mercoledì 1 luglio 2015

hard knock life.



Annie
– La Felicità È Contagiosa
Annie, 2014, USA, 118 minuti
Regia: Will Gluck
Sceneggiatura non originale: Will Gluck & Aline Brosh McKenna
Basata sul libretto teatrale di Thomas Meehan
Ispirato alle strisce a fumetti di Harold Gray
Cast: Quvenzhané Wallis, Jamie Foxx, Rose Byrne, Bobby Cannavale,
Cameron Diaz, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Amanda Troya,
Zoe Margaret Colletti, Nicolette Pierini, Stephanie Kurtzuba,
Patricia Clarkson, Sia, Mila Kunis, Ashton Kutcher, Rihanna
Voto: 3.8/ 10
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Il primo quarto d'ora di film è la prova d'artista di tutti gli sceneggiatori: dialoghi didascalici che servono a riassumere quello che della storia non sappiamo, anche se siamo alla settima riduzione dell'originale Little Orphan Annie, striscia a fumetti che debuttò nel 1924 sulle pagine del New York Daily News, creata da Harold Gray, e diventata talmente celebre da finire tra le venti strip commemorative in un'edizione speciale di francobolli statunitensi. La pubblicazione italiana non ha mai riscosso grande successo, mentre già negli anni '30 in America se ne trasse un primo adattamento cinematografico: la storia originale è quella di Annie, bambina di dieci anni circa dai ricci capelli rossi e senza pupille che vive in un'America conservatrice fatta di ricchi capitalisti tutti buoni e malvagi di estrazione sociale inferiore. Alla fine degli anni '70 debutta a Broadway il musical Annie che resterà in cartellone per quasi 2.400 recite. Da questo plot prende il via il più celebre film dell'82 di John Huston: l'orfanella Annie vive con una manica di altre bambine in una grande casa che deve tenere a lucido sotto il controllo spastico della signorina Hannigan, zitella con la mania dell'arricchimento e non certo la vocazione per i minori. Il miliardario Warbucks (soldi di guerra, che viene adattato a produttore di armi) decide di ospitare nella propria villa, per una settimana, filantropicamente, una delle pischelle senza genitori dell'istituto – la scelta ovviamente ricade sulla Annie del titolo, altrimenti il film si chiamerebbe in un altro modo, la quale custodisce il mezzo ciondolo di una collana che spera di completare ritrovando i veri padre e madre. Ovviamente, giunta a palazzo, tra la comica ineducazione e la spontaneità infantile, conquista prima la servitù e poi l'algido padrone di casa. Nel gennaio 2011 la Sony annuncia l'avvio del progetto finanziato da Jay-Z e Will Smith, con protagonista la figlia di quest'ultimo, Willow. In fase di produzione era stato stabilito infatti che la nuova Annie dovesse essere afro-americana, ma due anni dopo, a inizio riprese, viene preferita Quvenzhané Wallis, la più giovane candidata all'Oscar come Miglior Attrice della storia, a 9 anni, nel 2013, per Re Della Terra Selvaggia. Cameron Diaz prende la parte che era stata data a Sandra Bullock, si aggiungono Jamie Foxx e Bobby Cannavale (il primo è candidato sindaco di New York, il secondo è il suo fedele agente senza scrupoli) più tutta una serie di cammei che culminano con la scena di un film fantasy, al cinema, intepretato da Mila Kunis, Ashton Kutcher e Rihanna. Fa capolino anche l'onnipresente Sia, autrice della straziante canzone originale Opportunity, candidata al Golden Globe: Annie versione 2014 ottenne due candidature al Globe: oltre a quella per il brano, l'attrice protagonista in un film comedy o musicale: inutile e immeritato tentativo di recuperare la mancata candidatura alla Wallis dopo la risonanza di tre anni fa («una ragazzina più leziosa di Shirley Temple», Marzia Gandolfi). Jay-Z interviene anche in tutta la colonna sonora, che mischia deboli pezzi originali a cover che furono del palco di Broadway: tripudio di auto-tune che strizza l'occhio alla Billboard e al pubblico a cui piace che quando si comincia a cantare gli attori chiedano: ma che fai?, canti? Il musical di Huston, e quello poi per la televisione di Bob Marhall, perdono il loro impianto clochard – Annie è un'orfanella povera che vive in un quartieraccio e a malapena si lava: l'approdo in casa di Foxx rivela più schermi e monitor che pareti, sintomo dell'angoscia con cui si vive la candidatura politica – durante la quale tutto è documentato, tutto filmato fotografato e virale. La satira sociale non basta: Warbucks salva Annie per strada, gli elettori se ne accorgono e lui se la porta in casa per far parlare bene di sé: ma la condizione afro-americana che si dovrebbe aggiungere a quella di povertà e solitudine, si perde per le vie di Manhattan insieme alla carriera di Cameron Diaz: la peggiore scelta che si potesse fare per una zitella che dimostra più dei cinquant'anni che ha. Candidata al Razzie come peggior attrice non protagonista e vincitrice dell'Alliance of Women Film Journalist come “attrice che necessita un nuovo agente”, non ha portato al film il secondo grape, oltre a quello di peggior remake 2014. Il pasticcio di intenti – fare un film afro-americano su un musical di Broadway senza attingere al musical di Broadway né alla striscia a fumetti di partenza – a cui aveva inizialmente partecipato Emma Thompson, esce in sala, non a caso, con un anno di ritardo dall'America.

martedì 30 giugno 2015

Nastri d'Argento - vincitori.



«Tre per tre» scrive il Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici, sul sito ufficiale nei Nastri d'Argento 2015: tre premi a Garrone, tre a Munzi e tre a Sorrentino – calcolando doppio quello al montaggio di Cristiano Travaglioli che ha lavorato sia a Youth che ad Anime Nere. Gli altri due di Paolo: la migliore regia e la fotografia di Luca Bigazzi; di Francesco: la produzione e la sceneggiatura. Il Racconto Dei Racconti invece riceve, prevedibilmente, i premi alle maestranze per la migliore scenografia, i costumi di Massimo Cantini Parrini con la Sartoria Tirelli e il sonoro in presa diretta. Ennesimo Nastro al Premio Oscar Nicola Piovani per l'unico riconoscimento ad Hungry Hearts (le musiche, ovviamente) e primo a Francesco De Gregori, autore di testo e arrangiamento per la canzone originale Sei Mai Stata Sulla Luna?, film omonimo. Gli attori: Margherita Buy migliore interprete per Mia Madre mentre alla sua partner Giulia Lazzarini fuori gara va il Nastro Speciale (condiviso con Adriana Asti in Pasolini di Ferrara e quello alla carriera di Ninetto Davoli); non protagonista: Michaela Ramazzotti per Il Nome Del Figlio, doppietta con Alessandro Gassman (anche ne I Nostri Ragazzi) e miglior attore non protagonista Claudio Amendola per la commedia dell'anno Noi E La Giulia, subito davanti all'esordio Se Dio Vuole di Edoardo Falcone che incassa, dopo il David, pure questo premio. Sempre tra gli attori, il Premio Nino Manfredi va per la prima volta a una donna: Paola Cortellesi, premiata «per la sua ironia» al di fuori della candidatura di Scusate Se Esisto! Il film dell'anno, già annunciato, era Il Giovane Favoloso, quindi fuori dalla competizione: ritirano il premio regista, produttori, sceneggiatori e interprete, Elio Germano. Infine il soggetto crossmediale di Salvatores, Il Ragazzo Invisibile, viene finalmente premiato nel suo dipanare la storia a segmenti tra pellicola, fumetto e film, come fu per Matrix. Tutti i candidati, oltre ai vincitori, di seguito e dopo l'interruzione.

nastro dell'anno
Il Giovane Favoloso di Mario Martone

regista del miglior film
Saverio Costanzo per Hungry Hearts
Matteo Garrone per Il Racconto Dei Racconti
Nanni Moretti per Mia Madre
Francesco Munzi per Anime Nere
Paolo Sorrentino per Youth - La Giovinezza

giovedì 25 giugno 2015

i mandarini.




Violette

id., 2013, Francia/ Belgio, 132 minuti
Regia: Martin Provost
Sceneggiatura originale: Martin Provost,
Marc Abdelnour, René de Ceccatty
Cast: Emmanuelle Devos, Sandrine Kiberlain,
Olivier Gourmet, Catherine Hiegel, Jacques Bonaffée,
Olivier Py, Fabrizio Rongione
Voto: 7.7/ 10
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Nata ad Arras, figlia illegittima di una cameriera e mai riconosciuta dal padre, Violette Leduc crebbe con la convinzione di non essere stata voluta da nessuno in famiglia, di essere completamente sola; non bastarono le due relazioni lesbiche, con una compagna di classe e un'insegnante, a farle passare il tarlo. La Guerra non le permise di finire le scuole. Nel 1938 conobbe Maurice Sachs ed è da qui che il film parte, col capitolo uno: Maurice, appunto. Lui omosessuale, lei innamorata di quell'amore ingenuo e infantile che è l'amore dell'essere amati, portano avanti una finta relazione sociale fino a quando lui parte per la Germania nazista. Scioltamente inserita nel mercato nero, Violette riuscirà non solo a campare da sola ma anche a vivere dignitosamente, con tanto di cappotti e cappelli che non passerebbero inosservati; come non passava inosservato il suo comportamento senza filtri, senza restrizioni, la sua risposta pronta e sempre sincera, spesso fuori luogo, i suoi atteggiamenti teatrali, privati della compostezza etica. Violette era una donna cresciuta quasi senza figure educative ma con un profondo rancore che la legava, attaccava a qualsiasi persona si fermasse a salutarla. Succederà più di tutti con Simone de Beauvoir, intellettuale già affermatissima, con all'attivo un libro scabroso su un triangolo (due donne e un uomo). Rapita dall'idea che la sua mente ha costruito di questa figura, Violette sarà spinta a lasciarle fiori fuori dalla porta e poi a scrivere, di tutto, di sé; fu la prima grande inventrice dell'auto-fiction, e la pellicola di Martin Provost, già regista dell'apprezzato biopic su Séraphine de Senlis, fa quest'operazione strana per un film su uno scrittore: quasi mai la ritrae all'opera, con carta e penna in mano; spesso, invece, è alla mercé della sua vita, perché quella poi ha nutrito i suoi romanzi. Assistiamo alla pubblicazione «in tiratura limitata» de L'asfissia, gli elogi da parte di Sartre, Cocteau, Genet (mai inquadrati), il concepimento del secondo L'affamata e poi la gloria raggiunta con La Bastarda, candidato al Premio Goncourt che venne vinto, invece, da I Mandarini della Beauvoir. È, il suo, il secondo grande ritratto del film: algida, seria, sempre a schiena dritta, è l'opposto di Violette e, forse per questo, grandissima fonte di attrazione, amica, confidente – la loro profonda amicizia sfidò le convenzioni della prima metà del Novecento così come lo fecero i loro non-romanzi. Ha il volto di Sandrine Kiberlain, la madre non-incinta del Piccolo Nicolas, la moglie fredda e arricchita de Le Donne Del 6° Piano; è qui bruna e perfetta, a suo agio di fianco alla colonna di tutte le scene, Emmanuelle Devos, l'indimenticabile Carla di Sulle Mie Labbra da poco tornata sui nostri schermi con Il Figlio Dell'altra. Imbiondita, affronta una biografia calandosi nel personaggio con spigliata naturalezza: ci regala il periodo di depressione, quello di serenità, gli improvvisi sbalzi d'umore, le gioie, i dolori, la necessità di scrivere ancora e gli infantilismi gridati sulla riva della Senna. Sono due attrici in stato di grazia che completano un bel film, riuscito, che quando pecca in lunghezza viene aiutato dagli allestimenti impeccabili: scene, costumi e fotografia rendono l'ambiente culturale francese in tutta la sua vivacità ed estraneità dal mondo in cui, in realtà, era pienamente inserito. Dai manoscritti originali ai barattoli della colla, ogni accessorio è ricostruito con cura maniacale, le scene all'aperto sono attente, gli interni pieni di piccolezze. Una splendida biografia, che in fondo rivela il desiderio di riportare in auge una difficile e triste storia per dare gloria a una donna che, in vita, ne ha avuta troppo poca.

mercoledì 24 giugno 2015

un nuovo Apple Store.



Ruth & Alex:
L'amore Cerca Casa

5 Flights Up, 2014, USA, 92 minuti
Regia: Richard Loncraine
Sceneggiatura non originale: Charlie Peters
Basata sul romanzo Ruth & Alex di Jill Ciment (Newton Compton)
Cast: Diane Keaton, Morgan Freeman, Cynthia Nixon,
Alysia Reiner, Carrie Preston, Miriam Shor, Josh Pais,
Claire van der Boom, Maddie Corman, Sterling Jerins,
Joanna Adler, Hannah Dunne, Liza J. Bennett
Voto: 5.9/ 10
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Sposati da quarant'anni, da quarant'anni Ruth e Alex convivono in una luminosissima casa («servono gli occhiali da sole per fare colazione») in cui Alex si è ritagliano una stanza per fare il suo studio, atelier di tele e pittura, dalla vista mozzafiato fuori dalla finestra, una vista su una città che in quarant'anni è cambiata – sono stati inaugurati nuovi Apple Store e le giovinastre, uscendo dalle porte dei negozi, hanno perso l'abitudine di dare la precedenza ai più anziani entranti, nella prima e più profonda scena-dettaglio del film, rovinata dalla voce fuori campo. Voce di Alex: che si domanda il perché, dopo tutti questi anni, di dover vendere la dimora, sempre più vicini all'età anziana: il quinto piano senza ascensore del titolo originale è la causa principale, ma ormai i coniugi ci hanno così fatto l'abitudine che, a differenza del cane o della nipote, salgono senza un lamento – «sono una quarantenne circa e non ho già più il fiato». Aiutati da un'agente immobiliare, uno controvoglia e l'altra stoicamente, procedono all'open-house, all'accoglienza di eventuali acquirenti, futuri inquilini di quella casa in cui ogni parete sembra parlare. Si mettono in mezzo però: un malore al cane domestico, su cui bisogna intervenire con una TAC costosa, e un'intervento ancora più caro; poi una specie di kamikaze arabo, un probabile trasportatore di bombe che ha seminato il panico in città e su un ponte, che forse deruba negozi e tassisti, di cui tutti sono alla ricerca. L'evasore allenta l'interesse verso l'immobile, ma non poi neanche tanto; il cane distrae i proprietari terrieri, che sulla panchina di fronte al fiumiciattolo, come tutti gli americani, si interrogano sui massimi sistemi. Ne segue una vicenda immobiliare in cui con lieve piglio satirico vengono mostrati personaggi e figure tipici del caso, quelli sempre insoddisfatti dei muri che vanno a vedere, i menefreghisti, le mamme con figlie che testano il materasso visto che è «il posto dove passerò la maggior parte del tempo, in questa casa». Lo sguardo di Morgan Freeman si sposta su un ritratto fatto alla consorte in gioventù: flashback sul loro essersi conosciuti, lui pittore e lei modella presa dall'agenzia non perché bella ma perché vera (…); lo sguardo di Diane Keaton si sposta sulla porta di fronte: flashback sul vicino che, vedendosi nel palazzo un nero, chiude la porta senza salutare, e così la madre, «soddisfatta» del matrimonio della figlia, ma non «felice». La trama esile della pellicola vorrebbe contenere forse troppi temi, primo fra tutti quello della tolleranza razzista a cui ogni film made in U.S.A. con un interprete di colore deve accennare per forza: asciugato di qualsiasi romanticheria, al punto che i due a malapena si sfiorano – ma si colgono come ogni coppia anziana sa fare – il film si incastra in questo tour-de-force al rialzo sul valore dello stabile che quasi si fa thriller verso la prevista decisione finale: resteranno in quella casa o no? Si fa guardare – magari anche in televisione, magari al pomeriggio – soprattutto per i due interpreti: premi Oscar e mostri sacri della spontaneità. Li dirige uno che di mostri sacri ne ha visti, Richard Loncraine – regista del Riccardo III con Ian McKellen e Annette Bening e del televisivo La Mia Casa In Umbria con Maggie Smith. Niente di nuovo sul fronte, appunto, occidentale: ma un esercizio d'indovina-dove-l'hai-visto: dietro la ben celebre Cynthia Nixon di Sex & The City fanno capolino l'Arlene di True Blood e Elsbeth Tascioni di The Good Wife Carrie Preston fino all'Alysia Reiner di Orange Is The New Black.

martedì 16 giugno 2015

#CANNES68: l'albergo.



The Lobster
id., 2015, Irlanda/ UK/ Grecia/ Francia/ Paesi Bassi, 118 minuti
Regia: Yorgos Lanthimos
Sceneggiatura originale: Yorgos Lanthimos & Efthymis Filippou
Cast: Colin Farrell, Rachel Weisz, Ben Whishaw, John C. Reilly,
Léa Seydoux, Olivia Colman, Roger Ashton-Griffiths,
Ashley Jensen, Michael Smiley, Jessica Barden, Ariane Labed
Voto: 7.7/ 10
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Premio della Giuria
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A Colin Farrell viene assegnata la camera 101, la camera e il nome, che ne indicherà lo stato di vedovo, anzi di single, perché non è importante se si è stati traditi o lasciati: quello che conta è trovarsi da soli, e stare da soli è proibito. Per cui l'apposito albergo, attraverso attività di gruppo (e mai singole!, mai masturbarsi!, neanche con l'erezione procurata dalla cameriera!), provvederà all'individuazione della dolce metà con cui trascorrere qualche settimana in stanza matrimoniale, poi sullo yacht, prima di affrontare nuovamente la civiltà – e nel caso di problemi un paio di figli stabilizzeranno la cosa. Chi non dovesse trovare qualcuno nel tempo prestabilito: verrà tramutato in animale, lasciato da solo nel bosco – un bosco popolato di cammelli pavoni conigli e maiali. Elementi di convincimento degli amorini: un tratto in comune, che può essere la miopia o la facilità a sanguinare dal naso. Colin camera 101, architetto dalla tonda pancia, divide le battute di caccia-al-single con lo zoppo Ben Wishaw e il mezzo-dislessico John C. Reilly; il primo, del tutto intenzionato ad andarsene in breve tempo, non trovando un'altra zoppa si finge debole di capillari. L'altro, a cui non serve il tostapane come punizione per la mano amica, pratica indisturbato l'autoerotismo. Colin scappa, perché gli manca meno di un mese alla trasformazione in aragosta; bizzarro: scappa da un posto dove era costretto alla coppia per vivere tranquillo in mezzo agli spaiati e proprio là trova qualcuno con cui vorrebbe stare in due, ma ne è impossibilitato. Il greco Yorgos Lanthimos si accaparra cast internazionale (da Léa Seydoux a Rachel Weisz) per una fanta-storia sull'emancipazione sentimentale, e i suoi estremi, che non si discosta poi troppo dall'assurdo impianto di Dogtooth (premio dell'Un Certain Regard e nomination all'Oscar); lì però la costrizione casalinga risultava assurda perché assurdi erano i tre fratelli e i loro comportamenti mai educati alla società; qui l'assurdità è stemperata da un forte realismo – in cui s'inserisce una musica finora assente – che trova i suoi picchi nelle molteplici battutine dei dialoghi, involontariamente (per i personaggi ma non per l'autore) sempre comici, che all'occhio pigro mascherano la fortissima satira sociale sulla manciata di elementi che portano la popolazione al matrimonio, alla procreazione, alla condivisione dei beni. Senza prendere posizione, Lanthimos dipinge gli accoppiati-per-forza e i single-per-convinzione come tribù intransigenti e vendicative, le cui leader sono esasperate dalla loro ferrea convinzione. Ciò che si evita, però, alla fine ci è inevitabilmente servita: la storia d'amore – ma anche questa è pretesto per dimostrare come l'incompatibilità venga risolta da qualche espediente: la ricerca spasmodica del partner porta all'accontentarsi e allo scendere a qualche compromesso – e un elemento fisico di diversità comporta lo squilibrio e, quindi, l'autolesione per porvi rimedio. Avendoci abituati a molto, Lanthimos delude; perché lo shock iniziale fanta-futuristico dell'albergo, della routine quasi militare, del neo-controllo delle nascite, lentamente perde la forza iniziale e si accartoccia, piegandosi sulla fuga sentimentale, sulla fuitina, mai romantica per carità – ma meno distopica.

non meno della gioia.



La Vita Oscena
id., Italia, 2014, 85 minuti
Regia: Renato De Maria
Sceneggiatura non originale: Renato De Maria
Basata sul romanzo La Vita Oscena di Aldo Nove (Einaudi)
Cast: Clément Métayer, Isabella Ferrari, Roberto De Francesco,
Andrea Renzi, Iaia Forte, Anita Kravos, Duccio Camerini,
Miriam Giovanelli, Eva Riccobono, Hamarz Vasfi
Voto: 5.2/ 10
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La storia vera di Aldo Nove, prima che si chiamasse Aldo Nove, è passata dal comodino di Renato De Maria a quello di sua moglie Isabella Ferrari sotto forma di libro autobiografico edito per Einaudi Stile Libero – lei fa a lui: se ci fai un film, io voglio fare la madre; spiega: perché mi piace questa figura hippy fuori tempo, che vive solo attraverso i ricordi. Vive attraverso i ricordi perché Aldo Nove, che prima di chiamarsi Aldo Nove si chiamava Antonio e nel film Andrea, nel momento in cui credeva di stare per perdere il genitore femmina – una depressione lunga mesi e poi la diagnosi di una «brutta malattia» – improvvisamente vede morire il padre di ictus; pochi mesi dopo, sotto chemioterapia, incerta sulla parrucca con cui convivere, morirà anche la madre. Ritrovatosi solo e in una casa grande e vuota, Andrea si perde: e si perde il film, che in realtà non ha idea di dove si trovi nemmeno all'inizio: rivediamo spesso la stessa scena che ci verrà spiegata come se tornassimo indietro nel tempo: la realtà è che non esiste tempo, uno schema narrativo, né uno registico: la grana della pellicola cambia fingendo di passare da filmini privati a scene di finzione, fino a una foto di famiglia in posa in cui le luci (immense dell'immenso Daniele Ciprì) cambiano in pochissimi secondi. Niente è stabile, né Andrea né la sua vita, che è oscena solo per narrazione, in realtà pudica su schermo. Alla fermata dell'autobus incontra Eva Riccobono che Dio solo sa com'è arrivata a fare cinema: la bacia chiedendole di Umberto Saba, poi la ritrova, infermiera sexy, in un non-sogno post-incendio auto-prodotto della propria casa («sono cresciuto con l'idea che l'esplosione della casa, che è fondamentale per me come per il romanzo, fosse un evento da nascondere, da lasciare nel non detto» dice Nove a Giuliano Sangiorgio). Lo sbando è moderato dal professore, che legge ad alta voce le poesie del suo alunno preferito, che gli trova un posto a Milano per studiare: a Milano, invece, Andrea cercherà la morte sniffando sedici grammi di coca, bevendo rum a colazione, passando dalle prostitute perfette fisicamente a quelle sovrappeso e sovra-età (Iaia Forte in un'unica scena, con la parlata che aveva dato alla Carmèn diretta da Mario Martone) a cui non dice niente, declamando fuori campo versi e righe in prosa. La voce del fuori-campo è di Fausto Paravidino: dizione imperfetta e qualche parola biascicata (per fortuna ripete dieci volte «albero» altrimenti sarebbe incomprensibile) perché la faccia di Andrea/ Antonio/ Aldo è di Clément Métayer, francese, virtuosista dello skateboard – e ne abbiamo la prova – già in Qualcosa Nell'aria dove pure era un proto-hippy allo sbando tra l'arte e l'acido. Alla fotografia di Ciprì si somma la musica dei DeProducers e il montaggio di Jacopo Quadri che lavorano in direzioni proprie prendendo a esempio quella fattura allucinata anni '70 da riproporre liberati dalla narrazione attraverso i dialoghi e dai confini del reale: qualcuno elogia il lavoro finito, qualcun altro nota che quasi niente esce dal già-visto, con la differenza che il viaggio nell'oscenità in questo caso è privo di empatia e immersione, ma anche descrizione, coinvolgimento: il cielo rosa e blu fuori dalla finestra e la poesia fuori campo durante una scena di sesso non aggiungono niente a una biografia che in tre righe, su carta, avremmo immaginato esattamente così. Aldo Nove si dice soddisfatto; De Maria – che ha già incontrato difficoltà con Amatemi e Paz! – dopo aver presentato il film a Venezia nella sezione Orizzonti ha vissuto l'odissea di farlo arrivare in sala quasi a un anno di distanza: in 24 sale. Tant'è che ha già finito il prossimo film.

sabato 13 giugno 2015

#CANNES68: il frullatore.



Much Loved
id., 2015, Francia/ Marocco, 108 minuti
Regia: Nabil Ayouch
Sceneggiatura originale: Nabil Ayouch
Cast: Loubna Abidar, Danny Boushebel, Abdellah Didane,
Sara Elhamdi Elalaoui, Halima Karaouane, Asmaa Lazrak
Voto: 8/ 10
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Non ha freni inibitori né peli sulla lingua, Noha: in casa con le due coinquiline e l'autista/ protettore impegnati a preparare tocchtti di fumo, bottigliette di cocktail, lavande alla Coca-Cola per evitare le mestruazioni. Si raccontano dei clienti che ce l'hanno tanto grosso da farle sanguinare, di quelli che martellano troppo forte, «speriamo che me ne capiti uno col pisello piccolo e che abbia sonno» – poi, se non ha sonno, gli daranno del sonnifero. Strette nei vestiti che evidenziano cosa c'è dentro, Noha e Soukaina e Randa si lasciano accompagnare nella villa con piscina di questi sauditi raccoltisi a festeggiare la vita: piovono banconote, i diamanti vengono lanciati nell'acqua, la musica è altissima e le ragazze sembrano non finire mai: mettono i bicchieri tra i seni e lasciano che i maschi bevano senza mani, una alla volta fanno sfoggio della propria mercanzia per accaparrarsi l'uomo con cui passare la notte. Tutto costa: un prezzo per ballare, un prezzo per baciare. Assatanata, Noha guarda le banconote invece delle persone, le accumula, se le nasconde nella vagina, e se le altre non fanno lo stesso o addirittura rifiutano certe avances, le rimprovera: ché c'è un affitto da pagare, una vita da mantenersi. Soukaina, dolce e accondiscendente, ama in realtà un ragazzo che deve piegarsi all'obbligo di questo mestiere; Randa è latentemente lesbica – latentemente neanche tanto – e nessuna di loro ha una storia alle spalle, un motivo che le ha portate a condurre tale vita; nemmeno Hlima, campagnola che arriva per ultima con le sue facezie poco altolocate, incinta e probabilmente ex contadina. Le tre si imbattono solo in altre prostitute, chiedendosi come mai le prostitute vadano tutte a Marrakech: sono dovunque e non sempre ai margini delle strade; e quando le incontrano incontrano anche omosessuali, travestiti, tutti col sogno di andare a vivere altrove, fare altro – finanche un bambino di nemmeno dieci anni che vende lecca-lecca da un cestello e accendini e poi confessa di concedersi agli europei per cento dei loro soldi. Noha, alla ricerca di un uomo ricco, uno soltanto – della classe e dell'eleganza – travestita al punto da non sapere quale sia il personaggio che interpreta, se la devota a testa china col capo coperto o la formosa donna nella limousine in abito succinto, va a trovare la madre e il figlio che le ha affidato; questa la maltratta, si vergogna, racconta del chiacchiericcio dei vicini: ma non rifiuta il denaro che poi le viene offerto, simbolo di un Paese che critica il mestiere di cui poi mangia i frutti. Much Loved scrive il giornale online Africa «ha tolto il velo su un fenomeno nascosto eppure molto diffuso: la prostituzione in Marocco». Sono 50mila le donne che si prostituiscono; il fenomeno si divide: le ragazze tra i 18 e i 20 anni si rivolgono a un pubblico straniero, arabi o europei, per cifre che vanno da 70 a 300 euro; le donne più grandi, di mezza età o addirittura anziane, arrivano a prostituirsi per due euro, nell'antico quartiere ebraico. Intervistate dal Ministero della Salute, 19mila ragazze hanno dichiarato di essere per la maggiore analfabete, divorziate o vedove; vivono sole ma quasi certamente mantengono qualcuno, figli o parenti prossimi. I rapporti si consumano dove il cliente vuole: mai in camere d'albergo perché la legge locale vieta ai marocchini di soggiornare con persone che non siano i legittimi consorti. Passato dalla Director's Fortnight del 68esimo Festival di Cannes, per il suo contenuto, per i valori morali contro il Paese e le donne marocchine, il film è stato proibito in Marocco: la pagina Wikipedia francese del regista Nabil Ayouch (solito agli scandali) è stata riempita di insulti e l'attrice protagonista, Loubna Abidar, minacciata di morte. Lei fa da capofila a un manipolo di interpreti di una naturalezza feroce, spesso costretti alla nudità o a degli amplessi costretti: persino le autorità, consapevoli della cosa, ne approfittano, mentre incorrono in rischi ben peggiori. E alle ragazze non resta che concedersi una vacanza in cui domandarsi: chissà come sarebbe…