venerdì 20 gennaio 2012

Federico degli spiriti.





La Romagna impazzisce, Google pure, Fellini di qua, Fellini di là, "le donne", "la maestria", "oggi il genio avrebbe compiuto novantadue anni"; ma "il genio" è morto quando di anni ne aveva settantatré, strozzato dalla mozzarella sette mesi dopo aver ritirato l'Oscar alla carriera consegnatogli da Marcello Mastroianni (con cui ha girato quattro film) e Sophia Loren (con cui non ne ha girato nessuno perché di proprietà Ponti), dopo dodici nominations personali all'ambita statuetta e quattro "film stranieri" vinti. Morì il giorno di Halloween, e per assurdo non poteva scegliere modo e ricorrenza migliore per salutarci tutti: mangiando, mentre il mondo si travestiva.
Perché quello del travestimento era il mondo a cui Federico Fellini realmente apparteneva: lui ha sempre finto di essere un regista, ha finto di essere italiano, ha finto nelle interviste, ha finto con la moglie, fingeva sempre e con tutti, raccontava balle, prometteva l'America (letteralmente) e si gonfiava nella sua popolarità.
Il mondo, intanto, non capiva una mazza dei suoi film, e quindi lo consacrava "genio". Quando presentò fuori concorso al Festival di Venezia il Satyricon nel 1969, i biglietti per la prima finirono in meno di un'ora. Gli organizzatori, presi dal panico, annunciarono una seconda proiezione, e finirono i biglietti anche per quella. Nessuno ricorda quali film fossero in concorso quell'anno, e nessuno ricorda scene e immagini di questo Satyricon, ma tutti si ricordano che c'era Fellini. Alle telecamere Rai, durante quella settimana mondana che tanto gli piaceva, disse «sì, sì, il prossimo film lo faccio in America», come diceva sempre, e invece il film successivo si chiamò Roma e fu italianissimo. E di una pesantezza e inutilità fuori misura: una scena di venti minuti su come una troupe potesse entrare a Roma sull'autostrada fuori dal raccordo anulare, poco prima che inizi a piovere, e poi una scena ancora più lunga su una sfilata di abiti clericali, con tuniche per preti che vanno in bici, cappelli a intermittenze luminose per vescovi e papi.
Perché ormai Fellini era Fellini e si poteva permettere di girare qualsiasi cosa finendo con incassare soldi e critiche positive. Ma c'è stato un tempo in cui Fellini non era Fellini, ed è il tempo dei film migliori: dopo un fiasco totale con l'esordio da co-regista di Luci Del Varietà e prima del fiasco veneziano de Il Bidone, Fellini approdò al cinema dirigendo Alberto Sordi in due film, Lo Sceicco Bianco che raccontava le fanciulle irrazionalmente innamorate degli attori dei fotoromanzi e I Vitelloni che cinque anni dopo la sua uscita l'avrebbe fatto candidare all'Oscar per la sceneggiatura, quarta nomination dopo Roma, Città Aperta e Paisà e La Strada. Ecco, La Strada: prima prova vera di alta regia, dimostrazione d'attrice massima di Giulietta Masina e primo film a vincere l'Academy Award come miglior film straniero. La Masina, coetanea del regista, divenne subito sua moglie e sua attrice feticcio, sebbene tutti coloro che conoscevano "il maestro" sapessero che i suoi gusti in fatto di donne erano completamente diversi: «a Federi', questa è uno scriccioletto, graziosa, per carità, ma tanto secca, tanto piccina...» gli dicevano Manara (autore del disegno d'apertura) e Mollica. Ma Giulietta era così amorevole e così devota, insieme cercarono di avere un figlio e lo ebbero e subito morì; il dolore della perdita fece invecchiare lei e impazzire lui, che trovò sfogo tra i grandi seni di Sandra Milo. La storia del suo tradimento è sfacciatamente e minuziosamente raccontato in un altro assurdo e visionario film, Giulietta Degli Spiriti.
Del periodo d'oro e di poca fama è anche il secondo film che vinse l'Oscar come miglior pellicola straniera: Le Notti Di Cabiria, dove a Giulietta è dato il peso di ogni scena e dove riesce a superare se stessa: Palma d'Oro a Cannes, nomination al BAFTA inglese, Nastro d'Argento. Proprio di questo film, e dell'altro capolavoro un po' più attempato, avevo parlato in uno speciale su Federico, speciale in cui avevo già dato segno di una mia bassa simpatia verso di lui e verso il suo comportamento sul set: non dava la sceneggiatura agli attori perché la sceneggiatura non esisteva, li faceva arrivare sul set impreparati e poi, mentre girava, suggeriva loro come muoversi cosa dire dove andare chi toccare e gli attori, poverini, ce la dovevano fare. Dava avvio a mille progetti, passava dalla televisione al fumetto al cinema e poi criticava ipocritamente tutto, pretendeva che i suoi scenografi e costumisti curassero minuziosamente ogni dettaglio (e lo facevano, e quello era il punto più alto di ogni film) e le sue pellicole hanno finito con l'oscurare quelle, per esempio, di Antonioni, che pure era un pittore della telecamera. Finì in carcere, come racconta Oriana Fallaci, in America, per guida in stato di ebrezza o eccesso di velocità, non ricordo, e gridava da dietro alle sbarre: «I am Federico Fellini!, famous italian director!» e nessuno lo ascoltava tranne un poliziottino che gli chiese di intonare la musica de La Strada prima di farlo uscire.
Viene considerato il terzo miglior regista della storia dopo Orson Welles e Alfred Hitchcock (che pure sono stati snobbati dall'Academy). I suoi attori guardano spesso in camera senza parlare. I suoi film più celebri sono La Dolce Vita («mi domando perché gli italiani amino tanto un film che ho fatto in cui parlo male degli italiani») e 8 e 1/2. Adesso, voi, provate a guardare questi due film, stasera, domani, e fatemi sapere poi a che punto di entrambi vi addormentate.

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