mercoledì 18 aprile 2012

FCE13: Austria.





Kuma
id., 2012, Austria, 93 minuti
Regia: Umut Dag
Sceneggiatura originale: Umut Dag & Petra Ladinigg
Cast: Nihal Koldas, Begüm Akkaya, Vedat Erincin, Dilara Karabayir,
Murathan Muslu, Alev Irmak, Merve Çevik
Voto: 8/ 10
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Cercherò di essere molto breve sul film (che tanto ha più pregi che difetti) per lasciare lo spazio all'intervista fatta al regista Umut Dag, giovanissimo (è curdo ma nato in Austria nel 1982), che dopo tre corti arriva alla sezione Panorama del Festival di Berlino di quest'anno con Kuma, in concorso adesso per l'Ulivo d'Oro a Lecce.
I difetti del film sono tutti all'inizio - scena d'apertura esclusa: una donna fuori campo vomita e si pulisce, esce in strada, c'è una ragazzina che tutti festeggiano e a cui sorridono, questa sale su un camioncino scassato e parte, e le dicono «buon viaggio!», «congratulazioni!» perché lei s'è sposata. Ma il marito non è là: dal villaggio turco sta andando in Austria, dove le verrà dato l'uomo e la dimora e la famiglia di lui. Ayse (è questo il nome della ragazza) crede che il consorte abbia un paio d'anni in più di lei. In realtà scoprirà che è il padre di questo ragazzo, che ha un'altra moglie e degli altri figli addirittura più grandi di lei. Costretta a consumare la prima e la seconda notte di nozze, e finita poi incinta, troverà in questa casa un clima spezzato: da una parte, l'uomo e la prima moglie la guarderanno con occhi pieni d'amore e di speranza, considerandola un dono caduto in casa; dall'altra parte, tutta la prole (quasi esclusivamente femminile) inizierà a odiarla e a farle dispetti non così infantili, perché è un'estranea che da un giorno all'altro sta canalizzando le attenzioni della casa.
Più o meno fino a questo punto è difficile seguire lo svolgimento dei fatti, perché noi non siamo turchi né viviamo in Austria e quindi non capiamo bene come possa questa ragazzina finire moglie di uno senza saperlo, non sappiamo perché in certe scene parlano tedesco (ce lo spiega poi il regista), non colleghiamo facilmente gli elementi dell'albero genealogico. Poi c'è un colpo di scena, poi un altro, tutti preparati per tenderci l'inganno, e siamo troppo impegnati ad essere sorpresi. Poi c'è uno sviluppo totale che trasforma praticamente il film, Ayse finisce a lavorare in un supermercato, inizia una relazione segreta. Ma non posso dire niente, perché so che andrete a vedere il film quando uscirà. Se uscirà.
In questo caso, a differenza del precedente, le interpretazioni sono impeccabili e anche la musica; le scene, quando finisce l'unità della storia, si dissolvono tutte al nero, e se all'inizio succede una volta ogni tanto, alla fine forse troppo spesso. Le scene madri ci sono, e sfociano tutte in una, poco prima della fine, da brividi. La fine poi, aumenta ancora di più i brividi: perfetta, geniale.

Cominciamo dal titolo: Kuma non è il nome di nessun personaggio...
“Kuma” è il termine turco per indicare la seconda moglie, cosa illegale in Turchia ma profondamente radicata nella cultura popolare.
Lei è curdo, mentre i personaggi sono tutti turchi emigrati in Austria. Come mai c'è la presenza della doppia lingua, del tedesco, che la famiglia parla quasi fluentemente mentre la nuova arrivata Ayse si sforza di imparare?
In Austria è molto frequente, adesso, trovare una nuova generazione di ragazzi turchi, la nostra generazione, che parli dalla nascita due lingue madri, il turco e il tedesco. Nel film sono solo i figli infatti a capire la lingua (che usano per dirsi cose che gli altri non devono sentire, ndr), mentre i genitori parlano solo turco. Anche Ayse, che arriva da un villaggio, parla solo il turco. È la lingua delle radici, di chi sta indietro.
E a proposito di radici, mi pare che la pellicola parlando di tante cose abbatta anche numerosi tabù; si affronta anche, latentemente, il tema dell'omosessualità, mostrata per poco e solo all'interno della casa. Sarebbe stato rischioso allargarsi su questo aspetto?
La scelta di non approfondire il personaggio omosessuale e quindi l'omosessualità derivava dalla necessità di parlare di altro, del personaggio della madre in primis: lei ha un impellente bisogno di trovare una ragazza a cui lasciare le redini della casa (la donna è malata di cancro, ndr) che non si preoccupa dell'omosessualità di suo figlio, perché anche di questo si occuperà la nuova arrivata.
Comunque, complimenti aver saputo gestire così tante scene madri e così tanti cerchi che si aprono e si chiudono.
Grazie; ho riscritto la sceneggiatura sei volte prima di arrivare alla versione finale.
Con gli attori, invece, è stato più facile lavorare?
È stato molto lungo formare il cast, quasi estenuante. Ma una volta decisi tutti gli attori è andato liscio. Abbiamo fatto pochissime prove, ho lavorato di più con gli esordienti. Per il resto, ho lasciato fare a loro, cercando di seguirli con la macchina da presa.
Ma, alla fine, la famiglia conservatrice turca così matriarcale che lei ha ritratto, può coincidere con una famiglia della realtà?
Non lo so. I ruoli dell'uomo e della donna in Turchia sono sempre ben definiti, ma questo è un caso particolare, in cui gli uomini finiscono col non esserci e le donne devono far tutto.
Mi ha ricordato molto i film (libanesi) di Nadine Labaki, e Volver di Almodóvar. Sono state tra le sue fonti di ispirazioni europee?
Mi sono basato molto su tutta una serie di film turchi, che affrontano il tema della seconda moglie. Ho notato che tutti analizzavano la cosa dal punto di vista maschile, il mio film è il primo che invece si mette nei panni della donna.
La prima scena è bellissima.
È stata girata in un villaggio vero, un villaggio dell'Anatolia.

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