sabato 18 febbraio 2012

film rosso.





We Need To Talk About Kevin
2011, UK, 112 minuti, colore
regia: Lynne Ramsay
sceneggiatura: Lynne Ramsay & Rory Kinnear
soggetto: Lionel Shriver
cast: Tilda Swinton, Ezra Miller, John C. Reilly, Jasper Newell
voto: 7.9/ 10
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È uscito ieri, venerdì 17, nelle sale italiane, il film con più locandine nella storia del cinema contemporaneo (qui potete vedere solo quelle inglesi), tradotto ...E Ora Parliamo Di Kevin, e mi sono preso un giorno sabbatico in più per recensirlo perché, diciamolo dall'inizio, è un film molto particolare, che ha diviso la critica internazionale e quella nostrana (La Repubblica gli dà la sufficienza, TV Movie lo boccia, la Aspesi non si esprime) e ho avuto bisogno di scoprire di più su questa regista, questa Lynne Ramsay, a quanto pare molto amata dai festival sebbene sia giunta solo al terzo film per il cinema, che in un'intervista al Venerdì dice: «ho incontrato molti psicologi, abbiamo lavorato su certe modalità di comportamento disturbate di ragazzi che da adulti sono diventati sociopatici. E i loro rapporti con le madri, che quando succedono fatti di sangue vengono sempre chiamate in causa. Ho anche approfondito il tema della depressione pre e post parto. [...] Tra il personaggio di Tilda e quello del figlio si instaura una sorta di guerra domestica perché lui sente l'incapacità di amare di questa donna». E questo, secondo me, riassume gran parte del film; perché il film non è una storia, non racconta una vera e propria trama, semplicemente procede per immagini accostate in modo tale da creare delle sensazioni, dei disturbi, da far nascere (re)pulsioni. Per i primi quaranta minuti di film, questo meccanismo procede esaltato: si comincia con una guerra di persone e pomodori, una casa sporcata di vernice rossa, Tilda Swinton nel ruolo di Eva che fa l'amore con un uomo, poi che cerca lavoro, poi che viene presa a pugni da una passante. Tutto è sconnesso e unito dal simbolo del colore rosso. Rosso sulla macchina, sulla marmellata, sul senso di colpa. Dopo quaranta minuti ci è chiaro che è successo qualcosa (di cui tutte le recensioni parlano ma che io non vi dirò) per cui Eva sta ancora scontando la colpa e il film viaggia parallelo tra il prima e il dopo dell'accaduto, fino a stabilirsi con la nascita di questo moro e perfido Kevin che già da infante è causa di disturbo, soprattutto sonoro, e l'unica pace per la madre è portare il passeggino vicino a un cantiere edile dove il rumore del martello pneumatico riesce a coprire le urla e gli strilli. Kevin cresce, e la somiglianza tra i due attori che lo interpretano è impressionante. Cresce e gli arriva una sorellina e questa famiglia apparentemente normale e borghese continua a vivere in una casa vuota, fatta di legno e bianca, con le pareti spoglie esattamente come il giorno in cui l'hanno comprata, una casa vuota che rispecchia le loro personalità, perché è questo che Eva insegna al figlio: ognuno arreda la propria camera per esprimere se stesso. Alla fine del film, ci è tutto chiaro, alcune scene si sono ripetute e hanno trovato la loro collocazione, alcune altre ce le siamo scordate, ma tutto il film è impossibile dimenticarlo: la maniacalità del montaggio è accompagnata da un'angoscia perenne della musica bassissima e disturbante, dal volto esausto dell'alieno efebico Tilda Swinton, che ritrova splendore dopo la magnificenza in Michael Clayton, che non è stata candidata all'Oscar per far spazio alla Rooney Mara di Millenium.
Esce in Italia di venerdì 17 e arriva in appena 18 sale sparse per tutta la Penisola. Assurdo, se si pensa alla promozione fatta e alla enorme fama del libro su cui si basa, Dobbiamo Parlare di Kevin (Piemme, 478 pagine, €17,50), al consenso ottenuto dal Festival di Cannes dove quasi un anno fa il film apriva il concorso. Curiosamente, come capitò a Elephant di Gus Van Sant che poi vinse la Palma d'Oro (questo non ha vinto niente), con cui non è possibile non paragonarlo, ma non posso dirvi cos'hanno i due film in comune perché altrimenti dovrei rivelare che...

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