mercoledì 29 febbraio 2012

l'invenzione della modernità.





Hysteria
2011, UK, 100 minuti, colore
regia: Tanya Wexler
sceneggiatura: Stephen Dyer, Jonah Lisa Dyer
soggetto: Howard Gensler
cast: Hugh Dancy, Maggie Gyllenhaal, Felicity Jones, Jonathan Pryce, Rupert Everett
voto: 7.5/ 10
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In questo clima pre e post-Oscar di previsioni e premi minori e dirette con Simona Ventura mandata a intervistare figli di ricchi italiani emigrati a Los Angeles, abbiamo perso un po' il conto dei film usciti in sala venerdì scorso; uno di questi approda da noi dopo il successo (di pubblico e di critica ma non di premi vinti) al Roma Film Fest, ed è Hysteria, con uno Hugh Dancy, smessi i panni dell'inglese benestante trasferito in America di Martha Marcy May Marlene (che in Italia sarebbe dovuto uscire la settimana scorsa col titolo La Fuga Di Martha ma che è stato spostato a maggio, di cui potete leggere cliccando qui), che ritorna in patria e a suo agio col suo accento e con la professione di dottore laureato in medicina dalle idee moderniste. Secondo lui, al contrario di quello che pensano i suoi innumerevoli datori di lavoro, i germi esistono, e si moltiplicano tra le bende sporche, e si prevengono lavando le mani, ma tutte queste operazioni vengono considerate spreco di acqua e di materiale e allora si ritrova continuamente in strada senza un soldo. Ha però un amico, straricco, con cui divide casa (e già il coinquilinato pare una cosa rivoluzionaria), che lavora giorno e notte a degli aggeggi elettronici che ruotano, vibrano, hanno fili, tolgono l'energia, telefonano. Rupert Everett (che ormai non interpreta ruoli che non prevedono un costume e una latente omosessualità) dice: «questo meccanismo è grande la metà del precedente che avevo, ed emette il doppio dell'energia». Ed è il futuro. Tutto il film si basa sul futuro. Camere e divani e tende e costumi e parrucche sono quelle dell'Inghilterra del 1880, ma le idee del duo maschile, del dottore da cui Dancy va a lavorare (un dottore che cura l'isteria femminile, applicando leggere pressioni e movimenti della mano intinta in due oli all'interno della vagina delle pazienti), della figlia di questo dottore (Maggie Gyllenhaal, che elemosina fondi per portare avanti la sua casa-scuola per poveri e distribuisce volantini insieme alle suffragette, desiderando che le donne arrivino all'università, al voto, all'uguaglianza), sono tutte idee che prenderanno poi piede e porteranno a ciò a cui siamo. Più o meno.
Si comincia con una risata e si finisce con una risata ma si passa per molte scene che tutta questa ilarità non ce l'hanno, certo si guardano col sorriso, ma anche con una lieve conoscenza di ciò che succederà. Ormai, è difficilissimo fare film capaci di sorprendere. Il lato positivo di questa pellicola è che mostra, all'interno della casa in cui Dancy si ritrova a lavorare, le tre tipologie di donne che esistono ed esistevano: la devota colta di bianco vestita candida come una vestale, la sgualdrina («mi chiamavano Molly the Lolly») che per cinque sterline farebbe un pompino a metà delle faccende domestiche, e la social-comunista, impegnata nella diffusione delle idee rivoluzionare e condannata alla galera. La prima delle tre è interpretata dalla Felicity Jones di Like Crazy che se non avete visto dovete vedere (quello sì che è un film che non si sa come finirà), anche per scoprire la sua vera bravura in un ruolo da protagonista, e proprio lei viene promessa in sposa al protagonista, ed è molto realistica e toccante la scena in cui, su una panchina, prendono una decisione.
Come i dialoghi, i personaggi sono un po' tutti stereotipati, dal medico devoto ai suoi pazienti al medico devoto alla sua fama, dalla garibaldina malvista in casa alla puritana che fa ciò che papà vuole; Rupert Everett è l'unico fuori dal coro. Per il resto è un film piacevole che va visto volentieri (certo, non andrete mica a dare soldi a quest'altro film) e che fa riflettere su ciò che è cambiato e ciò che è rimasto uguale, e che solo una donna poteva girare.

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