sabato 11 febbraio 2012

paradiso amaro.





The Descendants
2011, USA, 115 minuti, colore
regia: Alexander Payne
sceneggiatura: Alexander Payne, Nat Faxon, Jim Rash
soggetto: Kaui Hart Hemmings
cast: George Clooney, Shailene Woodley, Amara Miller, Nick Krause
voto: 7.7/ 10
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Candidato a 5 premi Oscar
film, regia, sceneggiatura non originale, attore, montaggio
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Il motivo per il quale si chiama Paradiso Amaro in italiano ci viene spiegato alla prima scena: George Clooney fuori campo dice di chiamarsi Matt King e di abitare alle Hawaii; dice che tutti i suoi amici considerano questa sua abitazione un privilegio, pare che le Hawaii siano un eterno paradiso, perché non immaginano che alla fine ci abita gente con i soliti problemi, gli stessi che le altre persone hanno in città senza mari. E il resto del film ce lo dimostra.
"I discendenti" del titolo originale, invece, sono i nonni e i bisnonni e i trisavoli della famiglia King che generazione dopo generazione si passano in eredità mezza isola dell'arcipelago che adesso Clooney vorrebbe vendere per aggiustare le finanze dei propri cugini, in modo che qualcuno ci costruisca un albergo gigante sul mare e tutti ne usufruiscano. Agli hawaiani, però, la cosa non piace. Ma sanno che è un periodaccio per King e figlie: sua moglie è caduta da una barca a motore e ha battuto la testa e ora è ricoverata in ospedale, in coma. La sgretolata famiglia è speranzosa e vive tranquillamente perché tutti sanno che si sveglierà presto, ma i medici poi avvisano l'uomo che non si sveglierà mai. Lui allora va a recuperare la figlia maggiore in una scuola privata, la minore che va all'asilo e dà segni di squilibrio, e con entrambe, sboccate e sfacciate, se ne sta a casa a capire come gestire l'imminente morte che avverrà per spina staccata. Alla tragedia se ne aggiunge un'altra: scopre di essere stato tradito; e la ricerca dell'uomo in questione diventa una tragicomica ossessione.
Davanti alle nominations all'Oscar ottenute, ai due Golden Globes (attore drammatico e film drammatico), alle critiche emozionate e le ovazioni («Alexander Payne è regista di film bellissimi»), ci si aspettava qualcosa di più. Come con Shame. Alexander Payne non è regista di film bellissimi (per la cronaca, è l'autore di Sideways - In Viaggio Con Jack e A Proposito Di Schmidt, entrambi tratti da romanzi); è regista di film molto realistici che raccontano, bene, episodi della vita di persone colte in situazioni difficili: alcuni non vogliono crescere, alcuni sono cresciuti troppo in fretta. A questo giro, firma una buona sceneggiatura, che inquadra bene personaggi e ambienti (orrende camicie, orrende calzature, orrendi arredamenti in casa), che non dice mai troppo, che rende bene il linguaggio di queste due giovani ragazze vittime della volgarità, ma muove poi orribilmente la macchina da presa, in maniera scolastica, a volte monta le scene anche con degli effetti da filmino di matrimonio. Andate tranquillamente al cinema, quindi, venerdì prossimo quando uscirà, ma non abbiate troppe aspettative, se non per George Clooney, che si immedesima in un ruolo che non gli appartiene e corre verso il papabilissimo Oscar, padre di un'attrice di dieci anni debuttante e una di venti che lo sapete dove avete già visto?, in Vita Segreta Di Una Teenager Americana.

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