martedì 6 marzo 2012

il film di Hong Kong.





A Simple Life
2011, Hong Kong, 118 minuti, colore
regia: Ann Hui
sceneggiatura: Susan Chan & Yan-lam Lee
cast: Andy Lau, Deannie Yip, Sui man-Chim
voto: 7.9/ 10
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Oltre ai bisbigli continui su Shame, al Festival di Venezia numero 68, quest'anno, si mormorava un'altra cosa: «vedrai che la Coppa Volpi alla migliore attrice la daranno a Keira Knightley» (per A Dangerous Method, dove sfoggia schizofrenia e mandibola); ma quello che i pettegoli non avevano tenuto in conto era la presenza di film orientali in concorso, la predilezione di Marco Müller ormai ex direttore per questo genere di film (e di lingua, e di ospiti) e il fatto che non potevano mica tornarsene in Cina, in Giappone, completamente privi di premi maggiori. E così la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile è stata di Deannie Yip, e possiamo dire che, per quanto verrà presto dimenticata nel tempo, è stata anche una Coppa relativamente meritata. Il film, A Simple Life, esce nelle sale italiane l'8 marzo, un giorno prima del normale, in occasione della Festa della Donna, ed è stato trasmesso da MyMovies Live!, nuovo canale di live streaming per film in anteprima (adesso stanno trasmettendo Project Nim), l'1 di questo mese, per un numero ristretto di spettatori, tanti quanti ne entrerebbero in un cinema.
La trama è ispirata da una storia realmente accaduta: Roger, produttore cinematrografico, è l'ultimo di quattro generazioni a godere della buona cucina e delle minuziose cure di Ah Tao, la governante di famiglia, che porta avanti con orientale devozione quel mestiere da quando aveva quindici anni ed era fuggita dalla famiglia che arrancava in povertà. E dopo quattro generazioni, ormai, Thao è una di casa, una di famiglia, anzi è un'abitudine: dalla scena iniziale capiamo come Roger, rimasto solo perché la madre è emigrata in America, dia per scontato tutto ciò che l'anziana donna fa per quella casa (prepara i pasti, piega i vestiti, pulisce la casa); dalla scena iniziale capiamo anche perché la vita del titolo è "semplice", e che tipo di donna sia Thao: al mercato i garzoncelli la chiudono nella camera refrigerata mentre lei, poveretta, sceglie l'aglio tra le verdure in cassetta, e i maschi fuori se la ridono. I giorni trascorrono tutti uguali, tra pasti e ammonimenti e la casa a cui badare e i saluti da portare oltreoceano; succede poi che a Thao viene un coccolone e in fretta e agitazione viene portata in ospedale; un braccio e una gamba e mezza faccia non le si muovono quasi per niente, passa tutto il tempo stesa sul lettino incapace di resistere alla scopa da passare sul pavimento. Roger, preoccupato per le condizioni della donna, si lascia consigliare da un vecchio amico e la affida alle cure di una sorta di ospizio, dove nei primi momenti tutto è sudicio, disorganizzato e difficile da sopportare. Ma Thao non glielo andrà mai a dire.
Drammone sentimentale non tra una coppia di amanti ma tra una coppia di estranei che il caso e gli anni hanno reso molto uniti, indispensabili; i tempi sono lentissimi come ogni film dell'Est ci ha abituato a sopportare, e la musica e le scene sono di una poesia che quasi supera quella di Departures e, addirittura, di Poetry (dove un'altra donna non proprio giovanissima si sforzava di scrivere versi senza mai capire da cosa effettivamente venga l'ispirazione), perché la semplicità della trama si diluisce nel modo in cui viene raccontata. Come ogni film dell'Est la fotografia è impeccabile e plastica, gli interni sono spartani e arredati dal mercato delle pulci; a differenza dei film dell'Est, però, la telecamera è autonoma, e se ne va in giro, è una telecamera a spalla che sobbalza spesso e spesso inquadra le cose decentrandole. Più della metà del film, poi, la si passa a mangiare o a cucinare: neanche Ozpetek ha inquadrato mai così tanto cibo.

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