sabato 25 febbraio 2012

il dolore vi sarà utile, questo film no.





Un Giorno Questo Dolore Ti Sarà Utile
2011, USA, 98 minuti, colore
regia: Roberto Faenza
sceneggiatura: Roberto Faenza & Dahlia Heyman
soggetto: Peter Cameron
cast: Toby Regbo, Marcia Gay Harden, Peter Gallagher, Lucy Liu, Ellen Burstyn, Stephen Lang, Deborah Ann Woll
voto: 3.5/ 10
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Quando è stato presentato a Roma, fuori concorso, i pochi applausi sono stati puramente di cortesia; si è parlato tanto male di Quando La Notte della Comencini, fischiato alla proiezione stampa, ma se mi fossi trovato io a veder questa porcheria avrei lanciato le uova marce sul regista sceneggiatore, un Roberto Faenza ben lontano dai tempi d'oro (non tanto brillanti) di Prendimi L'anima e I Giorni Dell'abbandono, che è tornato a girare un film in America dopo Copkiller convinto che basta girarlo in America, un film, perché sia buono. Forse si è convinto di questa teoria quando ha trovato una serie di attori medio-famosi oltreoceano (tra cui la premio Oscar, per Pollock, Marcia Gay Harden, la vampira di True Blood Deborah Ann Woll, l'amante di Annette Bening in American Beauty Peter Gallagher e il cattivo di Avarar Stephen Lang), forse quando ha pensato di portare sullo schermo un romanzo (di Peter Cameron) che aveva venduto un sacco di copie, ripubblicato per l'occasione qui da noi con una copertina imbarazzante da Adelphi (collana Gli Adelphi; € 10,00). Bene, il risultato è che dopo dieci minuti di film volevo andarmene dal cinema, cosa che ho fatto solo una volta, in gioventù, con Hulk. Dopo un incipit in cui il protagonista James, in piedi sul tetto, rimugina sull'opportunità che ha di buttarsi e farla finita mentre il cane dietro di lui è legato e la voce fuori campo ci dice che a James non piace parlare, che è una specie di sociopatico, le scene successive (sua madre torna da un'interrotta luna di miele perché anche questo marito l'ha piantata e la sorella decide di cambiare la pronuncia del suo nome seguendo i consigli del suo amante sessantenne) annientano ciò che è stato detto, e tutto il resto del film è una grossa contraddizione tra questo modo che tutti hanno di vedere il diciassettenne James, dicendogli che a diciassette anni non può non avere amici e non desiderare l'università, e il modo in cui James conduce la sua vita, che non è mai solo nemmeno in una scena (ora va a lavoro da sua madre, ora va a pranzo dal padre, ora va a fare giardinaggio con la nonna, ora va a fare scherzi al collega); lui si dice "diverso" perché gli altri glielo ripetono continuamente, poi nei terribili discorsi patetici che fanno sua sorella e sua madre è tranquillamente inserito e partecipe. Oltre a questo problema di fondo del film, e cioè il raccontare una diversità inesistente di un figlio di papà che l'unico problema che ha è nella scelta dei calzini, la pellicola ha anche un pessimo montaggio pieno di errori, una fotografia tremenda che lo fa sembrare uno di quei proto-reality di Mtv girati in digitale, una serie di dialoghi inascoltabili e battute banali come New York, il tutto che sfocia in una scenetta alla Paperino in cui Stephen Lang, uomo pentito, porta giù dalle scale uno scatolone pieno di roba e il cane gli si infila tra le gambe e lui cade mentre James sogghigna.
Perché James, invece di essere completamente esterno agli avvenimenti, invece di essere realmente sociopatico, di guardare il mondo dall'esterno, dall'alto, di elevarsi a snob perché lui legge, apprezza l'arte (almeno, così ci viene detto, ma non si vede in nessuna scena), sogghigna sempre e risponde a questi adulti più imbecilli e piagnucolosi di lui, che si commuoveranno per la morte della nonna (che vi rivelo, tanto non andrete a vedere il film) quando lui non verserà neanche una lacrima, ma continuerà a parlare col cane e a fare riferimenti a "l'incidente di Washington" come se fosse successo chissà cosa e poi, si scoprirà, è una cagata.
Il titolo, che nel libro originariamente era lo slogan di una scuola d'addestramento militare, diventa qua più mielosamente la dedica che la defunta scrive su un libro vecchissimo di cui non c'è dato sapere la natura. E se già Peter Cameron non era riuscito, col romanzo, ad entrare nel personaggio di James, a rendere la solitudine, la diversità, l'amore per cose insolite come l'artigianato e l'arte, i progetti giovanili fatti di ingenuità, Faenza proprio sbaglia binario e porta al cinema italiano e straniero un film assolutamente senza trama, pieno di luoghi comuni, perché evidentemente da giovane non ha mai avuto problemi di adattamento e fa dire alla voce fuori campo esattamente quello che le persone che non hanno avuto problemi di adattamento vogliono sentirsi dire.
Sicuramente un giorno tutti i dolori che avete avuto saranno utili, se trovate il modo di farli evolvere in qualcos'altro, di renderli arte, toccherete punte di poesia; ma questo dolore, il dolore di vedere un film così osceno e di spenderci pure dei soldi, non vi servirà mai a niente. Risparmiatevelo.

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