo, il bacino in avanti, le spalle piegate: passata quest'anno da Cannes con un film (Premio della Giuria) recitato in italiano, tedesco e francese, poi da Venezia con una pellicola girata in americano (Coppa Volpi) adesso da Berlino dove si presenta in albanese e, annuncio, al Tribeca con lo stesso: Alba è finalmente l'attrice che scardina il physique della Bellucci verso una dote interpretativa che ci rende orgogliosi di essere rappresentati all'estero, come rende orgogliosi un film, unico italiano alla Berlinale, dal linguaggio universale e dalla costruzione matura, seppure esordiente.

venerdì 20 marzo 2015

ecce bombo.



Fino A Qui Tutto Bene
id., 2014, Italia, 80 minuti
Regia: Roan Johnson
Sceneggiatura originale: Roan Johnson & Ottavia Madeddu
Cast: Alessio Vassallo, Paolo Cioni, Silvia D'Amico,
Guglielmo Favilla, Melissa Anna Bartolini, Isabella Ragonese,
Marco Teti, Milvia Marigliano, Paolo Giommarelli
Voto: 7.5/ 10
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Se il lavandino della cucina si ottura ché l'idraulico costa caro e poi è sempre irrintracciabile: si lavano i piatti nel lavandino del bagno; se si ottura anche quello: c'è la doccia. Poi succede che uno torna a casa, la sera, sbronzo, si va a lavare, e mette il piede nella pentola della carbonara. Cinque ragazzi, tre maschi e due femmine, sgomberano l'appartamento in cui hanno vissuto per qualche anno – cercando di vendere uno specchio antico per duecento euro, di dedicare qualche minuto al sesto coinquilino, morto in un incidente stradale, avvisare i genitori su Skype che insieme ai consueti bagagli arriveranno a Frosinone con il pancione e magari anche rigare la macchina al padre del nascituro, che s'è trovato una terza amante oltre alla moglie. Svuotano le stanze per lasciare Pisa: chi sogna la recitazione proverà a Milano, chi ha studiato i vulcani ha già un posto in Islanda per tremila euro al mese – Pisa la cui università si intravede dal balconcino dove si svolgerà la loro ultima festa, la cui università è stato luogo d'insegnamento per Roan Johnson (I Primi Della Lista, dove pure c'era il caratteristico Paolo Cioni) a cui era stato affidato un documentario per raccontare quel luogo: testimonianze rubate e riprese tra gli studenti e poi tanto materiale troppo vivo, troppo pulsante per non farlo diventare storia di finzione; e così, cinque attori sconosciuti reclutati, meccanismo produttivo The Co-Producers (cast & crew non hanno ricevuto un soldo ma avranno una percentuale sugli incassi, a film uscito), quattro settimane di riprese con un po' d'improvvisazione – ma nemmeno tanta – e poi Isabella Ragonese che amichevolmente fa una capatina a interpretare (tu guarda!) l'attrice che, di quel gruppo (sono quasi tutti aspiranti teatranti anche nel film), di quell'università, ce l'ha fatta, approdando alla fiction e al fidanzato famoso. Risultato: Premio del Pubblico “Cinema Italia” e Premio Signis all'ultima Festa del Cinema di Roma, recensioni scalpitanti e infinita attesa per (ri)vivere quello che beneomale passano tutti: l'affitto da pagare, il lavoro da cercare, qualche intrallazzo con un coinquilino e le spese alcoliche per la sangrìa dentro ai tupperware, con la vodka meno cara del supermercato, poi la pasta al nulla per asciugare. La freschezza, la spontaneità delle micro-situazioni che ci vengono raccontate, che si susseguono in questi ultimi tre giorni di convivenza, episodi sequenziali anche separati narrativamente ad inquadrare solo le scene goliardiche, di spensieratezza insieme – sono potenziate dall'effettiva vita comunale del cast in quella casa; a questo, e ai dialoghi fluidi, si aggiungono interpretazioni a pennello, a partire dalla straordinaria Silvia D'Amico – e il regista lo sa bene su chi si deve soffermare e su chi no (Melissa Anna Bartolini), e gioca i dialoghi, le liti frequenti ma mai decisive, le rivelazioni, le rotture, sempre coi primi piani giusti. E pensare che il titolo viene dall'ultima frase de L'odio di Kassovitz: forse perché la pellicola è l'istantanea di una generazione che, «mentre sta precipitando, si ripete: fino a qui tutto bene». Ma i nostri cinque eroi, se escludiamo il sesto, ci lasciano su una barca decisi a non affondare, a rimanere a galla, spesso consapevoli di dover tornare dai propri genitori sperando nel lavoro alla ditta del padre, dovendo lasciare il dottorato – ma senza abbattimenti, desiderosi di non sprecare l'attimo che sta svanendo. Scrive bene Federico Pontiggia: «fosse girato in inglese si venderebbe come il pane», perché quante pellicole generazionali, teen, siamo stati costretti a guardare su schermo, quanti film di feste-sfacelo, di baldorie liceali – tutte sempre incastonate nel loro genere, previste, scritte ricalcandosi, dialoghi identici messi in bocca ad altri. Questa volta invece, per una volta, è la realtà che va su schermo: la accompagna l'ironica, azzeccatissima colonna sonora dei Gatti Mezzi, ovviamente pisani anch'essi, matti nell'osare musica anti-narrativa, valore aggiunto alla regia (indie) di molte scene, alla faccia dei botteghini.

il cavolfiore.



Una Nuova Amica
Une Nouvelle Amie, 2014, Francia, 105 minuti
Regia: François Ozon
Sceneggiatura non originale: François Ozon
Basata sul romanzo The New Girlfriend di Ruth Rendell
Cast: Anaïs Demoustier, Romain Duris, Raphaël Personnaz,
Isild Le Besco, Aurore Clément, Jean-Claude Bolle-Reddat
Voto: 5.8/ 10
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Laura muore e viene sepolta in abito da sposa, uccisa da una ingiusta quanto precoce malattia, davanti agli occhi del marito, della figlia di pochi mesi, della famiglia, della migliore amica – che in chiesa promette pubblicamente di prendersi cura di ciò che lei sta lasciando, lei che è stata fraterna compagna dal giorno in cui si sono conosciute, patto di sangue, primi fidanzati, e olè: l'ellisse narrativa sull'adolescenza post-Tempo Delle Mele (con una canzone di sottofondo cronologicamente scorretta che a Ozon piace così tanto che la rimette poi, ma extradiegetica), che ci mostra quanto Laura sia sempre stata più avanti di Claire, nello sposarsi, nel partorire, nel morire addirittura. Per quanto ci venga presentato come accadimento devastante e disastroso, il lutto non è poi così dipinto aspramente. Claire prende qualche giorno di ferie (da chissà quale lavoro) mentre il marito Mulino Bianco amorevolmente la sveglia (per andare a chissà quale lavoro) (ma ottiene una promozione), e per paura di rincontrare nel volto della piccola orfana gli occhi della morta, non tiene fede alla promessa e non va a trovare il vedovo David; quando lo fa – e non mi pare di fare grosso spoiler perché chi guarda al trailer, alla locandina e alla citazione almodovariana con un filo di logica – trova un travestito che allatta: all'incomprensione e l'inaccettazione iniziale seguono chiarimenti e poi una nuova amicizia, appunto, con qualche bugia al marito e il nome di Virginia. Ma David/ Virginia non è omosessuale, non va con gli uomini, non desidera essere completamente femmina: semplicemente si traveste. E la tensione erotica fra i bizzarri nuovi compari di shopping, fra Claire e il marito, fra i vivi e i morti, crea un turbine di confusione di genere che è (era?) l'obiettivo del regista: ma in questo perdersi al di fuori delle etichette che si sono assegnati, i personaggi invece di essere psicologicamente approfonditi e fungere da pretesto per raccontare le vere perversioni, anche mentali, degli umani, sono schiacciati in una trama comunque cinematografica, facendo ciò che si deve fare in un film: sesso adulterino e non, travestismo con dettagli tessili e anatomici, la vestizione di un cadavere (e mezzo), una canzone piena di significati reconditi da cantare a mezza voce, commossi. «Hitchcock incontra Almodóvar» compare scritto qua e là: perché ogni volta che c'è di mezzo un trans Almodóvar va sempre bene e Hitchcock lo si nomina ormai a prescindere, pure se la trama è un semplice pettegolezzo di quartiere da non svelare e non, chessò, una tensione crescente verso una svolta narrativa che potrebbe stravolgere tutto. La versione femminile di David, che vorrebbe uscire dalla casa, che a volte prepondera sulla maschile, non è quella tensione: né lo è l'accettazione pubblica che certo non nascerebbe da questo film. Pure le relazioni fra i tre, anzi, fra Anaïs Demoustier giovane moglie annoiata che a sbalzi gioisce della nuova amica e a sbalzi se ne vergogna, che a volte tende verso il lesbismo e poi si pente (e la sua è l'interpretazione migliore ma il problema è alla radice, al personaggio troppo insipido) e Romain Duris elogiato in patria per questa prova d'attore sui tacchi – pure la relazione fra loro non tende verso niente: tutto è un fare e pentirsene, gioire e vergognarsene. Dopo aver forse addirittura osato un pelo in più con Giovane E Bella parlando della prostituzione adolescenziale, dopo aver accantonato l'ossessione per i corpi (nudi) pretesto per le vere tensioni, di altre nature (Swimming Pool) con il letterario Nella Casa, François Ozon torna al cinema puntuale come un orologio, come ogni anno, con l'ennesimo film fatto in fretta alla Allen: non passa per nessun festival, forse perché consapevole della qualità dell'opera, politicamente correttissima e con tanto di lieto fine surrealista fantascientifico che spero almeno si auspichi possibile fra cinquant'anni – lui per primo, che si riprende proto-maniaco a fare piedino alla sua protagonista maschio dentro a un cinema, fallendo nel tentativo di fare un film sui generi(s), che si rivela un film su un travestito.

giovedì 19 marzo 2015

la goccia.




Chi È Senza Colpa

The Drop, 2014, USA, 106 minuti
Regia: Michaël R. Roskam
Sceneggiatura non originale: Dennis Lehane
Basata sul racconto Animal Rescue di Dennis Lehane
Cast: Tom Hardy, Noomi Rapace, James Gandolfini,
Matthias Schoenaerts, John Ortiz, Elizabeth Rodriguez
Voto: 7.2/ 10
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Per una volta meritatamente, e a sorpresa, nel 2012 Bullhead fu candidato all'Oscar come Miglior Film Straniero in rappresentanza del Belgio per poi uscire silenziosamente nei cinema italiani e dare fama soprattutto al suo attore protagonista, Matthias Schoenaerts, che poi avrebbe condiviso disgrazie e sentimenti con Marion Cotillard in Un Sapore Di Ruggine E Ossa, che pure uscì silenziosamente nei cinema italiani, dopo la fama del suo regista ottenuta con Il Profeta. Anche qui siamo a un'opera post-successo, e a un'opera non in lingua natìa dato il successo: Michaël R. Roskam regista si sposta in quel di Hollywood e si accaparra gli attori in voga (Noomi Rapace in primis, trasformista tutta in ascesa, camaleontica piercing-tattooed nei Millenium di Fincher e ripulita nel futurista Lei di Jonze – qui con accento fake che va tanto di moda in questo periodo) e per la sceneggiatura scritta e recitata in inglese abbandona il suo quaderno e si affida allo scrittore Dennis Lehane, giallista, noto autore di thriller americano dai cui romanzi sono stati tratti Mystic RiverGone Baby Gone e Shutter Island, che trasporta dialoghi e scene dal suo racconto originale (nella raccolta Boston Noir sul quartiere in cui è cresciuto) che in realtà non si discosta praticamente di nulla dal Bullhead di cui prima. Lì avevamo un protagonista solo e pseudo-problematico che trafficava ormoni illegali per mucche che in realtà si iniettava lui, e perdeva teneramente la testa, in un modo non consono, per una donnetta appena conosciuta. Qui abbiamo Tom Hardy, senza amici né famiglia ma non come in Locke, che gestisce il – e lavora al – bar dell'unico parente e confidente, il cugino James Gandolfini, irrimediabilmente Soprano e irrimediabilmente compianto, nella sua ultimissima interpretazione – bar luogo d'accumulo di denaro sporco dove malfattori e strozzini e soprattutto la mafia cecena passano e depositano e riscuotono mazzette nascoste nella cassa, e riforniscono talvolta il sostentamento perché la locanda stia in piedi. Hardy e Gandolfini non sono (apparentemente) invischiati nei traffici, il primo soprattutto, dall'animo candido e dall'aspetto buonista. Ad esempio, tornando a casa un giorno, sente i lamenti di un cane picchiato e buttato in un cassonetto e se lo porta a casa, cucciolo da curare e crescere – ma la spazzatura è della Rapace di cui sopra, che rivendica almeno un lavoro da dog-sitter per poi farci scoprire che il cane non è suo ma era lì perché il suo ex moroso ce l'ha buttato. Lui è Schoenaerts, che parla un inglese trascinato e pretende l'amore indietro. Lei è bravissima a fare l'immigrata ma come tutte quelle che ne hanno viste tante e prese ancora di più, ci mette molto prima di lasciarsi intenerire da un uomo, o abbandonarsi a confidenze e sentimentalismi. Il cane diventa l'unica sorgente di vita per Hardy, il cui ribaltamento di personaggio ci spiazza – ma è un ribaltamento troppo buttato lì, non è per niente approfondito. Perché il finale arriva presto: dopo un'accurata analisi dei luoghi, dei personaggi e dei loro collegamenti, la situazione muta in fretta e ci abbandona, stringendo il cerchio delle pedine in campo e strisciando il lietofine. Sono infiniti gli echi dell'opera precedente e sterminato il piacevole ricordo con cui assistevamo a quell'altro colpo di scena, a quelle altre interpretazioni di sconosciuti, a quegli interni contadini e campagnoli nel Belgio invece che al solito quartiere americano. Hollywood-rovina-tutti ha appiattito l'originalità di quel regista e l'ha messo dietro a un progetto che non si discosta di nulla da ciò che abbiamo sempre visto e sempre vedremo, riciclando qualche minuscola trovata. Ma è felicemente passato dal Festival di Torino in anteprima, a dicembre.

hotel Splendor.



Cloro
id., 2015, Italia, 95 minuti
Regia: Lamberto Sanfelice
Sceneggiatura originale: Elisa Amoruso & Lamberto Sanfelice
Cast: Sara Serraiocco, Ivan Franek, Giorgio Colangeli,
Anatol Sassi, Andrea Vergoni, Chiara Romano,
Pina Bellano, Piera Degli Esposti, Anna Preda Anisoara
Voto: 6/ 10
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Diciassettenne (quasi diciottenne) con la stessa voce di Matilde Gioli ne Il Capitale Umano, Jessica vede lentamente suo padre consumarsi per la depressione di aver perso la moglie e il lavoro, costringendo la ristretta famiglia a trasferirsi dal mare alla montagna abruzzese: lo zio Giorgio Colangeli dal bizzarro accento (ma sempre magistrale) ha messo loro a disposizione una baita vicino alle piste da scii dove il fratello Fabrizio vorrebbe passare il tempo – invece è costretto a iscriversi a scuola, a metà dell'anno abbondantemente cominciato, mentre per Jessica non ci può essere istruzione: dovendo prendersi cura del piccolo e del grande, trova lavoro presso l'hotel Splendor come inserviente, scoprendo con piacere che c'è nascosta anche una piscina. Il cloro del titolo è infatti l'elemento cardine della sua vita: nuotatrice sincronizzata, parte di un team prossimo alle qualificazioni nazionali, Jessica vive la costante esigenza di immergersi nell'acqua, anche solo i piedi, di allenarsi, prova gli esercizi sulla neve, tra i monti, corre, si stende, si dà il tempo, e il disagio di non essere dentro a un liquido la scoraggia fino a un certo punto. La va a trovare un'amica: ed è palese la separazione tra la città e la provincia, tra la vita normale, di chi passa il tempo a mettersi lo smalto, e chi invece deve trovare scuse con una preside (Piera Degli Esposti) che pretende di incontrare un adulto della famiglia per questi ragazzini improvvisi. La lontananza poi anche del genitore maschio farà risorgere il rapporto fra i fratelli, scombinando l'elenco delle priorità davanti a un campionato imminente e dalla difficile partecipazione. L'acqua della piscina, un genitore perso con la testa, un legame fraterno e la solitudine fra i coetanei: sono tutti gli ingredienti che erano de Il Primo Giorno D'inverno, dove però la competizione e la non accettazione degli altri portavano ad atti violenti e immotivati; lì l'acqua era il legame con la madre e con la propria immagine riflessa; qui è un elemento non naturalmente dato a chiunque, un punto di diversità, una necessità che non tutti hanno – e chi non l'ha non può capire il perché delle scappatelle notturne dentro l'albergo, dei «balletti». Lo scontro fra l'acqua col cloro e la neve è simbolico: due stati della stessa sostanza, come Jessica ha visto solidificarsi la propria vita verso una posizione più matura da prendere lungo i suoi giorni. Terreni non abusati ma comunque già percorsi dal nostro cinema, adolescenze e crescite difficili; Sara Serraiocco è dura nelle risposte, non si fa scalfire, si lascia sedurre e insulta non pesando le parole: è lo spessore della pelle che le aumenta; non concepisce di dover rinunciare ai propri interessi e scarica il fratello come fosse uno scatolone, a uno zio che non gli è interessato; il fratello, dall'altro canto, non ha gli strumenti per definire la propria situazione, e si diverte come può. Moltissimi silenzi perché da soli non si parla tanto spesso e un utilizzo nuovo del fuoco: moltissime volte è la cosa in secondo piano, lo sfondo, ad essere nitido: anche se stiamo inseguendo qualcuno che cammina, e ci è vicino. Piani ribaltati fra il sopra e il sotto l'acqua e alla fine eccolo: il mare da cui si è scappati, a cui si ritorna, non completamente maturi ma con una responsabilità in più. Qualcosa non funziona nell'esordio di Lamberto Sanfelice – unico italiano al Sundance, passato anche da Berlino – ma è impossibile definire quando e dove: si è disciolta nell'acqua.