lunedì 27 febbraio 2012

Oscars ceremony.





«This is for Martin, and for Italy» urla al microfono la bizzarra Francesca Lo Schiavo (che gli americani si ostinano a chiamare "Lo Sciavo") dopo essere stata in religiosa immobilità con l'Oscar tenuto in mano in bella mostra (per le scenografie di Hugo, vinto insieme al compagno Dante Ferretti), il terzo di una brillante carriera italo-americana, il più meritato forse. Terzo per entrambi, e primo assegnato a una scenografia pensata già per il 3D (qui potrete vedere un'intervista a Francesca che spiega, dopo aver vinto il BAFTA, la differenza nella preparazione di un set). Con questa bella immagine nazionalista apro il post sulla cerimonia degli 84esimi premi Oscar di ieri, che speravano anche in un altro italiano, il genovese Enrico Casarosa regista del corto d'animazione La Luna e pioniere degli Studios Pixar, che è stato sorprendentemente battuto dal meno poetico The Fantastic Flying Books Of Mr. Morris Lessmore.
La serata, destinata a celebrare i film della vita tramite scenografie vintage e interviste ai personaggi di Hollywood, è stata presentata dal veterano Billy Crystal giunto alla nona volta che si improvvisa anche cantante nel discorso d'apertura seguendo il filone iniziato col successo di Mamma Mia! e del medley che fu di Hugh Jackman e Beyoncé (con i quali era iniziato anche il filone svecchiamento, ormai ritenuto non funzionante); Crystal si è ritagliato molti pochi spazi e ha fatto scompisciare la platea, ora imitando le voci degli attori candidati ora prolungando i silenzi alla fine di ogni battuta, ora puntando sul solito bacio gay datogli da George Clooney. Il quale rimane a bocca asciutta sia come attore (in Paradiso Amaro) sia come sceneggiatore (de Le Idi Di Marzo), come restano a bocca asciutta War Horse, Spielberg, The Tree Of Life, Molto Forte, Incredibilmente Vicino, mentre si deve accontentare di una sola statuetta Alexander Payne con i suoi co-sceneggiatori che hanno tenuto il loro discorso di ringraziamento con una mano sul fianco e una gamba in fuori come, poco prima, aveva fatto Angelina Jolie, e subito prima di sapere che dopo 34 anni Woody Allen ottiene la sua quarta statuetta, la terza per la sceneggiatura originale. E se questi premi, insieme alla colonna sonora e alla canzone, agli attori non protagonisti e al film e alla regia, erano scontati, ce ne sono stati alcuni che sono stati davvero dei regali: gli effetti speciali e la fotografia a Hugo (e a quel punto abbiamo iniziato a capire che, caricato con cinque Oscar tecnico-artistici, non avrebbe avuto premi più grassi), i costumi a The Artist, il documentario a Undefeated e non a Pina o Hell And Back Again, i superfavoriti, stracciati da un branco di giovanotti che sono saliti sul palco tutti insieme a fare caciara. Altro momento imbarazzante è stato il primo piano ai posteriori di Jennifer Lopez e Cameron Diaz, seguito subito dopo da una finta troupe che riprendeva Robert Downey Jr. insieme a Gwyneth Paltrow. Mi è parso un anno in cui si è tolto molto spazio ai vincitori, il cui discorso doveva sfiorare appena i due minuti, e se n'è dato troppo ai presentatori - l'unica degna di nota è Emma Stone, interprete di una starlette eccitata per la sua prima volta su quel palco. Commoventi molti ringraziamenti, a partire da quello di Christopher Plummer, che a 82 anni diventa il più anziano vincitore dell'Oscar all'interpretazione, che ha salutato, tra gli altri, sua moglie, alla quale «dovrebbero dare il Nobel per la Pace», proseguendo per l'impegno social-politico di Asghar Farhadi vincitore del film straniero (EVVAI!) per Una Separazione che non ha potuto non sottolineare la difficoltà dei registi in Iran mentre Sharmeen Obaid-Chinoy, produttrice del corto documentario Saving Face non ha potuto non sottolineare la difficoltà delle donne dilaniate dall'acido in Pakistan per mano dei propri mariti. Meravigliosa Miss Piggy, vera protagonista del tappeto rosso e dei commenti su Twitter, che ha ringraziato a nome di tutto il cast per la vittoria di "Man Or Muppet" canzone originale del tenerissimo Bret McKenzie, e molto commosse le attrici dell'anno Octavia Spencer (che a malapena parlava, e hanno dovuto tirar su dalla sedia in due) e Meryl Streep (che ha cominciato col ringraziare il marito e poi tutta una serie di persone che potrebbe non poter ringraziare mai più, terzo Oscar ad una pompatissima diciassettesima nomination).
Il premio che mi ha reso più fiero: il meritato montaggio di Millenium. Ma non si possono non spendere due parole su The Artist: secondo film muto a vincere l'ambita statuetta in 84 anni, dopo l'edizione del '29, primo film non anglo-americano a trionfare e secondo film europeo dopo l'inglese Il Discorso Del Re dell'anno scorso. Ma soprattutto: primo attore francese a vincere nella categoria dell'interpretazione maschile, Jean Dujardin, che porta a casa l'Oscar che Gérard Depardieu, Alain Delon e Jean-Paul Belmondo non sono mai riusciti ad ottenere, diventando il quarto attore straniero a vincere per un film straniero dopo gli italiani Sofia Loren e Roberto Benigni e la francese Marion Cotillard.
Inviata speciale per l'Italia, Simona Ventura che è arrivata sul red carpet in un vestito a cui s'è scucita una bretella e che, giunta con un'ora di anticipo, è stata fatta oggetto dei fotografi «ma loro non sanno neanche chi sono», dovrebbe aver assistito a tutta la cerimonia; stasera, dopo la replica della diretta di ieri, su Sky Uno, alle 22:45, ci informerà di ciò che è successo nel Kodak Theatre a nostra insaputa.

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