mercoledì 19 ottobre 2011

melancholia.

Quanti hanno visto Antichrist si ricorderanno, oltre a peni turgidi penetranti, a forbici che tagliano clitoridi, a polpacci perforati per farci passare il perno di una ruota, una serrata costruzione che divideva il film in tre parti nominate con un'introduzione in bianco e nero a rallentatore e musica d'opera nel sottofondo; per questo Melancholia, abbandonando il rifiuto dell'uso del digitale che lo ha contraddistinto per anni, il depresso Lars von Trier - che nonostante gli anni passino e i film pure resta sempre depresso, non cambia la squadra vincente (di discutibili Palme d'Oro alle attrici) e dopo un'introduzione a rallentatore con musica classica in sottofondo e Kirsten Dunst e Charlotte Gainsbourg che fanno cose di cui poi si capirà il senso solo alla fine, divide il film in due parti dedicando la prima ora all'attrice bionda, che a causa di picchi di depressione ogni tanto scappa dal ricevimento sfarzosissimo del suo matrimonio per parlare con la madre, fare sesso con un pivello, spogliarsi e fare il bagno, e la seconda parte all'attrice bruna, che non riesce a star tranquilla sapendo che questo pianeta Melancholia si sta per schiantare contro la Terra finendo con l'ammazzare tutto e tutti. Il marito la tranquillizza, la sorella si trascina a malapena, il figlio non capisce dove si trova.
La bellezza del film è tutta calante: nei primi sei minuti a rallentatore si riesce a vedere Dio e si resta a bocca aperta; la prima parte è scritta benissimo e illude che il film duri lo stesso tempo della vicenda, dedicando un'ora a un matrimonio che poi non esiste; la seconda parte è un'ansia americana in perfetto stile fine-del-mondo che si conclude nell'unico modo in cui si potrebbe concludere. Illude anche la locandina originale, con un'immagine che nel film non c'è; per questo, io, vi dono quest'altra.

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