sabato 7 gennaio 2012

il film ungherese.





Cavallo Di Torino
2011, Ungheria, 146 minuti, B/N
regia: Béla Tarr
sceneggiatura: László Krasznahorkai, Béla Tarr
cast: János Derzsi, Erika Bók, Mihály Kormos
voto: 8.9/ 10
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Sesto miglior film dell'anno appena trascorso (parimerito con il turco Once Apon A Time In Anatolia) nella classifica Sight & Sound, questo The Turin Horse - che non si capisce proprio bene se sia stato tradotto in italiano Cavallo Di Torino o no, è il film mandato agli americani a rappresentare l'Ungheria e non è uscito nei nostri cinema e non uscirà mai, motivo per cui è andato inspiegabilmente in onda in televisione lo scorso venerdì 25 novembre, ore 1:50 (sì, di notte), Rai 3. Non so bene quanti spettatori abbia avuto, né so quanti siano riusciti a vederlo tutto - perché è un film che va sicuramente visto nelle ore in cui il corpo non richiede il sonno, ma so che Rai 3 e il (folle) direttore di Fuori Orario, Enrico Ghezzi, sono dei fan di Béla Tarr regista, al punto da mandare in onda la notte di Capodanno un precedente film, Sátántangó, sette ore e mezzo di bianco e nero e pianosequenze stremanti e infinite al punto da durare fino a undici minuti l'una per un totale di solo 150 scene in tutta la pellicola (di sette ore, ripeto). Il merito della Rai è però quello di essere l'unico canale a proporre i film di questo autore, sottotitolati in italiano, che altrimenti non esisterebbero. Di Béla Tarr, poi, c'è da sapere che forse si è ritirato dalla gloria del cinema, o almeno così ha detto quando, a Berlino, con questo film in concorso, ha sentito il vociare che lo dava vincitore dell'Orso d'Oro fino all'ultimo, per poi sentir urlare la sera della premiazione il titolo Una Separazione, e s'è dovuto accontentare dell'Orso d'Argento e del premio FIPRESCI; poi però il film è passato anche a Toronto, ha iniziato a riscuotere successo di critica (chi ha detto di pubblico?) e adesso non si sa bene cos'abbia in mente. Fatto sta che questa storia di questo cavallo torinese racchiude tutto il suo cinema: il bianco e nero, le scene lunghissime senza stacchi, i pianosequenza, un unico motivetto sonoro di un'angoscia inarrivabile che si ripete ogni tanto, sempre e solo lui, senza altra musica né molti dialoghi.
In apertura una voce fuori campo su fondo nero ci rispolvera la storia di Nietzsche, quando durante il suo soggiorno a Torino poco prima della fine della sua razionalità si scagliò contro un cocchiere che aveva colpito fino a frustare il suo cavallo che non si decideva a partire e abbracciò il collo dell'animale quasi piangendo. Nietzsche, poi, sappiamo che fine abbia fatto. E il cavallo?
A dircelo ci pensa questo film: subito dopo quell'accaduto, cavallo e cocchiere tornano lentamente a casa (potete vedere cliccando qua per intero la prima scena, lingua originale e sottotitoli in inglese) dove una donna, che poi scopriremo essere la figlia dell'uomo, ha messo a bollire due patate. Aiuta  il padre a svestirsi ché non gli funziona il braccio destro, gli serve il pasto, lui ne lascia metà, va alla finestra a guardare il vento fuori, e così via, per sei giorni, ci viene narrata la monotonia di questa vita agra e sudicia, silenziosa, dal mattino quando la ragazza va a prendere l'acqua al pozzo di fronte casa fino alla sera quando vanno a dormire dopo i tentativi di far camminare il quadrupede che ha smesso di bere e di mangiare. Ogni giornata ci presenta le stesse scene inquadrate ogni volta da angolazioni diverse, con una fotografia impeccabile e coerente di Fred Kelemen, punto più alto del film, candidata all'European Film Award, che ricorda vagamente le scene simmetriche e tutte a fuoco di Antonioni, e con una regia che invece rimanda all'altro cineasta matto dell'anno, Steve McQueen, il cui primo Hunger era quasi muto come questo e, come questo, aveva al centro un serratissimo dialogo trasformato qui in un esistenzialista monologo di un vicino di casa.
L'Ungheria ha vinto un solo Oscar nella storia, quello per Mephisto del 1981, e le sette candidature sono tutte antecedenti al 1989. Di certo con questo film non vincerà, ma spero bene che si candidi, perché nonostante il sonno e l'ansia che trasmette, nemmeno poi così eccessivi, è il segnale che un determinato cinema fatto di immagini e di accurato tecnicismo non è ancora morto. Voi, intanto, potete vedere il criptico ma ben riassuntivo trailer del film cliccando qui.

2 commenti:

  1. Visto questa sera. Senza parole. Uno dei migliori film che io abbia mai visto. Una regia ed una fotografia da accapponare la pelle. Capolavoro inarrivabile.

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    1. Metterei la stellina se fossimo su Twitter.

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