mercoledì 28 settembre 2011

il film italiano.

Prendete Nuovomondo e togliete Charlotte Gainsbourg per metterci dentro una sbarcata africana, scambiate un viaggio della speranza per raggiungere il Nuovo Continente con un viaggio della speranza che parte da sotto l'equatore, abbandonate le musiche impeccabili di Antonio Castrignanò per quelle basse e silenziose di Franco Piersanti, ma soprattutto dimenticate ogni peripezia registica e ogni rallentamento, e avrete Terraferma, che tra gli otto film in lizza è stato scelto per rappresentare l'Italia agli Oscar 2012.
È allo stesso tempo una scelta giusta e una scelta sbagliata; sbagliata perché Emanuele Crialese, il regista, era riuscito a portare verso la candidatura anche il Nuovomondo già citato, senza riuscirci, per cui sembra impossibile poterci sperare con questo film, che non brilla né per trama né per tecnicismo, ma solo per l'interpretazione di Filippo Puscillo (che devo ancora capire se è proprio scemo o ci fa) e l'umanità del tema, ed è quindi scelta giusta perché tra le altre pellicole italiane, questo è forse quello che più può essere capito e apprezzato oltreoceano, sebbene la genialità del soggetto fosse di Habemus Papam e quella dei dialoghi di Corpo Celeste.
Raccontando la storia dei pescatori siciliani che non riescono a lasciare in mare aperto gli spossati clandestini, Terraferma è stato classificato tredicesimo, dai giornalisti, tra i film in concorso a Venezia68, dove ha logicamente vinto il Premio Unicef e il Premio Speciale della Giuria.

martedì 27 settembre 2011

il film svedese.

In Beyond scorrono parallelamente le due storie dello stesso personaggio: Leena da ragazzina era costretta a sbrigare le faccende di casa e prendersi cura di suo fratello minore date le condizioni di ubriachezza perpetua di suo padre e di sottomissione depressiva di sua madre, che col passare del tempo e delle scene andranno sempre a peggiorare; e Leena adulta, che si è lasciata quel passato alle spalle e ha messo su una nuova famiglia, ha sposato un uomo, avuto due bambine, senza mai rivelare niente di ciò che aveva passato, tacendo sull'esistenza di suo fratello e sulla presenza di sua madre. Poi, il giorno del suo compleanno, riceve una chiamata che la costringerà a mischiare le sue due vite.
Il film che la Svezia manda agli Oscar è recitato in svedese e finlandese, interpretato da quella Noomi Rapace brava senza piercing e gel nei capelli, diretto da Pernilla August, conosciuta ai più per essere stata Shmi Skywalker in Star Wars e ai meno per aver vinto la Palma d'Oro come miglior attrice a Cannes in Con Le Migliori Intenzioni scritto da Bergman.
Per quanto affronti un tema ritrito come le condizioni precarie dei bambini che crescono in famiglie distrutte dall'alcool e dal disinteresse, Beyond trova la sua forza nella struttura, raccontando la vicenda con due sviluppi cronologici per cui si desidera sapere cosa è successo a Leena bambina e cosa succederà a quella adulta.
Passato a Venezia 67, il film è uscito nelle sale italiane il 16 marzo di quest'anno, mentre in patria vinceva il Guldbagge alla regia e all'attrice non protagonista, Outi Mäenpäa, per il ruolo della madre, anche se immensamente più brava è stata la quindicenne Tehilla Blad.

il film spagnolo - i candidati.

Domani l'Academia de Cine española rivelerà qual è il film che rappresenterà la Spagna agli Oscar tra La Pelle Che Abito di Almodóvar che ha ricevuto un'accoglienza troppo fredda a Cannes, La Voz Dormida (The Sleeping Voice) di Benito Zambrano e il più probabile Pa Negre (Pane Nero) di Agustí Villaronga che, uscito nel 2010, ha già guadagnato nove premi Goya in patria tra cui quello al film, alla regia, e a tutti gli attori.

il film portoghese.

Anche il Portogallo sceglie di mandare agli Oscar 2012 un documentario; è José e Pilar, del giovane Miguel Gonçalves Mendes, storia dello scrittore Premio Nobel nel '98 José Saramago e della sua relazione di tenerezza e complicità con la giornalista Pilar del Río sua moglie. Il film parte dalla prima stesura del romanzo Il Viaggio dell'Elefante (edito in Italia da Einaudi) mentre lo scrittore si trovava a Lanzarote nel 2006 e prosegue fino al lancio e alla promozione del romanzo, nel 2008, a São Paulo, mostrando i viaggi dello scrittore tra Madrid, Helsinki, Rio de Janeiro. La pellicola, prodotta anche dalla spagnola El Deseo dei fratelli Almodóvar, al momento detiene il maggior numero di record per un film portoghese: mantenuto per cinque mesi nei cinema di tutto il Portogallo, primo film portoghese ad essere co-prodotto da colossi stranieri, ha registrato il tutto esaurito sia alla prima mondiale nel 2010 al Rio de Janeiro Film Festival sia alla premier a Madrid nel gennaio 2011.
In Italia, il film è uscito a settembre direttamente in dvd per la collana Feltrinelli Real Cinema, con una copertina molto meno originale della locandina originale.

il film russo.

È il 1991 e tale Nikita Mikhalkov si candida all'Oscar per il miglior film straniero con Urga; è il 1994 e Nikita Mikhalkov vince quell'Oscar con la prima parte di un dittico, Burnt By The Sun; in attesa di trovare i fondi per girare la seconda parte di quel film arriva il 2007 e si candida ancora all'Oscar con 12. I fondi li ha trovati e ha girato le due parti che compongono Burnt By The Sun 2, e l'Academy russa ha pensato bene di scegliere questo film da mandare agli Oscar 2012, dato che ormai il nome di Nikita è una garanzia. Peccato che il film abbia avuto pessima critica e sia stato fischiato dal pubblico in patria, massacrato sui siti di cinema; nel frattempo a Venezia vince il Leone d'Oro il Faust di Aleksandr Sokurov, sperimentale, epico, osannato da tutti. Il presidente dell'Academy non firma l'espatrio del film di Mikhalkov e si prodiga per mandare in America anche il capolavoro di Sokurov, che potrebbe candidarsi anche ai premi tecnici e artistici. To be condinued.

lunedì 26 settembre 2011

il film irlandese.

L'Oscar al miglior film straniero è dato a quei film mandati da Paesi non americani che non parlano la lingua inglese; l'Irlanda quest'anno, nonostante anglofona, candiderà un film recitato in serbo, As If I Am Not There della già candidata all'Oscar Juanita Wilson per il miglior cortometraggio, nel 2008, con The Door, che esordisce qui al lungometraggio.
Non so da dove sia uscita questa Natasha Petrovic, attrice protagonista che si sobbarca il film intero essendo presente in ogni scena, ma la sua bellezza è debilitante al punto che copre le poche inespressività della sua comunque convincente interpretazione di Samira, ragazza appena ventinovenne che si sveglia una mattina e da Sarajevo parte per andare ad insegnare in una classe di bambini in un paese della Bosnia Herzegovina in cui, dopo il primo giorno di lezione, verrà presa e portata insieme ad altre donne ad assistere al massacro della popolazione maschile e poi alla lenta decomposizione di quella femminile; una Masseria Delle Allodole in cui le donne, rinchiuse prima in capannoni e poi in strane soffitte, vengono tenute senza cibo e senza coperte, vengono a turno violentate, maltrattate, in scene dalle quali Monica Bellucci dovrebbe imparare molto. Samira un giorno decide di truccarsi, e facendosi notare dai soldati diventa "la preferita dell'harem", venendo condotta ogni sera dal capitano che la inviterà prima a fumare, poi a restare per cena.
Il film, per quanto imperfetto, è una perla di crudeltà e silenzi, e la lentezza di alcune scene, comunque ben dirette, viene riempita da un'azzeccatissima colonna sonora. La trovata geniale: raccontare tutto nella prima scena tramite un incomprensibile montaggio a scatti che bisogna ricordare fino al penultimo minuto.

il film francese.

Uscito nelle sale meno di un mese fa dopo aver aperto la Settimana della Critica a Cannes, il film che rappresenterà la Francia agli Oscar 2012 è La Guerre Est Déclarée, storia d'amore e di disperazione di una ragazza, Juliette, che ama follemente un ragazzo, Roméo, con cui va sulle giostre e vive serena e ama follemente il figlio di otto anni, Adam, al quale verrà improvvisamente diagnosticata una rara forma di cancro. La forza e l'amore della coppia crescerà sotto la pioggia e tra i corridoi dell'ospedale perché il film, diretto da Valérie Donzelli, scritto da Valérie Donzelli insieme a Jérémie Elkaïm, interpretato da Valérie Donzelli e Jérémie Elkaïm, "musicato" da Jérémie Elkaïm, è di quanto più dolce e tenero che una coppia può regalarsi, e raggiunge il realismo e la spontaneità che a gran parte del cinema francese manca.
Certo però, la trama non brilla di originalità.

voce del verbo guidare.

Un silenzioso meccanico d'officina che a volte s'incappotta come stunt-man per le star nei film, un giorno incappa nella sua vicina di casa e scopre che ha la bellezza e il candore di Carey Mulligan (che, se non avete visto brillare in An Education, vedrete brillare in Shame), e scopre anche che ha un figlio concepito a diciott'anni con un tale che ora è in carcere e che quando uscirà porterà solo guai al povero meccanico d'officina, che per amore della sua vicina deciderà di aiutarlo. Drive è particolare già dai titoli di testa (rosa su musica synth anni '80 tra scene di grattacieli e luci tipicamente americane); è ancora più particolare perché racconta di inseguimenti in macchina e rapine e borse piene di soldi e tanti, tantissimi morti ammazzati con picchi splatter - tutto accompagnato da una fotografia incredibilmente di classe, delicata, fatta di luci interne e di tantissime ombre - tutto accompagnato da un montaggio incalzante e velocissimo negli inseguimenti quanto rallentato all'estremo nelle scene di tenerezza che precedono quelle di crudeltà. La telecamera non sta ferma neanche quando sembra. Ryan Gosling non cambia mai faccia. Christina Hendricks compare per cinque minuti ma è bellissima anche con i pantaloni e senza fare la segretaria per i Mad Men. Ottavo film per Nicolas Widing Refn dopo la trilogia di Pusher e il cattivissimo Bronson, migliore regia a Cannes, segna il sodalizio d'amicizia e non di lavoro con Goslin attore e un cult annunciato. Meritatamente.

domenica 25 settembre 2011

il film libanese.

Il film scelto dal Libano per gli Oscar 2012 è Et Maintenant, On Va Où? di quella Nadine Labaki che già era stata capace di dirigere, scrivere, e interpretare una perla come Caramel nel 2007; con entrambi ha intenerito il cuore e fatto ridere al Festival di Cannes, ma col più recente ha vinto anche il Premio del Pubblico quest'anno a Toronto. Il film già dalla locandina riesce a rendere i colori, i sapori, gli odori, i calori della terra mediorientale in cui è girato, terra divisa tra cristiani e musulmani, che per anni sono stati in grado di convivere e che adesso per sciocche diatribe o liti durante le riunioni in piazza per vedere la televisione stanno instaurando rapporti di tensione. Le donne, che non sono divise da niente seppur diversamente credenti, per placare gli animi iracondi dei consorti allora fanno piangere Madonne e sculettare ballerine russe che hanno avuto problemi con il pullman, tutto in un crescendo di comicità, complicità, ed equivoci. Scoppia poi la prevedibile scena della disperazione e dopo che l'inizio era stato surreale, la scena finale saprà fare di meglio.
Film corale ben scritto, ben girato, divinamente interpretato e persino cantato. Sarebbe una nomination obbligata.

il film italiano - i candidati.

Verrà reso noto fra tre giorni (mercoledì 28) il film che rappresenterà l'Italia agli Oscar 2012. Per la prima volta, quest'anno è stata data una lista di otto film papabili tra cui la commissione, che include i registi Marco Bellocchio e Luca Guadagnino, sceglierà la pellicola che a sua volta potrà essere (o non essere) selezionata per la cinquina dei film stranieri che sarà annunciata il 24 febbraio prossimo.
Gli otto film italiani includono il più plausibile vincitore Habemus Papam di Nanni Moretti, passato a Cannes senza piacere alla critica, che segnerebbe la seconda nomination del regista dopo La Stanza Del Figlio; lo sperimentale Noi Credevamo di Mario Martone che in patria si è già guadagnato sette David di Donatello tra cui quelle al film e alla sceneggiatura; Vallanzasca - Gli Angeli Del Male di Michele Placido che è sempre uguale a se stesso; Terraferma di Emanuele Crialese che era già stato scelto cinque anni fa con lo splendido Nuovomondo, e che è sempre uguale a se stesso; il meraviglioso, realistico, tenero, innovativo, brillante Corpo Celeste di Alice Rohrwacher che a Cannes è piaciuto a tutti; Tatanka di Giuseppe Gagliardi, storia vera di Clemente Russo raccontata da Roberto Saviano; il dolce Notizie Dagli Scavi di Emidio Greco; l'unica commedia, Nessuno Mi Può Giudicare di Massimiliano Bruno, con la migliore interpretazione di sempre di Paola Cortellesi.

venerdì 23 settembre 2011

la pelle che abita Pedro / 2.

Se Gli Abbracci Spezzati aveva segnato al tempo stesso l'apoteosi e il declino delle immagini almodovariane, con le orrende scene al presente e le perfette scenografie degli anni '70, questo La Pelle Che Abito (titolo che suona malissimo in italiano e meraviglioso in spagnolo) continua l'opera; i film di Pedro sono sempre segnati dalla sovrabbondanza del colore rosso - e questo è un film blu; i film di Pedro hanno sempre delle costruzioni minuziose e perfette - e questo parte da un libro costruito minuziosamente e perfettamente che lui ha rovinato creando due flashback di seguito e ammazzando la metà delle sorprese; i film di Pedro hanno sempre delle protagoniste meravigliose e dei meravigliosi personaggi - e questo ha un Antonio Banderas che ci si chiede da dove sia tornato e un inutilissimo superfluo personaggio-tigre che compare e scompare senza farsi ricordare.
Nel complesso però, dopo un inizio sbagliato e un proseguimento manieristico, prima della metà, in corrispondenza dei due flashback, il film prende corpo e si fa interessante e interessato, poi la storia procede e scoppia in un finale meraviglioso preceduto da una scena che si sospira «ah!, ecco il film di Pedro» quando dall'alto sono inquadrati due corpi morti e uno vivo.
Sì, siamo lontanissimi dai capolavori (ciao, Volver), però i film di Pedro sanno sempre essere colti, ben scritti, ricchi di citazioni e nozioni (in questo caso sono i film di Fritz Lang, Occhi Senza Volto, il mito di Frankenstein e prima ancora di Prometeo), pregio (e pecca) che quasi nessun regista, comunque, ha.

giovedì 22 settembre 2011

il dio del massacro.

Era già stato Sleuth a proporre a Venezia un film con una storia presa dal teatro e due attori soltanto in una casa soltanto; la sceneggiatura aveva dei picchi di assurdo e nessuno ne parla più. Carnage, di quel Polanski che presenta film a festival dove non può presentarsi è un film corto (un'ora e un quarto) che sembra durare dieci minuti: una coppia è in casa di un'altra coppia per stipulare trattati di pace dato che il loro figlio ha spaccato due denti al figlio di quegli altri. Tutti composti e buonisti inizialmente, inizieranno a creare fazioni e complotti e criticarsi e darsi addosso, le coppie scoppieranno, i tulipani nel vaso pure, s'invertiranno i ruoli: i genitori si comporteranno peggio dei propri figli. Quattro personaggi in un salotto tengono la scena grazie a una magistrale, realistica, minuziosa, precisa, attenta, umana sceneggiatura che svela i veri modi di comportarsi di ospiti e padroni di casa, ma soprattutto grazie a quattro interpretazioni magistrali senza pecche sulle quali spicca Jodie Foster che ride piange si inalbera e si ricompone senza mai dimostrare gli anni che ha. Giustamente, il miglior film di Venezia di quest'anno.

la pelle che abita Pedro / 1.

Domani uscirà nelle sale italiane La Pelle Che Abito di Pedro Almodóvar e domani ne parleremo; in attesa di quel film, però, non si può non parlare di questo: Occhi Senza Volto del francesissimo Georges Franju è una pellicola del 1959 che guardava al futuro; la famiglia protagonista è formata da un padre medico chirurgo che vive col senso di colpa per aver sfregiato il viso della figlia in un incidente stradale, da sua moglie epigona di Lady Macbeth - cinica, femminile e sfacciata, interpretata dall'italianissima quanto sconosciuta e brava Alida Valli, e dalla figlia Christiane che non vediamo mai in viso perché, precorritrice del Fantasma dell'Opera, si aggira per casa sua e per la sua vita con addosso una maschera che le lascia scoperti solo gli occhi. Pochi film hanno visto interpretazioni tanto istrioniche quanto quelle di questi tre personaggi; la trama, per quanto surreale, riesce a far scorrere facilmente l'ora e mezzo di musica agghiacciante e sviluppi imprevisti e dialoghi incastrati e necessari; dei personaggi non ci viene detto niente ma sappiamo tutto; dell'epilogo ci viene raccontato l'inizio ma supponiamo il seguito. La chirurgia estetica, il volto sfigurato, il corpo che non appartiene a chi lo abita, una famiglia di assassini, il riscatto: se non sapessimo che la partenza del film di Almodóvar è il romanzo Tarantola di Thierry Jonquet, diremmo che ha fatto un remake di questa gemma antica.

mercoledì 21 settembre 2011

la fine del mondo - l'ennesima.

Come Melissa P., che siccome ha scritto un libro sul sesso adesso tutti si aspettano che scriva libri sul sesso, così Willelm Dafoe, dopo aver girato Antichrist, adesso deve trombare in tutti i film: 4:44 - Last Day On Earth si apre con una scena inutile quanto innovativa di sesso, si intuisce che alla fine del mondo mancano 14 ore e il mondo lo sa bene e la popolazione si prepara all'evento come meglio crede: dando feste, tirando coca, dipingendo, come cerca di fare la coniuge?, morosa?, amica?, di Dafoe. Di queste coppia, non sappiamo niente eccetto che tromba. Di lei, sappiamo che ha una madre con cui parla su Skype. Di lui, sappiamo che ha un amico e una ex morosa con cui parla su Skype e che riempie quaderni di appunti. Ogni tanto esce sul balcone e urla. È un personaggio maschile che poteva essere ben sviluppato e invece non ha nessuna profondità psicologica, come tutto il film, che poteva essere un altro film cosmico sull'esistenzialismo e sull'antropologia e invece è un'accozzaglia di immagini già viste di Madonne, Gesù, telegiornali, popoli in processione, cieli verdi.

martedì 20 settembre 2011

killer matthew.

Quanti saprebbero dire il nome del regista de L'esorcista? E quali altri film ha diretto dopo L'esorcista? Ecco, William Friedkin (è questo il nome) dopo una serie di bassi e pochissimi alti, arriva alla Mostra del Cinema di Venezia con un tale Killer Joe due giorni prima della chiusura; il film, interpretato da un cast da fiumi di premi su cui spiccano, finalmente bravo, Matthew McConaughey in veste country, il sempre pieno di sangue in faccia Emile Hirsch, ma soprattutto la ventiduenne Juno Temple che tra scene di nudo e di pianto sarà la giovane candidata agli Oscar di quest'inverno, riprende i picchi di splatter che erano de L'esorcista, li mischia a una regia mobile, a una fotografia da True Blood e a costumi e accenti da Walker Texas Ranger, basandosi però su una sceneggiatura brillante, che fa più ridere che inorridire, e che rende il film un thriller disturbante, sanguinoso, a tratti erotico, ma di una comicità imprevista. Un capolavoro come pochi: si spera, guardandolo, che non finisca, e sul più bello, a sorpresa, invece quello finisce.

lunedì 19 settembre 2011

questo è stupido.

Fino a stamattina ero convinto del fatto che Ryan Gosling fosse un attore poco famoso perché bravissimo e soprattutto dedito a meravigliosi film poco famosi, poi ho visto Crazy, Stupid, Love. e ho scoperto di sbagliarmi. Elogiata da riviste e critici americani e stranieri, che la definivano «originale», «ben scritta», «la migliore rom-com della storia», questa commedia romantica, appunto, non ha assolutamente niente in più (o in meno) di altre commedie romantiche: una caterva di personaggi e simpatici attori celebri che si scambiano partners e battute patetiche, una patetica scena di tristezza e solitudine sotto la pioggia, un patetico discorso tenuto nell'aula magna della scuola il giorno del diploma in cui padre e figlio gridano al microfono i propri amori per due donne presenti, un patetico lieto-fine e mezzo dopo una pateticissima rissa pre-ultima scena in cui i maschi fanno a botte a caso. Si ride a due battute in tutto, e ci si sorprende soltanto di una intelligente trovata che unisce due gruppi di personaggi, tra cui spiccano il meraviglioso già citato Goslin e la meravigliosa Emma Stone, che si ritrova in un film che cita La Lettera Scarlatta dopo aver girato un film, il ben più divertente Easy A, che su quel libro intero si basava.
Riviste e critici americani hanno già previsto che la commedia che arriverà agli Oscar in mezzo a tutti i film drammatici, quest'anno sarà questa. Io spero vivamente di no, e come rimpiango i tempi di Little Miss Sunshine.

the Modern Family awards.

Meravigliosamente presentati dalla candidata lei stessa (e già vincitrice l'anno scorso) Jane "Sue Sylvester" Lynch, sono andati questa notte in onda i 63esimi Emmy Awards nella seconda parte delle centinaia di premiazioni per la televisione americana; con una lista sempre uguale di candidati che sono candidati ogni anno e o vincono sempre o non vincono mai, ci sono state alcune sorprese: Melissa McCarthy incoronata e piena di fiori ha ritirato il premio come miglior attrice comedy per l'unica nomination di Mike & Molly, osannata dal pubblico come se avesse vinto Miss America; dopo cinque anni di messa in onda senza che nessuno se ne accorgesse, la serie sportiva Friday Night Lights arrivata al finale prende il premio per l'attore e la sceneggiatura drammatici; la miniserie HBO Mildred Pierce diretta dal cineasta Todd Haynes, passata a Venezia e data come favorita dal momento che aveva 21 nominations, oltre ai due premi artistici fa vincere solo la protagonista Kate Winslet e il non protagonista Guy Pearce senza prendere il premio alla regia né alla sceneggiatura né alla serie; Mad Men con 19 nominations racimola per la quarta volta l'Emmy per la migliore serie drama (e nient'altro!) mentre il geniale Modern Family guadagna meritatamente la serie comedy, i due coniugi Dunphy attori non protagonisti (nella foto), la regia per uno dei migliori episodi, "Halloween" e la sceneggiatura comedy.

sabato 17 settembre 2011

un pezzo di marmo, sono.

Il primo film della serie "Antichi Splendori" da andare assolutamente a recuperare è una piccola perla non grezza né perfetta diretta da Mario Monicelli, interpretata (in modo incredibile) da Monica Vitti e candidata all'Oscar come miglior film straniero nel 1969; si chiama La Ragazza Con La Pistola sulla scia del più fortunato La Ragazza Con La Valigia e riprende la storia trita e ritrita che fu anche di Sedotta E Abbandonata di una sicilianotta disonorata che pretende che l'uomo che le ha fatto il torto la sposi perché nessun altro, in paese, accetterebbe mai di convolare a nozze con una non più illibata. In questo caso, però, il picciotto siciliano non l'ha disonorata né ha intenzione di farlo, e scappa, mentre lei lo ama e lo brama e lo insegue dall'isola italiana all'isola inglese; inizia a conoscere gente a caso, a dormire in case a caso, e la sua frivolezza meridionale col passare degli anni si trasforma, lei tutta si trasforma, a cominciare dai capelli, tinti e non più raccolti in una treccia, facendo diventare il film una storia di formazione e di tradizioni popolari spezzate con la scoperta del mondo.
La pellicola, che inizia in modo magistrale e continua sempre meglio, arriva poco prima della fine faticando, forse anche contraddicendosi, inventando scuse, ma facendo sempre ridere come pochi altri film, soprattutto contemporanei, sanno fare. È un film da recuperare e vedere assolutamente, perché è incredibilmente avanti rispetto al tempo in cui è stato girato, perché l'interpretazione di Monica Vitti, magistrale attrice drammatica, è un dono del Signore che le ha dato anche la capacità di far ridere, perché per assurdo è più attuale di tante cose che escono al cinema attualmente.

venerdì 16 settembre 2011

lacrime di leone.

Poco prima che Marco Müller salisse sul palco della Sala Grande e chiamasse Bernardo Bertolucci ad aiutarlo nell'impresa, le tre amiche sedute alla mia sinistra commentavano, con le spalle al palco e il naso all'insù, gli ospiti presenti in sala. Al nome «Nicola Piovani» sono balzato, realizzando di essere in sala con due premi Oscar.
Poi Müller ha chiamato Bertolucci e Bertolucci (messo sempre peggio) ha chiamato Marco Bellocchio e in tutta questa presenza di registi e sceneggiatori e premi Oscar e direttori, la mia emozione proveniva dalla cosa che sul palco brillava più di tutte: la statuetta del Leone d'Oro.
Successivamente poi avrei assistito alla prima di Nel Nome Del Padre rimaneggiata dal regista, avrei pensato alla giustezza di questo premio alla carriera, avrei ascoltato - sorprendendomi - il discorso che Bellocchio aveva scritto venendo in treno a Venezia, ma in quel momento tutta la mia attenzione era per il leoncino luminoso, e indifferente a ciò che stava accadendo sul palco e sulle poltroncine di fianco alla mia, le lacrime mi scendevano copiose all'idea che tra me e lui ci fossero soltanto venti metri.