venerdì 16 settembre 2011

lacrime di leone.

Poco prima che Marco Müller salisse sul palco della Sala Grande e chiamasse Bernardo Bertolucci ad aiutarlo nell'impresa, le tre amiche sedute alla mia sinistra commentavano, con le spalle al palco e il naso all'insù, gli ospiti presenti in sala. Al nome «Nicola Piovani» sono balzato, realizzando di essere in sala con due premi Oscar.
Poi Müller ha chiamato Bertolucci e Bertolucci (messo sempre peggio) ha chiamato Marco Bellocchio e in tutta questa presenza di registi e sceneggiatori e premi Oscar e direttori, la mia emozione proveniva dalla cosa che sul palco brillava più di tutte: la statuetta del Leone d'Oro.
Successivamente poi avrei assistito alla prima di Nel Nome Del Padre rimaneggiata dal regista, avrei pensato alla giustezza di questo premio alla carriera, avrei ascoltato - sorprendendomi - il discorso che Bellocchio aveva scritto venendo in treno a Venezia, ma in quel momento tutta la mia attenzione era per il leoncino luminoso, e indifferente a ciò che stava accadendo sul palco e sulle poltroncine di fianco alla mia, le lacrime mi scendevano copiose all'idea che tra me e lui ci fossero soltanto venti metri.

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