domenica 4 marzo 2012

questa cella è una prigione.





Cesare Deve Morire
2012, Italia, 76 minuti, B/N e colore
regia: Paolo Taviani & Vittorio Taviani
sceneggiatura: Paolo Taviani & Vittorio Taviani
soggetto: William Shakespeare
cast: Cosimo Renga, Salvatore Striano, Giovanni Arcuri, Antonio Frasca
voto: 9.6/ 10
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«Bruto deve vivere!» aveva gridato il popolo qualche atto prima, ma alla fine Bruto muore, per sua volontà ma non per sua mano, trafitto da un pugnale cade a terra, su uno spoglio palcoscenico a cui stanno guardando un centinaio di persone, e spira. Poco dopo entra in scena Giulio Cesare, che era morto molti atti prima, e poi Cassio, che pure era morto, ma suicida, prendono per mano l'appena defunto, lo tirano in piedi, si inchinano tra le ovazioni degli spettatori e gli applausi. Dopo composti inchini e sorrisi non riescono a trattenere un «evvai!» generale. Finito lo spettacolo, il pubblico se ne va da dov'è venuto e gli attori pure: ognuno nelle rispettive celle, che con meticolosa calma e simmetria vengono aperte e richiuse una per una.
Sei mesi prima, era in bianco e nero. Come una scuola, un liceo, che vede avvicinarsi la fine dell'anno e prepara la recita e si riunisce nell'aula magna per organizzare la cosa, così i detenuti del carcere della Rebibbia accolgono composti il regista dello spettacolo che verrà messo in scena, elegante uomo che entra nella grande sala e annuncia che si lavorerà al Giulio Cesare di William Shakespeare; coloro che vogliono farne parte devono sostenere un provino. E si assiste alla nascita di questo spettacolo che sappiamo tutti come comincia e come va a finire, all'assegnazione e alla preparazione dei personaggi, alla caratterizzazione degli attori, obbligati a parlare ognuno col proprio dialetto di origine (tutti tranne uno, che essendo «cittadino del mondo» non ha alcun accento), ma nonostante sia una storia nota e ritrita («per quanti anni ancora verrà versato questo sangue, su quanti palcoscenici») ci verrà presentata come mai l'abbiamo vista: al teatro del carcere stanno sostituendo sedie e stanno facendo lavori all'impianto acustico per cui gli interpreti sono costretti ad arrangiarsi tra i corridoi della prigione, nelle loro celle, nell'atrio per quel breve momento in cui possono uscire. E la storia di Cesare e della congiura di Bruto diventa la storia di persone che sanno cosa vuol dire tradire, pugnalare, pentirsi, derubare, e ogni frase che dicono è una frase che viene dall'anima, che viene dal passato, e ogni personaggio che interpretano è un personaggio che conoscono perché è una persona che sono stati, un uomo che per un momento smette di essere in quel luogo in cui è da vent'anni. Il carcere tutto diventa il teatro, tutti i suoli diventano palco; non c'è più un pubblico, non ci sono quinte: la tragedia del Cesare imperatore e tiranno rivive così com'era stata a Roma, con berretti sulle teste, accenti napoletani, pugnali di cartone che si piegano. Con un bianco e nero che in realtà è colore desaturato, plastico. Con una musica leggermente esotica che ricorda Tutto Su Mia Madre e non l'era dei gladiatori.
Cesare deve morire e muore prima ancora di andare in scena, prima ancora che il pubblico si alzi in piedi a battere le mani, prima ancora che torni il colore. Perché il colore appartiene alla vita vera, alla vita silenziosa, alla vita senza arte, senza applausi, senza finzione, alla vita di dolore, di clausura, di giorni tutti uguali a loro stessi.
L'Orso d'Oro dei fratelli Taviani, dato alla fine di una carriera non proprio prolifera ma fatta di tanti piccoli capolavori (Padre Padrone, La Notte Di San Lorenzo), è il premio più meritato che il cinema italiano abbia mai preso. Un film di un'intensità e una tensione artistica mai visti prima, un soggetto tanto banale quanto geniale, un'idea (quella di girare un docu-fiction nell'unico teatro "dove si piange ancora", come avevamo accennato in un vecchio post) che sfiora la perfezione. Alti e bassi (alti all'inizio, bassi alla fine), ma se ci fosse una giustizia al mondo sarebbe questo il film che mandiamo agli Oscar per il 2013, e non il primo uscito da Venezia. Perché queste persone, questi carcerati, colpevoli certo dei loro reati, recitano meglio ti tanti attorucoli che si vedono in giro, perché vittime di un dolore, un dolore vero, che un giorno per loro è stato utile, perché ogni dolore è utile all'arte, e questa è arte: sentirsi in una prigione anche quando non si è in cella.

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