giovedì 10 novembre 2011

il film iraniano.





Una Separazione
2011, Iran, 123 minuti, colore
regia: Asghar Farhadi
sceneggiatura: Asghar Farhadi
cast: Peyman Moaadi, Leila Hatami, Sareh Bayat, Shahab Hosseini
voto: 9.3/ 10
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Credo che non sia mai successo nella storia del festival di Berlino, certo non è mai successo a Cannes o a Venezia dove vige la regola del non-più-di-un-premio-grosso-a-film, ma quando è passato al concorso tedesco, Nader E Simin: Una Separazione, attualmente nei cinema italiani, si è aggiudicato l'Orso d'Oro alla regia, gli Orsi ai due attori e alle due attrici, e il premio della giuria ecumenica. Corre verso gli Oscar 2012 come film ufficiale iraniano ed è (sperando di non tirarne i piedi) una certezza nella cinquina: già dalle prime due scene, in cui prima compaiono i titoli di testa insieme a dei documenti che vengono fotocopiati e poi i due protagonisti, marito e moglie che parlano in camera rivolgendosi al giudice spiegando le ragioni per cui vogliono (lei, vuole) divorziare, si sente profumo di capolavoro.
Nader e Simin non divorziano, si separano appunto. Perché lei sa, e il discorso col giudice lo conferma, che l'Iran è un Paese maschilista e la figlia crescerebbe male. Ma non c'è denuncia né provocazione nella regia di Asghar Farhdi, c'è solo una lieve amarezza e una sceneggiatura brillante che rasenta la perfezione: mai nessuna scena è superflua, e di nessuna si sente la mancanza. Con la dipartita di Simin che va a vivere da sua madre, Nader ha bisogno di qualcuno che resti in casa mentre lui è al lavoro per badare al padre malato di Alzheimer, presenza che gli impedisce di assecondare il volere della moglie; gli entrerà in casa una donna timorata di Dio e del Corano, incinta, che sarà costretto a sbattere fuori quando non adempie al suo dovere. Lei finisce sulle scale, la sera perde il bambino, la mattina dopo querela Nader per omicidio. Il film a questo punto si dovrebbe chiamare "una denuncia", perché la separazione passa in secondo piano per stabilire prima gli impicci giudiziari e giuridici.
Lui, è colpevole o innocente? Se lo chiedono la moglie, la figlia, il pubblico in sala. E la fine, sottolinea il capolavoro.
Il regista dice che questo film è la diretta conseguenza del precedente, About Elly, sempre passato alla Berlinale. È stato scritto e finanziato in un solo anno, senza difficoltà. Non ha avuto nessun supporto dal governo per colpa di un discorso tenuto in pubblico. Io, gli auguro pure la statuetta.

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