sabato 24 gennaio 2015

Benito Cereno.



Il Nome Del Figlio
id., 2015, Italia, 94 minuti
Regia: Francesca Archibugi
Sceneggiatura non originale: Francesco Piccolo & Francesca Archibugi
Basata sullo spettacolo Cena Tra Amici
di Matthieu Delaporte e Alexandre de La Patellière
Cast: Alessandro Gassmann, Valeria Golino,
Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo, Micaela Ramazzotti,
Carolina Cetroli, Raffaele Vannoli, Giulia Salerno
Voto: 7.3/ 10
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Si comincia a singhiozzi: i ricordi di una grande villa soleggiata dove si era soliti passare le giornate tutti insieme, i preparativi per una cena imminente, una modesta scrittrice ospite in un programma radiofonico, le riprese rubate da un elicottero telecomandato da due bambini costretti al letto mentre «i grandi urlano», e una di questi due bambini è l'incompresa Giulia Salerno forse un filo meno brava del film precedente. Lei si chiama Scintilla, suo fratello si chiama Pin: il loro genitore insegnante di Lettere all'università ha sempre apprezzato questi nomi evocativi di altro, di altre opere, eppure resta di sasso quando l'amico di tutta la vita gli confida come chiamerà il bambino che la moglie porta in grembo. Andando con ordine: la moglie è Michaela Ramazzotti, la scrittrice burina de Le Notti Di Effe che con trecentomila copie vendute e metà delle battute non scritte da lei si fa ospitare nelle dirette per promuovere l'opera magna; il marito è Alessandro Gassmann, figlio di ebrei e abitante di quella villa accogliente che abbiamo visto nell'incipit, adesso agente immobiliare di cui molti parlano grazie al vasto capitale di denaro che gli permette, ad esempio, di potersi permettere champagne da novecento euro per cene in famiglia. La cuoca di questa cena è Valeria Golino, anch'ella insegnante ma alle scuole medie, divisa tra il lavoro e la grande casa nella periferia romana zeppa di stranieri di ogni tipo, ginnasta domenica senza il tempo per andare in palestra e quindi limitata ai saltelli, ai gradini, ai pesi fatti di vassoi. Suo marito, il docente universitario, è Luigi Lo Cascio, che con la Golino ha condiviso anche il set de Il Capitale Umano senza incontrarla mai, costretto anche questa volta alla parte del saputello con gli occhiali beffeggiato, intellettuale sinistroide furibondo, che ha trovato una propria dimensione nella seconda vita virtuale, in Twitter, a cui pensa costantemente sempre fermandosi al centoquarantesimo carattere. Sono loro i genitori di Scintilla e Pin e sono loro i primi a rimanere di sale scoprendo che il futuro nipote avrà un appellativo che non porterà onore alla rinomata famiglia Pontecorvo... E sebbene nel trailer, nelle promozioni radiofoniche, sui giornali si faccia altamente attenzione a non svelare quale sia questo nome, la vicenda si consuma presto, perché il nome del figlio è un pretesto per passare ad altro, per rinfacciarsi il passato, vomitarsi addosso i rancori tenuti nascosti per anni, urlare le proprie opinioni completamente privati dei filtri. Mai la tavola li vede seduti tutti insieme, il cibo non diventa mai importante; in ultima analisi si passa a Rocco Papaleo, l'amico di tutta la vita che si riteneva omosessuale, con il segreto che fa traboccare il vaso. La cinquina di attori è in stato di grazia: Gassmann è sorprendente di fianco alla Ramazzotti di cui non avevamo dubbi e su tutti la Golino, immensa. Quello che però non va nella commedia – molto ironica a tratti anche molto arguta – sono forse le tattiche che usa per arrivare all'ora e mezzo e venire considerato lungometraggio da cinema. I flashback delle gioventù di questi amici, i bambini nell'altra stanza che non riescono a dormire: privato di questo annacquamento il film forse risulterebbe molto più potente, immersivo, e allora non raggiungerebbe forse quei settanta minuti di Carnage che pure gli assomiglia molto, moltissimo: ma il materiale di partenza è Le Prenom, pièce teatrale da cui poi è derivato Cena Tra Amici, film di Alexandre de La Patèlliere depurato del depurabile (dalla regista e dal comunista Premio Strega Francesco Piccolo che inserisce il suo libro su un divano in una scena) e puntellato di riferimenti italici quali Telefonami Tra Vent'anni di Lucio Dalla, canzone che accompagna il momento massimo di affiatamento fra gli attori, canzone amata dalla Archibugi che «ha scritto la scena esattamente in quel modo, non è stata improvvisata»; ed è allora doveroso l'inchino al senso che ci lascia in bocca: di una nostalgia non nostra, di un senso di non appartenenza. Ma poi, lo scivolone finale: l'utilizzo dei filmini privati di un'attrice che con l'ultimo colpo di scena mette su schermo un altro componente della famiglia cinematografica.

venerdì 23 gennaio 2015

Genesi.



Il Sale Della Terra
The Salt Of The Earth, 2014, Francia/ Brasile/ Italia, 110 minuti
Regia: Wim Wenders & Juliano Ribeiro Salgado
Sceneggiatura: Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado,
David Rosier e Camille Delafon
Cast: Sebastião Salgado, Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgadom,
Hugo Barbier, Jacques Barthélémy, Lélia Wanick Salgado
Voto: 7.7/ 10
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Candidato a un Premio Oscar:
film documentario
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Nato in quei campi brasiliani lungamente colpiti dalla siccità, nel 1944, e di formazione originariamente economista (che gli servirà poi a capire, nei vari Paesi che toccherà, cos'è che fa girare il mondo), Sebastião Salgado decise di diventare fotografo dopo una prima missione in Africa, che oltre alla fotografia lo spinse all'attivismo sociale, due ambiti che riesce per tutta la vita a far andare di pari passo. Il Sahel colpito dall'incoltivabilità delle terra, l'Europa intera degli immigrati e il Portogallo sotto rivoluzione, la guerra coloniale in Angola e Mozambico ma soprattutto l'America latina natìa delle campagne. Salgado dedica, concede, consacra mesi, se sono necessari addirittura anni ai suoi reportage, che lo spingono verso le parti più nascoste e dimenticate del mondo, che lo strappano dalla moglie Leila Wanick con cui crea nel '94 una struttura autonoma staccandosi dalla Magnum, con cui pianifica i progetti, stila le tappe dei viaggi, organizza ed allestisce le mostre prima dei cataloghi. Una donna compagna e collega e comprensiva verso questi interminabili viaggi durante la sua gravidanza e la crescita del loro figlio: quel Juliano Ribeiro Salgado che adesso è dietro la macchina da presa insieme per coronare una carriera ma soprattutto una persona e la sua instancabile sete di attività. All'incessante lavoro di documentazione sociale attraverso le immagini (sempre rigorosamente in bianco e nero), infatti, la coppia ha anche trovato il tempo di ri-fertilizzare le distese secche della tenuta brasiliana creando una foresta immensa diventata adesso luogo di visita per i turisti e metodo da replicare sulle terre confinanti. Wim Wenders aveva comprato una foto di Salgado senza conoscerne la provenienza e l'aveva appesa nel suo ufficio: punto di partenza per un'ammirazione e un approfondimento che arrivano a questo documentario con la visibile stima e il rispetto che il regista nutre per il suo personaggio. Lo mette davanti alla telecamera e lo lascia parlare, raramente interviene; fa parlare lui e le sue foto che sono per gran parte l'unica fonte visiva che può accompagnare quei racconti: la condizione dei lavoratori, la flora e la fauna incontaminati in alcune parti del mondo e infine la Polinesia a colori dove seguiamo l'artista mentre svolge il suo lavoro. È larghissimo il divario che separa questo dal documentario precedente Pina, altra celebrazione di un'altra arte e di un'altra artista del Novecento, Pina Bausch: in quel caso si taceva per far parlare l'operato, ricostruito e ricontestualizzato dagli allievi della maestra, come se fosse la scaletta di uno spettacolo. Qui si va in ordine cronologico e si lasciano grandi parentesi aperte su problemi mai approfonditi del mondo contemporaneo, popolazioni in condizione di vita estreme, episodi omessi dalle cronache – denunce sempre composte e mai urlate, fiere ed eleganti nelle proprie immagini. È curioso anche che in gara per lo stesso Oscar ci sia quest'anno un altro documentario su un'altra fotografa, diversissimo, opposto a questo: un po' perché Vivian Maier non è più viva, e si è costretti a ricostruire la sua vita per bocche altrui; un po' perché mentre Salgado dedica il proprio obiettivo al più disteso fuori, la Maier fotografa per sé, nasconde i negativi, si limita al territorio urbano, cittadino, del focolare, del paesaggio imminente, è ironica nel riportare fedelmente le storie della strada e dei suoi abitanti ma non ha mai altri fini, non ha proprio finalità, non ha lasciato niente, né mostre né cataloghi, non ci pensa: mentre Salgado lavora per progetti pianificati, fino all'ultimo, il più ambizioso, di riportare l'umanità alla sua Genesi.

i semi oleosi.



Hungry Hearts
id., 2014, Italia, 109 minuti
Regia: Saverio Costanzo
Sceneggiatura non originale: Saverio Costanzo
Basata sul romanzo Il Bambino Indaco di Marco Franzoso (Einaudi)
Cast: Alba Rohrwacher, Adam Driver, Roberta Maxwell
Voto: 7.4/ 10
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Con un incipit sul defecare umano che ricorda da lontan(issim)o quello de Le Meraviglie dell'altra Rohrwacher, entriamo nel bagno del ristorante cinese dove tutto ebbe inizio, dove Jude incontra Mina, immigrata negli Stati Uniti e operatrice all'ambasciata, italiana di nascita e rimasta senza nessuno, senza la madre morta quando lei aveva due anni e senza il padre, ormai molto anziano, a cui non ha «molto da dire». Restano chiusi in bagno per il pianosequenza fisso iniziale, in cui scopriamo anche che lui è ingegnere e conosce l'inizio de La Divina Commedia come probabilmente gran parte degli americani senza sapere cosa dicano. Che peccato non poterlo vedere nella lingua originale, che è l'inglese, in cui è stato proiettato a Venezia e in cui Adam Driver canta poi Tu Si' 'Na Cosa Grande il giorno delle nozze, che è imminente, assecondando la lezione hitchcockiana che il cinema è la vita con le parti noiose tagliate. Qui si taglia tutto senza pietà e senza rancori: il corteggiamento, le prime volte: vediamo il fatidico rapporto che porta Mina alla gravidanza e poi la vita insieme, durante quella gestazione, in cui lei perde l'appetito forse a causa delle nausee mattutine e lui, bruciato dall'amore, si preoccupa della sottonutrizione di lei e del bambino senza essere invadente. «I dottori non sentono quello che vedono, quello che sento io» dice più spesso lei, decisa a non ingurgitare carne, a non mangiare proprio, a coltivare piantine nella mini-serra sul terrazzo newyorkese e a non vedere medici e dottori e nessun altro, non uscire da casa per non farsi contaminare, non volere il cesareo. Si parla – come da sopra – dell'abusatissimo Hitchcock ma più ancora della claustrofobia dell'ultimo Polanski e della sua Rosemary, meglio ancora delle donne folli (non pazze) di Cassavetes; solita esigenza di paragonare registi e personaggi ma tanto di cappello a Saverio Costanzo che raggiunge, soprattutto all'estero, questi nomi da cinema. Trasporta su pellicola la storia di Marco Franzoso Il Bambino Indaco, spinto spintissimo dalla sua casa editrice Einaudi qualche tempo fa – ma, consapevole di quanto sia perfida la città di New York, dove «se hai soldi puoi mangiare il cibo migliore del mondo ma se non te lo puoi permettere sei costretto alle schifezze», sposta l'ambientazione dalla Padova originale e cambia la nazionalità del coniuge maschio. Alba Rohrwacher (di lui compagna anche nella vita) diventa quindi la sua protagonista impazzita, irrazionale, maniaca dell'autocontrollo del suo corpo e di quello del suo bambino incapace di autogestirsi, spaventata dalle minacce esterne, chiusa in se stessa e nelle proprie arcaiche convinzioni: diventa vegana, taglia l'avocado: mai periodo fu più azzeccato per questo tema, per il ribaltamento generale delle generazioni anni '80 sinistroide che rinunciano alla carne e ai suoi derivati, che combattono l'Expo e il suo nutrire il pianeta, che parlano di veleno in ciò che mangiamo – e per affrontare questi temi (di spavento, isolamento, tensione evolutiva) utilizza (e da qui i grandi nomi) le tecniche che sono dei film thriller, la musica che passa dalla banalotta What A Feeling alle agghiaccianti poche note di Nicola Piovani, e i grandangoli, gli occhi di pesce, i distorsori su queste immagini dalla grana grossa e visibile, le inquadrature dall'alto estremo o dall'estremo basso e soprattutto da vicinissimo per rendere questo dramma umano, questa lotta a due – che sono due quasi tutto il tempo, quasi tutto il tempo in una casa, fino al peggiore degli epiloghi possibili. Per le menti più profonde, anche una riflessione sull'amore materno e sull'istinto di protezione ribaltato, sulla capacità involontaria di fare del male a una creatura partorita invece di fare del bene impulsivo, come si supporrebbe. E succede una cosa che succede spesso in questi casi, che esce un film, magari girato a bassissimo budget come questo, completamente indipendente, fresco di due Coppe Volpi ai due attori che si sobbarcano l'intera sceneggiatura, e si va a rivangare la filmografia del regista, seppur misera, e seppur miseramente girata in Italia(no): e si riesuma quella Solitudine Dei Numeri Primi che, dirò, era stata anche meglio del libro di partenza, che esasperava le parti come l'arredo della stanza in cui la Rohrwacher viveva: anche in quel film c'era lei e c'era un problema alimentare, sempre di mal- e sotto-nutrizione, ma ribaltato. In quel caso il corpo era una scatola che si rifuggiva e in questo invece una gabbia da proteggere perché contenitore di un'anima che, veggente prevedendo, ha contenuto un bambino indaco da preservare – ma questo, sempre per le menti più profonde.

venerdì 16 gennaio 2015

Oscar 2015 - nominations.



Sono state annunciate in diretta live stream le nominations agli 87esimi Academy of Motion Picture Arts & Sciences Awards, i premi Oscar per l'anno solare 2014, per la prima volta con quattro “conduttori” – la direttrice dell'Academy Cheryl Boone Isaacs, Chris Pine, Alfonso Cuarón e J.J. Abrams – che hanno dato per la prima volta l'elenco completo dei candidati nelle 24 categorie in due tempi. Birdman e Grand Budapest Hotel conducono il gioco con 9 nominations a testa, solo che Birdman ha dalla sua tre attori – ma invece di parlare di chi c'è, come al solito, parliamo di chi manca. Già che siamo in tema: manca la colonna sonora di Antonio Sanchez, sempre per il film di Iñárritu, categoria in cui la lacuna maggiore è per la Mica Levi di Under The Skin, rimasto a bocca asciutta. Come quasi a bocca asciutta inaspettatamente è Gone Girl: anche qui niente colonna sonora, niente sceneggiatura adattata, niente regia né montaggio; solo la performance di Rosamunde Pike per un film che, all'uscita, era quotato come un arraffatutto. Arraffano tutto The Imitation Game, 8 candidature regalate – a partire da Keira Knightley considerata non protagonista, che si scontra a sorpresa con Laura Dern per Wild (dopo i due attori di Dallas Buyers Club Jean-Marc Vallée vede schierarsi questa attrice e Reese Witherspoon), la sorpresa più grande forse insieme a Bradley Cooper terzo anno di fila miglior attore (per colpa sua non c'è il buon Jake Gyllenhaal de Lo Sciacallo, né c'è la sua co-star Rene Russo; ma il film ha la nomination alla sceneggiatura) (settima volta, invece, per Robert Duvall, dopo Il Padrino e Apocalypse Now – erano quindici anni che non veniva considerato), con American Sniper quotatissimo più delle aspettative, anch'esso a 6 nomine. Al contrario, perde quota Selma, ridicolmente ridotto a due candidature: la splendida canzone originale e addirittura il miglior film. Nella canzone fanno capolino Adam Levine per Tutto Può Cambiare, Rita Ora per Beyond The Lights e i Lego di Everything Is AWESOME!!! che anche qui, come ai Golden Globes, non si vedono candidati al film d'animazione; c'è però come previsto la Principessa Splendente, insieme al tenero Song Of The Sea del già candidato (per The Secret Of Kells) Tomm Moore. Sono felicissimo (e attenzione uso la prima persona) per Whiplash, finalmente un film che non ci racconta dell'America (leggi: Boyhood – che resta il capofila, nonostante le sole 6 nominations), dell'americanismo (leggi: Clint Eastwood), o di un genio sepolto di cui c'eravamo dimenticati – eppure la sua viene considerata sceneggiatura non originale visto che è il rifacimento di un corto (oltre a quella, 4 nomine); finalmente un film per tutti e per pochi, e sono felicissimo anche per Marion Cotillard, fino alla fine ultima speranza di vedere Due Giorni, Una Notte e la sua immensa performance sotto giudizio dell'Academy dopo la dimenticanza nella shortlist del miglior film straniero. Niente sorprese invece qua: Ida adesso se la vede con Leviathan e forse incuriosisce Storie Pazzesche al posto di Turist ma all'Argentina va sempre bene (leggi: Il Segreto Dei Suoi Occhi). Se la vede bene anche Foxcatcher (5 candidature, Steve Carrell surclassato ad attore protagonista e Mark Ruffalo che arriva alla seconda volta dopo I Ragazzi Stanno Bene) e senza preavviso il Mr. Turner di Mike Leigh, che non vede Timoty Spall nella cinquina degli interpreti ma altre 4 nominations artistiche, tra cui la colonna sonora, dove fa doppietta Alexandre Desplat nella tiritera dei soliti nomi – e chiudiamo il cerchio. Qui il sito ufficiale mentre di seguito tutti i candidati di tutte le categorie; la cerimonia di premiazione si svolgerà la notte del 22 febbraio in diretta sulla Abc e su Sky Cinema.

film
American Sniper prodotto da Clint Eastwood, Robert Lorenz, Andrew Lazar, Bradley Cooper e Peter Morgan
Birdman o (Le Imprevedibili Virtù Dell'ignoranza) prodotto da Alejandro G. Iñárritu,
John Lesher e James W. Skotchdopole
Boyhood prodotto da Richard Linklater e Cathleen Sutherland
Grand Budapest Hotel prodotto da Wes Anderson, Scott Rudin, Steven Rales e Jeremy Dawson
The Imitation Game prodotto da Nora Grossman, Ido Ostrowsky e Teddy Schwarzman
Selma prodotto da Christian Colson, Oprah Winfrey, Dede Gardner e Jeremy Kleiner
La Teoria Del Tutto prodotto da Tim Bevan, Eric Fellner, Lisa Bruce e Anthony McCarten
Whiplash prodotto da Jason Blum, Helen Estabrook e David Lancaster

giovedì 15 gennaio 2015

jazz caldo.



Whiplash
id., 2014, USA, 107 minuti
Regia: Damien Chazelle
Sceneggiatura originale: Damien Chazelle
Cast: Miles Teller, J.K. Simmons, Paul Reiser, Melissa Benoist,
Chris Mulkey, Susanne Spoke, Charlie Ian, Jayson Blair, C.J. Vana
Voto: 8.9/ 10
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Nell'isolamento di una sala prove all'interno della più esclusiva e prestigiosa scuola di musica di New York – e, quindi, più esclusiva e prestigiosa del mondo – Andrew vede piombare nella stanza il dispotico Terence Fletcher, che gli domanda: «sai chi sono io?» (e per gran parte del film non lo sapremo noi), «sai che sto cercando nuovi musicisti?». Basteranno una manciata di secondi, meno di dieci, a far tornare Fletcher da dov'era venuto, e ancora meno tempo gli basterà per esaminare tutti i componenti delle varie bande e orchestre dell'istituto. Al secondo tentativo, la scelta ricadrà su Andrew: ma non sarà impresa facile. Peggio di un addestramento militare la sfida a piacere al proprio insegnante si mischierà a una volontà di perfezione quasi letale e alla perdita della razionalità, fino a suonare forzatamente in condizioni quasi precarie, fino a vendette servite estremamente fredde. Andrew suona la batteria, e suona la batteria per far del jazz – un genere e uno strumento ignorati dai più; eppure Whiplash pare parli un linguaggio universali, parli di più e a più gente, sottostando ai dettami del thriller e ai taglienti effetti sonori dell'horror, con un protagonista da teen movie e un antagonista da nostalgici del conservatorio. Incredibile come tutti gli ingredienti stiano al loro posto, a partire dall'immenso J.K. Simmons davanti al quale ci si chiede più volte quanta abilità musicale avesse prima dell'inizio delle riprese (estrema la naturalezza con cui muove le mani davanti agli strumenti, con cui vomita una serie di insulti omofobi, denigratori, politicamente scorrettissimi ai suoi studenti); azzeccato anche Miles Teller, il simpatico-più-che-belloccio amico di Zac Efron in Quel Momento Imbarazzante, il demolitore di abitazioni festaiole in Project X, che ritorna al film d'autore dopo esserci passato anni fa con Rabbit Hole – anche davanti a lui, alla velocità con cui muove le bacchette sul kit, alla posizione delle braccia e delle gambe, ci si domanda se sia effettivamente un musicista; ma tutto questo non deve sorprendere se si analizza la maniacalità con lui l'impatto musicale è stato studiato e messo in scena, dai suoni di tutti gli strumenti alla scaletta dei brani conosciuti solo a una ristretta cerchia. Il miglior film musicale dell'anno senza dubbio, che se la deve vedere con l'altro diversissimo film musicale dell'anno, Frank: e se Frank racconta di un'ispirazione che non viene, di un'arte che non c'è, un talento che si forza, Whiplash dimostra che è la pratica che ottiene la tecnica che ottiene molto, se non tutto. I musicisti di Frank si chiudono in una baita, isolati dal mondo, a improvvisare musica sperimentale per un disco di cui non hanno pianificato neanche una traccia; quelli di Whiplash si dimenticano anche che il mondo fuori esiste e rimangono, col direttore d'orchestra, a provare fino alle due di notte se necessario, sotto i colpi di frusta del titolo e del brano principale, a provare anche un solo secondo del pezzo. Andrew è l'emblema di ciò, l'estremo assoluto: si vanta di non avere amici, come i grandi nomi della musica (i grandi veri che sono ben lontani dai grandi celebrati in Step Up, in Glee...), rinuncia alla ragazza con cui sta uscendo, suona la batteria fino a dover infilare le mani pregne di sangue nelle brocche di ghiaccio. Costruito quindi come un thriller, dalla tensione estrema e dall'attenzione che ci inchioda alla sedia fino all'ultima scena, riporta alla mente quel sotto-genere cinematografico-musicale, lontanissimo da Il Concerto e vicino a Grand Piano che l'anno scorso ha chiuso il Festival di Torino (in italiano: Il Ricatto). Non è un caso: Damien Chazelle era sceneggiatore di quella pellicola con la macchina da presa ceduta a Eugenio Mira – fu un piccolo massacro di critica, per cui adesso impugna il suo copione e se lo dirige da solo: e in che modo! Una scena, e dico “il tamponamento” per non anticipare troppo, dimostra la maturità registica che accidenti si perde in altre trovate e si comporta come di consueto nei primissimi piani ai piatti, alle bacchette, alle orecchie sudate, ai cerotti sui palmi. È un film claustrofobico di spazi chiusi e ristretti, di interni asettici e secchi, di dita, legnetti, labbra sui bocchini e spartiti, persone sole e isolate, rancori repressi – eppure tutto rimbomba.

mercoledì 14 gennaio 2015

Oscar 2015 - canzone originale.



Sarà difficile prevedere chi, tra l'epica Glory fresca di Golden Globe e celebrata perfino da Prince (di Common e John Legend, dal black-movie Selma a febbraio nelle nostre sale) e la bislacca Everything Is AWESOME!!! dei Lego avrà la meglio agli 87esimi Academy Awards più comunemente noti come Premi Oscar. Tra le 79 canzoni della shortlist che è stata annunciata qualche settimana fa i concorrenti più stretti sono la Patti Smith di Mercy Is (dal tremendo Noah), la sempre allegra Lana del Rey per Big Eyes e Lorde, curatrice della soundtrack celebrativa di Hunger Games 3.1 e autrice della canzone originale per quei titoli di coda, Yellow Flicker Beat. Niente da fare – pare – neanche quest'anno per Lo Hobbit, dopo la delusione l'anno scorso della splendida I See Fire. Niente da fare per la Disney, che schiera addirittura i Fall Out Boy dentro Big Hero 6 – ma sono Disney anche il già-premio-Oscar A.R. Rahman, Iggy Azalea e KT Tunstall per Million Dollar Arm e doprattutto la gang dei Muppets per Most Wanted, che contano – oltre a Miss Piggy, Kermit, l'alter-ego Constantine eccetera – Céline Dion, Ricky Gervais, Lady Gaga e Tony Bennet (ma il capolavoro Interrogation Song è fuori dalla corsa). Fu dei Muppets l'Oscar di due anni fa, quando i candidati erano solo due e i secondi erano gli uccelli tropicali di Rio; quest'anno Rio c'è ancora, con ben quattro brani in graduatoria, e speriamo non sia presagio di un altro distico. Molti gli altri film d'animazione: Il Libro Della Vita musicato dal due-volte-premio Oscar Gustavo Santaolalla, Boxtrolls dell'italiano Dario Marianelli (e a tal proposito ascoltate il pezzo Quattro Sabotino), il premaman The Hero Of Color City, Dragon Trainer 2, Mr. Peadboy & Sherman e Planes. Alanis Morisette canta The Morning dal piccolo film A Small Selection Of The World, i Coldplay il brano originale di Unbroken di Angelina Jolie, addirittura Liza Minelli viene riesumata per Garnet's Gold. Due le canzoni di Boyhood, entrambe di Ethan Hawke, e molte quelle dai romantic movie dell'anno (Colpa Delle Stelle, Un Amore Senza Fine, Resta Anche Domani); molte anche le incursioni indie, splendida America For Me di Alex Ebert per il sottovalutatissimo A Most Violent Year e Hal dal sopravvalutato Solo Gli Amanti Sopravvivono.
In regalo prima dell'annuncio delle nominations: lo streaming di 49 delle 79 canzoni in lizza per le candidature che saranno svelate alle 14:30 circa ora italiana. Di seguito il link alla playlist Spotify e dopo l'interruzione l'elenco completo dei titoli e dei rispettivi film.

Oscar14
Ascolta 49 delle 79 canzoni
in corsa per gli 87esimi Premi Oscar.

martedì 13 gennaio 2015

grandi speranze.



Big Eyes
id., 2014, USA, 106 minuti
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura originale: Scott Alexander & Larry Karaszewski
Cast: Amy Adams, Christoph Waltz, Krysten Ritter, Jason Schwartzman,
Danny Huston, Terence Stamp, Jon Polito, Elisabetta Fantone,
Guido Furlani, Delaney Raye, Madeleine Arthur
Voto: 5.5/ 10
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Esercizio cinematografico alla ricerca di una cifra stilistica: dov'è Tim Burton? Ce lo si chiede per tutto il tempo durante questo film, che è big solo nel titolo, nel senso che non è poi così lungo e soprattutto all'inizio avrebbe potuto esserlo, ritratto (passi il termine) di una donna che precocemente e «prima che fosse moda» prende la figlia e lascia il marito e si rifà una vita americana dove le gallerie d'arte espongono solo autori contemporanei, preferibilmente astrattisti. Dipinge per passione, per ispirazione «che viene da dentro», e dipinge soprattutto bambini, bambine, gatti, vengono chiamati “trovatelli” o, per sineddoche, “occhioni” – la motivazione a questa immensità non ci è mai data, se si esclude la banalissima trovata che gli occhi «sono lo specchio dell'anima»; per mantenere sé e la figlia dipinge decorazioni su testate di letti, poi alla domenica, col sole, fa i ritratti dei passanti per due dollari a offerta speciale, scendendo spesso a uno. Qui incontra Walter, estroverso pagliaccio figlio di buona donna, dai modi teatrali e dalle manie di grandezza; egli coglie la fragilità della donna e se la gioca fino a sposarla alle Hawaii, dove lei, come in un più celebre litigio, tornerà per modificare le vesti dei suoi soggetti. Si chiama Margaret Keane, se teniamo buono il cognome di questo secondo marito (ne avrà un terzo) e, tutt'ora viva, è stata una celebrata artista degli anni '50-'60, dopo che si è scoperto che era sua la firma delle opere. Perché, per trovata commerciale di Walter, le tele subiranno un pubblico cambio d'autore dal momento che «le artiste donne non vendono», e ciò che a Walter interessa è la vendita – non importa sotto che forma, al punto che inventerà, cosa latentemente primordiale in quegli anni, i gadget a partire dai quadri, i poster, le cartoline, per coprire un pubblico più vasto e meno abbiente. Non a caso viene citato Andy Warhol e non a caso Margaret mette nel carrello senza pensarci due volte la lattina di zuppa Campbell quando va a fare la spesa e vede, addosso alla gente che la circonda, le grandi iridi che dipinge. Siamo in una piccola visione ma non è una visione di Tim Burton, il visionario regista della locandina, come preannunciato: il regista dov'è? Nonostante siamo stati abituati ultimamente alle esplosioni di colori, di raffinatezze tessili, di scene (spesso digitali) ben costruite sia oniriche sia nostalgiche, dopo l'imbarazzante Alice e l'indigesto Sweenie Todd e il recente (e decente) Dark Shadows – e nonostante questo film abbia una effettiva raffinatezza nelle acconciature retrò, nelle macchine d'epoca, nelle carte da parati e nei vestitini per bimbi, esclusa qualche grottesca rappresentazione ad acrilico infantile non c'è niente che ci riconduca a un regista diventato adesso di cassetta e trito e ritrito nel solito impasto dark, nei soliti personaggi sposi cadaveri, i due soliti attori feticci. Non si sente però, attenzione!, l'assenza di tutte queste cose; si sente piuttosto una forzatura dietro, negli anni della maggior perdita di originalità di Hollywood, si sente una sceneggiatura furbescamente stesa, sotto dettatura degli stereotipi, una sceneggiatura da film per la televisione che Christoph Waltz amerebbe guardare. Si sente un eccessiva carica istrionica nell'attore europeo, che forse cerca di imitare il solito esagerato Johnny Depp, e invece si sentono pochissimo i toni di Amy Adams, nonostante il fresco Golden Globe, stretta nelle troppo poche scene, che avrebbe potuto far diventare questo un film sull'arte, un film sul femminismo emergente – mentre invece è un altro film storia-straordinariamente-vera su un matrimonio di mezzo secolo che vede lei ingenua, lui furbo, la giustizia finale. Si potrebbe paragonare sotto certi aspetti al contemporaneo Magic In The Moonlight: un bell'involucro estetico, un copione da esercitazione delle prime scuole, un regista messo dietro alla macchina da presa senza l'ispirazione «che viene da dentro».