lunedì 31 ottobre 2011

Roma Film Fest - giorno 4.





Pupi Avati s'è sentito male come Cassano ma a differenza del calciatore adesso sta meglio e domani quasi certamente riuscirà ad essere presente alla conferenza stampa del suo film Il Cuore Grande Delle Ragazze (sempre titoli meravigliosi, devo dire) che passerà in concorso; mentre oggi, in concorso, ci sono stati due film: l'americano Magic Valley, che parla della matta periferia statunitense, in cui un allevatore trova i suoi pesci morti perché avvelenati dal vicino, lo sceriffo se ne va in giro in macchina per i fatti suoi e i bambini si travestono da indiani nei campi, mentre la telecamera fa peripezie e primi piani chirurgici; e il norvegese Babycall con la più volte citata Noomi Rapace nuova diva del cinema europeo, che prende il figlio di otto anni e scappa dal marito violento rifugiandosi in un condominio dove, con il babycall appunto, sta tranquilla che il bambino dorma sereno e vivo, però poi sente gemiti che forse sono di altri inquilini, forse è morto un infante, e c'è del sangue, insomma un horror. E a proposito di horror, in clima halloweenesco il festival dedica la notte a una lezione di horror e alla proiezione di Insidious, mentre Wim Wenders presenta il suo più serio e interessante Pina (di cui abbiamo già parlato) e racconta il futuro del cinema in 3D. Altra iniziativa è quella che celebra i 150 del nostro Bel Paese e da oggi racconterà più di tre lustri di storia d'Italia e di cinema con due proiezioni e un dibattito giornalieri; I Mostri di Dino Risi e La Grande Guerra di Monicelli aprono l'evento "Viaggio Nell'identità Italiana". E a proposito di italiani, infine, Sabina Guzzanti dichiara il suo amore a Franca Valeri con la sua ultima perla documentaristica Franca, La Prima.

Monica mia aiuta Fiorella.



Amore Mio Aiutami
1969, Italia, 124 minuti, colore
regia: Alberto Sordi
sceneggiatura: Rodolfo Sonego, Alberto Sordi, Tullio Pinelli
cast: Monica Vitti, Alberto Sordi
voto: 7.8/ 10
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In una casa piena di lussi e ricordi di un matrimonio (dieci anni, di matrimonio) passato al meglio e con un figlio ora in collegio, di prima mattina Monica Vitti sempre bellissima e sempre biondissima porta la colazione a letto a suo marito Alberto Sordi prima di parlare al telefono con la madre e leggergli il giornale, dove c'è la notizia di una poverina assassinata a proiettili dal marito che l'ha scoperta insieme a un altro ma non a far zozzerie, solo a parlare; Monica sottolinea la fedeltà della moglie, Alberto sottolinea l'errore del marito, e da buona modernissima coppia sottolineano come la sincerità sia alla base di ogni sana relazione, ché lei avrebbe dovuto parlarne col marito di quest'altro uomo e prendere insieme provvedimenti civili. Poi alla casa al mare che lui sta facendo costruire per lei, Monica gli rivela di amare un altro da ormai tempo, e lo vede solo i mercoledì ai soliti concerti cui è abbonata. Lui reagisce coerentemente a quanto prima detto, poi si ossessiona, poi la perseguita, conosce l'uomo, lo fa sparire, la riempie di botte, poi le regala una vacanza e una sera si ritrova a tavola con entrambi... Il surrealismo di questa coppia che cerca, insieme, di capire se lei ama l'altro per mettercisi insieme oppure no, viene compensata dal realismo esagerato degli acciacchi nervosi che la colpiscono, dalle crisi isteriche, i pianti, l'ubriachezza, la di lui mania compulsiva, il dispiacere di perderla. L'epilogo è tanto straziante quanto ben musicato.
Film passato inosservato chissà poi perché, contiene due interpretazioni magistrali come al solito e una chicca: una Fiorella Mannoia stuntwoman che sostituisce la Vitti nella scena delle botte sulla spiaggia (momento tipico della commedia all'italiana, che arriva a sorpresa dopo una regia incredibilmente inusuale per il cinema di quegli anni); la Mannoia, ricoverata per echimosi e contusioni, decise di abbandonare la carriera della controfigura e si diede alla musica.

domenica 30 ottobre 2011

Roma Film Fest - giorno 3.





Grazie a Dio tutto finisce, il festival di Roma ancora no dato che è solo al terzo giorno ma in compenso le saghe sì, e dopo i maghi pseudo-dark è la volta dei vampiri pseudo-boni che sono arrivati alla quarta "fatica" cinematografica che è la penultima e la presentano anche quest'anno in anteprima a Roma con la solita parte sfigata del cast in sala - guardate, mi rifiuto anche di scrivere il titolo del film.
In concorso: La Femme Du Cinquième con l'attore sceneggiatore regista Ethan Hawke nella parte di uno scrittore americano che si trasferisce a Parigi per riconquistare moglie e figlia e che finisce per fare il portiere di notte in un albergo di periferia; incontra poi la francese Kristin Scott Thomas (che francese non è ma parla fluentemente sessanta lingue) con la quale inizia questa relazione che si basa sul vedersi due volte a settimana a casa sua, al quinto piano appunto, e finisce in giri loschi e poi in caserma. Charlotte Rampling sta invece morendo nel secondo film in gara, The Eye Of The Storm, e chiama al capezzale i figli Geoffrey Rush e Judy Davis che per anni l'hanno accusata di non saperli amare e cercano di farla chiudere in una casa di riposo per accelerarne la morte. Entrambi i film sono tratti da romanzi di grande successo. Oltre al duetto/ dibattito tra Scamarcio e Rubini, più volte "partners" sul set, fuori concorso sono stati presentati, stamattina, La Nouvelle Guerre Des Boutons, La Nuova Guerra Dei Bottoni, uscita in Francia un mese fa riscuotendo un incredibile successo, remake del celebre film del '61 ambientato questa volta durante la Seconda Guerra Mondiale per contrapporre quella guerra a questa, che ai vinti non toglie la vita ma le asole; e poi questo pomeriggio, sempre fuori concorso per Alice Nella Città, Jesus Henry Christ di Dennis Lee e prodotto da Julia Roberts, con Toni Collette madre di un ragazzino espulso da scuola per aver scritto un manifesto "sulla verità" e Michael Sheen padre di una dodicenne che si pone domande sul genitore dopo l'uscita del suo "Nato Gay o Diventato Così?". Ovviamente le due famiglie si incontreranno e si ameranno.

il popolo e il Faust.



Faust
2011, Russia, 134 minuti, colore
regia: Alexander Sokurov
sceneggiatura: Alexander Sokurov, Marina Koreneva, Yuri Arabov
cast: Johannes Zeiler, Anton Adasinsky, Isolda Dychauk
voto: 7.4 / 10
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«La prossima volta informati meglio, allora. Hai visto quante persone se ne sono andate?, la sala si è svuotata a metà tempo» si lamentava, delusa, una simpatica signora all'uscita dal cinema, bacchettando il marito per averle fatto sorbire due ore e un quarto di dialoghi matti.
Io ero vicino a lei in strada e nel dolore, perché vederlo, quel film, mi ha dato non poche paturnie (a Venezia, per esempio, avevo fatto il biglietto e ho poi dimenticato di entrare in sala), ma a differenza di quella signora io sapevo di essere in una delle dodici fortunate comitive d'Italia a poter vedere la pellicola Leone d'Oro a Venezia, ché questo Faust, uscito anticonformisticamente di mercoledì, è stato distribuito prima in sei, poi in dodici copie, sparse in modo discutibile (quattro in Emilia Romagna, nessuna dal Lazio in giù fatta eccezione per la Puglia che «non a Bari» diceva l'autista portandomici, «non in provincia di Bari, che ne so, Monopoli, Barletta, no!, a Santo Spirito!»). Alle spalle del tanto acclamato "capolavoro" c'è Alexander Sokurov, compianto regista russo non perché sia morto ma perché a lungo ignorato; autore de L'arca Russa, con il personaggio del dottor Faust completa la tetralogia sulla natura del potere dopo Hitler (Moloch), Lenin (Taurus) e Hiroito (Il Sole). Mi domando cosa abbia pensato la signora di cui prima quando il film è cominciato con l'inquadratura di un pene (in realtà comincia con uno specchio appeso a una nuvola) appartenente a un cadavere che Faust e il suo assistente stanno sventrando, per conoscere tutto, dicono, «per trovargli l'anima». Ma di quest'anima neanche l'ombra. C'è solo l'ombra della fame, della povertà, del bisogno di soldi, della sporcizia, delle persone bizzarre che per strada camminano schiacciandoti, scavalcandoti, per questi viottoli strettissimi, piazzette microscopiche, gallerie intasate da gente e carri funebri, un palcoscenico troppo stretto per tutti i personaggi e i loro pezzenti o pomposi vestiti (inchino gigantesco alla costumista Lidiya Kryukova); morente di fame, il dottor Faust, che tanto ha studiato e tante cose sa, spera che l'usuraio dalla doppia voce possa aiutarlo prendendo come pegno il suo anello con pietra; quello dice di no, e se lo tira dietro a spasso, e iniziano a camminare, senza sosta, sempre camminare, per boschi scoscesi e colli tortuosi, per salite rocciose e ghiacciai bollenti, e parlano di ciò che esiste e ciò che no, di una fanciulla di nome Gretchen e di sua madre e di suo fratello appena morto, e Faust poi lo capisce, che quello dovrebbe essere il diavolo e che vuole la sua anima, e lui gliela concede su un pezzo di carta pieno di errori in cambio di una notte con la ragazza, ed ecco la scena per cui vale tutto il film: lui la vede in un lago, tutta vestita, la abbraccia da dietro, cadono di lato nel liquido verde. Il silenzio. I loro volti in primissimo piano, deformati, luminosi, come tutte le scene deformate e luminose, esagerate, di quando abbandonano le vie all'aperto ed entrano in chiesa, in lavanderia, in osteria. Allora, capolavoro? Non lo so. Un film che per capire se è geniale bisogna conoscere i Faust di Goethe e di Mann, che conoscendo quelli si capiscono i cambiamenti al personaggio dell'usuraio (interpretato magistralmente da Anton Adasinsky) e le trovate intelligenti di regia e dialoghi di Sokurov, che certo è un piccolo kolossal visivo ma non poi così visionario come si era detto, non così matto, certo istrionico, esagerato, curato nel dettaglio, nelle scenografie, grottesco, fotograficamente incoerente, assolutamente non per tutti, non per chi non è abituato ai filmoni, perché poi si lamentano all'uscita del Piccolo di Santo Spirito.

sabato 29 ottobre 2011

Roma Film Fest - giorno 2.





Seconda giornata di festival a Roma e secondo film italiano in gara: Il Paese Delle Spose Infelici, basato sul romanzo di Mario Desiati (tempestivamente ristampato nella versione economica, Mondadori), diretto dall'esordiente Pippo Mezzapesa: un paese della Puglia in provincia di Taranto, un protagonista quindicenne che si chiama Veleno, il calcio, le biciclette, la droga, le fabbriche, e una madonna vestita da sposa che vola saltando dai tetti - ed è subito pioggia di elogi al film e al regista. Secondo film in concorso, il tedesco Hotel Lux, che prende il nome dall'albergo di Mosca dove il protagonista, attore di cabaret che aveva portato in scena in Germania uno spettacolo ("Stalin-Hitler-Show") che faceva sbellicare il pubblico prendendo in giro il fuhrer, è costretto a rifugiarsi per scappare dai nazisti, trovandosi paradossalmente circondato, finendo con l'interpretare l'astrologo personale di Stalin, senza sapere che la sua camera è tappezzata di microfoni nascosti e spie dietro alle tende. Terzo film in gara è Une Vie Milleure col belloccio Guillaume Canet (al Festival l'anno scorso con Last Night come attore e Les Petit Mouchoirs come regista) che si ritrova a gestire un figlio non suo e un ristorante aperto con le poche risorse che lui e la sua amante - cameriera madre del bambino di cui prima - hanno aperto, pieni di debiti e di finanziatori, per poi capire che la "vita migliore" del titolo è in Canada.
Ma la cosa interessante della giornata è stato Like Crazy, filmetto scemotto su una londinese che va a studiare a Los Angeles innamorandosi di un americano a cui poi deve dire bye bye, ma che prende tutto  di pancia e sta in piedi per le due interpretazioni di Anton Yelchin e soprattutto di Felicity Jones (ve l'avevo detto, ieri, che ci sarebbe stata anche oggi) premiata anche a Sundance e in lizza per il Gotham.
Intanto, il navigato e sempre di classe Michael Caine, teneva la sua lezione di cinema.

il film brasiliano.



Tropa De Elite 2
2010, Brasile, 115 minuti, colore
regia: José Padilha
sceneggiatura: José Padilha, Bráulio Mantovani, Rodrigo Pimentel
cast: Wagner Moura, Irandhir Santos
voto: 7.8 / 10
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«La mafia è una cosa degli italiani, come i tortellini, gli gnocchi. Noi siamo tipi da riso e fagioli» dice un politico corrotto poco prima di metà film, e non ha propriamente ragione: se si tolgono le pelli scure e le favelas e una lingua tutta "au" e "eji", questa storia potrebbe tranquillamente rappresentare anche l'Italia, coi governatori mandanti di omicidi che si scrivono le leggi per pararsi il culo e che, in fondo, non sanno neanche quando sia stata scoperta l'America del Sud.
All'inizio della pellicola un gruppo di carcerati organizza un colpo di stato per uscire da queste prigioni speciali di cui, nello stesso momento, un parlamentare pacifista e onesto, un Saviano della situazione, spiega a una classe di universitari forme e innovazioni; lui verrà chiamato per fare da calmante ai ribelli e la polizia sbadatella ammazzerà tutti. Il pacifista griderà allo scandalo, il poliziotto capo verrà inneggiato a eroe e salirà di grado diventando colonnello e scoprendo, piano piano, che gran parte della criminalità organizzata deriva proprio dai suoi colleghi, dal governatore, dai politici in piena campagna elettorale, capendo che la polizia di Rio non vuole proteggere il popolo ma accumulare voti e distinguendo quindi la polizia militare, mafiosa e corrotta, che prima controlla gli spacciatori delle favelas e poi li ammazza incassando il bottino, e la polizia buona, soprannominata "i teschi". Nel mentre, il figlio del colonnello che lavora col pacifista non crea legame col padre, una giornalista che scopre gli intrallazzi politici sparisce, un sacco di gente viene ammazzata, un sacco coperta... È un Distretto Di Polizia sudamericano girato un po' meglio (con questa telecamera a spalla che si muove, si muove, traballa, si gira, salta, sempre a spalla, e poi alla fine fa due carrellate matte, una durante il discorsone accusatorio in tribunale e una per tutta la città) e molto incalzante, dopo la prima ora anche molto coinvolgente, maschilissimo, virilissimo, cazzutissimo; Tropa De Elite 2 - O Inimigo Agora E Óutro (Squadra D'elite 2 - Il Nemico È All'interno), sequel del fortunatissimo Tropa De Elite che fu Orso d'Oro nel 2007 e fece incetta di premi, è, credo, l'unico film in corsa per gli Oscar (in rappresentanza del Brasile) che abbia visto anche l'uscita di un videogioco omonimo. Al box-office è andato così bene che quasi superava Avatar (secondo film più visto in Brasile dopo Donna Flor E I Suoi Due Mariti), ha già guadagnato numerosi riconoscimenti soprattuto al montaggio e mixaggio sonoro e se non dovesse riuscire a ottenere la nomination al film straniero (poco probabile), proprio in questa categoria spero guadagni una candidatura.

venerdì 28 ottobre 2011

Roma Film Fest - giorno 1.





Si è aperta ieri la sesta edizione della Festa del Cinema di Roma, che all'inizio si è tanto sottolineato che era una festa, e adesso c'ha scritto sotto al logo festival, ma vabbè.
Ad aprire le danze è stato, fuori concorso, The Lady di Luc Besson, storia dell'amore tra l'attivista birmana premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi - interpretata dalla ex Geisha (per Rob Marshall) Michelle Yeoh - e suo marito, l'inglese Michael Aris, fatto di vent'anni di arresti domiciliari, lunghe separazioni, un regime anti-democratico ostile. La semi-sconosciuta sceneggiatrice Rebecca Frayn ha impiegato tre anni per stendere per la prima volta la storia completa della leader parlando con le persone che l'hanno circondata per tutta una vita. Intanto, il rinnovato terzetto Penélope Cruz / Sergio Castellitto / Margaret Mazzantini veniva intervistato da televisioni e giornali convinti che i tre presentassero il film Venuto Al Mondo ma quei tre lo stanno ancora girando (non senza difficoltà, a quanto pare), per cui era davvero dura.
Oggi, 28 ottobre, è il primo giorno ufficiale di fest(iv)a(l). In concorso verrano proiettati Poongsan, scritto e prodotto da Kim Ki-duk e diretto da Juhn Jaihong, che racconta la storia di un giovane "eroe" che si azzarda a varcare il confine Corea del Nord - Corea del Sud portandosi dietro l'amante di un disertore nordcoreano di cui si innamorerà, l'inglese Hysteria appena finito di applaudire, commedia ottocentesca in cui Hugh Dancy cura l'isteria femminile massaggiando le signore sotto la gonna contro il volere della femminista Maggie Gyllenhaal (nel cast anche Rupert Everett e Felicity Jones, che sarà presente anche domani), e l'italiano Il Mio Domani che vede protagonista assoluta un'inquieta Claudia Gerini insoddisfatta e lavoratrice che si risveglia dopo la morte del padre. Fuori concorso, il film d'animazione The Adventures Of Tintin, diretto da Steven Spielberg e prodotto da Peter Jackson e doppiato da Jamie "Billy Elliot" Bell e Daniel "James Bond" Craig, basato sulla celebre serie a fumetti di Hergé.

la visita di Antonio.




La Visita
1963, Italia, 110 minuti, B/N
regia: Antonio Pietrangeli
soggetto: Carlo Cassola
sceneggiatura: Antonio Pietrangeli, Ruggero Maccari, Ettore Scola
cast: Sandra Milo, Francois Périer, Mario Adorf
voto: 7.5 / 10
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Sandra Milo, imbottitura che le rende gigante il sederone, rossetto a cuore e riccioli da barboncino, in stazione fa le prove per dare il benvenuto a Francois Périer, doppiato in romanaccio, col quale ha intrapreso una corrispondenza nata dal di lei annuncio sulla "Posta del Cuore", scopo matrimonio. Lei, carina, tenera, benvoluta dal paese, lavoratrice sicura, trentaseienne sola, sta a metà tra una ricca operaia e una piccola borghese - abita a un'ora da Ferrara. Lui, detestato dal suo capo della cartolibreria, doppiogiochista avido e avaro e approfittatore, arriva nella provincia e mangia e beve e ci prova con la nipote della donna di servizio. Come se fossero voci della sua coscienza, i maschi del paese urlano a Sandra Milo/ Pina che quello non è l'uomo giusto. Lui si ubriaca, più volte sfiorano le tenerezze ma poi tornano alla stazione e tutto diventa com'era stato prima che il film iniziasse.
La storia si svolge in ventiquattr'ore e quasi esclusivamente in una casa; viene interrotta da cinque flashback "fumogeni" che spiegano meglio i personaggi. Sceneggiato da Scola e Maccari insieme ad Antonio Pietrangeli che l'ha diretto, La Visita rientra nel trittico che il cineasta dedica alla figura femminile in declino insieme a La Parmigiana e al capolavoro Io La Conoscevo Bene. Ma parliamo di questo film e non dell'altro perché se alla "Posta del Cuore" sostituiamo le chat, il film diventa di un'attualità spaventosa, un moderno incontro al buio fatto di imbarazzi e di «chissà se scopiamo». Nell'edizione in dvd della Minerva Classic (€ 9,90) c'è anche troppo: l'opuscolo interno racconta il film, l'attrice, e la carriera sottovalutata del regista che, oscurato da Antonioni, ha sempre rinnovato il cinema italiano senza che nessuno lo notasse, fino a morire girando la sua ultima pellicola.

giovedì 27 ottobre 2011

il film belga.



Bullhead (Rundskop)
2011, Belgio, 124 minuti, colore
regia: Michaël R. Roskam
sceneggiatura: Michaël R. Roskam
cast: Matthias Schoenaerts, Jeroen Perceval
voto: 9.1 / 10
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Un allevatore di buoi vestito da benzinaio e con due spalle e due bicipiti larghi quanto una delle sue mucche viste di profilo, apre il film tirando fuori dal suo frigo un paio di boccette e una siringa e bucandosi; si scoprirà, poi, che quelli sono ormoni, e che nel mercato illegale di ormoni è abilmente inserito, ma non compra quelle robe per i suoi animali, no, lo fa per se stesso: vent'anni prima, uscito col padre che si riforniva dallo stesso spacciatore, insieme a un amichetto aveva trovato la donna della sua vita, il cui fratello psicologicamente disturbato in preda all'euforia di una masturbazione fallita lo insegue, lo atterra, gli sfracella i testicoli con una pietra. L'amichetto tace sull'accaduto, suo padre pure. Jacky (è questo il nome del fattore benzinaro) è quindi costretto a vivere dipendendo dai testosteroni artificiali e totalmente privo di una vita sessuale. Viene per sbaglio messo in mezzo alla morte di un poliziotto federale, e per una serie di coincidenze (il suo giro di spacciatori di ormoni, le gomme della macchina che compra suo fratello, l'aver ritrovato e perseguitato la ragazzina sorella del pazzo conosciuta anni prima) viene sorvegliato dagli sbirri. L'amichetto che rimase in silenzio quand'erano piccoli torna per rimediare al torto fatto, senza riuscirci.
Il Belgio manda agli Oscar Bullhead, il miglior film visto finora; esordio di tale Michaël R. Roskam, ben diretto, ben scritto, con una scena silenziosa quasi perfetta e un bel virtuosismo registico alla fine, vanta nel suo cast i pettorali di Matthias Schoenaerts, già visto, venti chili fa, in Black Book di Paul Verhoeven.

mercoledì 26 ottobre 2011

Renée in town.

Questa sera andrà in onda su Rai 1 (alle 21:10) il banalissimo e mediocre New In Town del 2009, del regista danese Jonas Elmer che da allora non ha più toccato cinepresa e che vede nel cast la Ruth di Six Feet Under, Frances Conroy, e la meravigliosa Renée Zellweger. Che era meravigliosa. Di solito, dopo l'Oscar, e Heath Ledger insegna, che si candidino o vincano, gli attori vengono sommersi da nuovi copioni e nuove attenzioni; a Renée Zellweger è successo il contrario: una carriera di capolavori piccoli e grandi, la geniale commedia Betty Love per iniziare, che le valse il primo Golden Globe, e l'osannato Jerry Maguire, Bridget Jones, Chicago, Abbasso L'amore, fino a Cold Mountain, che dopo due nominations meritatissime come protagonista finalmente le fece avere tra le mani l'ambita statuetta come non protagonista; e poi, la discesa. Cinderella Man, in cui la si vedeva per dieci minuti circa, la spalla di George Clooney in Leatherheads, il western Appaloosa distribuito in Italia in venti copie forse, e un paio di commedie incredibilmente cretine. L'ultima nomination risale al 2006 per Miss Potter, ai Golden Globe. L'ultimo film è dell'anno scorso, e ha critica 5.5 su IMDb. La Zellweger è una delle più versatili attrici, che è passata dai drammoni alle commedie, dai costumi alla modernità; sinceramente, non capisco da cosa possa dipendere la sua lenta sparizione dalle belle locandine.

martedì 25 ottobre 2011

il film norvegese.

AH! In mezzo a tutte queste storie di immigrazione, di violenze durante la guerra, di morti ammazzati, la Norvegia beve fuori dal coro e manda agli Oscar 2012 una specie di commedia amara, un dramma surrealmente spassoso, di cui la locandina già dice tutto: Kaja è una sempliciotta sposata a un silenzioso Erik e innamorata (abituata, più che altro) e con un figlio; arriveranno, un giorno, nelle valli deserte e innevate in cui vive, i nuovi vicini di casa, avvocatessa bionda e uomo altissimo e bambino nero adottato (al quale il figlio di Kaja dirà «se vivessimo nei tempi antichi, tu saresti il mio schiavo», iniziando un'amicizia fatta di servo-padrone e aiutandolo a trovare la sua vera madre nera sui video documentari di YouTube), vicini che sembrano incarnare l'emblema della perfezione. Inizieranno a cenare insieme, giocare al Pictionary e al gioco delle coppie, verrà fuori la frustrazione della protagonista ché non fa sesso col marito da un anno, scoppierà a piangere, il vicino Sigve la consolerà, le rivelerà di avere due belle corna, si farà fare un pompino e quando il marito di Kaja andrà a caccia (dice lui) scoperanno in tutte le stanze, anche fuori, nudi sulla neve, e lei riscoprirà la gioia di vivere. Sigve si trasferirà da lei vedendo dalla finestra sua moglie e poi Erik tornerà dalla caccia (dice lui) e lo bacerà, ribaltando anche quest'altra formazione di coppia.
La Norvegia non ha mai vinto un Oscar e si è candidata solo quattro volte in ottantaquattro anni; non ha molte speranze di vincere con questo Happy, Happy, ma ha il mio tifo: racconta una storia originale, semplice ma interessante, simpatica, senza la pateticità con cui ogni stato cerca di vincere premi.

sabato 22 ottobre 2011

hunger.

Succede sempre, durante i festival, che i registi in gara vengano riscoperti dal pubblico e rispolverati dalla critica che si mette a pubblicare elogi e pecche passate; è successo anche con Steve McQueen, gigante regista afro-inglese, che a Venezia portava Shame e a Fassbender portava la Coppa Volpi: i giornalisti hanno cominciato a ricordare quando, nel 2008, dopo una carriera da videoartista, McQueen esordì alla regia sconvolgendo gli inglesi con Hunger (che vinse premi collaterali a Venezia e Cannes, si candidò a un BAFTA e conquistò una valanga di riconoscimenti al miglior esordio). Protagonista anche di questo film è Fassbender, in realtà protagonista degli ultimi due terzi: dopo un inizio quasi completamente muto che racconta lo svolgersi di una giornata di una sorta di poliziotto e poi l'ingresso in carcere di un rivoltoso, ci viene presentato questo Bobby prima in un pianosequenza in cui viene bastonato e picchiato e rasato, biotto e trascinato per i corridoi del carcere, poi in un pianosequenza di venticinque minuti che ribalta la coerenza del film con un dialogo serratissimo, un vomito di parole, tra il detenuto e il prete che ha chiesto di incontrare a cui spiega di aver deciso di intraprendere un nuovo sciopero della fame (da qui il titolo) sperando che il governo irlandese possa porre più attenzione ai carcerati, costretti a continui maltrattamenti, al freddo, alla nudità, alla convivenza con escrementi propri e altrui, agli scherni dei sorveglianti. Inizierà un'ultima parte crudissima, che dopo la violenza subita mostra la violenza auto-imposta, la magrezza, la debolezza, sempre in vorticismi registici che rendono il film un capolavoro, da non guardare dopo cena né prima di dormire né da soli, ma comunque un capolavoro.

il film dei Paesi Bassi.

Vincitori di soli tre Oscar per il film straniero (nel 1986, '95 col meraviglioso L'albero Di Antonia e '97), i Paesi Bassi aspirano al riscatto mandando agli Oscar di quest'anno un filmone di due ore e un quarto che partendo dagli anni '20 fino al '45 racconta la storia di Rika, casalinga sposata a un uomo burbero e donnaiolo che decide di lasciare portandosi dietro i quattro figli e andando a vivere da sola, costretta ad affittare le camere agli estranei per poter pagare l'affitto; le entrerà prima in casa, poi nel cuore, poi in camera da letto un tale Waldemar, ventenne di colore scappato dal Suriname verso l'Olanda per poter finire gli studi, con il quale il film comincia e prosegue, mischiando la sua storia attuale a scene di vita passata con sua madre morente e sua sorella arcigna. Iniziato come Mildred Pierce, il film prosegue come Chocolat, togliendo a entrambi la pasta di mandorle e le ciambelle al cioccolato: lei si innamorerà di lui e gli darà un figlio, mentre in città mormoreranno alle loro spalle mulatte, mentre il marito indignato le toglierà i bambini e mentre la guerra incombente li farà finire entrambi in campo di concentramento. In comune con i due film citati, questo Sonny Boy ha una protagonista femminile che gestisce gran parte delle scene, ma a differenza di quelle altre due, entrambe vincitrici di svariati premi, questa Ricky Koole non si afferma, non esplode, non urla quando vede allontanarsi in macchina i figli né quando la trascinano via da casa sua. Un bel film che racconta una bella storia (vera) che però la vuole raccontare tutta, facendo un po' un'accozzaglia. Il merito più grande è di Bho Roosterman, costretto a disegnare costumi per i poveri, per i neri, per le ballerine, per le SS, per le donne, per i laureandi, per gli anni '30, per i '40.

Gotham Indipendent Film Awards - nominations.


Sono state rese note le sei nominations per i 21esimi Gotham Awards, premi ai film di stretto budget e strettissima distribuzione che verranno consegnati il 28 novembre a New York. L'anno scorso quattro delle pellicole candidate al miglior film hanno raggiunto almeno una nomination all'Oscar. Quest'anno sicuramente riusciranno il The Descendants con George Clooney, la rom-com Beginners, il già premiato Like Crazy e il capolavoro Martha Marcy May Marlene. Tralascerò le nominations al documentario e al "film che non vedremo in un cinema vicino casa" perché se già hanno bassa distribuzione in patria, figuriamoci in Italia.

Miglior Film
Beginners - Mike Mills;
The Descendants - Alexander Payne;
Meek's Cutoff  - Kelly Reichardt;
Take Shelter - Jeff Nichols;
The Tree Of Life - Terrence Malik.

Miglior Regia
Mike Cahill: Another Earth;
Sean Durkin: Martha Marcy May Marlene;
Vera Farmiga: Higher Ground;
Evan Glodell: Bellflower;
Dee Rees: Pariah.

Miglior Performance (singola)
Felicity Jones: Like Crazy;
Elizabeth Olsen: Martha Marcy May Marlene;
Harmony Santana: Gun Hill Road;
Shailene Woodley: The Descendants;
Jacob Wysocki: Terri.

Miglior Performance (ensemble)
Beginners;
The Descendants:
Margin Call;
Martha Marcy May Marlene;
Take Shelter.

giovedì 20 ottobre 2011

il film inglese.

Una coppia non sposata e che non può avere figli, lei interprete di ruoli folkloristici in Galles aspirante attrice e lui fotografo, partono verso la Patagonia per un di lui lavoro, durante il quale lei fumerà sigarette con la guida turistica e guarderà le stelle; una vecchina mezza cieca e diabetica decide di ritrovare la fattoria di sua madre e parte insieme al giovane vicino di casa dalla Patagonia verso il Galles con una scatoletta di latta piena di soldi e una vecchia foto; lei troverà la fattoria, lui troverà Duffy-  prima ubriaca marcia, poi cow-girl. Le due storie proseguono parallelamente senza mai incontrarsi e senza mai trovare un senso di essere incluse nello stesso film (di due ore), se non perché i personaggi parlano le rispettive lingue dei posti in cui si spostano, e si spera, che prima o poi le due storie combacino, ma niente, il film finisce all'improvviso senza che nessun personaggio sia cresciuto o abbia capito qualcosa rispetto all'inizio, se non due robe che si potevano capire anche stando a casa.
La già citata Duffy ha labbra enormi e voce che già conosciamo, anche se parla in spagnolo; Matthew Rhys era gay in Brothers & Sisters e qua è Walker Texas Ranger, anche se parla in gallese. Marta Lubos (la vecchina) è l'unica a dare prova di saper recitare, anche se parla in spagnolo. L'Inghilterra ha la decima occasione di mandare agli Oscar un film (non il lingua inglese, s'intende) e l'afferra al volo sebbene la pellicola, Patagonia, di tale Marc Evans, sia un albo di belle immagini di bei posti con bei monti e bei fiori e una bella signora anziana che fa una battuta simpatica una, e niente più.

the 3D king.

Uscirà nelle sale italiane l'11 novembre la versione 3D de Il Re Leone, dopo il successo americano raggiunto in sole due settimane di cartellone a settembre e dopo diciassette anni dalla sua prima comparsa al cinema (era giugno 1994, sigh). La storia della difficile salita al trono di Simba ispirata all'Amleto di Shakespeare e alle vicende bibliche di Mosè e Giuseppe (e a Kimba, Il Leone Bianco?) ha segnato la storia del cinema d'animazione e ha fatto incetta di record già dalla sua prima settimana di proiezione: durante il fine-settimana incassò più di un milione e mezzo di dollari solo in Nord America, al secondo mese di programmazione aveva raggiunto i 312 milioni tra Stati Uniti ed estero proiettando la pellicola al secondo posto dei film più visti nel 1994 subito dopo Forrest Gump - senza contare i due Oscar e i tre Golden Globes; con la re-relase dell'1 gennaio 2002 nella versione IMAX e i nuovi 15 milioni di incasso, il trentaduesimo film Disney si consacrò come la pellicola d'animazione più vista della storia del cinema, record battuto qualche anno dopo da Shrek 2 e recentemente da Toy Story 3, per cui adesso Il Re Leone si trova ad essere il terzo film di animazione più visto di tutti i tempi, il primo realizzato non in digitale, e l'unico film antecedente agli anni 2000 nei primi venti posti della classifica (al ventiduesimo posto compare Aladdin). L'interminabile successo della storia della savana ha portato poi alla nascita del musical (altra cassetta di record nei teatri di Broadway) nel '97 e ha fatto decidere alla Disney e alla Pixar di riportare in sala, tra il 2012 e il 2013, le versioni 3D de La Bella E La Bestia, Alla Ricerca Di Nemo, Monsters & Co. e La Sirenetta.

mercoledì 19 ottobre 2011

melancholia.

Quanti hanno visto Antichrist si ricorderanno, oltre a peni turgidi penetranti, a forbici che tagliano clitoridi, a polpacci perforati per farci passare il perno di una ruota, una serrata costruzione che divideva il film in tre parti nominate con un'introduzione in bianco e nero a rallentatore e musica d'opera nel sottofondo; per questo Melancholia, abbandonando il rifiuto dell'uso del digitale che lo ha contraddistinto per anni, il depresso Lars von Trier - che nonostante gli anni passino e i film pure resta sempre depresso, non cambia la squadra vincente (di discutibili Palme d'Oro alle attrici) e dopo un'introduzione a rallentatore con musica classica in sottofondo e Kirsten Dunst e Charlotte Gainsbourg che fanno cose di cui poi si capirà il senso solo alla fine, divide il film in due parti dedicando la prima ora all'attrice bionda, che a causa di picchi di depressione ogni tanto scappa dal ricevimento sfarzosissimo del suo matrimonio per parlare con la madre, fare sesso con un pivello, spogliarsi e fare il bagno, e la seconda parte all'attrice bruna, che non riesce a star tranquilla sapendo che questo pianeta Melancholia si sta per schiantare contro la Terra finendo con l'ammazzare tutto e tutti. Il marito la tranquillizza, la sorella si trascina a malapena, il figlio non capisce dove si trova.
La bellezza del film è tutta calante: nei primi sei minuti a rallentatore si riesce a vedere Dio e si resta a bocca aperta; la prima parte è scritta benissimo e illude che il film duri lo stesso tempo della vicenda, dedicando un'ora a un matrimonio che poi non esiste; la seconda parte è un'ansia americana in perfetto stile fine-del-mondo che si conclude nell'unico modo in cui si potrebbe concludere. Illude anche la locandina originale, con un'immagine che nel film non c'è; per questo, io, vi dono quest'altra.

sabato 15 ottobre 2011

friends with benefits.

Mentre i critici americani danno per scontato come futuro candidato a qualche Oscar Crazy, Stupid, Love. (di cui abbiamo già provveduto a parlar male), il mio tifo, se proprio devo scegliere una "rom-com", sarà tutto per Friends With Benefits (che mi rifiuto di chiamare col titolo italiano): il film ha un inizio strabiliante, velocissimo, che già è un colpo di scena; continua poi con battute velocissime, dialoghi serrati, montaggio veloce, facendo credere che sia passato molto più tempo di quello che in realtà passa; Mila Kunis (che è bella in un modo illegale) accoglie in aereoporto Justin Timberlake (che è uguale da quando faceva il Mickey Mouse Club) che per la prima volta arriva a New York, e facendogli scoprire le meraviglie della città in un giorno lo convince a restare e a lavorare come (molto poco credibile) art-director di GQ prima, e come (molto poco credibile) "amico di letto" dopo.
La pellicola arriva a metà e inizia a perdere acqua da tutte le parti: smettono le battute a sfondo sessuale che hanno del genio, smette la velocità della storia, smette l'originalità. Lui la porta a casa sua a L.A., lei scopre che lui non prova niente, lui la seduce infine. Ma vabbè, è l'America, non possiamo aspettarci una commedia romantica davvero originale. Il bello di questa è l'ironia verso i cliché propri del genere cui appartiene, a cominciare dalla stra-presenza di iPhone, iPad, iCose su cui si basano persino i (carini) titoli di coda.
Due chicche: il cameo iniziale dell'ormai navigatissima Emma Stone (che di Crazy, Stupid, Love. è la protagonista) e la presenza dell'ormai consueta madre psicotica Patricia Clarkson (che di Emma Stone fu madre psicotica in Easy A).

venerdì 14 ottobre 2011

i film stranieri / 2.

La seconda parte della lista dei 63 film in lizza per la nomination all'Oscar come film straniero include il film svizzero (recitato in italiano) e il film inglese (recitato in scozzese e spagnolo):
IsraeleFootnote;
Italia: Terraferma;
Giappone: Postcard;
Kazakistan: Returnig To The "A";
Libano: Where Do We Go Now?;
Lituania: Back In Your Arms;
Macedonia: Punk Is Not Dead;
Messico: Miss Bala;
Marocco: Omar Killed Me;
Paesi Bassi: Sonny Boy;
Nuova Zelanda: The Orator;
Norvegia: Happy, Happy;
Perù: October;
Filippine: The Woman In The Septic Tank;
Polonia: In Darkness;
Portogallo: José & Pilar;
Romania: Morgen;
Russia: Burnt By The Sun 2;
Serbia: Montevideo;
Singapore: Tatsumi;
Repubblica Slovacca: Gypsy;
Sud Africa: Beauty;
Corea Del Sud: The Front Line;
Spagna: Black Bread (Pa' Negre);
Svezia: Beyond;
Svizzera: Summer Games (Giochi D'estate);
Taiwan: Warriors Of The Rainbow - Seediq Bale;
Tailandia: Kon Khon;
Turchia: Once Upon A Time In Anatolia;
UK: Patagonia;
Uruguay: The Silent House;
Venezuela: Rumble Of The Stones;
Vietnam: The Prince And The Pagoda Boy.

super!

Liv Tyler (a cui qualcuno ha preso il labbro superiore e per qualche settimana l'ha tirato) lascia il fidanzato sfigato che ha avuto poche gioie nella vita e si trasferisce senza salutare nella villa con giardino e scagnozzi di Kevin Bacon spacciatore, riportandole alla mente le gioie delle siringhe e della fattezza da cui un tempo è stata dipendente. Il marito sfigato però, che è anche un po' scemo, non capisce che lei se n'è andata di sua spontanea volontà e si convince che questi esseri malefici l'hanno rapita e la costringono all'alcool e al sesso, per cui, dopo una puntata della serie televisiva in cui Dio ha un pupillo sulla terra che aiuta gli adolescenti a resistere allo schifoso sesso e al bavoso Satanasso, vede la luce del Signore e i Suoi tentacoli che gli tagliano la calotta cranica in modo che il Messia col suo dito gigante e luminoso gli possa toccare il cervello: ne deriverà forza e volontà che gli faranno cucire un costume da super-eroe senza poteri ma con chiave inglese che scatenerà polemiche e approvazioni in città, perché sì punisce i malvagi ma un po' troppo a secco.
Esce nelle sale italiane venerdì prossimo Super, commedia dell'assurdo pop e splatter che prende in giro se stessa per prima e il mondo dei fumetti (e soprattutto dei fumettari) costruendo originalmente una banale storia in cui lo scemo diventa eroe e salva infine effettivamente la donna amata e capisce in conclusione che il suo compito è ben più grande del fare l'uomo di casa.
Scorrevole e ogni tanto divertente, con un cast meraviglioso che ha fatto il possibile per essere credibile (e una Ellen Page che mai fu più esaurita e più contenta di girare un film), è una pellicola che i nerd apprezzeranno e i più dimenticheranno, fatta forse per la televisione più che per il cinema.

i film stranieri / 1.

Sono state annunciate le 63 pellicole che concorrono alla candidatura per l'Oscar al miglior film straniero (due in meno dell'anno scorso), con poche sorprese rispetto agli elenchi precedenti: il muto film sloveno Circus Fantasticus è stato ritirato dall'AMPAS; per la prima volta entra in lizza la Nuova Zelanda; nonostante le polemiche interne, la Russia sostiene la scelta originaria (che non è il Faust). Ecco, coi titoli inglesi, la prima parte dei 63 film stranieri:
Albania: Amnesty;
Argentina: Aballay;
Austria: Breathing;
Belgio: Bullhead;
Bosnia Erzegovina: Belvedere;
Brasile: Elite Squad - The Enemy Within;
Bulgaria: Tilt;
Canada: Monsieur Lazhar;
Cile: Violeta Went To Heaven;
Cina: The Flowers Of War;
Colombia: The Colors Of The Mountain;
Croazia: 72 Days;
Cuba: Havanastation;
Repubblica Ceca: Alois Nebel;
Danimarca: Superclásico;
Repubblica Domenicana: Love Child;
Egitto: Lust;
Estonia: Letter To Angel;
Finlandia: Le Havre;
Francia: Declaration Of War;
Georgia: Chantrapas;
Germania: Pina;
Grecia: Attenberg;
Hong Kong: A Simple Life;
Ungheria: The Turin Horse;
Islanda: Volcano;
India: Abu, Son Of Adam;
Indonesia: Under The Protection Of Ka'Bah;
Iran: A Separation;
Irlanda: As If I Am Not There.

il ragazzaccio.

Il problema di questi film è che uno vede il trailer fitto di elogi e bella musica e siccome racconta una storia scarna con un unica svolta, si va poi al cinema a vedere qualcosa di cui si sa già quasi tutto; e così già dal trailer di Tomboy si viene a sapere che una ragazzina di nome Laure si trasferisce insieme alla madre incinta di un maschio, al padre "che lavora al computer", e alla sorella, in un nuovo palazzo in un nuovo quartiere dove conoscerà i figli dei vicini con cui giocherà fingendosi Michaël perché il primo giorno l'hanno scambiata per un maschio; poi, dal trailer già si scopre, la madre lo verrà a sapere e tutto ciò che il trailer non dice è ciò che succede nel restante e ultimo quarto d'ora.
Dopo Naissance Des Pieuvre, che letteralmente si traduce "la nascita dei polipi" ma significa "ninfee", Céline Sciamma continua a parlare della ricerca dell'identità e della ricerca dell'identità sessuale abbassando l'età dei protagonisti; in questo caso, sono bambini che fanno battaglie d'acqua, si tuffano dal materassino nel lago, si rincorrono e si danno i primi bacetti sulla bocca, giocano a calcio senza maglia e senza malizia e spesso stanno in silenzio e spesso parlano tutti insieme; il tratto peculiare di questo film è l'assoluta spontaneità, quasi sincerità, di questi bambini che giocano, che si divertono, che ridono, che sono cattivi, che sono realistici e fanno scorrere l'ora e venti in un modo sorprendente, tenerissimo, osannato (un po' troppo) ai festival gay&lesbian (Philadelphia, San Francisco, Torino) e non (Berlino) e che ora è in nemmeno venti sale italiane.

martedì 11 ottobre 2011

restless (l'amore che resta?).

Lui dovrebbe andare a scuola e invece quando non si imbuca a funerali di sconosciuti generando dubbi negli assorti parla con il fantasma di un kamikaze giapponese. Lei si veste come un maschio e va continuamente in ospedale, non per fare l'infermiera come vorrebbe far credere ma per capire quanti mesi le restano di vita. Non potevano non incontrarsi e amarsi dal primo sguardo.
Parte così una storia d'amore fatta di una buonissima recitazione, dialoghi brillanti, scene melense e mielose e surreali (fanno karate?, scherma?) e colpi di scena (geniale la piéce alla Romeo & Giulietta) simpatici e non che dovrebbe durare tre mesi ma a conti fatti, se lo spettatore sta attento, dura il doppio o più - per finire nella banalità in cui tutti i film con il protagonista malato finiscono. Intanto il regista non c'è, non dà segni di vita, la telecamera si muove nel modo più tradizionale possibile salutando da lontano Elephant e Paranoid Park e le lunghe camminate di adolescenti (che a differenza di questo film, erano adolescenti veri) e le lunghe carrellate circolari di gente seduta (di cui c'è stato un ultimo barlume nel precedente Milk). Gus Van Sant si è ormai totalmente piegato al mercato  americano per potersi portare a casa almeno un Oscar nella vita (e nessuna Palma d'Oro più), abbandonando ciò che per anni l'ha contraddistinto e dando il benvenuto a attori e produttori cliché: inascoltabile nella versione italiana, Mia Wasikowska si toglie i panni anoressici da modella di Alice e quelli giovanili di figlia di lesbiche e quelli ottocenteschi da personaggio della Brontë festeggiando il suo anno di successi, ma la vera sorpresa è questo Henry Hopper quasi esordiente che tra bellezza e spontaneità è un dono della natura.

domenica 9 ottobre 2011

selvaggio è il vento.

Sebbene tutti parlino di Sophia Loren, fu Anna Magnani la prima attrice italiana a vincere un Oscar, per un film però americano: era La Rosa Tatuata, scritto apposta per lei da Tennessee Williams in cui ella recitava in inglese per fonemi senza sapere esattamente cosa stesse dicendo.
Due anni dopo, col terzo dei cinque film americani, si sarebbe candidata di nuovo all'Oscar, insieme ad Anthony Quinn che già ne aveva due, si sarebbe candidata al Golden Globe, avrebbe vinto l'Orso d'Argento a Berlino e il David in Italia per Selvaggio È Il Vento di George "My Fair Lady" Cukor, film che potete cercare nelle biblioteche, negli archivi, su internet, nei negozi di tutti i tipi, misteriosamente senza mai trovarlo, nonostante la fama che ebbe nel 1957, quando uscì.
Anna Magnani interpreta Gioia, italiana che viene chiamata dal marito americano di sua sorella defunta affinché prenda il di lei posto nel "ranch" di famiglia dove, un po' come in Rebecca un po' come in Match Point, sente di non riuscire a prendere il posto dell'estinta né nel cuore del neo-marito né in quello della neo-suocera mentre fa centro nelle viscere del figlioccio della casa, che in teoria avrebbe dovuto sposare un'altra.
Cukor si sposta dalla città e gira questo film (sotto costrizione) tra i pascoli dei monti, dove lui per primo si sorprende della tosatura delle capre, del parto delle pecore, della cattura dei cavalli selvaggi, facendo diventare la pellicola una sorta di almanacco del west mentre gli attori, parlando in due diverse lingue, ci si dimentica pure che stanno recitando.
Assolutamente non un capolavoro, ma nemmeno da nascondere alle masse.

sabato 8 ottobre 2011

il film colombiano.

Dimenticate Sofia Vergara - unica colombiana figa che si conosca - ma prendete per buoni i riferimenti alle sue origini in Modern Family (e iniziate a guardare Modern Family se già non lo fate); prendete delle altre donne e degli altri uomini, che somiglino tutti agli aiutanti di Zorro, e mettete loro addosso felpe e sombreros che solo un paio di benzinai negli anni '90 avevano nell'armadio.
Avrete questo film, I Colori Della Montagna, inviato colombiano agli Oscar 2012, che racconta le abitudini di un villaggio, o un paese, in cui i maschi mungono le mucche e fanno la guerriglia e le donne preparano le pagnotte in casa senza il permesso di parlare. C'è una scuola, i cui muri sono prima tappezzati da slogan di propaganda e poi da un disegno gigante quanto naïf, i cui studenti sono bambini che non si accorgono delle lotte interne e dei morti ammazzati e ridono se la maestra piange, giocano a calcio nei vasti campi e sgranocchiano finocchietto selvatico; il protagonista, Manuel, riceve per il suo compleanno un pallone, e al primo giorno che lo usa coi compagni finisce ai piedi di un albero dove, poco dopo, una scrofa salta in aria per colpa di una mina. Da quel momento, l'unico pensiero dei ragazzini sarà recuperare quel pallone senza mettere i piedi sul suolo pericoloso, e partoriranno idee geniali.
Il primo film di questo regista Carlos César Arbeláez mischia giochi d'infanzia e problemi d'adulti, muovendo la telecamera a volte in maniera originale a volte in maniera scontata, con troppe dissolvenze al nero alla fine delle scene. Comincia male, si riprende, la storia non incalza, ma ne vale la pena anche solo per la penultima scena.

il film sloveno.

Mentre The Artist si prepara a ricevere nominations all'attore e alle categorie tecniche data la sua costruzione basata sui film muti e in bianco e nero degli anni '30, dalla Slovenia approda agli Oscar un altro film, muto perché gli attori non parlano ma per niente silenzioso, dal titolo originale Circus Fantasticus che in inglese diventerà Silent Sonata.
All'inizio della pellicola i rumori dei bombardamenti avvertono il periodo di guerra e il pericolo imminente, feriscono a morte la moglie del protagonista Stevo e disperdono i suoi due figli, ma quegli stessi boati poi andranno a confondersi con il rumore che il carro del Circus Fantasticus fa avanzando verso di loro; Stevo e i suoi figli decidono di salire a bordo e intraprendere un viaggio con i colorati, istrionici, gotici personaggi circensi che non corrisponde a nient'altro che all'allegoria della vita ballata e musicata in poco più di un'ora.
Il regista del film, Janez Burger, si era fatto notare nel 1999 con un'altra (ormai introvabile) chicca slovena, V Leru; con quest'altro film ha guadagnato, in patria e in altri festival, premi alla regia, al soggetto, e spesso all'intero cast.

il film di Hong Kong.

Candidato da pochi giorni ai Golden Horse Awards (premi del cinema orientale) per il miglior film, la regia, la sceneggitura originale, l'attrice protagonista (Dannie Yip, vincitrice per questo ruolo della Coppa Volpi a Venezia quest'anno) e l'attore protagonista, il film che rappresenta Hong Kong agli Oscar 2012 è A Simple Life (Tao Jie) della sessantaquattrenne e veterana Ann Hui, passata più volte alla Berlinale e vincitrice di molti premi collaterali quest'anno alla Biennale in supporto al messaggio di solidarietà tra generazioni che viene fuori dalla pellicola.
Il film, che sarà distribuito in Italia in primavera, è la storia vera dell'amicizia tra Roger, un giovane produttore cinematografico, e la domestica di famiglia che da più di sessant'anni è a servizio in quella casa. Da qui il titolo: la "vita semplice" è quella che conducono questi due personaggi, che finiscono con l'essere una famiglia dato che lei tra faccende domestiche e impicci gli fa da seconda madre e che lui la famiglia vera ce l'ha a San Francisco, e che è una vita "semplice" ma di una tenerezza assordante, toccante, che si fa fatica a credere siano personaggi reali da quanto sono buoni, passando per le solite malattie e le morti, senza mai essere eccessivamente sentimentali.
Presentato fuori concorso anche al Tiff, A Simple Life viene considerato uno dei migliori film della regista, e uno dei migliori film dell'anno.

giovedì 6 ottobre 2011

dal lunedì al sabato.

Dal momento che si è parlato del film che la Grecia manda agli Oscar quest'anno, non si può non citare un film che la Grecia mandò agli Oscar del 1961, ottenendo quattro nominations (costumi, attrice protagonista, sceneggiatura originale, regia) e vincendone uno (canzone originale): Mai Di Domenica, titolo incantevole che racconta di come Ilya (un'iperattiva Melina Mercouri, miglior interpretazione femminile a Cannes) abbia deciso di fare il suo lavoro dal lunedì al sabato, facendosi entrare in casa (e non solo) uomini del paese, mentre la domenica è dedicata alle feste. Fino a quando un turista americano e grecofissato decide di ammaestrarla e istruirla tirandola via dalla sua bolla di vetro in cui tutto è sempre tranquillo e felice per insegnarle il dolore, la tragedia greca, la filosofia, la stanchezza.
Ma quando una nasce frizzante, non c'è poi molto da fare.
I dialoghi di Jules Dassin sono brillanti, si ride a volte sguaiati a volte sottilmente, la musica non abbandona mai neanche una scena, ed è sempre musica allegra, briosa, così come non manca mai il mare, il biancore della Grecia, le strade dritte, e una protagonista che incarna tutti i registri recitativi possibili, essendo credibile come mai nessuna prostituta è stata.
Il film comincia benissimo (con una scena di bagno collettivo) e verso la fine cala, per concludersi in un modo più intellettuale che spensierato com'era stato per l'ora precedente.

martedì 4 ottobre 2011

il film del Singapore; il film ceco.

Tra i film che ogni stato ha mandato agli Oscar 2012 ci sono, a sorpresa, due film d'animazione: popolato di fantasmi della Seconda Guerra e animato con il rotoscopio, Alois Nebel di Tomás Lunák è già passato fuori concorso a Venezia di quest'anno, riscuotendo un discreto successo soprattutto per la tecnica con cui è stato realizzato, e rappresenta la Repubblica Ceca; presentato a Cannes in "Un Certain Regard" e portabandiera del Singapore invece è Tatsumi, in cui il regista Erick Khoo rende omaggio all'arte del mangaka Yoshihiro Tatsum.

lunedì 3 ottobre 2011

European Film Awards - People Choice Award.

Le nominations per i 24esimi European Film Awards saranno annunciate il 5 novembre; intanto ecco i film che, in quanto pubblico e in quanto europei, possiamo votare a questo indirizzo per la categoria People Choice Award:

Benvenuti Al Sud (Welcome To The South), Italia;
Hæven (In A Better World), Danimarca;
The King's Speech, UK;
Konferenz Der Tiere (Animal United), Germania;
Les Petits Mouchoirs (Little White Lies), Francia;
Potiche, Francia;
También La Lluvia (Even The Rain), Spagna;
Unknown Identity (Unknown), Germania.

domenica 2 ottobre 2011

il film greco.

L'anno scorso a Venezia erano in concorso, tra gli altri, La Solitudine Dei Numeri Primi, che poi ha guadagnato il Nastro d'Argento alla migliore attrice, e Black Swan, che per la migliore attrice ha vinto tutto il resto. Ma a Venezia l'anno scorso la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile è andata a tale Ariane Labed, esordiente in un tale film greco, Attenberg, diretto da una tale Athina Rachel Tsangari che quell'anno aveva anche prodotto tale Kynodontas (titolo inglese: Dogtooth) che si candidò all'Oscar e aveva la regia di tale Giorgos Lanthimos, che quest'anno era a Venezia con un film, Alpeis, nel cui cast figurava questa Ariane Labed.
In poche parole, una Coppa Volpi regalata.
Attenberg (titolo intelligente se si guarda il film, film che non poteva avere altro titolo) non racconta una storia né parla di personaggi; fellinianamente mette insieme episodi di vita e di follia di Marina, clone di Paola Cortellesi, che accompagna il padre in ospedale, con lui fa il verso del pollo sul letto, con l'amica impara a limonare, poi a camminare saltellando per i viali, con uno sconosciuto impara che il pene si può muovere da solo, il tutto dicendo cose che non stanno né in cielo né in terra a questi tre personaggi che solamente compaiono oltre a lei nel film. Le assurdità iniziali sembrano spiegarsi verso la metà e poi riprendono fino a un finale che non lascia in bocca l'amaro né nessun altro sapore, perché mentre si mangiava questo dolce si stava pensando ad altro.
La Grecia lo manda agli Oscar in rappresentanza dello Stato: il problema è che potrebbe candidarsi davvero; ricordiamo che due anni fa a vincere il miglior film straniero è stato Il Segreto Dei Suoi Occhi.

i sommersi (e i salvati).

Mentre in America i ragazzini si filmano, si postano su YouTube, denunciano il bullismo subito e si suicidano, c'è un film italianissimo del 2008 che allora, ma soprattutto adesso, risulta essere di grande attualità; Il Primo Giorno D'inverno di Mirko Locatelli, passato a Venezia65 nella sezione Orizzonti, racconta la storia e la solitudine di Valerio, adolescente silenzioso e motorizzato vittima dell'emarginazione scolastica che fa sfociare in picchi di arroganza e tenerezza verso la madre e la sorella, fino al giorno in cui, scoprendo la segreta relazione omosessuale di due compagni di classe, avrà tra le mani un'arma per ricattare e torturare coloro che erano prima stati carnefici e ora saranno vittime.
Pur non essendo una pellicola perfetta, e dalla disturbata fotografia, il film splende delle interpretazioni dei giovanissimi Mattia De Gasperis - che è tanto alto quanto timido - e Michela Cova - incredibile bambina prodigio - e brilla anche per il realismo raggiunto dal regista insieme alla sceneggiatrice Giuditta Tarantelli, approdati alla stesura dei dialoghi dopo una serie di laboratori ed esperienze all'interno delle scuole dove hanno constatato come effettivamente avvengano questi episodi di cattiverie in aula, realismo misto a tutta una serie di simboli (gli specchi, l'acqua) che non fanno altro che elevare il valore intellettuale del film.
La cosa assurda: dopo aver avuto una inesistente distribuzione in patria, il film è uscito in dvd solo in Germania, nella versione originale sottotitolata, col nome Der Erste Tag Im Winter. In questi casi mi vergogno di essere italiano, di vedere che i film dei Vanzina scalano le classifiche mentre piccoli prodotti di grande qualità vengono così ignorati.