venerdì 23 settembre 2011

la pelle che abita Pedro / 2.

Se Gli Abbracci Spezzati aveva segnato al tempo stesso l'apoteosi e il declino delle immagini almodovariane, con le orrende scene al presente e le perfette scenografie degli anni '70, questo La Pelle Che Abito (titolo che suona malissimo in italiano e meraviglioso in spagnolo) continua l'opera; i film di Pedro sono sempre segnati dalla sovrabbondanza del colore rosso - e questo è un film blu; i film di Pedro hanno sempre delle costruzioni minuziose e perfette - e questo parte da un libro costruito minuziosamente e perfettamente che lui ha rovinato creando due flashback di seguito e ammazzando la metà delle sorprese; i film di Pedro hanno sempre delle protagoniste meravigliose e dei meravigliosi personaggi - e questo ha un Antonio Banderas che ci si chiede da dove sia tornato e un inutilissimo superfluo personaggio-tigre che compare e scompare senza farsi ricordare.
Nel complesso però, dopo un inizio sbagliato e un proseguimento manieristico, prima della metà, in corrispondenza dei due flashback, il film prende corpo e si fa interessante e interessato, poi la storia procede e scoppia in un finale meraviglioso preceduto da una scena che si sospira «ah!, ecco il film di Pedro» quando dall'alto sono inquadrati due corpi morti e uno vivo.
Sì, siamo lontanissimi dai capolavori (ciao, Volver), però i film di Pedro sanno sempre essere colti, ben scritti, ricchi di citazioni e nozioni (in questo caso sono i film di Fritz Lang, Occhi Senza Volto, il mito di Frankenstein e prima ancora di Prometeo), pregio (e pecca) che quasi nessun regista, comunque, ha.

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