giovedì 5 gennaio 2012

Edgar lo spiccio.





J. Edgar
2011, USA, 137 minuti, colore
regia: Clint Eastwood
sceneggiatura: Dustin Lance Black
cast: Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench
voto: 7.1/ 10
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Un attempato e irrealmente invecchiato Leonardo DiCaprio, attore-simbolo dello scorso decennio, aka John Edgard Hoover, decide di mettere nero su bianco tutte le sue memorie, e con "sue" intendo "quelle che lui vuole raccontare", e lo fa dettando ad alta voce prima al Gossip Boy Ed Westwick, poi a un anonimo altro ometto, poi a un afro-americano, declamando e ricordando ad alta voce, tra le altre cose, tra i nomi di presidenti americani e dettagli di una storia che non ci appartiene, il caso cardine della sua carriera, quello che portò splendore al suo nome e al suo Bureau: il rapimento con assassinio del figlio di un celeberrimo aviatore per mano di un tedesco dal mento appuntito e zigomi alti. Mentre la polizia federale archiviava il caso, Hoover assumeva specialisti, studiosi, tecnici e scienziati dei più necessari campi (riconoscimento della calligrafia, lettura del legno) che insieme alla sua meticolosità e all'attenzione data - per la prima volta nella storia - alle impronte digitali e alla contaminazione della scena, diedero avvio e corpo a quella che noi oggi chiamiamo FBI. L'importanza di quest'uomo sta tutta qua: la determinazione con cui è riuscito a fare scalata sociale e lavoro sul campo per quasi cinquant'anni, e l'immagine pubblica che dava a vedere, sempre esagerata nei suoi ricordi, che hanno fatto di lui un uomo odiato da mezza America e amato dall'altra metà, che allo stesso tempo si batteva per l'illegalità e detestava neri e comunisti, senza mai dimenticare che la sua posizione gli permetteva di agire con qualche favoritismo. Quello che al dattilografo Edgar "lo spiccio" (così chiamato per un'antica balbuzie e per la rapidità della consegna dei prodotti quand'era garzone in drogheria) non dirà è tutta la vera vita privata: il suo rapporto morboso con la madre, croce e delizia dei suoi giorni, che ora gli impone di fumare ora di imparare a ballare perché non vuole avere «un figlio gerbera», rapporto che sfocerà in una scena alla Psycho di cui si poteva fare a meno; il rapporto di fiducia e affetto con la segretaria personale, che in gioventù cercò di baciare prima di sapere che a lei interessava più la paga mensile che il marito a letto; il rapporto col braccio destro, un Armie Hammer bello come San Giovanni Battista che esce dall'acqua, che incontra una sera in un locale e di cui si ricorda il giorno del colloquio d'assunzione e che finisce con l'assumere nonostante le scarse qualità lavorative, perché dal primo momento entrambi sapevano che sarebbe stato amore, e non lavoro.
Clint "sforna due film all'anno perché al primo o secondo ciak gli va bene" Eastwood, icona del macho per eccellenza degli anni '60 - '70 - '80, novantenne alto due metri, candidato e vincitore di non pochi Oscar, uno dei registi più sopravvalutati della storia, mantiene il suo filone di regia didascalica e soggetti storici con personaggi realmente vissuti e per la prima volta dirige un bacio gay. In molte interviste gli si chiedeva: «te lo saresti mai aspettato?»; rispondeva: «non sarei stato in grado di spingermi più in là». Il bacio, detto tra noi, arriva dopo la scena cardine della pellicola e si fa aspettare con non poca trepidazione.
Causa di questo cambio di rotta eastwoodiana è il 37enne premio Oscar (per Milk) Dustin Lance Black, sceneggiatore arrivato al suo secondo copione per il cinema, icona gay e sex symbol, che dopo una più femminea trasposizione della vita di Harvey Milk si sposta sul poliziesco e ben più virile inventore dell'FBI, dopo indagini sulla sua presunta vita omosessuale, sul modo di vestire dell'epoca, sulle dicerie del suo conto, senza mai esagerare in testosterone e concedendosi un cameo di colei che più icona gay non si può: Shirley Temple. Eastwood all'inizio non si fidava di questo giovincello, ma poi ha ceduto.
La prima grande pecca del film, è il trucco. DiCaprio, Watts e soprattutto Hammer sono l'immagine di loro stessi non da vecchi ma da grassi rugosi, le pance sono tondissime, i polsi sottili. Il primo è sempre bravo, ma ormai ci siamo un po' abituati; la seconda sorprende per spontaneità e dolcezza e aplomb. Su Judi Dench neanche mi esprimo tanto ci pensa l'Inghilterra a farlo. Il risultato è un lavoro di più di due ore che non prende né troppo di testa e troppo banalmente di pancia, di cui potevamo fare un po' a meno.

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