martedì 11 ottobre 2011

restless (l'amore che resta?).

Lui dovrebbe andare a scuola e invece quando non si imbuca a funerali di sconosciuti generando dubbi negli assorti parla con il fantasma di un kamikaze giapponese. Lei si veste come un maschio e va continuamente in ospedale, non per fare l'infermiera come vorrebbe far credere ma per capire quanti mesi le restano di vita. Non potevano non incontrarsi e amarsi dal primo sguardo.
Parte così una storia d'amore fatta di una buonissima recitazione, dialoghi brillanti, scene melense e mielose e surreali (fanno karate?, scherma?) e colpi di scena (geniale la piéce alla Romeo & Giulietta) simpatici e non che dovrebbe durare tre mesi ma a conti fatti, se lo spettatore sta attento, dura il doppio o più - per finire nella banalità in cui tutti i film con il protagonista malato finiscono. Intanto il regista non c'è, non dà segni di vita, la telecamera si muove nel modo più tradizionale possibile salutando da lontano Elephant e Paranoid Park e le lunghe camminate di adolescenti (che a differenza di questo film, erano adolescenti veri) e le lunghe carrellate circolari di gente seduta (di cui c'è stato un ultimo barlume nel precedente Milk). Gus Van Sant si è ormai totalmente piegato al mercato  americano per potersi portare a casa almeno un Oscar nella vita (e nessuna Palma d'Oro più), abbandonando ciò che per anni l'ha contraddistinto e dando il benvenuto a attori e produttori cliché: inascoltabile nella versione italiana, Mia Wasikowska si toglie i panni anoressici da modella di Alice e quelli giovanili di figlia di lesbiche e quelli ottocenteschi da personaggio della Brontë festeggiando il suo anno di successi, ma la vera sorpresa è questo Henry Hopper quasi esordiente che tra bellezza e spontaneità è un dono della natura.

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