mercoledì 2 settembre 2015

VENEZIA72.



Presentato senza successo, prima di vincere poi ogni Oscar, qualche anno fa, Gravity, Alfonso Cuarón torna al Lido per la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia 2015 a presiedere una giuria di molti registi (Hou Hsiao-hsien, Lynne Ramsay e il nostro Francesco Munzi fresco di tutti i premi ricevuti da Anime Nere), le attrici Diane Kruger ed Elizabeth Banks e lo scrittore Emmanuel Carrère: una Mostra che si prospetta eclettica in tutte le sue parti: il Concorso Ufficiale vanta i soliti molteplici italiani, il nostalgic rock di Luga Guadagnino per A Bigger Splash, remake de La Piscina di Deray (nel cast: Matthias Schoenaerts, Tilda Swinton, Dakota Johnson e Ralph Fiennes), L'attesa di Piero Messina, esordiente alle prese con Juliette Binoche, Giuseppe Gaudino con Per Amor Vostro – dopo diciotto anni dall'ultimo lungometraggio di finzione e un ritrovato Marco Bellocchio, di nuovo alle prese con la sua città natale, Bobbio, a cavallo tra il passato e il presente di Sangue Del Mio Sangue. Poi ancora: un film targato Netflix (Beasts Of No Nation) e un lungometraggio animato in stop-motion finanziato via Kickstarter (Anomalisa, del geniaccio Charlie Kaufman con Duke Johnson), e i nomi di rilievo – Amos Gitai, il Leone d'Oro 2011 Aleksandr Sokurov, che dopo l'Ermitage di Pietroburgo va ad esplorare il Louvre durante l'occupazione nazista, fino al Premio Oscar Tom Hooper che racconta, col Premio Oscar Eddie Redmayne, la prima trans della storia, del 1930, Lili Elbe (The Danish Girl). Leone d'Oro alla Carriera per Bertrand Tavernier: il maestro francese, classe 1941, ha scelto le quattro pellicole di Venezia Classici: a queste si aggiungeranno i capolavori restaurati (che gareggiano per il premio tecnico) formando una rosa che spazia da Kurosawa (Barbarossa, 1965) a Chabrol (Le Beau Serge, 1958), Ejzenstein (Aleksandr Nevskij, 1938) e Pasolini (Salò O Le 120 Giornate Di Sodoma, 1975). Ci sarà anche l'immancabile Fellini, presentato da Giuseppe Tornatore, con Amarcord (1973). Fuori concorso i film-evento più attesi: dal kolossal Everest, film di apertura in 3D di Baltasar Kormákur che racconta le spedizioni del 1996, a Black Mass – L'ultimo Gangster di Scott Cooper, con il solito irriconoscibile Johnny Depp, questa settimana sulle copertine di tutti i giornali, stempiato, ingrassato per interpretare James Bulger nella Boston degli anni '70; altri tre italiani: Franco Maresco con Gli Uomini Di Questa Città Io Non Li Conosco, documentario su Franco Scaldati (che va ad affiancarsi ai documentari su De Palma di Baumbach & Paltrow e quello su Jackson Heights di Wiseman), I Ricordi Del Fiume di Gianluca e Massimiliano De Serio e Non Essere Cattivo di Claudio Caligari, sulla mafia ostense degli anni '90. La sezione Orizzonti, invece, è presieduta nientemeno che da Jonathan Demme, con le attrici Anita Caprioli e Paz Vega, i registri Fruit Chan e Alix Delaporte: la carrellata più innovativa della kermesse conta di nuovo Renato De Maria, già lo scorso anno con La Vita Oscena che non vide particolare fortuna distributiva (Italian Gangster, sulla celebre banda Cavallero degli anni '50), e il discusso Shia LaBeouf, con Kate Mara in Man Down, nei panni di un marine nel futuro alla ricerca della moglie. Dopo le due Coppe Volpi dello scorso anno per Hungry Hearts, Saverio Costanzo decreterà il miglior esordio per il Premio De Laurentiis. Dopo le due esperienze a Cannes spunta a Venezia anche Alice Rohrwacher con un cortometraggio, De Djess, in cui dirige sua sorella Alba che gioca a fare la vamp. Di seguito e dopo l'interruzione, tutti i film e i giurati del cartellone ufficiale.

concorso
11 Minuit (11 Minutes) di Jerzy Skolimowski (Polonia & Irlanda)
A Bigger Splash di Luca Guadagnino (Italia & Francia)
Abluka (Frenzy) di Emin Alper (Turchia, Francia e Qatar)
Anomalisa di Charlie Kaufman & Duke Johnson (USA) [animazione]
Beasts Of No Nation di Cary Fukunaga (USA & Ghana)
Behemoth di Zhao Liang (Cina & Francia) [documentario]
Desde Allá di Lorenzo Vigas (Venezuela & Messico)
El Clan di Pablo Trapero (Argentina & Spagna)
Equals di Drake Doremus (USA)
Francofonia di Aleksandr Sokurov (Francia, Germania e Paesi Bassi)
Heart Of A Dog di Laurie Anderson (USA)
L'attesa (The Wait) di Piero Messina (Italia & Francia)
L'hermine di Christian Vincent (France)
Looking For Grace di Sue Brooks (Australia)
Marguerite di Xavier Giannoli (Francia, Republica Ceca e Belgio)
Per Amor Vostro di Giuseppe M. Guadino (Italia & Francia)
Rabin, The Last Day di Amos Gitai (Israele & Francia)
Remember di Atom Egoyan (Canada & Germania)
Sangue Del Mio Sangue (Blood Of My Blood) di Marco Bellocchio (Italia, Francia e Svizzera)
The Danish Girl di Tom Hooper (UK & USA)
The Endless River di Oliver Hermanus (Sud Africa & Francia)

martedì 1 settembre 2015

la terza menzogna.



Il Grande Quaderno
A Nagy Füzet, 2013, Ungheria/ Germania/
Austria/ Francia, 112 minuti
Regia: János Szász
Sceneggiatura non originale: Tom Abrams,
András Szekér e János Szász
Basata sul romanzo Trilogia Della Città Di K.
di Ágota Kristóf (Einaudi)
Cast: László Gyémánt, András Gyémánt, Piroska Molnár,
Ulrich Thomsen, Ulrich Matthes, Gyöngyvér Bognár,
Diána Kiss, Orsolya Tóth, Orsolya Tóth
Voto: 7/ 10
_______________

Ungheria, Seconda Guerra Mondiale. L'occupazione tedesca è agli sgoccioli e la resistenza aspra e imponderabile. Un uomo senza nome, ufficiale richiamato al fronte, decide insieme alla moglie di lasciare la città e affidare i figli, una coppia di gemelli omozigoti tanto identici quanto uniti, alla madre di lei, che abita in un paese, all'ultima casa della via sterrata tra i campi. Questa non ha notizie della figlia da anni, non ne conosce il marito, non sapeva neanche di avere due nipoti. Se li vede piombare in casa, all'improvviso: reagisce alla cosa con i suoi modi burberi, sprezzanti, volgari. La chiama cagna, la caccia da casa, caccia i ragazzi, che passano le prime notti sulla panca in giardino, al gelo. Di giorno la guardano lavorare, lei li insulta: solo dopo, sfiancati dalla noia, si metteranno a tagliare la legna guadagnandosi l'accesso alla stamberga, al pasto – di cui non possono avere seconde razioni. La parente li chiama figli di cagna, li picchia, loro la spiano mentre sotterra i tesori del marito morto, si fanno picchiare: per affrontare questo mondo crudo, inasprito dal conflitto, capiscono di dover imparare a sopportare ogni tipo di dolore: chiedono la violenza, i pugni, ma assolutamente non devono essere separati. Prima di lasciarli andare, il padre regala loro un quaderno bianco, il grande quaderno del titolo, con la preghiera di scrivere tutto, annotare ogni cosa, incollare foto, rifare disegni, la cronaca degli eventi, il diario del conflitto. Così, attraverso di esso – cui sono dedicate grandi inquadrature che spezzano con la narrazione degli eventi – scopriamo l'amicizia che nasce con la vicina, Labbro Leporino, prima causa della loro accusa di furto e poi oggetto di percussioni, infine ammazzata dai soldati che avrebbero dovuto portare la felicità; sua madre, muta e cieca, e la casa che va a fuoco; aguzzini in talare, donnine faccia d’angelo dall’incoffessabile libido, l’omosessualità malcelata di un ufficiale tedesco – fedelissimo al libro da cui parte, János Szász puntella il percorso di formazione (inversa) dei due protagonisti (doppiati dallo stesso attore) di cose e persone sui generis come le tappe iniziatiche dentro a una fiaba. Il libro da cui parte ha un peso notevole: pubblicato nel 1987, Il Grande Quaderno, scritto in francese dall'ungherese Ágota Kristóf, corsa via dall'Armata Russa verso la Svizzera nel '56, sarebbe andato a completare con La Prova e poi La Terza Menzogna la celeberrima, best-seller, Trilogia Della Città Di K., resoconto in prima persona delle conseguenze di una guerra che non vediamo e di cui non sappiamo il nome tra la popolazione più becera di un paese non identificato: corpulento, sudicio, grave, è un romanzo che atterrisce per la sua schiettezza e che è stato trasposto sul grande schermo con una minuzia lodevole: minuzia che, però, toglie (oltre allo stupro subìto dai due protagonisti, che però ne prendono abbastanza) mordente al plot, all'intreccio narrativo, che si dipana arrivando al gelido finale senza farsi particolarmente inseguire – e senza risparmiare né edulcorare le immagini da cui parte. Soprattutto quando abbandoniamo una pazzesca Piroska Molnár nei panni fetidi della nonna, che dà una straordinaria prova d'attrice. Uscito in patria (l'Ungheria) nel 2013, annunciato da noi l'anno scorso, promesso a gennaio e poi continuamente rimandato fino a questo 27 agosto, viene da domandarsi se sarà effettivamente il primo di tre film.

sabato 29 agosto 2015

ukulele!



Minions
id., 2015, USA, 91 minuti
Regia: Kyle Balda, Pierre Coffin
Sceneggiatura originale: Brian Lynch
Voci originali: Geoffrey Rush, Sandra Bullock, Jon Hamm,
Michael Keaton, Allison Janney, Steve Coogan, Jennifer Saunders,
Steve Carell, Pierre Coffin, Katy Mixon
Doppiatori italiani: Alberto Angela, Luciana Littizzetto,
Fabio Fazio, Riccardo Rossi, Selvaggia Lucarelli
Ralph Palka, Roberta Pellini, Max Giusti, Monica Ward
Voto: 6.7/ 10
_______________

In principio il Signore divise la luce dalle tenebre, le acque dalle terre – e nelle acque creò un microrganismo, che crebbe a mo' di girino, che mise su due piedi e due mani e, a volte, due occhi, scampò alle fauci dei mostri marini e popolò la terraferma: un microrganismo che divenne una tribù, priva di leader, desiderosa di servire e riverire il più cattivo della terra. La tribù lo cercò, il più cattivo, per decenni, per secoli: ma con Dracula e con gli unni, persino con Napoleone, ha avuto qualche intoppo. Negli anni '60 qualcuno si eleva sulla folla, e parla alla tribù, e dice – ehm, e dice: che partiranno in tre per andare a trovare quel cattivo cattivissimo da servire e riverire, da rispettare e inseguire, e con quel cattivo torneranno indietro – e partono: Kevin, Stuart e Bob – l'adulto, il teenager e l'infante, in qualche modo riescono ad arrivare nella New York hippie del '68 prima e nella Swingin' London poi, illuminati dal Villain-Con, il festival della cattiveria presso cui giungono scortati da una famiglia di ladruncoli. Ospite d'onore, attesissima, della serata, è Scarlet Overkill, voce originale di Sandra Bullock inspiegabilmente piazzata su tutte le locandine, causa Oscar – la cui gonna è capace di diventare punta d'astronave, razzo, canna di cannone. Questa, dal palco, indice un contest: premio in palio è il diventare suo assistente per un colpaccio alla regina – e indovinate chi vince. Peccato, giustappunto, per questa trama un po' insipida, un po' sempliciotta, per questi personaggi umani un po' invadenti senza averne le qualità, un po' surreali. Era il 2010 quando la Illumination ci provò: un film su un cattivo, e non su un buono, che rubava la piramide di Cheope e la torre di Pisa – un cattivo però che scopriva il suo lato tenero e umano, che si circondava di marmocchie e di cosi gialli – un film che a differenza di Frozen metteva d'accordo tutti, maschi e femmine piccoli e grandi: risultato: 534 milioni di dollari d'incasso; ne derivò un previsto sequel, in cui i cosi gialli già prendevano il sopravvento, finendo (da soli) sulla locandina: risultato: 970 milioni di dollari d'incasso. I cosi gialli, poi, furono inseriti da Empire nei cento personaggi cinematografici più rilevanti di tutti i tempi, e come i pinguini di Madagascar (ma attenzione: in TV adesso arrivano anche le scimmie) hanno cominciato col fagocitare l'attenzione; ne derivò prima un corto, poi un previsto spin-off: mischiando italiano, spagnolo, inglese, francese, cinese, indi, giapponese, coreano e indonesiano, seguiamo i cosi dal loro formarsi fino ad oggi, dal loro scoprire la prima salopette dopo il giaccone per i ghiacci, la loro inesistente gerarchia tribale. Basandosi sulla slapstick comedy (di Charlie Chaplin, di Stanlio e Ollio, ma anche di Tom & Jerry) ma soprattutto sulla voce digitalizzata del loro creatore e regista Pierre Coffin (qui in coppia con Kyle Balda) che conia tormentoni dal semplice «banana» o «mega ukulele», i minions ne combinano, involontariamente, una dopo l'altra – e come tutti gli eroi dell'involontario la scampano sempre: sbucano dai tombini della capitale inglese mentre i Beatles ci passano sopra, passando per Abbey Road, e infastidiscono le riprese dell'allunaggio in realtà ricostruito e girato negli studi USA: i due momenti di comicità più brillante della pellicola. Nonostante si sia rinunciato ai soliti meccanismi di traino in favore della trama, a partire dall'inesistente canzone originale: Jimi Hendrix, i Doors, i Kinks, gli Who e i già citati scarafaggi fanno da sfondo alla detronazione di una finta Elisabetta e alla conservazione degli ori inglesi già visti (e quasi rubati) in Muppets Most Wanted: tutto fa sfondo per lasciare spazio e campo ai cosi gialli adesso negli Happy Meal di McDonald's, nelle edicole, sulle confezioni della UHU, su certi taxi: mettendo tutti d'accordo, e molti scontenti. Risultato, in due mesi, solo in America: 325 milioni di dollari. (E non avendo, purtroppo?, visto il film in italiano non posso dilungarmi sulla performance di Selvaggia Lucarelli, voce adesso, oltre che firma, del più noto giornalismo nostrano).

domenica 23 agosto 2015

bianca come il.



L'A.S.S.O.
Nella Manica
The DUFF, 2015, USA, 101 minuti
Regia: Ari Sandel
Sceneggiatura non originale: Josh A. Cagan
Basata sul romanzo The DUFF di Kody Keplinger
Cast: Mae Whitman, Robbie Amel, Bella Thorne,
Bianca A. Santos, Skyler Samuels, Romany Malco,
Nick Eversman, Chris Wylde, Ken Jeong, Allison Janney,
Rebecca Weil, Seth Meriwether, Benjamin Davis
Voto: 6.3/ 10
_______________

Sempre con la mano alzata a scuola, bravissima in tutte le materie, inspiegabile amica di due ragazze mediamente inserite nella società, Bianca è totalmente disinteressata a far apparire le sue tette staccate, più lunghe le sue gambe: in salopette e scarponi e camicia di flanella va a scuola mentre Madison – nella perfetta esistenza di Bella Thorne – ondeggia nei corridoi verso Wesley, che prende e lascia, che ama e disprezza, che si allena per sfoderare i marmorei addominali, che si aggira in casa in canottiera, col trapezio visibile, mentre la sua vicina e amica d'infanzia, compagna di giochi e di bagnetto, Bella appunto, gli vive di fronte. A una festa lui si lascia scappare ciò che tutti pensano: che è un'A.S.S.O., un'Amica Sfigata Strategicamente Oscena: utile alle sue inseparabili compagne in modo che quelli carini le si avvicinino per sapere: «sono single?», «ti parla mai di me?». Allibita dalla rivelazione, scende al patto (eccolo, lo stavamo aspettando): lei gli dà ripetizioni in modo da farlo diventare uno sportivo anche intelligente, lui l'accompagna per i soliti centri estetici, negozi d'abbigliamento, a svelarle i misteri della bellezza (perché, poi, un uomo?). Nei vari step della metamorfosi succedono due cose: la prima è nascosta dietro ogni angolo, «in un film, si diceva, le colline hanno gli occhi; qui le colline hanno una stronza che riprende tutto col telefonino»: i video di Bianca che sculetta, limona con i manichini, fa il nome del compagno di scuola che le piace, si cambia mostrando cosce flaccide e monociglio, vengono caricati online e resi virali – perché un film che oggi parla del liceo americano non può non contenere il termine virale, qualche smartphone e un riferimento a YouTube. La seconda cosa che succede è che Bianca e Wesley parlano, ridono, si baciano per scherzo allenatorio e così il resto lo sappiamo già – come il restante precedente d'altronde. Se The DUFF sta in piedi (e mi rifiuto di chiamarlo con l'italico nome) è semplicemente per la sua protagonista Mae Whitman, voce originale di Trilli per la Disney, caratterista comica, classe 1988, che attraverso sproloqui, vocalizzi, smorfie tiene la pellicola sempre per le bretelle mentre affonda nel previsto ovvio. Tiene addirittura testa ad Allison Janney, la signora number six degli Emmy Awards, madre abbandonata dal marito che mette in piedi un corso di autostima, autodifesa sentimentale e rinascita spirituale con cui diventa celebre – e che cerca di rivendere online – ricordando l'infoiato Tom Cruise di MagnoliaRobbie Amell, 27 anni appena, star della serie The Tomorrow People, cugino di Stephen Amell, star della serie Arrow, è utile solo ad essere senza maglietta nello spogliatoio, scena d'obbligo nel filone cinematografico, con la stessa incursione di The Hole anche se lì l'audacia era ben più spogliata: qualche coraggio nei termini usati, pochissima volgarità, demenzialità assente nonostante la presenza del Ken Jeong di Community, eppure se il film risulta sufficiente non decolla mai sopra ai suoi cugini più rodati, sforzandosi solo nei titoli di coda di vomitare social networking e tecnologia, ritagliando agli sms e alla dipendenza dal virtuale solo gli spiragli a cui siamo già abituati: anche la madre, rimasta sola e che si vuole rimettere in gioco, che apre un profilo su un sito d'incontri («abbiamo scritto che siamo giovanili e in forma, e abbiamo mentito entrambi») è già un cliché. E chissà se scopriremo mai che l'appellativo «duff» venga sul serio utilizzato, adesso, nei college e nei licei, luoghi-impero di così tante storie infinitamente lontane dalle nostre, eppure così padroneggiate.

sabato 15 agosto 2015

piccino picciò.



Ant-Man
id., 2015, USA, 117 minuti
Regia: Peyton Reed
Sceneggiatura non originale: Edgar Wright, Joe Cornish,
Adam McKay e Paul Rudd
Basata sulla graphic novel di Stan Lee, Larry Lieber e Kack Kirby
Cast: Paul Rudd, Michael Douglas, Corey Stoll, Evangeline Lilly,
Bobby Cannavale, Anthony Mackie, Judy Greer, Michael Peña,
Abby Ryder Forston, David Dastmalchian, T.I., Hayley Atwell,
John Slattery, Wood Harris, Martin Donovan
Voto: 5.5/ 10
_______________

C'è uno scassinatore, Scott Lang, ladro ricercato e finito in prigione che ha visto la compagna passare a miglior marito (poliziotto!) e la figlia venirgli sottratta sotto agli occhi, senza poterci fare niente: ne esce, e decide di cambiare, migliorarsi: ma è difficile trovare lavoro dopo essere stato ripetutamente sul giornale. Gli amici poco furbi di sempre gli propongono un affare, un furto con scasso facile facile – una cassaforte pluri-blindata in una camera da letto. La camera è di Michael Douglas, Hank Pym, colui che inventò il sistema (liquido) per rimpicciolire gli atomi e rimpicciolirsi, senza apparenti danni al corpo né al cervello – e poi tornare ad essere grandi normalmente, sistema che fu utile in guerra, per disinnescare bombe, trasportare carri armati. Pym assiste all'intrusione di Lang – da lui architettata e permessa – perché necessita di un allievo a cui affidare la sua prossima missione: e Lang, nella camera con cassaforte blindata, trova solo una tuta, una maschera e una fiala. Scoprirà il meccanismo e la famiglia che lo governa (Evangeline Lilly ripropone i capelli della Howard in Jurassic World, che però non le si scompigliano): famiglia spezzata dalla perdita di una madre, da un rapporto conflittuale tra il genitore e la figlia, segreti taciuti, competenze non riconosciute, calderone perfetto per affiancarsi ai problemi familiari di Lang, perseguitato dal nuovo compagno della moglie Bobby Cannavale (e sono tre film contemporaneamente in sala), desideroso di riscatto, di realizzazione, esiliato dal sistema sociale. La missione sarebbe quella di: salvare il mondo. Perché un ex allievo di Pym, Corey Stoll, da sempre desideroso di ricreare il sistema di rimpicciolimento, forse ci è riuscito, senza però prevedere la catastrofe (continuare a rimpicciolire entrando nella dimensione quantica), sperimentando su capre e colleghi di laboratorio – accecato dal denaro e dal finanziamento di altre aziende. Se venisse messo in circolazione, sarebbe il caos: così Michael Douglas ritorna sulla piazza. In un flashback scopriamo che è stato Ant-Man, in un passato che non ci viene mostrato, ricordando la prima comparsa del «nuovo supereroe Marvel» già nel 1962, quando Pym era supereroe lui stesso. Tanto parlare delle dimensioni ristrette del protagonista contro il gigantismo degli effetti digitali solitamente usati, degli scenari a cui siamo abituati – omettendo che diventano giganti un trenino (Disney) e una formica. Tanto parlare del doppio finale (Pixar) e degli addominali del 46enne Paul Rudd («ho seguito per un anno intero un regime molto rigido, allenandomi tutti i giorni, riducendo all'essenziale i carboidrati ed eliminando completamente l'alcol – per un'unica scena in cui posso mostrarli») dato che della trita trama del supereroe con superproblemi (e un supercattivo che cambia identità sfruttando la tecnologia rubata) si può dire ben poco: diamo la colpa all'abbandono del set da parte del geniaccio Edgar Wright (Scott Pilgrim), autore comunque della sceneggiatura ritoccata poi da Rudd stesso, divoratore di fumetti a sua detta, a discapito del meno avvezzo Peyton Reed (Abbasso L'amore, Yes Man), dietro al quale le case di produzione spingevano la seconda fase del cinema Marvel, prevedendo per Ant-Man già la presenza nel prossimo Captain America (2016) e nei prossimi Avengers (2018). Ne deriva un film privo di elementi notevoli, dall'intreccio banalissimo, dai personaggi scontati, a cui manca soprattutto ciò che ormai pareva ben promesso (con il primo Iron Man, ma soprattutto con Guardiani Della Galassia): l'(auto)ironia, lo humor che Scott si lascia scappare in pochissime scene – che contraddicono l'idea di lui che ci siamo fatti – che Michael Peña da solo si deve caricare fino all'ultima – attesissima – scena. Un film dovuto perché indispensabile per rinnovarsi, infilare un nuovo personaggio, ormai presentato, nelle saghe collettive e soprattutto farci un sequel – «Pym è ossessionato dall'idea di ritrovare sua moglie, mentre Hope potrebbe seguire le orme della madre e indossare la tuta  di Wasp…» – perché a incassi stellari con un sequel si risponde: e che ringrazi la contemporanea uscita dei disastrosi Fantastici 4.

cinema d'agosto.



Prima che il Natale diventasse il fenomeno cinematografico d'aggregazione e, quindi, il momento dell'anno prediletto di alcune commedie a sfondo invernale – il cinema post-neorealista guardava con occhio interessato anche all'estate, alla città svuotata del primo episodio di Caro Diario di Nanni Moretti, ai turisti spaesati che non sanno a chi domandare aiuto di Un Sacco Bello, opera prima di Carlo Verdone regista e attore per il grande schermo. Così, questo 15 agosto, mentre – guardacaso – il MIC - Museo Interattivo del Cinema di Milano, propone quattro pellicole tra il 15 e il 16, la mia trasmissione radiofonica Start Rec ripercorre trame e backstage dei più importanti (noti e meno noti) film ambientati nel giorno più spensierato dell'estate, a partire dall'ovvio Il Sorpasso di Dino Risi (titolo originale: Il Giretto, interprete originale: Alberto Sordi, finale originale: meno funesto, co-protagonista originale: non si sa), o nel giorno precedente, come L'ascensore di Luigi Comencini, cortometraggio conclusivo di Quelle Strane Occasioni, occasioni tutte incentrate sul sesso dei borghesi, in cui la Sandrelli e monsignor Sordi si ritrovano bloccati in un palazzo senza nessuno che li possa tirare fuori. Ma nell'ora di trasmissione si spazia andando indietro e in avanti nel tempo: da La Famiglia Passaguai di Aldo Fabrizi – incredibile campione di incassi nel '53, quando arrivò sullo schermo anche la conclusione della trilogia (La Famiglia Passaguai Fa Fortuna e Papà Diventa Mamma), al più recente e celebrato Pranzo Di Ferragosto (anche in TV, ore 2:30, Rai 1) di Gianni Di Gregorio, riportando in auge una pellicola dimenticata e attualissima come Casotto, regia e sceneggiatura di Sergio Citti, con la collaborazione di Vincenzo Cerami, nel cast Ugo Tognazzi, Gigi Proietti, Michele Placido, Mariangela Melato, Paolo Stoppa e addirittura una sedicenne Jodie Foster. Per ascoltare anche le precedenti puntate di Start Rec, all'indirizzo ufficiale di Mixcloud sono disponibili tutti i podcast; in previsione della nuova stagione, da ottobre, e della puntata speciale sugli Emmy del 4 settembre, tutte le informazioni sono disponibili sulla pagina di Facebook.


venerdì 14 agosto 2015

spaccatutto.



Pixels

id., 2015, USA/ Cina/ Canada, 106 minuti
Regia: Chris Columbus
Sceneggiatura non originale: Tim Herlihy & Timothy Dowling
Basata sul cortometraggio di Patrick Jean
Cast: Adam Sandler, Kevin James, Michelle Monaghan,
Peter Dinklage, Josh Gad, Matt Lintz, Brian Cox, Sean Bean,
Jane Krakowski, Ashley Benson, Jakie Sandler,
Anthony Ippolito, Jared Riley, Andrew Bambridge,
Jacob Shinder, Matt Frewer, Dan Aykroyd, Affion Crockett
Voto: 4.8/ 10
_______________

Nei favolosi anni '80 che tutti (quelli che c'erano) adesso rimpiangono in diversi approcci creativi, a seconda dei propri mestieri, la NASA, capitanata dalla volontà sociale, inviò nello spazio senza meta precisa una di quelle boxes effettivamente inviate nello spazio – contenente immagini, video e simboli della cultura e dell'evoluzione umana: quindi registrazioni di Happy Days e Madonna, videogiochi arcade e anche i risultati di un campionato, di questi ultimi, in cui Brenner si piazzò secondo dietro il Peter Dinklage de Il Trono Di Spade («la migliore serie dopo Twin Peaks», riporto); adesso Dinklage è dietro le sbarre e Brenner alla guida di un furgoncino per andare a riparare pezzi elettro-meccanici dalla gente che lo chiama dalle Pagine Gialle, miglior amico del Presidente (che c'era, quando lui si piazzò secondo) con cui è passato ad apprezzare Scarlett Johansson dopo Farrah Fawcett – ma ancora non coglie il divertimento nelle consolle fatte per giochi spara-tutto, ammazza-tutti, carichi di violenza e senza «uno schema». Trentatré anni dopo quell'evento, decaduto Obama che però viene ricordato, Kevin James prepara torte alla Casa Bianca con la compagna Jane Krakowski, che dirà sì e no due frasi, e sarebbe stata molto divertente se ne avesse dette di più – invece a parlare è lui, e il divertimento è inesistente – e la NASA avvisa di avvistamenti nell'etere perché quelle intercettazioni aliene che hanno ricevuto, aperto e studiato la box, hanno creduto che quei videogiochi arcade fossero minacce di guerra (loro i fantasmini e la Terra Pac-Man) per cui hanno costruito versioni gigantesche di Donkey Kong o degli Space Invaders utilizzando, come da titolo, pixels, materiale cioè capace di ricomporsi una volta disintegrato (a meno che non sia disintegrato secondo le regole del gioco) e che riporta a se stesso tutto il materiale che colpisce. Per fronteggiare l'attacco allora il governo chiama a rapporto gli unici in grado di analizzare e rispondere allo «schema» digitale: e quindi, oltre al creatore di Pac Man, Adam Sandler, Dinklage e Josh Gad che negli anni '80 era un bambino. Moderni Ghostbusters – impossibile evitare il confronto – riportano in auge la moderna figura del nerd sfigato alle feste di compleanno e osannato nelle sale-giochi, chiuso in casa tutto il tempo davanti al proprio schermo e poco propenso alla cura di sé. Sandler infatti, che già non brilla di appetibilità estetica, è qui un trasandato operaio sovrappeso, con la battuta pronta per clienti ricche che si mettono a piangere nella cabina armadio (vedi alla voce: Michelle Monaghan) e dal quale quindi non ci aspettiamo un sì facile flirt amoroso. Ma Sandler si è fatto il film su misura, scansando addirittura il regista Chris Columbus, classe 1958, il regista addirittura di Mamma Ho Perso L'aereo, di alcuni Harry Potter, il primo Percy Jackson e Una Notte Al Museo, il quale è arrivato per ultimo nello sviluppo del progetto: basato sul cortometraggio dallo stesso nome diretto dal francese Patrick Jean e vincitore dell'Annecy Crystal 2011, lo script di Tim Herlihy è stato commissionato da Adam Sandler mentre Columbus proponeva il remake di Hello Ghost, film della Corea del Sud di Kim Young-tak. Ne risulta un prodotto inclassificabile (al quale è stato tolto il danno alla Grande Muraglia per non incappare nella censura cinese): oscillando nei fenomeni disneyani di queste decadi, la Marvel e la Pixar, la commistione della catastrofe planetaria a certe trovate di Ralph Spaccatutto dovrebbe concludersi come film perfetto per gli amanti del genere – eppure si riempie di battute demenziali, trovate surreali, risvolti da commedia romantica: un pasticcio, e incassa 135 milioni di dollari.