mercoledì 30 novembre 2011

il film finlandese.





Le Havre
2011, Finlandia, 93 minuti, colore
regia: Aki Kaurismäki
sceneggiatura: Aki Kaurismäki
cast: André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Evelyne Didi
voto: 7.9/ 10
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Marcel Marx è un ex clochard sposato a una donna tutta casa e casa che per lui cucina, stira, lucida, evita di fumare; tutte le mattine lui prende il treno e va in città a piegarsi sulle ginocchia per spazzolare le punte delle scarpe delle poche persone che indossano ancora scarpe da poter spazzolare; tutte le sere, torna a casa dopo esser passato dal forno dove ha un conto aperto e dal fruttivendolo dove non lo fanno entrare, e dà alla moglie i soldi guadagnati che lei nasconde e custodisce perché sa che altrimenti lui li spenderebbe tutti: gli dà il permesso di un aperitivo che costi meno di cinque euro e niente più; tutti i giorni prima di cena va al bar dove conosce proprietaria e clientela fissa, dove tutti si conoscono. In realtà è una strada intera, in cui tutti si conoscono, un paese intero. E succede poi che a Le Havre compaiono dodici immigrati di colore tra i quali un ragazzino che scappa, e si nasconde sotto le barche del porto e dove può. Marcel Marx lo incontra una mattina e gli offre da mangiare, poi lo incontra una sera e gli offre ospitalità, tanto la moglie è in ospedale ricoverata e lui a casa da solo non s'ha da fare. Ma la polizia lo cerca, cerca Marcel e cerca il negretto, e Marcel cerca i genitori del ragazzino, e il ragazzino cerca Londra. La panettiera, il fruttivendolo, la barista, tutti aiuteranno anziano e giovane nella loro impresa, l'anziano aiuterà il giovane e alla fine il cielo ricompenserà l'anziano per la bontà dimostrata.
Praticamente Kaurismäki ha fatto un film su se stesso: con un unico vestito da vent'anni, sigaretta in una mano e bicchiere di vino nell'altra, ironico e autoironico, barbone. Gli abitanti della città diventano per lui attori improvvisati e la città assume colori mai visti prima: tutto è di un colore magnifico, esasperato, ma di una naturalezza straordinaria, come se in quel lerciume di via ci fosse un gusto proprio dello sporco, della povertà, e le corde sono azzurre, e i fiori rossi, e le pareti verdi, e le tovaglie gialle.
Ad Aki Kaurismäki premi e cerimonie non piacciono; il suo secondo film recitato in francese però ha la strada spianata verso la nomination all'Oscar: vincitore dei premi collaterali a Cannes e del premio alla carriera al Torino Film Festival, è effettivamente un gioiellino di essenzialità nei dialoghi divertentissimi, nelle scene asciutte, nella sobrietà dei personaggi, nella serietà della fiabesca storia.

NYFCC Awards - vincitori.





Se perfino i programmi calcistici italiani ormai lo citano, vuol dire che Twitter sta diventato un colosso più grosso di Facebook, e il New York Film Critics Circle ha deciso, quest'anno, di divulgare i nomi dei vincitori proprio attraverso il social network (questo è l'account ufficiale).
Anche questi vincitori ci sono noti, soprattutto il The Artist che prende film e regia e Margin Call all'esordio del regista, mentre sorprende il finora apprezzato senza però così grande entusiamo Moneyball passato pochi giorni fa al Torino Film Festival. La rossissima e spocchiosissima Jessica Chastain che fino all'anno scorso non sapevamo neanche chi fosse vince per tre film la performance di supporto mentre in uno di questi tre film, The Help, la migliore è stata Viola Davis senza che nessuno lo notasse - vabbè. Una Separazione, intanto, ormai ha la nomination all'Oscar certa (starò tirando i piedi?).
I vincitori sono:

Miglior Film: The Artist

Miglior Regista: Michel Hazanavicius per The Artist

Miglior Sceneggiatura: Steven Zaillian & Aaron Sorkin per Moneyball

Miglior Attrice: Meryl Streep per The Iron Lady

Miglior Attore: Brad Pitt per Moneyball, The Tree of Life

Miglior Attrice Non Protagonista: Jessica Chastain per The Tree Of Life, The Help, Take Shelter

Miglior Attore Non Protagonista: Albert Brooks per Drive

Miglior Fotografia: Emmanuel Lubezki per The Tree Of Life

Miglior Documentario: Cave Of Forgotten Dreams

Miglior Film Straniero: Una Separazione (Iran)


Miglior Opera Prima: Margin Call - J.C. Chandor

Premio Speciale: Raoul Ruiz

Independent Spirit Awards - nominations.





Sono state annunciate ieri, tra l'ironia dei due poco conosciuti presentatori, le nominations ai 27esimi Indipendent Spirit Awards, che premiano il cinema americano indipendente e danno grasse "borse di studio" ai registi indegnamente sconosciuti e statuette agli esordienti (alla regia e alla sceneggiatura). I film in gara, ci sono noti ormai. Quello che sorprende è l'assenza di Glenn Close come miglior attrice protagonista a discapito di Janet McTerr sempre in Albert Nobbs, e le due nominations per Midnight In Paris che fanno credere che il film di Woody Allen sia indipendente, cosa che non ci sembra.
Il premio Robert Altman che va a cast, direttore del cast e regista di un film, è andato a Margin Call.
I premi verranno assegnati il 25 febbraio. I candidati sono:

Miglior Film
50/50
Beginners
Drive
Take Shelter
The Artist
The Descendants

Miglior Regista
Michel Hazanavicius - The Artist
Mike Mills - Beginners
Jeff Nichols - Take Shelter
Alexander Payne - The Descendants
Nicolas Winding Refn - Drive

Miglior Sceneggiatura
Joseph Cedar - Footnote
Michel Hazanavicius - The Artist
Tom McCarthy - Win Win
Mike Mills - Beginners
Alexander Payne, Nat Faxon & Jim Rash - The Descendants

Miglior Opera Prima
Another Earth
In The Family
Margin Call
Martha Marcy May Marlene
Natural Selection

Miglior Sceneggiatore Emergente
Mike Cahill & Brit Marling - Another Earth
J.C. Chandor - Margin Call
Patrick DeWitt - Terri
Phil Johnston - Cedar Rapids
Will Reiser - 50/50

John Cassavetes Award (per film a meno di 500.000 dollari di budget)
Bellflower
Circumstance
Hello Lonesome
Pariah
The Dynamiter

Miglior Attrice Protagonista
Lauren Ambrose - Think Of Me
Rachel Harris - Natural Selection
Adepero Oduye - Pariah
Elizabeth Olsen - Martha Marcy May Marlene
Michelle Williams - My Week With Marilyn

Miglior Attore Protagonista
Demián Bichir - A Better Life
Jean Dujardin - The Artist
Ryan Goslin - Drive
Woody Harrelson - Rampart
Michael Shannon - Take Shelter

Miglior Attrice Non Protagonista
Jessica Chastain - Take Shelter
Anjelica Huston - 50/50
Janet McTeer - Albert Nobbs
Harmony Santana - Gun Hill Road
Shailene Woodley - The Descendants

Miglior Attore Non Protagonista
Albert Brooks - Drive
John Hawkes - Martha Marcy May Marlene
Christopher Plummer - Beginners
John C. Reilly - Cedar Rapdis
Corey Stoll - Midnight In Paris

Miglior Fotografia
Joel Hodge - Bellflower
Benjamin Kasulke - The Off Hours
Darius Khondji - Midnight In Paris
Guillaume Schiffman - The Artist
Jeffrey Waldron - The Dynamiter

Miglior Film Internazionale
Una Separazione (Iran)
Melancholia (Danimarca, Svezia, Germania, Francia)
Shame (UK)
Il Ragazzo Con La Bicicletta (Belgio, Francia, Italia)
Tyrannosaur (UK)

martedì 29 novembre 2011

Gotham Indipendent Film Awards - vincitori.






Miglior Film
*Beginners - Mike Mills;
The Descendants - Alexander Payne;
Meek's Cutoff  - Kelly Reichardt;
Take Shelter - Jeff Nichols;
*The Tree Of Life - Terrence Malik.

Miglior Regia
Mike Cahill: Another Earth;
Sean Durkin: Martha Marcy May Marlene;
Vera Farmiga: Higher Ground;
Evan Glodell: Bellflower;
*Dee ReesPariah.

Miglior Performance (singola)
*Felicity JonesLike Crazy;
Elizabeth Olsen: Martha Marcy May Marlene;
Harmony Santana: Gun Hill Road;
Shailene Woodley: The Descendants;
Jacob Wysocki: Terri.

Miglior Performance (ensemble)
*Beginners;
The Descendants:
Margin Call;
Martha Marcy May Marlene;
Take Shelter.

Ed è un miglior film condiviso quello assegnato stanotte ai Gotham, condiviso dagli americani Mike Mills con il Beginners che abbiamo recensito prima che venisse annullata la sua distribuzione italiana per questo dicembre e Terrence Malik con il cattolico-evoluzionistico The Tree Of Life reduce dalla Palma d'Oro a Cannes; a Beginners è andato anche il premio per il cast (effettivamente eccellente), mentre la miglior regista è stata l'afro-americana Dee Rees con Pariah, film che lei stessa ha scritto basandosi su un pluripremiato corto che aveva girato nel 2007 con lo stesso titolo, battendo gli attori e registi Vera Farmiga e Evan Glodell e il visual designer Mike Cahill specializzato negli effetti spciali. Miglior attrice: Felicity Jones, vincitrice anche al Sundance (e non è un caso: quasi tutti i film dei Gotham escono dal Sundance), per la sua interpretazione dell'improvvisamente innamorata Anna in Like Crazy, che abbiamo visto anche a Roma. A bocca asciutta l'apocalittico Take Shelter e soprattutto l'idolatrato Martha Marcy May Marlene sia per il regista che per l'attrice che per il resto del cast. Il miglior film a bassissima distribuzione è stato Scenes Of A Crime, documentario il poliziesco Better This World e il premio di 25 mila dollari alla regista più incisiva è andato a Lucy Mulloy per Una Noche.

lunedì 28 novembre 2011

Torino Film Festival - giorni 3 e 4.





Giornate matte per il festival di Torino: la serata d'apertura con la consegna del premio alla carriera ad Aki Kaurismäki che sarebbe dovuto passare direttamente dalle mani di Penélope Cruz (seconda madrina dell'evento insieme a Laura Morante) a quelle del regista, in realtà è rimasto inconsegnato fino al giorno successivo perché l'autore dell'acclamato Le Havre si è rifiutato di presiedere alla cerimonia di premiazione, «anche se avessi vinto la Palma d'Oro a Cannes, non l'avrei ritirata» ha detto poi, ma pare che il motivo di tanta stizza fosse proprio l'attrice ispanica, sponsor anche di svariati prodotti per guance e capelli, «che scelga se vuole fare quello, o l'attrice» le ha latentemente detto Kaurismäki. La Cruz è rimasta malissimo. Castellitto, con lei e tutto il resto del solito cast vagante di Venuto Al Mondo che presenta ai festival il film più inesistente che completato, ha fatto notare come la seconda cerimonia di premiazione arrabattata abbia visto partecipi sigarette (rigorosamente artificiali, che soddisfano il regista finlandese «per il cinquanta per cento») e birra, elogiando le doti della premio Oscar Penélope.
Altra polemica, questa volta italianissima: la pellicola Il Giorno In Più, tratta da una canzone di Malika Ayane a sua volta basata sul romanzo di Fabio Volo, o viceversa, che vanta nel cast oltre all'attore (...) e scrittore (...) anche la meravigliosa Isabella Ragonese e molti altri, che doveva essere presentata ieri sera, non è stata proiettata per mantenere il silenzio della stampa prima dell'effettiva prima romana, con ovviamente sfuriate da parte di tecnici e addetti.
La sezione più grassa Festa Mobile ha visto passare il rumeno Sette Opere Di Misericordia diretto da due italiani e tutto sguardi e silenzi, al contrario dell'americano Terri già passato al Sundance che fa ridere e riflettere e convince soprattutto per la prova d'esordio di Jacob Wysocki protagonista (candidato al Gotham) oltre che del collaudato John C. Reilly.
E mentre prosegue con successo la retrospettiva sul deceduto Robert Altman, è stato annunciato con quali pellicole si chiuderà questo festival fra cinque giorni: Twixt di Francis Ford Coppola e Albert Nobbs di Rodrigo García (regista formidabile quanto sconosciuto) di cui tutti parlano in odor di Oscar, dato il ruolo da uomo della protagonista Glenn Close.

Asia Pacific Screen Awards - vincitori.





Sono stati consegnati qualche giorno fa questi bizzarri premi premi asiatici che si rivolgono a tutto il mondo come i festival e come invece le cerimonie locali hanno regolari nomination e cerimonia.
I vincitori di questa quinta edizione sono:

Miglior Film:
Nader And Simin: A Separation - Asghar Farhadi, Iran

Gran Premio Della Giuria:
Once Upon A Time In Anatolia - Nuri Bilge Ceylan, Turchia

Miglior Regia:
Nuri Bilge Ceylan per Once Upon A Time In Anatolia, Turchia

Miglior Attrice: Nadezha Markina in Elena, Russia

Miglior Attore: Wang Baoqiang in Mr Tree, Cina

Miglior Sceneggiatura: Denis Osokin per Silent Souls, Russia

Miglior Fotografia: Gökhan Tiryaki per Once Upon A Time In Anatolia, Turchia

I maggiori vincitori, si nota, sono film a noi noti: il capolavoro iraniano Una Separazione che sta facendo incetta di premi in tutto il mondo (ed era stato candidato anche alla regia, alla sceneggiatura, all'attore) e il turco Once Upon A Time In Anatolia che aveva già vinto il premio della giuria a Cannes e che dura due ore e mezzo; entrambi i film stanno correndo con la speranza di candidarsi all'Oscar. La Nadezha Markina di Elena invece è candidata anche all'European Film Award.

sabato 26 novembre 2011

Torino Film Festival - giorni 1 e 2.





Si è aperta ieri la ventinovesima edizione del TFF, il Torino Film Festival che quest'anno durerà fino al 3 dicembre e conterà in concorso ben sedici film di registi esordienti o giunti al massimo alla terza opera.
Non seguiremo il festival giorno per giorno come abbiamo fatto con Roma perché altrimenti ne usciamo pazzi, ma ogni due giorni verranno segnalate le iniziative e le proiezioni più importanti; il festival di quest'anno ha due grandi tributi: a Robert Altman a cui sarà dedicata la retrospettiva di oggi (otto film di fila) e a Dorian Gray, non il bello e dannato di Wilde ma l'attrice degli anni '60 che ha lavorato con Fellini e Antonioni - e proprio Il Grido di Antonioni sarà proiettato oggi.
Tra le varie sezioni di cui è composto il festival, la più interessante a livello internazionale è sicuramente la Festa Mobile "Figure Con Paesaggio": ieri è stato presentato il film sportivo-economico di denuncia americana sulle piccole squadre di baseball con un'acclamata fotografia Moneyball, che vanta nel cast Brad Pitt e Philip Seymour Hoffman, e poi Le Havre che abbiamo nominato un post fa e nomineremo questa settimana come film finlandese in lizza per gli Oscar, mentre oggi invece regista e cast presenteranno La Guerre Est Déclarée che pure abbiamo nominato e pure è in lizza per gli Oscar. Sempre oggi, e sempre Festa Mobile ma nella sezione "Passaggio Con Figure", cioè film d'animazione, vedrà la proiezione di Tatsumi, uno dei due film d'animazione mandati per la nomination al film straniero. Dei grassi premi finali, ne è stato annunciato già uno: quello che più-o-meno è alla carriera, il Gran Premio Torino, che è stato assegnato ad Aki Kaurismäki, che con Le Havre firma il secondo film recitato in francese.

Louis-Delluc - nominations.



Prestigiosissimo premio francese che viene assegnato a due soli film all'anno (scelti tra dieci candidati per il miglior film e cinque per la migliore opera prima), che quest'anno verrà consegnato la sera del 16 dicembre.

I candidati al Miglior Film sono:
L'Apollonide (Souvenirs De Maison Close) - Bertrand Bonello;
L'exercice De L'eat - Pierre Schoeller;
La Guerre Est Déclarée - Valérie Donizelli;
Le Havre - Aki Kaurismäki;
Hors Satans - Bruno Dumont;
Les Neiges Du Kilimandjaro - Robert Guédiguian;
Pater - Alain Cavalier;
L'artiste - Michel Hazanavicius;
Tomboy - Céline Sciamma.

I candidati alla Migliore Opera Prima sono:
17 Filles - M. Coulin & D. Coulin;
Donoma - Djinn Carrenard;
Jimmi Rivière - Teddy Loussi Modeste;
Mafrouza - Emmanuelle Demoris;
Nous, Princesse De Clèves - Régis Sauder.

Tra i primi nove film, che aspirano al magno premio, ci sono gli inviati all'Oscar finlandese Le Havre e quello francese La Guerre Est Déclarée, la pellicola sulle case di tolleranza L'Apollonide che è passata in concorso a Cannes quest'anno, il vincitore del Lux parlamentare europeo Les Neiges Du Kilimandjaro, il film-di-cui-tutti-parlano L'artiste perché è muto e in bianco e nero e Tomboy di cui abbiamo già discusso; tra gli altri, è da segnalare Donoma, film costato 150 euro in tutto.

giovedì 24 novembre 2011

il film spagnolo.





Pa' Negre
2012, Spagna, 108 minuti, colore
regia: Agustí Villaronga
soggetto: Emili Teixidor
sceneggiatura: Agustí Villaronga
cast: Sergi López, Nora Navas, Roger Casamajor, Francesc Colomer
voto: 9.2/ 10
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Cinque anni fa Il Labirinto Del Fauno si apprestava a vincere tre Oscar. Prendete, da quel film, agli attori che interpretavano il generale Franco e il disertore Pedro e fateli diventare un sindaco di paese e un comunista Farriol; prendete un protagonista bambino, una realtà che si mischia a una fantasia tetra ma non così visionaria, prendete gli anni '50 dei poveri delle campagne, le case dall'intonaco sporco, dalle sottane alte e dai porci allevati in cortile. Bene, questo film, a chi ha visto Il Labirinto Del Fauno, ricorda molte cose, tutte non magiche, e se all'inizio c'è il sospetto che utilizzi quell'efficacia (il film messicano fu un capolavoro), poi la cosa viene smentita dall'efficacia del film stesso. Il protagonista Andreu è un ragazzino che si sposta con la madre dal paese alla città mentre suo padre, estremista rosso, viene accusato dell'omicidio di un tale (crudissimo, io mi domando ancora se il cavallo l'abbiano ammazzato sul serio) con cui si è aperto il lungometraggio. Il ragazzino sa che suo padre è innocente, perché lo adora e lo stima, ma tra le dicerie delle matte al cimitero e le voci che circolano e le foto che nasconde sua madre su un tale che fu castrato chissà da chi, chissà per cosa, inizierà a porsi delle domande sulla grandezza del genitore, che intanto è stato spedito da un carcere all'altro, quello da dove non si fa più ritorno. La madre intanto, e tutte le donne della famiglia, si spezza la schiena in fabbrica per dargli pane nero e studi, fino al giorno in cui è costretta a cedere il figlio a una riccona.
Intrighi e intortigliamenti e bambini che parlano come adulti perché cresciuti in campagna e adulti che parlano come poeti perché dicono poco ma lo sanno dire bene, una fotografia da premio, una serie di interpretazioni magistrali, una cura per i dettagli che vanno dal pisciarsi sui geloni se fanno male al cucire il lutto sulle camicie e lasciarlo per un anno: dopo una dozzina di film passati inosservati Agustí Villaronga fa il botto e ci regala due ore di storia senza pecche, avvincente, che come è piaciuta a me è piaciuta agli spagnoli (tredici Gaudì, nove Goya, due CEC e due festival), al punto da non mandare oltreoceano per la prima volta Almodóvar, e piacerà quasi sicuramente all'Academy.

Oscar 2012 - i documentari.





Erano 124 i lungometraggi documentari provenienti da (quasi) tutto il mondo, papabili alla nomination della categoria; l'Academy of Motion Pictures ha recentemente visionato e scremato il malloppo, riducendolo a quindici titoli tra cui verranno scelti i cinque che saranno annunciati il 24 gennaio prossimo.
Tra questi nomi si notano due cose: hanno tutti produzione anglo-americana tranne uno che include una collaborazione afghana, un'altra afro-tedesca e Pina di Wim Wenders (ce l'aspettavamo) che è franco-tedesca; in più quest'ultimo è l'unico film che potrebbe essere candidato allo stesso tempo per il miglior documentario e per il miglior film straniero (e, a mio avviso, alla fotografia).

I quindici primi candidati sono:
Battle For Brooklyn - M. Galinsky & S. Hawley, USA;
Bill Cunningham New York - Richard Press, USA;
Buck - Cindy Meehl, USA;
Hell And Back Again - Danfung Dennis, USA, UK e Afghanistan;
If A Tree Falls: A Story Of The Earth Liberation Front - M. Curry & S. Cullman, USA e UK;
Jane's Journey - Lorenz Knauer, Germania e Tanzania;
The Loving Story - Nancy Buirski, USA;
Paradise Lost 3: Purgatory - J. Berlinger & B. Sinofsky, USA;
Pina - Wim Wenders, Germania, Francia e UK;
Projected Nim - James Marsh, USA e UK;
Semper Fi: Always Faithful - T. Hardmon e R. Libert, USA;
Sing Your Song - Susanne Rostock, USA;
Undefeated - D. Lindsay & T.J. Martin, USA;
Under Fire: Journalists In Combat - Martin Burke, Canada;
We Were Here - D. Weissman & B. Weber, USA.

mercoledì 23 novembre 2011

a Shakespeare piacciono le donne.





Anonymous
2011, Germania, 130 minuti, colore
regia: Roland Emmerich
sceneggiatura: John Orloff
cast: Vanessa Redgrave, Rhys Ifans, Jamie Campbell, Joely Richardson
voto: 6/ 10
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«Dio salvi il re!» gridano in una delle ultime scene del film, e «Dio salvi la Storia» avrei voluto gridare io, «o a questo punto Shakespeare In Love».
Secondo questo John Orloff, sceneggiatore di A Mighty Heart in cui c'è piaciuta tanto Angelina Jolie, c'era una volta un tale conte di Oxford che era stato cresciuto da un severo e scientifico aristocratico vicino alla regina Elisabetta I, e questo tale amava le rime e le prose, e con le zuccherine parole aveva sedotto l'altissima, che poco si interessava del suo regno, e l'aveva costretta ad allontanarsi perché gravida; il conte di Oxford intanto pensa che lei lo abbia abbandonato, e nonostante sia sposato a un'altra donna se la spassa con una cortigiana, ingrava pure questa, finisce in carcere, e per tutto il tempo lui e le sue mosse efebiche (ma attenzione: gli piacciono le donne, niente Anna Hathaway né "fair youth") partoriscono delicatissimi versi che prendono di mira e fanno satira sul contorno reale. Ma lui e i suoi plurimi nomi e le sue battute avvelenate non possono permettersi di andare in scena in teatri londinesi: sequestra allora un giovane, gli consegna i manoscritti, e questo li porta sui palcoscenici mentre un suo amico analfabeta si prende il merito dell'inventiva e si fa chiamare William Shakespeare, andando a puttane e pinte e gestendo - non si capisce bene come - attori e attori che interpretano attrici.
Allora. La ricostruzione storica perde acqua da tutte le parti, sarà che il regista tedesco Emmerich ha finora sfornato catastrofi come Indipendence Day o 2012 o 10.000 A.C. o The Day After Tomorrow e altri film con nel titolo i numeri o la parola "day". La regina Elisabetta, che comunque è interpretata da Vanessa Redgrave, e per quanto dica dieci cagate in tutto, le dice meravigliosamente (e con addosso degli splendidi vestiti), viene dipinta come una frivola a cui interessano i piaceri della carne e dei merletti e non sa nemmeno dove si trovi la Spagna, un'oca insomma. La struttura del film, comincia presentando quattro livelli narrativi (si apre con un vecchino che scende da un taxi ed entra in teatro e, vestito così, parla al pubblico) che poi si ingarbugliano e non funzionano tanto. E non commento le musiche.
Il lato positivo di questa lunghissima puntata de I Tudors, è la pre-fine, in cui si è riusciti a fatica a capire tutti i nomi e i ruoli e gli intrallazzi tra i personaggi e si teme che andrà a finire male. Ma com'era per Il Codice Da Vinci, è fiction, e che William Shakespeare fosse un attorucolo prestanome, lo pensano solo loro.

Premi Goya - nominations latine.



I premi Goya ogni anno vengono assegnati al meglio (...) del cinema spagnolo, ma ogni anno scelgono anche cinque film di origine latino-americana a cui rivolgersi, che siano ovviamente sempre recitati in spagnolo o portoghese; ieri sono stati dati i nomi degli otto film che tra il 16 e il 23 dicembre verranno visionati dall'academy di riferimento che sceglierà i cinque fortunati.

Gli otto film sono:
Artigas-La Redota (La Redota, Una Historia De Artigas) - Uruguay;
Boleto Al Paraíso - Cuba;
El Páramo - Colombia;
Las Malas Intenciones - Perù;
Miss Bala - Mexico;
Reverón - Venezuela;
Un Cuento Chino - Argentina;
Violeta Se Fue A Los Cielos (Violeta Went To Heaven) - Cile.

Si nota come due dei film selezionati siano le proposte latine agli Oscar (la storia vera di Violeta Parra, "la cilena Edit Piaf" firmata da Andrés Wood e la storia vera di Laura Zúniga, miss Sinaloa 2008, che fu arrestata col sospetto di aver truccato la propria vittoria) mentre l'argentino Un Cuento Chino arriva direttamente dalla vittoria del Marc'Aurelio romano.
Intanto pare che il comitato spagnolo abbia decido di vietare ai minori di sedici anni la candidatura al Miglior Attore Emergente, premio che l'anno scorso è stato vinto dai due bambini (9 e 10 anni) di Pa' Negre di cui parleremo nei prossimi post.

Lux Film Prize 2011.





Come ogni anno anche quest'anno il Parlamento Europeo ha premiato un solo film uno con l'elegante Lux per l'impegno e il valore e lo spessore che regista e film hanno saputo raggiungere; la pellicola attorcigliata è stata consegnata, a Strasburgo, a Le Nevi Del Kilimangiaro (Les Neiges Du Kilimandjaro) di Robért Guédiguian uscito in Francia quest'anno e in procinto di uscire anche in Italia (arriverà nelle nostre sale venerdì 2 dicembre).
Il film racconta della disoccupazione di Michel che però arranca e vive con moglie e figli e nipoti sereno e tranquillo fino al giorno in cui vengono tutti rapinati del denaro e di biglietti aerei che lui è intenzionato a riprendersi, e nelle operazioni di riaccaparramento scoprirà che uno dei ladri è stato licenziato insieme a lui, lo schiaffeggerà, se ne pentirà.
Il dramma sociale di Guédiguian (regista che da noi è poco conosciuto, molto noto invece in Francia e nel resto d'Europa soprattutto per le sue continue passate ai festival, due volte a Berlino e una a Cannes e una a San Sebastián e poi premi di tutti i tipi, European Film Awards, Goya, Césars), dopo essere passato in concorso a Cannes nella sezione Un Certain Regard, ha vinto i premi del pubblico e della critica come Miglior Film al Festival di Valladolid. Adesso può vantare anche il più delicato dei premi europei.

domenica 20 novembre 2011

la mezzanotte di Woody.



Midnight In Paris
2011, USA, 94 minuti, colore
regia: Woody Allen
sceneggiatura: Woody Allen
cast: Owen Wilson, Rachel McAdams, Marion Cotillard, Kathy Bates, Adrien Brody
voto: 7.4/ 10
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L'annosa domanda è: perché tutti continuano a considerare Woody Allen un genio, un maestro, e perché tutti continuiamo ad andare a vedere i suoi film, quando tutti sappiamo che Woody Allen è morto, che non è più quello di una volta, che non scrive più sceneggiature come quelle di una volta (leggi: Amore E Guerra) (leggi: Harry A Pezzi)?
La risposta, forse, è che siamo speranzosi di rimanere sorpresi, per una volta, era successo molto piacevolmente con Match Point, certo assolutamente non è successo l'anno scorso con You Will Meet A Tall Dark Stranger, dopo essere stato applaudito a Cannes pensavamo che sarebbe successo con questo. E invece.
Owen Wilson e Rachel McAdams sono fidanzatissimi in odor di nozze, e sono a Parigi non si capisce bene perché, con i di lei genitori aristocratici e altezzosi, che comprano sedie per la casa di Malibu e prendono trecento taxi e soggiornano in albergo per settimane intere; non hanno un attimo libero tra palestra massaggio visite guidate cene colazioni, e un giorno incontrano pure dei vecchi amici americani a cui si aggregano per uscire perché sono così piacevoli!, e lui è così esperto nel ballo nella musica nella pittura! Owen Wilson fa lo sceneggiatore ad Hollywood, ma vorrebbe scrivere meglio il libro che sta progettando, e modestamente se ne sta al di fuori di tutto questo snobismo: lui è semplice, vuole camminare sotto la pioggia, e dal primo momento ci chiediamo che cazzo ci faccia con quella riccona.
Dal primo momento ci chiediamo anche cosa stia succedendo ai dialoghi irrealissimi, finti, forzati, agli attori incapaci, esagitati, ridicoli, un esempio per tutto: passeggiano in quattro a Versailles e una tira su la macchina fotografica e guarda dall'obiettivo e non scatta e la lascia ricadere e lo fa per circa sette volte pensando che noi che guardiamo siamo scemi e non ce ne accorgiamo, che sta facendo finta.
L'irrealtà poi aumenta quando a mezzanotte, mezzo ubriaco, Owen viene caricato da un'auto d'epoca e portato negli anni '20 dove incontra i Fitzgerald, Hemingway, Picasso, Matisse e compagnia bella, inizia un trusto con l'amante di Braque e Modigliani, si fa aiutare per la stesura del romanzo, capisce che come lui vorrebbe vivere nel 1920 loro vorrebbero vivere nel Rinascimento e vabbè, il film va così, ma si ritrova Woody Allen in due scene: quando lui è al tavolo con Dalì (meravigliosamente Adrien Brody) e Man Ray e Bunuel, e parlano di rinoceronti e lui spiega di venire dal futuro e loro, surrealisti, gli credono; quando in camera d'albergo c'è il dottore che misura la pressione al padre della McAdams e intanto dietro coppia e suocera prendono il telefono per denunciare la cameriera, parlano tutti insieme, si accavallano. Questo è il Woody Allen che è morto.

sabato 19 novembre 2011

Biancaneve e Biancaneve.





L'anno prossimo sarà l'anno di Biancaneve; mentre la Disney e la Pixar faranno ri-uscire al cinema, in versione 3D, i più grandi cartoon classici (parleremo a breve di cosa arriverà il 13 gennaio), due case di distribuzione differenti e non addette al genere approderanno nelle sale il 16 marzo con Mirror Mirror e l'1 giugno con Snow White & The Huntsman.
Il primo film, di cui potete vedere il trailer qui, è diretto dall'indiano Tarsem Singh che è anche regista dell'Immortals attualmente nelle sale americane che con 32 milioni di dollari incassati è al primo posto tra i film più visti di questa settimana; vanta nel cast la ventiduenne Lily Collins nei panni di Biancaneve che dopo Sandra Bullock in The Blind Side affianca Julia Roberts che qui indossa corsetti e bustini (i costumi sono la parte più raffinata ed eccentrica del film) della strega cattiva che è molto cattiva ma anche ridicolmente divertente - e a fare il principe azzurro c'è Armie Hammer, lo "sdoppiato" gemello di The Social Network. E se questo film mantiene la storia più classica e punta all'ironia (i nani insegnano a Biancaneve a lottare di spade e lei poi lotta contro il principe), l'altro, Biancaneve E Il Cacciatore - sarà questo il titolo italiano - praticamente rispolvera inquadrature, eserciti e costumi de Le Cronache Di Narnia, con Charlize Theron strega malvagia che si compone e scompone quando i corvi prendono il volo, in una delle migliori performance della sua carriera, la succhiasangue Kristen Stewart nel ruolo di una Biancaneve che, non essendo l'attrice in grado di ridere, invece di preparare i dolcetti taglia le teste delle persone sempre rigorosamente mantenendo il broncio, e Chris "Thor" Hemsworth come cacciatore tutto muscoli e cattiveria. Il trailer di quest'altro film è qua.

i principianti.





Beginners
2010, USA, 105 minuti, colore
regia: Mike Mills
sceneggiatura: Mike Mills
cast: Ewan McGregor, Christopher Plummer, Mélanie Laurent
voto: 8.6/ 10
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Potreste aver visto un cd, una colonna sonora, con questa stessa copertina, in una Fnac (se siete così fortunati da abitare in una delle sette città d'Italia munite di Fnac), o potreste aver visto questa stessa locandina con link a Megavideo annesso in qualche forum di streaming preventivo, insomma, potreste essere incappati in questo film spesso, ma mai attraverso il cinema. Alcuni siti riportano come data il 2010, alcuni il 2011, la storia è questa: Beginners è stato presentato in anteprima al festival di Toronto a settembre dell'anno scorso; è poi uscito nelle sale americane a giugno. Adesso, non si sa in che annata considerarlo per le cerimonie di premiazione, ma i Gotham l'hanno candidato al miglior film e al miglior cast e a breve avremo il risultato; intanto uscirà in Italia, il 9 dicembre, al cinema questa volta.
Ewan McGregor è solo e solitario, un poco triste, ma con degli amici geniali, una madre morta che era geniale pure lei nel modo di educare il figlio, un padre che si è scoperto gay che è il più geniale di tutti, ad una festa incontra una ragazza che indovinate com'è, e intanto la loro storia di mutismo iniziale, camere d'albergo, convivenze, fughe, altri silenzi, ritorni, telefoni, accenti francesi, si intreccia con la storia del passato prossimo e del passato remoto, quando lui era solo un bambino, e a questo s'aggiungono i disegni che lui fa per mestiere, le immagini delle cose così come sono, adesso, com'erano allora, le persone il presidente e il cielo, le musiche tenere, le battute che sono la cosa più geniale di tutte. Una sceneggiatura così, non la si trovava da anni, un film di tale tenerezza, per quanto racconti una storia abbastanza prevista ma non prevedibile, che segue un percorso di miscugli e salti temporali e che dice sempre la frase giusta al momento giusto.
Bravissimi gli attori, Ewan soprattutto che non lo si vedeva sorridere così sinceramente dal Moulin Rouge! ma Christopher Plummer in assoluto, con fidanzato quasi minorenne, malattia sulle spalle e fazzoletto al collo che si batte per i diritti gay. Mélanie Laurent l'avevamo vista nello strepitoso Il Concerto e nello strabiliante Inglorious Basterds, continua ad azzeccare sempre tutti i film che fa e continua a diventare sempre più bella.

venerdì 18 novembre 2011

splendore per Natalie.





Splendore Nell'erba
1961, USA, 124 minuti, colore
regia: Elia Kazan
sceneggiatura: William Inge
cast: Natalie Wood, Warren Beatty
voto: 7.8/ 10
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Novembre 1981: quarantatreenne e candidata a tre Oscar, Natalie Wood trascorre qualche giorno di meritato riposo dopo aver sfornato quasi sessanta film in vent'anni a bordo dello yacht "Splendour" col marito Roger Wagner e l'allora già celebre (e premio Oscar) Christopher Walken; a trenta chilometri dalle coste della contea di Los Angeles, nei pressi dell'isola di Santa Catalina, all'improvviso, scompare. Verrà ritrovata il giorno dopo, morta per annegamento. Si disse che aveva una relazione con l'ospite Walken e che la sera della morte aveva fortemente litigato col marito; ma l'indagine si concluse con il verdetto di morte accidentale.
Novembre 2011: dopo esattamente trent'anni e dopo la richiesta della sorella dell'attrice, Luana, la squadra omicidi riapre il caso perché alcune persone hanno affermato di essere informate sul fatto.
Non sappiamo come si evolverà la vicenda ma sappiamo che Natalie Wood è stata una grande attrice già giovanissima, ebbe la prima nomination all'Oscar appena diciottenne per Gioventù Bruciata e la seconda sei anni dopo per Splendore Nell'erba, che oltre ad essere il film con cui la ricordiamo è anche la pellicola da cui prende il nome questa rubrica di "Antichi Splendori" e segnò l'esordio dell'ex sex-symbol (quando per "sex-symbol" si intendeva un attore che prima di tutto era bravo, e poi era anche bello) Warren Beatty.
La trama è attualmente di una banalità immane, trita e ritrita soprattutto oltreoceano: lei e lui sono adolescenti e frequentano lo stesso liceo e si amano, lui vorrebbe fare sesso, lei dice che è meglio aspettare, lui è figlio di ricchi con una sorella sbandata, lei è figlia di orgogliosi malvisti dai suoceri, loro si sposerebbero anche il giorno dopo ma i genitori di lui gli impongono di lasciarla, e lui la lascia, la abbandona, sparisce, e lei si ammala, impazzisce, perde il raziocinio e viene rinchiusa in una clinica in cui passerà quasi tutta la giovinezza. Si rivedranno, poi, in condizioni opposte.
Ciò che differenzia questo film del 1961 dalle cagate partorite (...) da Moccia che, quarantenne, parla di pubertà, oltre alle magistrali interpretazioni degli attori protagonisti e non è anche il realismo dei dialoghi, delle vicende, delle reazioni, dei comportamenti; non a caso vinse l'Oscar alla sceneggiatura di William Inge che oltre a questo e a Fermata D'autobus con la Monroe ha fatto ben poco.
Un film originale per quei tempi, che parlava di giovani e repressione sessuale e mal d'amore (e depressione maniacale) e feste del liceo fatte di gonne troppo lunghe, che è stato un cult per gli attuali cinquantenni e che, se tornassero a distribuirlo in dvd, sarebbe un cult anche per gli attuali giovani.

the iron lady.





È stato rivelato ieri, dall'attrice protagonista Meryl Streep e dalla regista Phyllida Lloyd, a Londra, il secondo manifesto promozionale di The Iron Lady, infinitamente più brutto del primo - film con cui la Streep verrà di nuovo candidata all'Oscar (sarebbe la diciassettesima volta) confidando finalmente di vincere (sarebbe la terza volta).
La regista è nota ai più informati solo per aver diretto lo sbanca-botteghino Mamma Mia! oltre che un Macbeth che nel frattempo non si capisce se sia effettivamente uscito o no e una delle tante biografie su Elisabetta I dal titolo Gloriana che passò per la televisione; è quindi la seconda collaborazione tra regista e attrice, che di nuovo si spostano in territorio inglese per raccontare una storia tutta inglese, quella della "dama di ferro" Margaret Tatcher, prima e unica donna britannica ad aver ricoperto il ruolo di primo ministro, attiva dal 1975 al '90 nel suo partito conservatore, tutt'ora viva ma affetta dalla demenza senile di cui nel film si parla e che ha scatenato le critiche e le ire della stampa inglese che ha attaccato il film criticandolo «un'operazione di sinistra».
La pellicola uscirà effettivamente nelle sale inglesi il 6 gennaio e in quelle americane il 13; da noi, ancora non si sa, ma sicuramente nella primavera che invade i cinema di post-Oscar.

mercoledì 16 novembre 2011

il film tedesco.





Pina
2011, Germania, 106 minuti, colore
regia: Wim Wenders
sceneggiatura: Wim Wenders
voto: 8/ 10
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Tutti ne parlano, adesso anche io.
Prima nota: va visto in 3D, altrimenti non ha senso. Seconda nota: va visto al cinema, altrimenti non ha senso. Terza nota: quando mi dicevano che «non è un documentario» avevano ragione, non è un documentario, non lo è nel modo classico, non è un documentario come siamo abituati a vedere tra la caduta di Wall Street, gli ippopotami che partoriscono, l'importanza di apparire in Italia. Credo sia il primo e unico documentario capace di questa potenza visiva, di questa definizione laterale, perché alla fine di goduria visiva si parla: le scene, le scelte scenografiche, le fotografie, i colori, i costumi, che nella loro semplicità azzeccano sempre il tessuto, le trasparenze, il colore, il panneggio, il tulle, il riflesso, la lunghezza, la strettezza. La portata originale di Pina, però, sta nel celebrare una donna, un'artista vera, una coreografa, senza mai farla vedere se non alla fine, senza mai presentarcela direttamente, ma presentando direttamente la sua creatura, il suo creato; tutto il film mostra i quattro più importanti balletti ideati e diretti da Pina Bausch ("Le Sacre Du Printemps", il "Café Müller" che già era stato protagonista di Parla Con Lei di Almodóvar, "Vollmond" e "Kontakthof") interrotti da primi piani rigorosamente tutti uguali dei ballerini che componevano la sua compagnia, che a testa dicono una frase una sulla danzatrice scomparsa due anni fa a causa del cancro, e poi ci mostrano una piccola esibizione personale, una sorta di loro cavallo di battaglia sempre in luoghi diversi, sempre più particolari, dall'interno di una metropolitana al parco, al ruscello, al lago, alla galleria, ad una casa vuota, sempre con luci magistrali e movimenti di camera pulitissimi. La pecca è che questo rigoroso meccanismo viene ucciso da immagini di repertorio all'inizio, da una finta proiezione di pellicole rovinate ad una sala fittizia. La fine che si ricollega al principio celebrando lo scorrere del tempo e delle stagioni, però, è una chicca per gli occhi. Tutto il film è una chicca per gli occhi. Certo, "chicca" per gay cinquantenni acculturati o per ballerine, ché mio padre o la vicina di casa s'addormenterebbero alla terza immagine e alla scoperta che è in lingua originale (che rispetta tutte le diverse lingue di tutti i ballerini) sottotitolato, ma comunque una notevole prova registica se si considera che il tutto è una promessa mantenuta da Wim Wenders all'amica a cui aveva chiesto di fare un film.

martedì 15 novembre 2011

le risate grandi del pubblico.





Il Cuore Grande Delle Ragazze
2011, Italia, 85 minuti, colore
regia: Pupi Avati
sceneggiatura: Pupi Avati
cast: Cesare Cremonini, Micaela Ramazzotti, Andrea Roncato
voto: 7.8/ 10
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Lo sforna-un-film-all'anno Pupi Avati, quest'anno ha sfornato una cosa non male, ammetto. Abbandona i movimenti di camera di merda de Il Papà Di Giovanna, la storie che non bastano a riempire un film intero di Una Sconfinata Govinezza, ma continua a riempire, ed è il suo lato sicuramente migliore, tutte le trame, tutti i personaggi, di quelle macchiettistiche piccole attenzioni grottesche che rendono credibile e assurdo ogni interprete (uno con una mano sempre nei pantaloni, uno senza le palle, uno che alita biancospino, una a cui non viene il ciclo). Poi, i ricordi di una vita intera, di un'infanzia intera, di una crescita ora romagnola ora toscana sporcata da accenti romani che restituiscono la metà del divertimento della pellicola che, effettivamente, è tutta un divertimento. Il sorprendentemente bravo Cesare Cremonini se le ripassa tutte, le ragazzette del paese, e tutti lo sanno, e tutti continuano a saperlo. Poi, a lui e ai suoi genitori non proprio ricchissimi, una famiglia non proprio poverissima propone entrambe le figlie ormai trentenni, bruttine e sceme come l'acqua dei lupini, in cambio di una moto e la casa pagata per diec'anni. Cremonini allora si presenta ogni sera alle otto dalle fortunate «a fare moroso» e lì resta per un'ora, a giocare a "piace non piace" stando seduto sul divano in mezzo alle due. Fino a quando, un mese dopo, deve decidere quale racchia portare all'altare, e prima di fare il nome gli compare davanti Micaela Ramazzotti che è sempre più bella e sempre più brava e sempre più romana (ma com'era toscana ne La Prima Cosa Bella non ce lo scorderemo mai) e niente, gli viene lo svarione, piange, lui vuole lei. E lei, non si capisce bene perché, vuole lui, al punto da commettere "suicidio di se stessa". Niente, si sposano, e la trovata della cerimonia senza effettivo matrimonio è geniale, poi ci sono dei problemi, poi si risolvono... Poi il film scaga, con un finale prevedibile e un pre-finale prevedibilissimo. Però. Ho visto il film in una sala insieme a quattro altre persone; ho pensato alle sale piene quando arrivano i film dei vampiri o peggio ancora di Moccia, mi veniva quasi da piangere, quindi, per piacere, snobbate quelli e andatelo a vedere: Micaela Ramazzotti che chiede informazioni sull'iniziazione sessuale prima alle suore e poi alla sarta sono una delle cose che mi hanno fatto piegare in due dal ridere come mai nella vita.

domenica 13 novembre 2011

con cosa fa rima Dexter.





One Day
2011, UK, 107 minuti, colore
regia: Lone Scherfing
soggetto e sceneggiatura: David Nicholls
cast: Anne Hathaway, Jim Sturgess, Patricia Clarkson
voto: 6.9/ 10
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«Sai che giorno è domani?, è il quindici luglio» dice Dexter (che per tutto il film verrà chiamato "Dex") in una delle prime scene, e da là la solfa comincia: far vedere tutti i quindici luglio degli ultimi vent'anni delle loro due vite, di "Dex" appunto, figlio di papà con abiti firmati e bell'aspetto che se ne scopa una alla sera, ed Emma, dagli occhiali senza montatura e anfibi neri ai piedi, di cui Dexter scopre solo ora che il liceo è finito, che ce l'aveva nella stessa scuola. Ubriachi, provano a far sesso, ma passa l'attimo e dormono soltanto e puff, è il quindici di luglio dell'89 e loro sono amici e stanno trasportando un letto perché lei trasloca. 1990, '91, gli anni passano e l'amicizia si rafforza ma noi sappiamo dove vuole arrivare il film perché:
- non siamo mica nati ieri;
- abbiamo già visto Dieci Inverni;
- nella locandina si baciano.
Lui continua a scoparsene una a sera, lei continua ad avere gli occhiali, essere puritana, nerd, sfigatella, lavoratrice per campare, scrittrice di poesie che legge solo lei, lui va a lavorare in televisione per un programma non meglio definito come inutile, mette incinta una, se la sposa, ma lei si fa chiavare anche da un altro, non si sentono per degli anni e poi si rivedono. La sorpresa è che loro due non si mettono insieme alla fine, ma un bel po' prima. E là si capisce allora quale sarà la sorpresa della fine perché:
- non siamo mica nati ieri;
- abbiamo già visto Autumn In New York.
Dopo il successo mondiale dell'inglesissimo An Education, la regista Lone Scherfing fa affidamento di nuovo su uno scrittore perché adatti un romanzo. Lo scrittore non è Nick Hornby e per quanto molte battute siano simpatiche («voglio avere un figlio dall'uomo che amo. Ma siccome lui adesso non può lo faccio con te»; «e con cosa fa rima il mio nome?», «con "stronzo", rima non baciata»), comunque il film è banale. Tutto pancia e niente testa. E Lone Scherfing pare che voglia consumare la voglia di Inghilterra antica e Francia, e vestiti floreali e case ben arredate, e media borghesia che incontra la povera gente, e calici di vino in mano a gente che gira per stanze, e passeggiate in bicicletta di cui ha riempito (bene) An Education, per quanto anche quello non brillasse di originalità ma fosse fatto anche con la testa; il problema è che in An Education c'era Carey Mulligan che rende di oro tutti i film che gira. In One Day ci sono sì la brava Anne Hathaway e quello-di-Across The Universe Jim Sturgess e Patricia Clarkson confinata ormai a fare la madre matta di rampolli furbi, ma non bastano.

le notti di Federico / 3.





Ginger E Fred
1985, Italia, 123 minuti, colore
regia: Federico Fellini
sceneggiatura: Federico Fellini, Tonino Guerra, Tullio Pinelli
cast: Giulietta Masina, Marcello Mastroianni
voto: 8.6/ 10
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Giuro che è un caso che il terzo dei tre film felliniani a cui rendiamo omaggio (due in realtà: il primo è servito solo a porre un quesito sullo stato del cinema) arrivi proprio il giorno in cui il premier su cui tanto il film ironizza se n'è tornato da dov'è venuto.
Ginger E Fred, terzultima opera di Federico Fellini, nasce dall'odio smodato che il regista provava per le televisioni locali e per le interruzioni pubblicitarie; la pubblicità, diceva lui, era cose pure buona (certo, ne era stato anche regista), ma bisognava non abusarne. Queste reti regionali, invece, sono un continuo di programmi lasciati a metà, film lasciati in sospeso, quiz in studi in cui regna l'angoscia, l'ansia della diretta, la finzione, che ammazzano il dialogo vero tra le persone a discapito di sorrisi forzati e accantonamenti di problemi e persone che creano problemi. Fellini racconta tutto questo partendo da Amelia Bonetti, aka Giulietta Masina, invecchiata, attempata, che prende un treno e poi un autobus e arriva in un albergo dove continua ad aspettare Pippo Botticella, aka Marcello Mastroianni, invecchiato anche lui, con il quale, un paio di decadi prima, era molto famosa per le imitazioni a passo di musica che facevano di Ginger Rogerd e Fred Astaire nei teatri di tutto il Paese; vengono contattati, recuperati, e invitati da un programma televisivo per nostalgici a esibirsi in studio in diretta in prima serata insieme a un sacco di altri fenomeni da baraccone che all'epoca hanno fatto qualcosa che nessuno più ricorda. Con non poche difficoltà, e senza il giusto tempo per provare, Pippo e Amelia si ritrovano in studio, schiacciati da manifesti pubblicitari giganti, interrotti da immagini per l'acquisto di zamponi formaggi spaghetti grattugie immensi, angosciati dalla posizione in cui devono stare, dal tempo che manca all'ingresso, dal silenzio. Poi il loro momento arriva, e viene interrotto due volte.
La tristezza del film parte dalla constatazione, anzi dalla previsione, di dove si sta dirigendo il mondo: Fellini aveva capito che la televisione c'avrebbe rovinato tutti e avrebbe rovinato la cultura, la comunicazione, il dialogo genuino, l'ingenuità. Maschera dietro il Cavalier Fulvio Lombardoni il pescecane Silvio Berlusconi che allora stava ascendendo, maschera dietro un programma televisivo una vetrina per il presentatore e la pubblicità, maschera dietro la sua visione circense del mondo un mondo dove tutto è circo sul serio, dove non c'è spazio per la tenerezza e la vecchiaia di Ginger e Fred, dove tutto è esagerato, grottesco, e destinato a finire.

giovedì 10 novembre 2011

il film iraniano.





Una Separazione
2011, Iran, 123 minuti, colore
regia: Asghar Farhadi
sceneggiatura: Asghar Farhadi
cast: Peyman Moaadi, Leila Hatami, Sareh Bayat, Shahab Hosseini
voto: 9.3/ 10
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Credo che non sia mai successo nella storia del festival di Berlino, certo non è mai successo a Cannes o a Venezia dove vige la regola del non-più-di-un-premio-grosso-a-film, ma quando è passato al concorso tedesco, Nader E Simin: Una Separazione, attualmente nei cinema italiani, si è aggiudicato l'Orso d'Oro alla regia, gli Orsi ai due attori e alle due attrici, e il premio della giuria ecumenica. Corre verso gli Oscar 2012 come film ufficiale iraniano ed è (sperando di non tirarne i piedi) una certezza nella cinquina: già dalle prime due scene, in cui prima compaiono i titoli di testa insieme a dei documenti che vengono fotocopiati e poi i due protagonisti, marito e moglie che parlano in camera rivolgendosi al giudice spiegando le ragioni per cui vogliono (lei, vuole) divorziare, si sente profumo di capolavoro.
Nader e Simin non divorziano, si separano appunto. Perché lei sa, e il discorso col giudice lo conferma, che l'Iran è un Paese maschilista e la figlia crescerebbe male. Ma non c'è denuncia né provocazione nella regia di Asghar Farhdi, c'è solo una lieve amarezza e una sceneggiatura brillante che rasenta la perfezione: mai nessuna scena è superflua, e di nessuna si sente la mancanza. Con la dipartita di Simin che va a vivere da sua madre, Nader ha bisogno di qualcuno che resti in casa mentre lui è al lavoro per badare al padre malato di Alzheimer, presenza che gli impedisce di assecondare il volere della moglie; gli entrerà in casa una donna timorata di Dio e del Corano, incinta, che sarà costretto a sbattere fuori quando non adempie al suo dovere. Lei finisce sulle scale, la sera perde il bambino, la mattina dopo querela Nader per omicidio. Il film a questo punto si dovrebbe chiamare "una denuncia", perché la separazione passa in secondo piano per stabilire prima gli impicci giudiziari e giuridici.
Lui, è colpevole o innocente? Se lo chiedono la moglie, la figlia, il pubblico in sala. E la fine, sottolinea il capolavoro.
Il regista dice che questo film è la diretta conseguenza del precedente, About Elly, sempre passato alla Berlinale. È stato scritto e finanziato in un solo anno, senza difficoltà. Non ha avuto nessun supporto dal governo per colpa di un discorso tenuto in pubblico. Io, gli auguro pure la statuetta.

le notti di Federico / 2.





Le Notti Di Cabiria
1957, Italia, 110 minuti, B/N
regia: Federico Fellini
sceneggiatura: Federico Fellini
cast: Giulietta Masina, Francois Périer, Franca Marzi, Amedeo Nazzari, Dorian Gray
voto: 8.8/ 10
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27 marzo 1957; le pellicole candidate all'Oscar come miglior film, per la prima volta, sono tutte a colori. Il premio agli effetti speciali va ai tecnici che hanno aperto le acque del Mar Rosso ne I Dieci Comandamenti. L'Academy, dopo dieci anni di "riconoscimenti speciali" per l'estero, decide di istituire l'Oscar al miglior film straniero. Il primo a vincerlo fu La Strada di Federico Fellini. Il secondo film a vincerlo fu Le Notti Di Cabiria di Federico Fellini. L'ottavo film a vincerlo fu Otto E Mezzo di Federico Fellini. Il diciottesimo film a vincerlo fu Amarcord di Federico Fellini. Intanto, l'Italia vinceva altri Oscar (Ieri, Oggi, Domani; Il Giardino Dei Finzi Contini; Indagine Su Un Cittadino Al Di Sopra Di Ogni Sospetto) e Fellini si candidava in altre categorie (sceneggiatura, regia) arrivando ad oggi ad aver accumulato dodici nominations personali all'Oscar senza mai vincerne alcuno.
Adesso. Se parlate con un italiano qualsiasi, vi dirà che il miglior film di Fellini è La Dolce Vita solo perché in Italia è il più noto. Se parlate con un critico, vi dirà che il migliore è Otto E Mezzo solo perché nessuno ci capisce niente e quindi allora deve essere per forza geniale. Se parlate con un nostalgico, il miglior film felliniano è La Strada per la musica (di Nino Rota, che non ha mai visto un film di Fellini per intero perché si addormentava), per Giulietta, per la triste storia.
Ma chi va al cinema e sa che i film devono essere sia di testa che di pancia, sa che il capolavoro di Federico è Le Notti Di Cabiria: storia di una ragazzetta minuta sfacciata e bassina che per permettersi la casa (con tutto eh, perfino il termometro) nella periferia romana, è costretta a passar le sere sul marciapiedi, insieme alle altre sue amiche e ai loro compagni accondiscendenti che le proteggono; ma a lei, non la protegge nessuno, e un po' la cosa le pesa; c'era Giorgio, prima, a proteggerla, ma poi è scappato con la di lei borsetta. Adesso, forse, l'unico modo per cambiar vita è chiedere la grazia alla Madonna, ma quella mica sente, o forse sì: compare, in un teatro durante uno spettacolo di magia, tale Oscar, che affascinato dalla genuinità di Cabiria le chiede di uscire... Noi spettatori, siamo affascinati dalla bravura di Giulietta, miglior attrice italiana defunta che purtroppo per la stazza ha sempre avuto pochi ruoli a disposizione, ma che espressioni!, che movenze!, che parlata! Ad ascoltarla, anche quando si dispera, si ride tutto il tempo.
Fellini, in una delle 784 mila interviste rilasciate, disse che i suoi film volevano essere «come una chiacchierata al bar con un amico: racconti le cose senza un ordine». Bella pretesa; ma mentre La Dolce Vita e i successivi risentono di questa accozzaglia di scene, Cabiria fila liscia nel suo ordine cronologico raccontando tramite episodi, vicenda dopo vicenda, lo sviluppo e la ricaduta di un personaggio al quale si vuole così bene che lo si ricorda per tutta la vita.

mercoledì 9 novembre 2011

il film filippino.





The Woman In The Septic Tank
2011, Filippine, 90 minuti, colore
regia: Marlon Rivera
sceneggiatura: Chris Martinez
cast: Eugene Domingo, JM de Guzman, Kean Cipriano
voto: 7.9/ 10
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Prendete una soap-opera sudamericana ed estrapolatene la fotografia luminosissima, celestiale, "spiattellata" direbbero a Boris; prendete poi un paio di commessi di McDonald's con le loro facce simpatiche che o sono perennemente sorridenti o esprimono disperata sorpresa come Jackie Chan ha fatto per una carriera intera; aggiungete una parlantina incomprensibile che sembra ripetere sempre la stessa coppia di bisillabe e non si capisce bene quando faccia ridere e quando no; avrete Ang Babae Sa Septic Tank, la donna nella fossa settica che le Filippine mandano agli Oscar dopo che il film, indipendentissimo, ha sbancato il box-office diventando il film filippino indipendente più visto di tutti i tempi, è passato in concorso al Cinemalaya Film Festival, e là ha vinto i premi alla sceneggiatura (di quel Chris Martinez che già si era fatto conoscere per aver diretto Here Come The Brides), alla regia, all'attrice protagonista, al film, e il premio del pubblico. Insomma, un filmone. La sorpresa giunge quando il filmone si guarda e si scopre che non è un drammone ma una commedia, ed è così commedia che fa ridere dalla prima scena all'ultima: tre ragazzi, studenti in una scuola di cinema giunti al progetto finale per laurearsi, sono convinti di avere tra le mani la sceneggiatura della vita, che segnerà la storia, che li porterà a vincere un Oscar e ad essere conosciuti nel mondo; si stabiliscono i ruoli e due diventano produttori e uno regista, mettono in piedi velocemente una pre-produzione e recuperano una grandissima attrice filippina, Eugene Domingo, interpretata da Eugene Domingo, per il ruolo della protagonista. Così possono iniziare a pensare al titolo: Eugene Domingo in "Io Non Ho Niente"; Eugene Domingo in "Niente". Poi passano alla storia: una donna disperata e povera, così disperata e povera, che è costretta a vendere suo figlio a un pedofilo. Poi passano alle scene madri che renderanno il film amato dal pubblico e dalla critica: lei che chiede perdono a Dio per i suoi peccati piangendo in ginocchio, lei che sfida la morte in improbabili peripezie fisiche, lei che è completamente nuda frontalmente, lei che fa sesso; ma c'è un problema per la scena più madre delle altre: lei in una fossa settica. L'attrice finirà col crederci più degli organizzatori pensando, insieme a loro, che solo con questo ruolo potrà arrivare ai premi americani.
È ironico come quindi le Filippine, che mai sono state candidate al miglior film straniero e per lunghi periodi si sono allontanate dalla competizione (dal 1954 al 1994 hanno mandato solo cinque film in lizza), mandino agli Oscar un film che parla di un film che spera di arrivare agli Oscar; potrebbe farcela, ma deve scontrarsi con dei drammoni (Una Separazione, Pa' Negre) che piacciono sempre di più all'Academy.

martedì 8 novembre 2011

le notti di Federico / 1.






E La Nave Va...
1983, Italia, 132 minuti, colore
regia: Federico Fellini
sceneggiatura: Federico Fellini e Tonino Guerra
cast: Freddie Jones, Barbara Jefford, Pina Bausch
voto: 7.8/ 10
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Torino, ottobre 2011. Un buon uomo chiama un esperto restauratore perché gli restauri, appunto, una cassettiera; il restauratore entra nella casa del buon uomo e in quella casa c'ero anche io: commentavamo, io e il buon uomo, il tanto discusso Pina di Wim Wenders («si candiderà all'Oscar come film straniero o come documentario?»), quando il restauratore interviene: «il cinema è morto, qualche anno fa; hanno segnato la morte del cinema due film: uno di David Lynch di cui non ricordo il titolo, e l'altro di Fellini».
Caso vuole che quest'altro film di Federico Fellini abbia all'interno proprio la Pina Bausch del documentario di Wenders, e si chiama E La Nave Va..., e racconta del viaggio che il piroscafo Gloria N. e la gente che vi è a bordo fa attraverso l'oceano per raggiungere l'isola di Erimo, perché a bordo la nave ha anche le ceneri di una grandissima cantante d'opera poc'anzi defunta e i suoi amici e colleghi e fans hanno deciso di realizzare il di lei desiderio di essere sparsa tra le acque dell'Egeo, per cui tra poppa e prua si aggira l'altissima aristocrazia intellettuale di mezza europa, cantanti lirici e famiglie e pomposi costumi, facce cadaveriche femminili o pacioccose maschili, un'eccellenza austriaca e sua sorella cieca. Da qui si spiega la scelta della colonna sonora, tutti brani tratti da opere riarrangiate e ricantate (nel film, in palesi playback) e del doppio inizio: Fellini illude lo spettatore facendo cominciare la pellicola in bianco e nero smorzato, muto, montato a fretta, con un cronista che parla in camera e le sue parole scritte sullo schermo; poi arrivano le ceneri della divina, salgono a bordo insieme all'eccelsa clientela, si sente una voce, poi un colore, e poi è musica: tutti cantano, tutti alzano il petto, il popolino guarda da sotto, i tenori spalancano le bocche da sopra, è un altro inizio!, è un musical!, Fellini precede e prevede il successo degli anni '90 dei film cantati americani e del Titanic e costruisce un'epopea di scene e scenografie che a volte non sembrano sue e a volte sì (cerchi sovrannaturali sensitivi per porre domande e ricevere risposte dalla morta, poliglottismo generale degli attori, scene di gruppo in cui qualcuno guarda sempre in camera) insieme, e si stacca da tutti i suoi ultimi film a colori perché a questo dona due cose: una storia coerente e scorrevole, portata avanti da un giornalista-cronista Orlando (di cui prima) che parla in camera parlando a noi ma anche al cameraman che gli fa da spalla, aggiornandoci su ciò che succede e ciò che c'è a bordo; e oltre alla storia, un evento storico: sulla nave compaiono alla fine alcuni naufraghi serbi scappati allo scoppio della Prima Guerra, ed è clamore tra i ricchi snob che poi, come nel Titanic, si mischiano alla classe operaia immigrata (erano già entrati in sala macchine e in cucina) e tutti insieme ballano.
I motivi per vedere questo film: l'apertura cantata, la scena dei bicchieri, il montaggio della fine della nave. I motivi per non vederlo, sono molti altri. La cosa assurda: ha vinto il David e il Nastro d'Argento come miglior film, riconoscimento che non è andato né a La Dolce Vita né a 8½ per esempio.
Segna, quindi, la fine del cinema? Ma no. Segna, però, l'inizio di un approfondimento su Fellini.

domenica 6 novembre 2011

European Film Awards - nominations.






Sono state annunciate ieri, al Seville European Film Festival, le nominations agli European Film Awards 2011; i candidati sono stati scelti da più di 2500 membri che formano l'Academy, e i premi saranno consegnati il 3 dicembre a Berlino.
Il maggior numero di nominations è per Melancholia, il film sulla fine del mondo (e su un ricevimento di nozze) di von Trier. L'Italia si candida all'attore e alla scenografia per Habemus Papam, e l'Academy ignora completamente l'altro film che avevamo mandato in lizza, Noi Credevamo. Alberto Iglesias porta a La Pelle Che Abito una delle (uniche) due nominations (l'altra è per la scenografia) arrivando così alla quarta in otto anni e sempre per film di Almodóvar, mentre tra le candidature più grasse ci sono film che abbiamo già visto e premiato, i vincitori dell'Oscar Il Discorso Del Re e Hæven, e film che agli Oscar ci stanno andando proprio in questi mesi, Le Havre e The Turin Horse e Atmen oltre all'ormai onnipresente Pina.
I candidati sono:

Miglior Film Europeo:
The Artist (Francia)
Il Ragazzo Con La Bicicletta (Belgio/ Francia/ Italia)
Hæven - In Un Mondo Migliore (Danimarca)
Il Discorso Del Re (UK)
Le Havre (Finlandia/ Francia/ Germania)
Melancholia (Danimarca/ Svezia/ Francia/ Germania)

Miglior Regista Europeo:
Susanne Bier per Hæven - In Un Mondo Migliore;
Jean-Pierre & Luc Dardenne per Il Ragazzo Con La Bicicletta;
Aki Kaurismaki per Le Havre;
Béla Tarr per The Turin Horse;
Lars von Trier per Melancholia.

Miglior Attrice Europea:
Kirsten Dunst in Melancholia;
Cécile de France in Il Ragazzo Con La Bicicletta;
Charlotte Gainsbourg in Melancholia;
Nedezhda Markina in Elena;
Tilda Swinton in We Need To Talk About Kevin.

Miglior Attore Europeo:
Jean Dujardin in The Artist;
Colin Firth in Il Discorso Del Re;
Mikael Persbrandt in Hæven - In Un Mondo Migliore;
Michel Piccoli in Habemus Papam;
André Wilms in Le Havre.

Miglior Sceneggiatore Europeo:
Jean-Pierre & Luc Dardenne per Il Ragazzo Con La Bicicletta;
Anders Thomas Jensen per Hæven - In Un Mondo Migliore;
Aki Kaurismaki per Le Havre;
Lars von Trier per Melancholia.

Premio Carlo Di Palma al Miglior Fotografo Europeo:
Manuel Alberto Claro per Melancholia;
Fred Kelemen per The Turin Horse;
Guillaume Schiffman per The Artist;
Adam Sikora per Essential Killing.

Miglior Montatore Europeo:
Tariq Anwar per Il Discorso Del Re;
Mathilde Bonnefoy per Drei - Three;
Molly Malene Stensgaard per Melancholia.

Miglior Scenografo Europeo:
Paola Bizzarri per Habemus Papam;
Antxón Gómez per La Pelle Che Abito;
Jette Lehmann per Melancholia.

Miglior Compositore Europeo:
Ludovic Bource per The Artist;
Alexandre Desplat per Il Discorso Del Re;
Alberto Iglesias per La Pelle Che Abito;
Mihály Vig per The Turin Horse.

Premio Fipresci alla Scoperta Europea:
Breathing (Atmen);
Michael;
Nothing's All Bad (Smukke Menesker);
Oxygen (Adem);
Tilva Ros.

Premio Arte al Documentario:
Pina;
Position Among The Stars (Stand Van De Sterren);
Vivan Las Antipodas!.

Miglior Film D'animazione Europeo:
A Cat In Paris (Une Vie De Chat);
Chico & Rita;
The Rabbi's Cat (Le Chat Du Rabbi).

venerdì 4 novembre 2011

Roma Film Fest - i vincitori.





E il Marc'Aurelio d'Oro della giuria [presieduta dall'Oscar alla carriera Ennio Morricone e composta dalla regista danese premio Oscar Susanne Bier, il ballerino teatrale Roberto Bolle (...), l'attrice Carmen Chaplin, il produttore americano premio Oscar David Puttnam, il tecnico Pierre Thoretton, l'attrice candidata all'Oscar Debra Winger] per il miglior film è andato a Un Cuento Chino di Sebastián Borensztein, come anche il premio BNL del pubblico.

Marc'Aurelio alla miglior attrice:
Noomi Rapace per Babycall.

Marc'Aurelio al miglior attore:
Guillaume Canet per Une Vie Milleure.

Gran Premio della giuria:
Voyez Comme Ils Dansent di Claude Miller.

Premio Speciale della giuria:
The Eye Of The Storm di Fred Schipisi.

Premio Speciale alla colonna sonora della giuria:
Ralf Wengenmayr per Hotel Lux.

Marc'Aurelio al miglior documentario, assegnato da una giuria presieduta da Francesca Comencini e composta da Pietro Marcello, James Marsh, Anne Lai, Meghan Wurtz: Girl Model di David Redmon e Ashley Sabin.

Per la sezione "Alice Nella Città" sono state formate due giurie; quella dei ragazzi con più di 13 anni ha assegnato il premio a Noordzee Texas di Bavo Defurne, i ragazzi con meno di 13 anni a En El Nombre De La Hija di Tania Hermida P.

Un'altra giuria tutta italiana (Caterina D'Amico, Leonardo Diberti, Anita Kravos, Gianfrancesco Lazotti, Giuseppe Alessio Nuzzo) ha infine assegnato il Marc'Aurelio all'opera prima: ex-aequo per Circumstance di Maryam Keshavarz e La Brindille di Emmanuelle Millet

Roma Film Fest - premi collaterali.





Sono stati assegnati i premi collaterali alla vigilia della cerimonia di chiusura di questo sesto Festival del Cinema di Roma che, sotto sotto, ha avuto anche i suoi filmoni.
Dopo la proiezione delle 10:30 del Re Leone 3D coi soliti mascheroni in passerella, che esce venerdì prossimo nelle sale italiane, nella Sala Petrassi è stato annunciato anche il vincitore della vetrina Giovani Cineasti Italiani che è Ruggero Dipaola per il film Appartamento Ad Atene girato a Gravina di Puglia con Elsa Morante protagonista e basato sul romanzo di Glenway Wescott (Adelphi).
Gli altri premi:

Premio L.A.R.A. al miglior interprete italiano
Francesco Scianna per L'industrale di Giuliano Montaldo,
menzione speciale a Francesco Turbanti per I Primi Della Lista di Roan Johnson;

Premio Farfalla d'oro - Agiscuola
Hotel Lux di Leander Haussmann;

Premio Enel Cuore
Girl Model di David Raimond e Ashley Sabin
menzione speciale a The Dark Side Of The Sun di Carlo Shalom Hintermann;

Premio HAG - Pleasure Moments
Pina di Wim Wenders;

Premio Lancia Eleganza e Temperamento
Zhang Ziyi per l'interpretazione in Love For Life;

3 Social Movie Award
Pier Francesco Favino;

Premio WWF - Urban City, Green Style
African Women: Un Viaggio Per Il Nobel Della Pace di Stefano Scialotti;

Premio Distribuzione Indipendente alla miglior opera da svelare
Turn Me On, Goddammit! di Jannicke Systad Jacobsen;

Premio Focus Europe al miglior progetto europeo
Rising Voices di Bénédicted Liénard e Mary Jimenez;

Eurimages co-production Development Award
Off Frame di Mohanab Yaqubi.

La cerimonia di premiazione ufficiale per i film in concorso sarà alle 18:30, seguita da una proiezione di Colazione Da Tiffany; esattamente un'ora prima verrà presentato il film italiano metà in animazione e metà no The Dark Side Of The Sun che ha appena ricevuto la menzione speciale di cui sopra; il film, di Carlo Shalom Hintermann, racconta di alcuni bambini che soffrono di XP, la Xeroderma Pigmentosum, rara e letale malattia genetica che costringe a vivere lontano dalla luce del sole, che potrebbe essere causa di ustioni e tumori. I gestori di un Camp Sundown, campo estivo, allora, decidono di ribaltare le tempistiche e fanno diventare la notte il momento in cui i bimbi possano giocare liberamente e tutti insieme. Il film è un gioiello e i disegni sono incredibilmente Castello-di-Howl style, sebbene il regista abbia collaborato con il Malick di The Tree Of Life e non con Miyazaki.
Ci sentiamo più tardi per commentare i Marc'Aureli d'oro - stay tuned.

il film croato.





72 Days
2010, Croazia, 93 minuti, colore
regia: Danilo Serbedzija
sceneggiatura: Danilo Serbedzija
cast: Rade Serbedzija, Bogdan Diklic
voto: 6.8/ 10
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Non chiedetemi neanche uno tra i nomi di questi personaggi perché anche mentre guardavo il film, non ho capito. Quello che ho capito è che si beve molto brandy, in Croazia, e ci si veste male e a strati. Così fanno in questa famiglia tutta maschile composta da tre zii adulti e due nipoti trentenni, uno dei quali è tocco e l'altro dei quali suona in una band metal casereccia canzoni dai testi scurrili e non vede l'ora di prendere la morosa e andare via, lontano, avere dei soldi per salire sul treno, ché restare in quella casa lo farà diventare tocco come suo cugino. Tutti questi uomini si devono prender cura della vecchia nonnina che non parla bene, non capisce bene, non si muove bene, ha sempre voglia di fare il bagno e masticare e sta per morire e poi effettivamente muore; ma è un problema più grave dell'averla viva: la vecchia prendeva una lodevole pensione di cui i familiari non possono fare a meno, e allora si organizzano ben bene coi loro uomini e i loro trattori e una notte si intrufolano in una casa di riposo e mentre il portinaio dorme profondamente e loro fanno casino (...) rapiscono un'anziana a caso, portandola in camera da letto senza che lei se ne accorga. Ma poi lei se ne accorge e fa storie, ma poi decide di partecipare al complotto a sorsi di brandy. Tutti vivono a sorsi di questo brandy fatto in casa, pure il postino, che periodicamente viene a portar l'assegno e non s'accorge che la vecchina è un po' diversa, tutto preso com'è dal suo nuovo motorino a cui gli anziani al bar aspirano. L'accumulo dei soldi porta il capofamiglia a perdersi nei desideri, e alla minima opposizione degli altri coinquilini li piglia e li sbatte in soffitta chiusi a chiave con l'aiuto del figlio tocco. A questo punto del film la storia smette di essere simpatica e credibile - non che lo fosse poi già molto. Il finale, è ancora meno simpatico di quanto ci si potesse aspettare. Il titolo straniero - 72 Days, che in originale è Sedamdeset I Dva Dana che vuol dire sempre settantadue giorni, ma senza numero - deriva da una canzone che gli zii intonano ubriachi una sera, a proposito di un cuore rimasto infranto per tale quantità di tempo. Commedia nera di cui s'è visto di meglio ma che, forse doppiata in italiano, potrebbe anche risultare piacevole, non credo che potrà portare alla Croazia la nomination agli Oscar 2012; poveri croati: ci provano dal '92 e mai stati candidati.