giovedì 19 aprile 2012

FCE13: Danimarca.





Miss Julie
Julie, 2011, Danimarca, 80 minuti
Regia: Linda Wendel
Sceneggiatura non originale: Linda Wendel
Basata sulla pièce Julie di August Strindberg
Cast: Brigitte Sørnsen, Rolf Hansen, Jesper Christensen,
Trine Appel, Niels Skousen
Voto: 7/ 10
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Dopo un inizio in cui vediamo un forte montaggio di scatti e di esterni (la protagonista si allena sul campo e poi fa la doccia e poi beve al bar col cane al guinzaglio), il film si dona anima e cuore a lunghissimi pianisequenza diretti magistralmente tutti all'interno di un albergo, che poi scopriremo essere di proprietà della famiglia della ragazza, anzi tutti all'interno di una sola stanza, e poi di un atrio.
Dalla prima scena che ci aveva illuso, però, dobbiamo prendere per buona una cosa: l'arroganza, l'altezzosità di questa Julie che quando lo decide lei devono finire gli allenamenti. Il suo bel carattere deriva dalla sua solitudine e dalla sua tristezza (come ci dirà più volte nei centomila dialoghi), culmine di una serie di attenzioni e aspettative avute nella crescita: astro nascente, o anzi nato, del tennis, è una giovane ragazza spinta allo sport dal padre pieno di debiti mentre la madre a lui nascondeva il patrimonio, ha visto il matrimonio dei suoi sfasciarsi ed è, adesso, l'unica soluzione che il genitore ha per campare, perché scommette sulle partite e le finanzia con lo strozzino. Lei, in tutto questo, cerca quello che le ragazze della sua età cercano: l'ammore. Un uomo. Pensa di trovarlo quando si allena, ma è dato a una tale Kristine. L'uomo in questione, il suo allenatore, però, ci sta e non ci sta, la asseconda e non, le dice poesie e se le rimangia. Flirtano davanti alla cornuta che se ne va a messa e parlano parlano parlano per tutta la notte, lui non capiamo bene che tipo sia, lei capiamo benissimo che è molto ingenua, sogna di trasferirsi in Tailandia e affittare bungalow.
E la trama finisce qui. Succedono due cose che non vi dico, una incredibilmente splatter, l'altra incredibilmente criptica, due cose che rovinano il film e lo fanno sprofondare di voto. Poteva essere un capolavoro, per come è stato realizzato (filmato con una videocamera Marc, poi convertito su pellicola 35 mm) e per come è stato scritto. I dialoghi, quando non sono surreali e imbarazzanti, sono molto molto realistici. L'interpretazione di lei è naturalissima. Di questi aspetti però ci parla la regista Linda Wendel:

Il suo film si basa su uno spettacolo teatrale vecchio di cento anni ma sempre attuale, che lei ha immerso nel tennis, e ne esce un prodotto simile a tutti quelli della sua carriera: una lettura del sociale.
Sì, anche se il 70% dei dialoghi è originale ho preso dalla pièce di Strindberg la storia del padre e poche altre cose. Avevo notato che i valori cardine di quel film sono gli stessi valori di oggi.
Lei è sceneggiatrice e produttrice oltre che regista. Ma nasce come poetessa.
La passione per la letteratura è forse superiore a quella del cinema. Ma, come nel cinema, in poesia il significato non è nelle parole, ma in mezzo alle righe. In questo senso i miei film sono minimalisti: tutto è tra le sequenze. Credo che si debba partire sempre da un buon materiale, e poi salire di un gradino. Mischiare il passato col presente, ecco perché inizio col teatro e parlo del sociale: mischiare queste due cose si chiama progresso.
A proposito del teatro, lei ha riscritto dei dialoghi che potremmo vedere sul palco, per delle scene lunghissime.
In questo modo si costringe lo spettatore ad essere là, con loro, a seguirli nella stanza, a vivere nella scena. Anche la fotografia aiuta in questo: il fuoco in secondo piano scompare, perché succede anche all'occhio umano, come succederebbe se noi fossimo là presenti.
Lei è l'unica regista donna in concorso. In ottant'anni di Oscar ci sono state solo cinque registe candidate. Il mestiere in sé è molto mascolino oppure mancano proprio registe donne?
Sono stata molto sorpresa di scoprire che ero l'unica donna in concorso, ma poi in effetti ho riflettuto sul fatto che le registe non vengono quasi mai invitate. In realtà, non esiste differenza se dietro la sceneggiatura o la macchina ci sia un uomo o una donna. Ma come tutti i lavori più importanti al mondo c'è sempre del maschilismo. Che è assurdo: fare la regista è facilissimo, basta andare sul set e comandare.
E ha una protagonista donna che è una statua rinascimentale.
Per Brigitte (Sørnsen, ndr) è stato il primo ruolo da protagonista, che l'ha lanciata. Adesso è protagonista del nuovo film di Bille August. Ha un visto molto forte, le qualità di una star. L'ho incontrata ad un corso di regia e recitazione, è stata la nostra insegnante a presentarci.
Lei segue ancora dei corsi?
Sì, sempre. Anche di teatro e di danza. Sono molto utili per i collegamenti che creano.

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