venerdì 5 settembre 2014

una frizione imperiale.



Colpa Delle Stelle
The Fault In Our Stars, 2014, USA, 126 minuti
Regia: Josh Boone
Sceneggiatura non originale: Scott Neustadter & Michael H. Weber
Basata sul romanzo Colpa Delle Stelle di John Green (Rizzoli)
Cast: Shailene Woodley, Ansel Elgort, Nat Wolff,
Laura Dern, Sam Trammell, Willem Dafoe, Lotte Verbeek
Voto: 4.8/ 10
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Agli spettatori di tutto il mondo – spettatori di qualsiasi artefatto artistico, su qualsiasi supporto – bisognerebbe innanzitutto insegnare che: è molto più facile far piangere che far ridere, a far piangere sono buoni (quasi) tutti. Detto ciò, non ci si sorprende se Shailene Woodley (già celebrata e con una nomination all'Oscar per essere stata la-figlia-grande di George Clooney in Paradiso Amaro) alla fine della lettura dell'omonimo libro (edito in Italia da Rizzoli) (età media degli acquirenti: sedici) ha decretato: il ruolo è mio – e l'ha ottenuto; perché a far piangere son buoni tutti ma è facendo piangere che si vincono i premi, e lei questo Oscar lo vuole (è già data come candidata certa, e mancano quattro mesi). Ma non tutti gli spettatori del mondo lo sanno, come non sanno che l'aforisma “i funerali non sono per i morti, ma per i vivi” non nasce qua, e quindi se lo annotano sul cellulare prendendo il fazzoletto con cui tamponarsi il viso bagnato di banalità. In questo banale film di aforismi non manca nulla: la protagonista malata terminale con bombola d'ossigeno al seguito e tubo a metà faccia a rovinarle l'aspetto bellino e ammazzarle i sogni di limonare duro; due genitori insipidi che hanno passato le pene dell'inferno medico e che però sono entrambi magri, entrambi col maglioncino in casa, entrambi coi capelli appena fatti e nessuna imperfezione in faccia, entrambi accondiscendenti a lasciare la figlia con un maschio coetaneo in giro per Amsterdam; un gruppo di sostegno cattolico a cui lei – elevatasi sulla folla di altri malati per doti morali che non vediamo, almeno, non nelle due ore e cinque minuti di film – guarda con ghigno sprezzante; un fidanzatino diciottenne anch'egli più di là che di qua che la fa innamorare «come ci si addormenta: all'inizio piano piano poi profondamente» e che le dice ti amo, ti amo, ti amo, e a cui lei risponde anch'io, anch'io, anch'io; ma ricordiamo agli spettatori di tutto il mondo che: hanno lei diciassette e lui diciotto anni e la loro credibilità è pari alla mia che scrivo recensioni in un blog. Ciò esplode nei discorsi-seri-sulla-morte. Lui medita «sull'oblio» e cioè sul fatto che presto morirà e nessuno se ne ricorderà a meno che non passi alla storia perché i giornali ne parlino; lei si accontenta di essere stata speciale per uno soltanto e lo piglia per orecchie bevendo spumante – ma mai nessuno accenna al fatto che il desiderio di essere ricordati è semplicemente la paura di morire con un altro nome. Le stesse tematiche a casa si trasformano in spunti di riflessione intelligenti: una madre che non sarà più madre, o che lo sarà lo stesso, e che ha imparato dalla figlia a convivere con la sofferenza perché il mondo non finisce se finisce un suo solo elemento – ma sono battute di dialoghi mal recitati che sfociano poi sempre nel ridicolo o nel patetico, perché a far piangere sono buoni tutti a meno che non evitino il patetismo. Splende, ovviamente, tra Laura Dern aka Lynch e Sam Trammel aka True Blood, la protagonista Hazel Grace, che è sì brava ma lo è solo all'inizio, quando ci presenta il personaggio, ed è brava nelle piccole cose: negli sguardi sottecchi, nel modo di gesticolare, nei sorrisi trattenuti. È buono solo all'inizio tutto il film: quando con battute argute ci presenta tutta la situazione ironizzando, neanche troppo, sulla combriccola che poi seguiremo: un mezzo monco, un mezzo cieco e una mezza respiratrice che insieme «hanno cinque gambe, quattro occhi e due polmoni e mezzo», trio su cui si poteva lavorare ancora di più e ancora meglio per elevare d'intelligenza la pellicola, visto che di credibilità non ci si riesce. Splende dopo di lei la faccia tonda di questo Ansel Elgort, che sarà suo compare anche nel sequel di Divergent: labbra notevoli e solito addome glabro non eccessivamente scolpito, che sta molto bene in tuta. Condividono, oltre ai mali e alla morte imminente, la passione per un romanzo a base di cancro scritto da un tale (Willem Dafoe) che incontreranno e si rivelerà un burbero pagliaccio: indovinato!, ha perso una figlia per malattia. Ma il tocco da maestro di Josh Boone regista quasi esordiente (dopo l'uso di Bon Iver nella colonna sonora), terrorizzato di aggiungere o togliere immagini dal libro che «tutti hanno letto» e di cui riporta fedelmente persino i dialoghi, è la salita al calvario della protagonista, con la croce cristologica mutata in bombola dell'ossigeno, per le scale senza ascensore del più celebrato sacrificio della storia: quello di Anna Frank. Si concluderà con un bacio, e un applauso degli astanti. Bene: si può uscire dalla sala, ripensando a quant'era carino L'amore Che Resta.

venerdì 29 agosto 2014

emmys/ 2.



Quinto Emmy consecutivo per Modern Family che diventa la prima serie vincitrice del massimo trofeo comedy per tutte le sue stagioni; terzo, sempre consecutivo, per Julia Louis-Dreyfus migliore attrice in Veep, che dalla nascita della serie firmata HBO non ha mai avuto rivali (ma aveva già vinto nel 2006); secondo per Ty Burrell, della serie di cui prima, giunto alla quinta nomination; ben due Emmy nello stesso anno per Allison Janney: attrice non protagonista comedy per la piccola Mom e guest star drama per Masters Of Sex, e sul palco grida vittoria del suo quinto trofeo; anche per Jim Parsons è il terzo, ma non consecutivo, per The Big Bang Theory che non vince altro; anche se solo del trionfo di Breaking Bad si è parlato: miglior attore (Bryan Cranston, quarta volta), attrice non protagonista Anna Gunn e attore non protagonista Aaron Paul (insieme nella foto), entrambi già premiati, e per la seconda volta miglior serie drammatica e premio anche alla sceneggiatrice Moira Walley-Beckett (vince anche una regista donna, per Modern Family: è l'anno delle signore della TV e qualcuno lo nota). Insomma una serata di personaggi e vittorie trite e ritrite, nessuno saliva sul palco per la prima volta, nessuno era sorpreso di trionfare – l'unico accidente è stato il bacio a stampo un po' prolungato a cui Cranston ha obbligato la Louis-Dreyfus mentre lei andava a ritirare la statuetta. La coppia vincente Benedict Cumberbatch - Martin Freeman non c'è e al loro Sherlock (e a Fargo) viene preferito The Normal Heart di Ryan Murphy, sovrano della categoria miniserie, film-tv con American Horror Story (premi alle attrici) e il lungo film scritto da Larry Kramer, presente sul palco nella commozione generale. Ma la serata è ruotata tutta attorno a Matthew McConaughey e alla probabile vittoria per True Detective che l'avrebbe incoronato miglior attore per cinema e tv nello stesso anno, dopo l'Oscar di febbraio. Non è avvenuto, perché niente di nuovo succede mai: di seguito e dopo il salto tutti i vincitori della seconda serata.

serie drama: Breaking Bad (Amc)
regia per una serie drama: Who Goes There (True Detective, Hbo), diretto da Cary Joji Fukunaga
sceneggiatura per una serie drama: Ozymandias (Breaking Bad, Amc), scritto da Moira Walley-Beckett
attore protagonista in una serie drama: Bryan Cranston per Breaking Bad (Amc)
attrice protagonista in una serie drama: Julianna Margulies per The Good Wife (Cbs)
attore non protagonista in una serie drama: Aaron Paul per Breaking Bad (Amc)
attrice non protagonista in una serie drama: Anna Gunn per Breaking Bad (Amc)

i ragazzi con la pistola.



Pazza Idea
Xenia, 2014, Grecia/ Francia/ Belgio, 128 minuti
Regia: Panos H. Koutras
Sceneggiatura originale: Panagiotis Evangelidis & Panos H. Koutras
Cast: Kostas Nikouli, Nikos Gelia, Aggelos Papadimitriou,
Romanna Lobats, Marissa Triandafyllidou, Patty Pravo
Voto: 4.8/ 10
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Ciuffo biondo e coniglio nel sacco, Dany è un quasi-sedicenne consapevole della propria omosessualità tanto iconica (lecca-lecca perennemente in bocca, pantaloni skinny, canottiere microscopiche, camminata a saltelli, berretto improponibile con spille 90s) quanto sentimentale (ci viene presentato mentre si fa baciare il ventre – piattissimo – da un medico a cui poi chiede denaro). La madre, che chiama per nome, è morta in preda all'amore per l'alcool e le canzoni di Patty Pravo, di cui lui conosce l'intero repertorio come anche il fratello, che però è eterosessuale, e che va a trovare ad Atene da Creta, rubando qualche provvista e risparmiando sui soldi del viaggio. Saputo della scomparsa della genitrice, con quel pressappochismo luttuoso comune a tutti i film di superficie, i due si mettono volenti o nolenti in viaggio alla ricerca di un padre che li abbandonò negando loro la cittadinanza greca – essendo di madre albanese. Gli stranieri-in-casa vagheranno per boschi e città con una pistola nei pantaloni e la felicità di vedersi, fino alla scoperta di un ex albergo che porta l'ironico nome di Xenia (leggi: xenìa). Odysseas, nome aulico e pretenzioso del secondo ragazzo, conserva il dono del canto ereditato maternamente e sogna di poterlo sfruttare per le solite e consuete audizioni di programmi televisivi che come da noi puntellano anche il territorio oltr'acqua: la Grecia che ci viene presentata è quella delle strade mezzo-desolate e delle piazzette d'antico ritrovo brulicanti di lingue biforcute e conservatori politici, paesaggi tristi, periferie; l'aspetto bizzarro di Dany è perenne soggetto di scherno, rappresaglie, inseguimenti, perfino una sparatoria – ma sarà la scena finale a completare la cornice grottesca e del tutto inaccettabile di questo gay-gangster family-road movie. Utilizzando tutti i cliché del genere queer, quel genere che include caratteri omosessuali totalmente inseriti nella società e che evolve la narrazione senza scavare nei 3 Metri Sopra Il Cielo del protagonista (che incontra qui un suo simile e che poi perde), piacendo ai gay perché di gay-topic parla (per l'anteprima al Festival Mix c'era una fila che arrivava al marciapiedi opposto, causa presenza di Patty Pravo in sala), scivola nell'ironia-per-forza tanto cara ai registi borderline che non sono in grado di mantenere più registi contemporaneamente (leggi: Pedro Almodòvar). Infilandoci dentro anche un coniglio quasi-parlante che è trasfusione di mancanza affettiva del protagonista (unica bella trovata) (leggi: Donnie Darko), una sorta di matrigna involontariamente capace di dire la cosa sbagliata al momento sbagliato, un padre dal petto depilato, una performance vocale sentita per telefono mentre con l'altra mano si regge l'arma e poi una fuga verso l'infinito e oltre troncata a metà, le fondamenta della credibilità cedono totalmente – e non per colpa dei due protagonisti non professionisti e raccattati quasi dalla strada per quel cinema verité di antica fattura. Il problema di fondo è la sceneggiatura, desiderosa di raccontare i vasti sentimenti umani dell'abbandono, dell'orfanismo, del non riconoscimento di sé (come figli, come cittadini, come famiglia), dell'arrancaggio sociale e del debole futuro, ma che invece si perde in balletti, storielle d'amore, canzoncine, selfie, ostaggi chilometrici – che provocano sì la risata tanto desiderata, ma per un raggiungimento del grottesco, del ridicolo, del paradosso a cui stentiamo a credere.

venerdì 22 agosto 2014

emmys/ 1.



Difficilissima da riconoscere in questa foto: Uzo Aduba miglior guest star in una serie comedy è la “Crazy Eyes” di Orange Is The New Black, serie firmata Netfix (leggi: House Of Cards) che sta riscuotendo ora (appena pubblicata la seconda stagione completa) il successo che merita; dal creatore di Weeds e dal memoir carcerario di una Chapman finita dietro le sbarre per un criminotto commesso in gioventù, quand'ancora aveva pulsazioni lesbo, la serie si porta a casa tre prime-time Emmy Awards 2014 (che vengono consegnati in una cerimonia precedente a quella big), per la direttrice di casting, il montaggio e l'attrice comedy guest – categoria in cui contava altre due nominate. Arriva alla cerimonia vera e propria, che sarà trasmessa lunedì 25 agosto, forte delle sue altre attrici candidate (una protagonista e una non protagonista), la sceneggiatura, la regia, la produzione. Dovrà scontrarsi, al solito, con Modern Family arraffa-tutto e le veterane Nurse Jackie e The Big Bang Theory. Sul fronte drammatico ha conquistato altri tre Emmy preventivi la serie indie-cult True Detective con il-premio-Oscar Matthew McConaughey e lo hobbit Martin Freeman: cast drama, titoli di testa e fotografia; è la novità che si aspetta di essere incoronata con l'Emmy supremo, l'ultimo consegnato del 2014. Ma sono le miniserie, quest'anno, che hanno conquistato pubblico e critica: dallo spin-off Fargo al solito American Horror Story che con le solite centomila candidature tornerà a casa poco soddisfatto, al solito; e poi Sherlock, il sempre-firmato-da-Ryan Murphy The Normal Heart post-Philadelphia.
Di seguito e dopo l'interruzione, tutti i primi vincitori.

guest star maschile in una serie drama: Joe Morton in Scandal
guest star femminile in una serie drama: Allison Janney in Masters Of Sex
guest star maschile in una serie comedy: Jimmy Fallon in Saturday Night Live
guest star femminile in una serie comedy: Uzo Aduba in Orange Is The New Black

domenica 17 agosto 2014

autumn in New York.



Quel Momento Imbarazzante
That Awkward Moment, 2014, USA, 94 minuti
Regia: Tom Gormican
Sceneggiatura originale: Tom Gormican
Cast: Zac Efron, Miles Teller, Michael B. Jordan, Imogen Poots,
Mackenzie Davis, Jessica Lucas, Addison Timlin
Voto: 6.4/ 10
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Prosegue l'estate di Scarlett Johansson (Chef, attualmente in sala; Under The Skin, dal 28 agosto; Lucy, in Italia il 25 settembre) e Zac Efron, con questo film nei nostri cinema, pure lui, dal 28 agosto e con Cattivi Vicini il prossimo mercoledì; e mentre la prima sperimenta il genere, si fa aliena o essere indefinito dall'intelligenza eccelsa, senza dimenticare ciò da cui proviene (soprattutto Lost In Traslation) e ritagliandosi piccole parti comedy di tanto in tanto, Zac come lo lasciamo così lo ritroviamo, tolto il vocalizzo di High School Musical e aggiunta una massa muscolare qui particolarmente eccessiva (sognatevi il faccino pulito e il pantalone filiforme della locandina: è, nella pellicola, un armadio barbuto). Da Capodanno A New York a Ho Cercato Il Tuo Nome il disneyano Troy pare non essersi mai evoluto, vittima di un merchandising di se stesso, di un'aspettativa generale e di una fila di proposte attoriali sempre uguale. Qui si fa (per finta) illustratore di copertine, con tanto di scrivania e lavagna da cui presenta agli scrittori e agli editori le proprie idee, con la strafottenza e la calma di Don Dreaper. Suo collega è anche il suo miglior amico – per gli uomini non si può dire BFF – Miles Teller, il tipico viso del «dove l'ho già visto» (risposta, nell'ordine: il bel Rabbit Hole, Project X, il caruccio The Spectacular Now, Divergent) che salva lo script con la spigliatezza di chi sa far ridere con poco e la faccia lessa del non-belloccio che, dalla sua, ha l'arguzia, “la simpatia” – porta avanti (con la bella Mackenzie Davis) un gioco a rimorchiare clienti nel bar che siano del suo stesso sesso per poi liquidarli con la fatidica frase-introduzione «lei è la mia amica...», ma siamo consapevoli, certissimi, sicuri, ci scommettiamo, che alla fine questi due – che si stuzzicano, si insultano, si evitano e si presentano altre carni – finiranno insieme. Lo finiscono infatti, senza dirlo, perché questo, Zac e il terzo dude del gruppo, un Michael B. Jordan insipido e irreale, sposato a 23 anni, già medico praticante e ora in piena crisi di divorzio, hanno deciso di non fidanzarsi, nel freddo mattino di New York, caffè americani alla mano e foglie morte tra le villette a schiera. Scene e figure rappresentano il cliché di ogni “commedia romantica” di questo tipo, in cui i caratteri vengono presentati, viene presentata la situazione, l'accidente viene nascosto e quando si scopre arriva lo sfascio dei rapporti e poi l'amicizia torna prima del lieto fine e dei titoli di coda. Cosa rende guardabile questo film: la risata sorniona che capita ogni tanto, la battuta pronta, la risposta secca, quel ripetersi di situazioni abbastanza realistiche come l'amico che viene a casa e usa il bagno come se non avesse il suo; cotanta virilità è stemperata dalla presenza di due figure femminili (e mezza) che però hanno più tratti mascolini che venerei; pare si tenti di raggiungere quell'equilibrio di livelli diversissimi che regna in casa di Jess dentro New Girl dove non tutti i ragazzi ruttano e pisciano fuori dal vaso ma uno usa più creme che calzini. La struttura narrativa è però, ahinoi, ciò che di peggio il cinema di cassetta americano ha esportato – nonostante tutti sappiamo della scena in cui, causa viagra (tipica situazioncina adolescenziale da Notte Da Leoni) i nostri eroi non riescono a orinare in piedi e allora si adagiano orizzontali sulle tavolette e, al telefono, si domandano: «il tuo pene tocca l'acqua?»; tutto ciò mentre la collinosa protuberanza posteriore di Zac Efron ci spiega come ha fatto a vincere l'Mtv Shirtless Award per questo film – che pochi altri premi avrebbe potuto vincere. New York, New York.

venerdì 15 agosto 2014

lips to void/ mirror to vortex.



Under The Skin
id., 2013, UK, 107 minuti
Regia: Jonathan Glazer
Sceneggiatura non originale: Walter Campbell & Jonathan Glazer
Basata sul romanzo Sotto La Pelle di Michel Faber (Einaudi)
Cast: Scarlett Johansson, Paul Brannigan, Jessica Mance,
Joe Szula, Krystof Hádek, Scott Dymond
Voto: 7.8/ 10
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Dopo una prima sequenza degna di rientrare in quegli incipit epici di cui ci occupammo anni fa, che strizza l'occhio a certo cinema di genere – 2001, il più recente Gravity – che ci spiazza, ci confonde, ci incolla sulla poltrona in attesa di maggiori informazioni per capire, si dà inizio a una trama che seguirà questo filone: del non detto, del non ancora rivelato, che ci incolla sulla poltrona in attesa di maggiori informazioni per capire. Scarlett Johansson, in un'ottima prova da attrice non tanto per l'interpretazione in sé ma per la scelta di aver interpretato un ruolo del genere in un film di genere (criticata perché «apatica», «distaccata dai sentimenti», ma della perdita del distacco dal sentimento è proprio ciò di cui parla il film), spoglia una donna ipoteticamente trovata morta da un motociclista al bordo di una strada e veste i suoi panni, in uno spazio bianco inesistente. La vedremo poi al centro commerciale in una somma di immagini di altri, macedonia del comportamento umano con cui viene a contatto. Che lei sia un alieno è ovvio, soprattutto perché, come spesso accade, ci viene detto prima che cominci il film: dalle recensioni, dal titolo delle recensioni, dalla splendida locandina che abbiamo ovviamente cambiato. Ma a questo, io, non aggiungerò altro, nessun risvolto di trama (per quanto una trama non ci sia), nessun accenno alla narrazione. La meraviglia del film sta proprio in ciò: ricostruire un personaggio e una motivazione del suo comportamento guardando sempre la stessa scena, ogni volta con qualche particolare aggiunto. E sempre magnificamente: Jonathan Glazer, il regista di Birth - Io Sono Sean, sfiora la video-arte con le sue inquadrature lunghe e allungate, spesso vuote, silenziosissime, ben calibrate e fotografate, fatte di buio e figure che dal buio emergono, non-luoghi della Scozia e della fantasia umana (l'acqua specchiante nera in cui la Johansson non s'immerge ma le sue vittime sì è genialmente deliziosa), periferie dell'animo dove sono spesso gli stranieri ad entrare in contatto con l'alieno: gli alienati, le disperazioni, gli emarginati, i freak. Solo un dettaglio: una scena di salvataggio tentato, un non-surfista che interviene nell'annegamento di una coppia mentre il figlio piange e strilla sulla spiaggia. Nella tragedia c'è lo splendore delle immagini, così come estetizzava la condizione nera il più potente 12 Anni Schiavo e tutta l'opera di Steve McQueen; guardacaso, video-artista anche lui. Esperto regista di videoclip, partendo dal romanzo non-testamento di Faber, Glazer si avvale poi di una colonna sonora presente, invadente, eccessiva, forte senza sbavature, firmata da Mica Levi, front-woman dei Micachu, cantante e autrice e produttrice che ci inietta nel cervello un motivetto ripetitivo, tagliente, accompagnato dai giusti archi. Davanti alla morte in mare e alla disperazione infantile, l'aliena(ta) Scarlett non s'impietosisce, anzi peggiora la situazione, e quasi non avremo reazione neanche noi spettatori: incantati e dubbiosi di non aver capito, increduli davanti alla storia, impazienti, dubbi su ciò che stia accadendo, sulla parte che dobbiamo prendere – perché è sempre il regista che stabilisce per chi il pubblico deve parteggiare. Peccato che questo tentativo di cinema a sottrazione, diverso dalla gran parte del cinema di oggi fatto di grandi dialoghi e grasse storie, sia passato quasi inosservato al Festival di Venezia dell'anno scorso dove era in concorso, ed esca il 28 agosto in Italia con poco altro, unica notizia interessante dell'estate, per quei pochi cinema rimasti aperti.

lunedì 11 agosto 2014

el Jefe.



Chef - La Ricetta Perfetta
Chef, 2014, USA, 114 minuti
Regia: Jon Favreau
Sceneggiatura originale: Jon Favreau
Cast: Jon Favreau, John Leguizamo, Emjay Anthony,
Sofía Vergara, Bobby Cannavale, Scarlett Johansson,
Dustin Hoffman, Robert Downey Jr., Oliver Platt
Voto: 7.4/ 10
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Avevo l'età del co-protagonista di questo film quando uscì al cinema Chocolat – che io non avevo potere decisionale di andare a vedere – e ricordo i commenti della gente nei giorni successivi alla visione, prima che Canale 5 ne facesse cavallo di fiducia: «siamo usciti dal cinema e siamo andati in pasticceria», «avevo una voglia di cioccolata calda, alla fine...». Ecco, il ricordo riaffiora dopo quattordici anni perché, uscendo dalla sala, si sente l'esigenza impellente di un camioncino di paninari, un baracchino per strada, un gazebo, una roulotte adibita a fornello mobile; si necessita di un panino unto, ripassato nell'olio, ricoperto di burro, pieno di salse da traboccare, di carne affumicata, di assenza di mollica, sottaceti e senape e zeppole fritte, carta da olio, cartoccio da patate. Tutto questo perché il film, parabola cristologica del patron prodigo, parla del declino e della risalita a galla di un cuoco, uno chef appunto, che dopo aver conosciuto le stelle delle Guide Michelin, le recensioni del gourmet, le capatine dei food-blogger, il plauso dell'aristocrazia dal palato fino, dà di matto per un «tortino al cioccolato» (non capisco perché non l'abbiano chiamato: soufflé) e si ritrova, senza soldi e senza aspettative per il futuro, con un figlio da incontrare ogni due settimane e una schiera di amici che ottengono promozioni gastronomiche. Le cause derivano dalla poca libertà che gli viene data: alla gente piace questo menù, la gente si aspetta di trovare questo menù, per cui tu stasera preparerai questo menù – praticamente sempre lo stesso, nonostante le sperimentazioni a casa, nonostante l'estro notturno e le salse ottenute; l'errore di Carl Casper (aka Jon Favreau, regista e sceneggiatore e interprete di questa pellicola dopo aver abbandonato la macchina da presa al secondo Iron Man) è non opporsi al datore di lavoro, obbedire al suo volere, perché proprietario del ristorante e ultima voce della riunione con lo staff. È (velocemente) interpretato da Dustin Hoffman in un incipit di volti ultra-noti che si susseguono girando angoli e aprendo porte: prima cameriera ed esperta di vini nonché barista è Scarlett Johansson, nonché “amichetta” del protagonista; cuoco e amico di fiducia Bobby Cannavale (il Chili di Blue Jasmine, il Gyp Rosetti di Boardwalk Empire), insieme al super-amico di super-fiducia John Leguizamo che sembra Mark Ruffalo ma non lo è e abbandona baracca e lavoro stellato per seguire Carl a Miami con un furgoncino da sandwich. A preoccuparsi di lui, da casa, l'ex moglie Sofía Vergara e a provvedere alla sua rinascita lavorativa Robert Downey Jr., ex marito di lei, che si ritaglia i cinque minuti più divertenti del film (che, tutto sommato, fa molto sorridere) grazie forse al legame che ha stretto i due per la saga Marvel. A condire questo ritrovato rapporto padre-figlio eredità di Nemo, vicolo cieco nel quale il genitore crede di non essere all'altezza e nemmeno ci prova, ci sono tutta una serie di citazioni al mondo contemporaneo, allo stacco generazionale, alla moda in voga, che però risente dell'occhio troppo adulto di chi parla (e chi prima ha scritto); non solo il grand thème della cucina, delle ricette, dell'abilità ai fornelli e della fantasia post-Parodi e post-brunch, ma anche quel rifiuto patinato per un ritorno alle origini, non necessariamente mediato da Slow Food ma comunque apprezzato: «in nessun altro posto è come qui» e «non lo assaggerai mai di nuovo per la prima volta». L'umiltà con cui si riparte da zero (un po' surreale e sicuramente non così squattrinata) è gonfiata dal social-media-management messo in mano a un bambino di dieci anni, già munito di iPhone, che parla di Twitter, Vine, viral, feed, Facebook, selfie, Whatsapp come se nominasse Barbie o Pinocchio, all'orecchio disperso del genitore che giusto in tempo capisce la forza della geolocalizzazione. Un on-the-road latino tra vecchio e nuovo, tradizione e cyber-realtà, più vicino alla modernità di Fuori Menù che alla fiaba di Per Incanto O Per Delizia.