domenica 30 ottobre 2011

il popolo e il Faust.



Faust
2011, Russia, 134 minuti, colore
regia: Alexander Sokurov
sceneggiatura: Alexander Sokurov, Marina Koreneva, Yuri Arabov
cast: Johannes Zeiler, Anton Adasinsky, Isolda Dychauk
voto: 7.4 / 10
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«La prossima volta informati meglio, allora. Hai visto quante persone se ne sono andate?, la sala si è svuotata a metà tempo» si lamentava, delusa, una simpatica signora all'uscita dal cinema, bacchettando il marito per averle fatto sorbire due ore e un quarto di dialoghi matti.
Io ero vicino a lei in strada e nel dolore, perché vederlo, quel film, mi ha dato non poche paturnie (a Venezia, per esempio, avevo fatto il biglietto e ho poi dimenticato di entrare in sala), ma a differenza di quella signora io sapevo di essere in una delle dodici fortunate comitive d'Italia a poter vedere la pellicola Leone d'Oro a Venezia, ché questo Faust, uscito anticonformisticamente di mercoledì, è stato distribuito prima in sei, poi in dodici copie, sparse in modo discutibile (quattro in Emilia Romagna, nessuna dal Lazio in giù fatta eccezione per la Puglia che «non a Bari» diceva l'autista portandomici, «non in provincia di Bari, che ne so, Monopoli, Barletta, no!, a Santo Spirito!»). Alle spalle del tanto acclamato "capolavoro" c'è Alexander Sokurov, compianto regista russo non perché sia morto ma perché a lungo ignorato; autore de L'arca Russa, con il personaggio del dottor Faust completa la tetralogia sulla natura del potere dopo Hitler (Moloch), Lenin (Taurus) e Hiroito (Il Sole). Mi domando cosa abbia pensato la signora di cui prima quando il film è cominciato con l'inquadratura di un pene (in realtà comincia con uno specchio appeso a una nuvola) appartenente a un cadavere che Faust e il suo assistente stanno sventrando, per conoscere tutto, dicono, «per trovargli l'anima». Ma di quest'anima neanche l'ombra. C'è solo l'ombra della fame, della povertà, del bisogno di soldi, della sporcizia, delle persone bizzarre che per strada camminano schiacciandoti, scavalcandoti, per questi viottoli strettissimi, piazzette microscopiche, gallerie intasate da gente e carri funebri, un palcoscenico troppo stretto per tutti i personaggi e i loro pezzenti o pomposi vestiti (inchino gigantesco alla costumista Lidiya Kryukova); morente di fame, il dottor Faust, che tanto ha studiato e tante cose sa, spera che l'usuraio dalla doppia voce possa aiutarlo prendendo come pegno il suo anello con pietra; quello dice di no, e se lo tira dietro a spasso, e iniziano a camminare, senza sosta, sempre camminare, per boschi scoscesi e colli tortuosi, per salite rocciose e ghiacciai bollenti, e parlano di ciò che esiste e ciò che no, di una fanciulla di nome Gretchen e di sua madre e di suo fratello appena morto, e Faust poi lo capisce, che quello dovrebbe essere il diavolo e che vuole la sua anima, e lui gliela concede su un pezzo di carta pieno di errori in cambio di una notte con la ragazza, ed ecco la scena per cui vale tutto il film: lui la vede in un lago, tutta vestita, la abbraccia da dietro, cadono di lato nel liquido verde. Il silenzio. I loro volti in primissimo piano, deformati, luminosi, come tutte le scene deformate e luminose, esagerate, di quando abbandonano le vie all'aperto ed entrano in chiesa, in lavanderia, in osteria. Allora, capolavoro? Non lo so. Un film che per capire se è geniale bisogna conoscere i Faust di Goethe e di Mann, che conoscendo quelli si capiscono i cambiamenti al personaggio dell'usuraio (interpretato magistralmente da Anton Adasinsky) e le trovate intelligenti di regia e dialoghi di Sokurov, che certo è un piccolo kolossal visivo ma non poi così visionario come si era detto, non così matto, certo istrionico, esagerato, curato nel dettaglio, nelle scenografie, grottesco, fotograficamente incoerente, assolutamente non per tutti, non per chi non è abituato ai filmoni, perché poi si lamentano all'uscita del Piccolo di Santo Spirito.

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