sabato 18 aprile 2015

my country, my country.



CITIZENFOUR
id., 2014, USA/ Germania/ UK, 114 minuti
Regia: Laura Poitras
Cast: Edward Snowden, Glenn Greenwald, William Binney,
Jacob Appelbaum, Ewen MacAskill, Jeremy Scahill
Voto: 8/ 10
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Gennaio 2013. La documentarista Laura Poitras – già una nomination all'Oscar e qualche difficoltà legale nel voler raccontare l'America post-11 settembre attraverso una trilogia filmica iniziata con My Country, My Country e proseguita con The Oath – riceve una mail criptata da qualcuno che si firma CITIZENFOUR e che le offre informazioni sulle intercettazioni illegali da parte di alcune Intelligence americane tra cui la National Security Agency (NSA) come già le pubblicizzò William Binney della stessa azienda. A giugno, la Poitras e il giornalista investigativo Glenn Greenwald del Guardian volano in una stanza d'albergo a Hong Kong per incontrare l'uomo (il ragazzo) dietro alla mail, disposto in otto giorni a fornire materiale per articoli-scoop che lentamente voleranno dal Washington Post al Guardian fino ai maggiori telegiornali internazionali sui maxischermi delle strade cinesi. Si aggiungerà Ewen MacAskill, il quale chiederà al giovane, filmato, di raccontare di sé: Edward Joseph Snowden, «chiamato generalmente Ed», informatico statunitense trentenne già tecnico nella CIA e poi collaboratore della Booz Allen Hamilton, azienda consulente della NSA, senza «alcuna intenzione di nascondere chi sono, perché so che non ho fatto nulla di male». «Rivelando la mia identità spero di proteggere i miei colleghi da una battuta di caccia per stabilire chi sia il responsabile della soffiata». Per questo, rifugiato in Cina, paese con l'impianto giuridico che gli ha permesso di non essere immediatamente arrestato. Eppure sentiamo l'allarme anti-incendio suonare a intermittenza, il telefono squillare, alcune informazioni captate dal poco uso di internet che fanno sapere di macchine appostate fuori dalla sua abitazione, il proprietario della casa che non ha ricevuto il pagamento dell'affitto. Attraverso i suoi timori e le ripercussioni sulla sua famiglia e la sua abitazione ci rendiamo conto di quanto vero sia ciò che ha raccontato ai giornalisti: aziende che forniscono quotidianamente, con sistema metadata, tutte le telefonate all'interno degli Stati Uniti e dagli Stati Uniti all'estero; un programma clandestino di sorveglianza elettronica, PRISM, che consente alla NSA di accedere alla posta elettronica e alle ricerche on-line in tempo reale; un'operazione dell'inglese GCHQ, Tempora, per intercettare e memorizzare enormi quantitativi di traffico in fibra ottica; violazioni di società telefoniche mobili cinesi, intercettazioni dei diplomatici dell'Unione Europea in America, delle comunicazioni dei politici stranieri al Summit G-20 di Londra e così via. La difesa delle Intelligence – dice Snowden – va a pescare leggi risalenti alla prima Guerra, leggi ancora precedenti per giustificare l'interventismo preventivo nella caccia al terrorista: in questo modo esistono informazioni infinite sui cittadini americani che, essendo collegate con altre, possono costruire dettagliatamente spostamenti, incontri, contatti di ogni singolo, pur non sospettato di un qualunque pericolo. Le rivelazioni hanno così confermato «i sospetti di lunga data che la sorveglianza della NSA negli USA sia più invasiva di quanto si pensi». Le ripercussioni cadono anche su Greenwald e latentemente sulla Poitras che, consapevole di essere seguita, si trasferisce a Berlino mantenendo i contatti con Ed e montando il film: il tutto attraverso un elaborato sistema di segretezza fra conversazioni criptate e software «lontani dalla norma giornalistica» che però non sono bastati a farla arrivare immune al New York Film Festival dove il documentario era stato selezionato: la prima proiezione cambiò location una serie di volte per paura che qualcuno stesse intercettando i movimenti della regista. Dopodiché: Gotham Independent Film Award, Critics' Choice Movie Award, Satellite, Independent Spirit, BAFTA, premi dal Sindacato dei Registi e da quello dei Montatori e infine l'Oscar 2015. Ambientato in gran parte all'interno delle stanze d'albergo dove tutto accadde, con elementi di conferenze, processi, discorsi pubblici e incursioni da parte della stessa regista, CITIZENFOUR ricostruisce nel perfetto ordine cronologico gli eventi di quell'anno avvalendosi della tensione dei protagonisti della storia per avere suspance al suo interno; ci riesce nonostante sappiamo come sia finita la storia: anzi ci lascia su un finale aperto che ci fa sospettare che la storia non sia finita.

venerdì 17 aprile 2015

a domani.



Mia Madre
id., 2015, Italia/ Francia/ Germania, 106 minuti
Regia: Nanni Moretti
Soggetto: Nanni Moretti, Gaia Manzini, Valia Santella e Chiara Valerio
Sceneggiatura originale: Nanni Moretti, Valia Santella e Francesco Piccolo
Cast: Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini,
Nanni Moretti, Beatrice Mancini, Stefano Abbati, Enrico Ianniello,
Anna Bellato, Tony Laudadio, Lorenzo Gioielli, Pietro Ragusa,
Tatiana Lepore, Monica Samassa, Vanessa Scalera, Davide Iacopini
Voto: 8.6/ 10
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Considerando La Stanza Del Figlio (dramma luttuoso che anticipa la freddezza con cui è trattato anche qui il tema) come uno spartiacque nella filmografia di Nanni Moretti abbiamo da quella parte il fervore politico, lo sperimentalismo, la non-narrazione, e da questa i film in cui rinuncia alla parte del protagonista ritagliandosi ruoli limitrofi ma mantenendo sempre quell'autobiografismo insito e necessario, Il Caimano e Habemus Papam: due opere che prendevano (di mira?) due altisonanti istituzioni, due personaggi più che pubblici, che finivano nella catastrofe, nell'apocalisse; a quattro anni di distanza dal secondo di quei due, l'apocalisse è nell'incipit e il personaggio che si prende (di mira?) non è pubblico ma intimo, famigliare. La madre del regista morì nel 2010, mentre lui lavorava al film che sarebbe uscito l'anno successivo passando, ancora una volta, da Cannes. Col gioco perverso del mantenere i nomi reali ai propri personaggi, di nuovo sceglie Margherita Buy e le infila i panni di se stesso: regista che sta girando un film sul precariato, sul lavoro dell'operaio, sui padroni stranieri acquista-fabbriche; i manovali assalgono la polizia e le transenne in quell'incipit-apocalisse di cui prima, occupano lo stabile, e si usa la controfigura di John Turturro nelle scene in cui non c'è da parlare, che si riveleranno una boccata d'aria per quello che verrà dopo. Boccata d'aria effimera: perché Margherita si lamenta di tutto, dell'incompetenza della troupe, della continua finzione della messa in scena, del pressapochismo del cinema italiano, dell'ubbidienza generale al regista, «che è uno stronzo a cui voi dite sempre sì». Intanto, a casa, ha un compagno che però lascia, continuando a vedere sul set, e al telefono una figlia che non ne vuole sapere di recuperare il 3 in Latino, e in ospedale una madre ricoverata per un male che non riesce a cogliere, che subisce interventi che lei non si riesce a spiegare: una elegante, favolosa, splendida Giulia Lazzarini, ex insegnante di Lettere e dignitosa fino all'ultimo momento, dalle cui labbra escono le parole di tutte le donne, sole, in ospedale: ma che con l'invecchiare diventano più intelligenti, perché hanno tempo per pensare, e non sceme come si crede. Margherita si sforza di essere presente nella fatica materna ma quando compra in rosticceria la cena vede che il fratello l'ha già preparata a mano, quando arriva in ospedale vede che lui è già seduto vicino al letto… Costretta alle riprese, maturerà un senso di colpa che poi sfocia in incubi, flashback, immagini più immaginate che accadute; si porterà il dolore dovunque, senza mai esprimerlo. «I figli prima aspettano che i genitori muoiano, poi si ricordano di loro e scrivono film, fanno libri» dice mia nonna – e in questo caso è così senza remore, l'espiazione di una colpa ingoiata per anni, il tentativo, almeno nella finzione, di mettersi dall'altra parte, di essere “il figlio presente”, perché Moretti/ Giovanni si ritaglia la parte di quello che si licenzierebbe pur di non abbandonare la madre. Un atto d'amore e di scusa, verso la famiglia prima e verso il cinema poi: croce e delizia, colpa dell'assenza e distrazione dal lutto. Perché l'intimità della sceneggiatura (firmata ancora una volta anche da Francesco Piccolo) si dipana pure nello strato del mestiere, di regista ma anche di attore, e pure in questo caso la posizione di Moretti è esterna: guarda dal di fuori e giudica attraverso le parole altrui. Le domande che Margherita regista pone, per esempio al direttore della fotografia nel primo assalto alla fabbrica («ma tu stai coi poliziotti o con gli operai?») o le indicazioni che dà senza che vengano colte («non voglio vedere solo l'operaia, ma anche l'attrice; tu devi stare accanto al personaggio») sono quelle di Nanni, che si ritrova a parlare una lingua sconosciuta a tutti i presenti. Per questo Mia Madre risulta “storia semplice” solo nell'apparenza. Basti pensare a quanto ancora non sappiamo nel finale: privati di quell'avvento apocalittico già citato, non vediamo l'esito del film, le conseguenze del lutto famigliare, ne siamo privati solo apparentemente perché tutto è nascosto dietro l'inizio di un pianto che si è trattenuto per 106 minuti che partiva dalla situazione domestica ma proseguiva impotente anche dentro l'impianto cinematografico, politico, sociale. Un dei nostri tempi.

giovedì 16 aprile 2015

#CANNES68.


l'oro.



Black Sea
id., 2014, UK/ USA/ Russia, 114 minuti
Regia: Kevin Macdonald
Sceneggiatura originale: Dennis Kelly
Cast: Jude Law, Scoot McNairy, Ben Mendelsohn,
Tobias Menzies, Jodie Whittaker, Grigoriy Dobrygin,
Michael Smiley, Karl Davies, Konstantin Khabenskiy
Voto: 6.8/ 10
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(Molto) stempiato e con accento fortemente dell'Est, Jude Law è per la prima volta un uomo licenziato dalla compagnia dove ha lavorato per lustri (non più bisognosa di un uomo che guidi un sottomarino, né di un sottomarino), con una moglie scappata verso un marito più abbiente, un figlio che non vede se non in appostamenti fuori da scuola – senza buon'uscita, senza apparente brio nel futuro (e per quello che vediamo noi dalla sala del cinema, pure senza casa). Ha un paio di amici, li incontra in un bar – dove solitamente stanno tutti quelli che non hanno lavoro, casa ecc. – quattro e quattr'otto, uno propone agli altri: di trovare un magnate che li finanzi, mettere in piedi un sottomarino, raggiungere quel confine georgiano dove dovrebbe essere affondato il sommergibile che trasportava oro dalla Germania di Hitler alla Russia di Stalin dopo un prestito, una rottura di alleanza e una Guerra. Di quell'oro: il magnate prenderà il 40%, la ciurma il resto, in parti uguali. Per ormeggiare un sottomarino servono nove persone, ma Jude ne recluta di più: un po' inglesi un po' russe (per necessità: il relitto arenato è in quella lingua), e un diciottenne apparentemente vergine che quindi, superstiziosamente, porterà sfortuna alla missione. Tutto questo succede, nel primo quarto d'ora appena: in fretta e furia lo sceneggiatore Dennis Kelly, autore televisivo della bislacca serie Utopia e in fase di adattamento del musical Matilda (sì, quella Matilda), vuole chiudere in questo ferro malandato i migliori mozzi e sommozzatori per assistere alle solite dinamiche del gruppo di lavoro che necessita la presenza dell'altro per non perire ma che, se l'altro perisse, guadagnerebbe una percentuale maggiore dell'incasso. Alla bramosia di lingotti si aggiunge che, i migliori sommozzatori e mozzi russi e inglesi, sono anche teppistelli licenziati e/o allontanati dai propri posti di lavoro. Dieci Piccoli Indiani incontra Gravity, forse anche La Fattoria Degli Animali e, per ambientazione e sfiga, All Is Lost. Un incidente dopo l'altro, una serie di morti, e il cieco percorso verso quelle tonnellate d'oro, non importa a costo di cosa. A questo punto: in qualsiasi modo dovesse finire il film, pensiamo, saremmo scontenti: e invece nell'ardua impresa riesce a sorprenderci. Per arrivarci però ci tocca sopportare una scena di tensione dopo l'altra, manna per i film di due ore, e con una fotografia marina sopraffina; ma non siamo ai livelli di Gravity di cui prima, né di All Is Lost: per innovazione, sicuramente; per dipanamento delle vicende. Nonostante ciò, chapeau al regista Kevin Macdonald, passato alla storia per aver diretto L'ultimo Re Di Scozia, pellicola agli antipodi di questa, ma celeberrimo e navigato documentarista, premio Oscar per Touching The Void (ma sono suoi anche i più recenti Marley, Life In A Day che ha ispirato il nostro Salvatores e Il Nemico Del Mio Nemico) Si cimenta col film-sul-sottomarino abbandonando i territori del puro dramma e ampliando i confini del thriller sfociando nell'avventura da polverizzare in breve tempo – tratto tipico delle serie TV – trattando la sceneggiatura come se fosse di Indiana Jones o Captain Phillips. Buona ricostruzione dell'interno, ma soprattutto dell'esterno dello scafo, di quel Mar Nero da cui il titolo, e delle dinamiche fra il dentro e il fuori che non conducono lo spettatore alla claustrofobia – ma il personaggio sì. Il problema di tutto questo è alla radice: l'annoso problema del già-visto a cui si poteva porre rimedio solo con una telecamera coraggiosa.

mercoledì 15 aprile 2015

la bara e il furetto.



The Fighters
– Addestramento Di Vita
Les Combattants, 2014, Francia, 98 minuti
Regia: Thomas Cailley
Sceneggiatura originale: Thomas Cailley & Claude Le Pape
Cast: Kévin Azaïs, Adèle Haenel, Luc Martinage,
Antoine Laurent, Brigitte Roüan
Voto: 7.8/ 10
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Belloccio e sensibile, Arnaud si ritrova a portare avanti la ditta del padre (con tanto di maglie stampate su più colori) di costruzioni di gazebo, lavoro del legno, verniciatura, rifornimento pseudo-edile. L'occhio esperto, insieme a quello del fratello, gli fa rifiutare una bara scadente per il genitore alle pompe funebri: se la costruiranno da soli in garage, sotto il sorriso ritrovato della madre. Siamo in estate, Arnaud è un adolescente che parla poco in casa ma è arguto tra gli amici, va a pescare i pochi pesci-gatti rimasti (ironia sui laghi francesi), accompagna il collega-parente a selezionare tendoni, tegole, reti metalliche e propone alle famiglie benestanti soluzioni per migliorare la piscina. S'imbatterà nella difficile figlia di una coppia, tale Madeleine, fissata quasi angosciata dall'addestramento militare e speranzosa di entrare nell'esercito, come paracadutista. Caso vuole che l'army sia in zona, con un furgoncino che recluta giovani per un campo estivo di un paio di settimane. Lei freme: frulla e inghiotte sardine con squame pinne e occhi per prepararsi alle prove di sopravvivenza, lui la guarda di nascosto – nemmeno troppo – mettendo a repentaglio il lavoro e sale sul treno per starle accanto. Sarà delusione (per lei): patatine fritte, Snickers, qualche giro di corsa. La vera avventura, capirà(nno) si trova altrove, dove si caccia per mangiare, ci si lava nei torrenti, si dorme sui sassi e si piantano aghi di pino nella sabbia per passare il tempo. Arnaud è capace di non fare niente, non pensare a niente; Madeleine rifugge il rimanere da sola con se stessa. Così diversi eppure così vicini al toccarsi. Ma non si toccano (quasi) mai. Dinamiche adolescenziali sulla conoscenza e l'innamoramento privi di dialogo e voce: i due si piacciono, ma non se lo dicono; si desiderano, ma non si avvicinano. Come spesso succede a quell'età. Entrambi calati nel ruolo, Kévin Azaïs occupa lo schermo con le guance infossate, gli occhi celestissimi, le spalle larghe, al punto che c'è posto per poco altro; Adèle Haenel quel posto se lo prende: apre le birre coi denti, tocca tutto quello che incontra per strada, se ne va senza dir niente. Lei è l'animo maschile e lui quello femminile, che salva furetti. Bella inversione di ruoli privata dei soliti cliché, il problema è che lavora per episodi: dopo l'introduzione alla famiglia, il segmento dell'incontro, quello del ritrovo e poi il lavoro di costruzione, l'addestramento militare occupa più di metà film per poi sfociare in una catastrofe inaspettata che, musica colpevole, è gestita in maniera diversa da tutto il resto. Si tornerà al registro di partenza alla fine, quando si coglie che l'immagine di locandina è presa dall'ultima scena. Conclusione non aperta come in Like Crazy (che non gli assomiglia per niente): basta una frase a farci capire se andrà avanti o no – quello che non sappiamo è se continuerà ad essere così privo di romanticismo. Ecco: forse perché il film dichiaratamente sentimentale è così privo di sentimentalismo, ha vinto, in ordine cronologico: premio FIPRESCI a Cannes 2014 dov'è passato alla Quinzaine (ma era candidato anche alla Queer Palm) insieme a quelli attribuiti dalle giurie esercenti di qualità (C.I.C.A.E., Europa Cinémas, SACD), premio Louis Delluc per il miglior esordio e tre César su nove nominations, quello per l'attrice protagonista (secondo di fila), per l'attore emergente e l'opera prima – di Thomas Cailley, diploma in Sceneggiatura alla Fémis, e infatti: dialoghi brillanti.

martedì 14 aprile 2015

Tommaso e Pietro.



Se Dio Vuole
id., 2015, Italia, 87 minuti
Regia: Edoardo Falcone
Sceneggiatura originale: Edoardo Falcone & Marco Martani
Cast: Marco Giallini, Alessandro Gassmann, Laura Morante,
Ilaria Spada, Edoardo Pesce, Enrico Oetiker, Carlo De Ruggeri
Voto: 7.4/ 10
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Scena uno: presentazione del protagonista, che si chiama (guarda il caso) Tommaso – che se non vede non crede e ciò che vede è il corpo umano, gli organi interni, le radiografie, le tac: e interviene su quelli – non ci vuole «un miracolo», ci vuole bravura, che lui a differenza dell'amorevolezza verso il prossimo ha. Scena due: presentazione della famiglia del protagonista – agiata, ricca casa con balcone che affaccia sul miglior panorama romano, dove si cena serviti dalla cameriera che si chiama (guarda il caso) Xenia, due figli: un maschio che a singhiozzi pure studia Medicina, una femmina la cui vita è «meno impegnata di quella di un'ameba», sposata a un agente immobiliare un po' dirimpettaio, in entrambi i sensi del termine, e una moglie, Laura Morante, nel ruolo che Laura Morante occupa in tutti i film (drammatici, comici, opere liriche, da regista, da sola interprete): moglie prossima alla crisi esistenziale o al baratro depressivo che, dopo un principio di stabilità, comprenderà il vuoto della sua vita e con isterismo nel gesticolare affronterà la situazione. A farle aprire gli occhi sui quindici anni in cui è diventata «ciò contro cui protestava quand'era giovane» è l'annuncio che un giorno, il figlio, fa alla casa: il cammino, in seminario, per il sacerdozio. E i genitori pensavano che stesse per dichiararsi gay. Immagini di eresie, codici miniati, persecuzioni di streghe e infine don Matteo nella testa di Tommaso e poi la silenziosa accettazione del percorso e il nascosto sotterfugio per scoprire quale sia la causa di questa follia, quale lavaggio del cervello abbia subìto – soprattutto da parte di chi: al figlio del più ateo, pragmatico, concreto, materialista degli uomini, che detiene la certezza. A inseguimento risposta: Alessandro Gassmann, nella sua rinascita cinematografica già avviata col Nome Del Figlio, sacerdote à la Fiorello che si chiama (guarda il caso) Pietro: parla alle masse, di giovani, che si radunano alla sera per ascoltare parafrasi delle Sacre Scritture, dei Vangeli («perché i Vangeli?, il Vangelo, uno è»). Bisognerà aspettare la partenza di quindici giorni del figlio per indagare il passato (da carcerato) del prete, il suo segreto, il suo traffico di denaro e quindi incastrarlo, farlo cadere agli occhi del proto-seminarista come pera matura cade dal ramo. Ma: lo charme di don Pietro non è facilmente sterminabile e i problemi in casa triplicano, tra una che scopre la Passione e l'altra che vive la Resistenza. Lo sceneggiatore di Nessuno Mi Può Giudicare, Viva L'Italia e Confusi E Felici Edoardo Falcone si supera e firma un copione che pare una boccata d'aria nuova nella commedia italiana: per temi, che non attingono alle storielle d'amore, agli scontri generazionali, alle crisi dei trent'anni né a quelle dei cinquanta – e per modalità di racconto, soprattutto nel primo terzo: figlia della comedy americana, la sceneggiatura viaggia di pari passo con la regia, sotto le stesse mani, sbalordendo per trovate e che poi purtroppo, a storia avviata, deve piegarsi ai dettami del sentimentalismo e che si salva in un epilogo «drammatico e un po' ricattatorio, solo apparentemente aperto, in realtà autoillusionistico ma decisamente efficace» (Franco Montini su Vivilcinema), che era difficilissimo sviare dall'aspettativa del pubblico. Se è già audace affrontare il tema della religiosità, nella sede del Vaticano, con un protagonista agnostico che punge senza far sanguinare, riuscendo in generale a non insultare mai le parti, non essere offensivo – è ancora più audace, data la tradizione che ci portiamo appresso e al terrore delle multisala di aprire la biglietteria, raccontare per vie traverse l'autorealizzazione: che per certuni è salvare le vite spiritualmente, per altri chirurgicamente, per molti politicamente – e poi ci sono le amebe. Marco Giallini è mirabile, e se già funziona da solo in un personaggio che gli pare cucito addosso funziona ancora meglio con Gassmann di fianco – con affianco poi il caratterista Carlo De Ruggeri e soprattutto l'autoironica rivelazione di Ilaria Spada.

lunedì 13 aprile 2015

Bacco e Arianna.



National Gallery
id., 2014, Francia/ USA/ UK, 180 minuti
Regia: Frederick Wiseman
Sceneggiatura originale: Frederick Wiseman
Voto: 9.3/ 10
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Un documentario su un museo che in molti hanno già visitato e visitano ogni giorno – e si pensa a un tour guidato all'interno delle sale, la fila fuori, le fattezze dell'edificio, una voce fuori campo che ne spieghi l'origine, la collezione, i lavori. Invece: Frederick Wiseman, la vera e unica guida del nostro cinema, documentarista anche televisivo e ottantenne, che ci ha condotto al Théâtre de l'Opéra di Parigi seguendo quel corpo di ballo, quell'altro del Crazy Horse leggermente più in déshabillé, l'università di Berkeley, una palestra di boxe – Wiseman ci (di)mostra che un museo di questo genere, uno dei più grandi al mondo, è un corpo vivo, una macchina le cui parti collaborano lavorando contemporaneamente, un organismo pulsante da ogni componente, di cui lo spettatore in fila, prima, e nelle sale, poi, vede soltanto l'aspetto superficiale. E dallo spettatore partiamo, nominato nelle riunioni amministrative: «forse dovremmo pensare più al nostro pubblico» si suggeriscono, i dirigenti, citando le mostre in corso e quelle passate, le campagne pubblicitarie, l'immagine della Galleria; li vedremo poi discutere del partecipare o meno a un evento sportivo benefico visto da diciotto milioni di spettatori, dei tagli al budget che necessiteranno una diminuzione del personale – ai vertici, come si può immaginare, si parla d'altro, mentre ai piani bassi, chi viene dal di fuori, le guide, rivelano un trasporto commovente: di tanto in tanto compare una signora o un ragazzo o una giovane donna che gesticola a folte schiere di anziani, di bambini disattenti, che parla come se fosse la prima volta, riempito del desiderio di parlare, con alle spalle una tela che di volta in volta cambia: e ognuno apporta la sua nozione, cerca di spiegare: ecco perché parliamo di questo quadro, nel XXI secolo, ecco perché ho studiato Arte, ecco perché vengo qui ogni giorno e non mi annoio mai. E se la partecipazione attiva delle guide è tutta teorica nozione pronta a esplodere (in monologhi da manuale, migliori anche dei manuali scolastici: uno su tutti il motivo dato allo scheletro in anamorfosi degli Ambasciatori di Holbein), nei laboratori dove il silenzio vige assoluto scopriamo le figure più ovvie (i restauratori delle tavole) e quelle meno scontate (i restauratori delle cornici), scoprendo le diverse sfaccettature dei diversi mestieri, scoprendone gli esperti e i tirocinanti, come il gruppo che assiste agli infrarossi di un Rembrandt dal passato capovolto, oppure la totale assenza di disegno dietro i pigmenti di Caravaggio. Ma ancora: i laboratori di disegno dal vero, «senso di liberazione» dicono i presenti, «un luogo sicuro» dove la nudità (prima femminile, poi maschile) viene vista solo attraverso «il senso del bello»; le iniziative affinché anche i ciechi possano tastare le opere, sentendone la descrizione, guidati attraverso le mani, cogliendo gli alberi e i lampioni di un Pissarro notturno. Ma ancora: oltre alle sale, le opere esposte, le iniziative e gli uffici dei dirigenti, un museo è anche manutenzione: chi pulisce il pavimento, chi cambia le piante nei vasi. Brillante l'idea di documentare, oltre alla collezione permanente, il passaggio da una mostra temporanea all'altra: si comincia con l'ingombrante Leonardo, alla “scoperta” del suo Salvator Mundi, dove alla mostra si associa la sua comunicazione, le interviste, le file al freddo, gli introiti e poi lo stupore nel ricollocare la Vergine Delle Rocce in un luogo che non le appartiene più – e poi si smontano quei pannelli, si tolgono quelle pareti, si ridipingono i muri e si costruisce un nuovo percorso per Turner Inspired, nell'anno in cui Leonardo si affaccia a Milano e Turner è appena uscito dalle sale. Interessato a tutto, perfino ai soffitti, Wiseman è quindi completamente assente: non si sente, non si percepisce, non ostruisce le conversazioni tra gli ospiti, le letture degli esperti, non giudica né stravolge i punti di vista, non provoca, quasi non respira: e così noi siamo lui, presenti in questo lungo lasso di tempo (le tre ore della pellicola, ma i mesi e mesi di preparazione ad essa) uscendone illuminati e desiderosi di tornare, se ci siamo già stati, perché come coi quadri, dopo che li si è studiati, si cambia la percezione ottica di ciò che si vede.