sabato 22 ottobre 2011

hunger.

Succede sempre, durante i festival, che i registi in gara vengano riscoperti dal pubblico e rispolverati dalla critica che si mette a pubblicare elogi e pecche passate; è successo anche con Steve McQueen, gigante regista afro-inglese, che a Venezia portava Shame e a Fassbender portava la Coppa Volpi: i giornalisti hanno cominciato a ricordare quando, nel 2008, dopo una carriera da videoartista, McQueen esordì alla regia sconvolgendo gli inglesi con Hunger (che vinse premi collaterali a Venezia e Cannes, si candidò a un BAFTA e conquistò una valanga di riconoscimenti al miglior esordio). Protagonista anche di questo film è Fassbender, in realtà protagonista degli ultimi due terzi: dopo un inizio quasi completamente muto che racconta lo svolgersi di una giornata di una sorta di poliziotto e poi l'ingresso in carcere di un rivoltoso, ci viene presentato questo Bobby prima in un pianosequenza in cui viene bastonato e picchiato e rasato, biotto e trascinato per i corridoi del carcere, poi in un pianosequenza di venticinque minuti che ribalta la coerenza del film con un dialogo serratissimo, un vomito di parole, tra il detenuto e il prete che ha chiesto di incontrare a cui spiega di aver deciso di intraprendere un nuovo sciopero della fame (da qui il titolo) sperando che il governo irlandese possa porre più attenzione ai carcerati, costretti a continui maltrattamenti, al freddo, alla nudità, alla convivenza con escrementi propri e altrui, agli scherni dei sorveglianti. Inizierà un'ultima parte crudissima, che dopo la violenza subita mostra la violenza auto-imposta, la magrezza, la debolezza, sempre in vorticismi registici che rendono il film un capolavoro, da non guardare dopo cena né prima di dormire né da soli, ma comunque un capolavoro.

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