venerdì 20 aprile 2012

FCE13: Italia.





Vacuum
id., 2012, Italia, 96 minuti
Regia: Giorgio Cugno
Sceneggiatura originale: Giorgio Cugno
Cast: Simonetta Ainardi, Loris Marcolongo, Giorgio Cugno
Voto: 5.3/ 10
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È successa una cosa strana: alla fine della proiezione del film, poco prima che gli venisse posta la prima domanda, Giorgio Cugno, il regista e sceneggiatore e interprete di questa pellicola, ha pianto. Si è commosso perché «questa è stata la prima volta che veniva proiettata».
«E anche l'ultima» ha detto la simpatica signora seduta di fianco a me. Che si sbaglia, perché il film è stato sullo schermo anche ieri sera alle 20:00, sempre nella Sala 5 della Multisala Massimo, sempre al Festival del Cinema Europeo, giorno 3, primo e unico italiano in concorso. E mi dispiace stroncarlo così, senza ritegno; un po' per le lacrime del tenero regista, un po' perché il film parte da un buon intento: raccontare la depressione post-parto, raccontare della società in cui viviamo oggi attraverso gli occhi, la pelle, le sensazioni di questa donna che ha appena sgravato. Già dalla prima scena, quella del parto, siamo dentro di lei: la telecamera le inquadra i dettagli, la sofferenza, come se volesse alienare noi e lei e i particolari, esternarla. Perché intorno a lei c'è in effetti molto poco: un marito sempre via per lavoro, in fabbrica, sempre terrorizzato dall'imminente scadenza del contratto ma sempre speranzoso del rinnovo; c'è il topos della suocera presente e bacchettona; ci sono un paio di amici che vengono a trovarla senza che nessuno l'abbia chiesto. Ari (è così che chiamano la protagonista) se ne sta sempre tutta sola in silenzio con suo figlio di sei mesi e si tira il latte (si «munge»), lo cambia, lo imbocca. E niente più. Assolutamente niente più. Fino a quando succede una cosa terribile, una tragedia, e tutto si ribalta, per poi tornare a prendere la forma di prima, anzi per avvisarci che le cose prenderanno la forma di prima.
Oltre ad una totale mancanza di trama (cosa che lo rende noioso), il film è totalmente privo di musica (cosa che lo rende noiosissimo) e ha dei dialoghi che promettono bene all'inizio (i nonni cercano di capire come togliere il flash alla macchina fotografica) e poi diventano di una banalità da Cioè, con intercalari («com'è?») forzati, senza caratterizzare particolarmente nessun personaggio. Il problema più serio di tutti è però l'interpretazione di questa protagonista: dimenticate la Giovanna Mezzogiorno de La Bestia Nel Cuore, siamo davanti ad un'apatia con accento torinese e monoespressione che dà le sue battute come le darebbe mia sorella alla recita della scuola.
In compenso, il film è tecnicamente molto preciso, molto simbolico, minuzioso, il regista viene da undici anni di esperienza nei cortometraggi e la macchina da presa sa come usarla. E ce lo spiega lui.

La metà delle riprese è completamente fuori fuoco. Se n'è accorto?
Sì, l'effetto è volontario: ho scelto di girare in interni con un 50 mm proprio per avere delle immagini sfocate molto definite, per entrare sotto la pelle del personaggio. Volevo immagini molto fisiche. Lo sforzo per me è stato incredibilmente difficile.
È stato più facile invece raccontare un'esperienza così femminile? Da dove è nata l'idea?
L'idea era quella di fare un documentario. Ho passato un anno ad intervistare donne, ma anche mariti, sulla depressione post-parto, sulla perdita di un figlio. La perdita di un figlio è una cosa che io, padre di due bambine, vedo dall'esterno con estrema sensibilità. Forse è anche per questo che quando sono entrato in sala di montaggio e ho visionato il materiale girato ho sentito che sarebbe stato eticamente scorretto usarlo per un documentario. Dovevo farci un film. E così ho scritto una sceneggiatura partendo da quelle testimonianze.
Undici anni di corti prima del lungometraggio. È stata una scelta o una necessità?
Entrambe. Per questo film c'era bisogno che io mi prendessi il mio tempo. Volevo raccontare questa storia, e per farlo bene dovevo accumulare materiale. Inizialmente avevo pensato di girare un altro corto, forse avrei dovuto effettivamente fare un corto (ride, ndr).
Invece è un film che dopo un inizio e uno svolgimento che ci abituano ad un certo clima, ci spiazza con uno sviluppo narrativo fortissimo, tragico, tremendo.
Quello sviluppo è giustificato dal tema del film: il vuoto generazionale in cui vivo, in cui viviamo. La soluzione che trova la protagonista è la soluzione che trovano molti. La gente dovrebbe conoscersi abbastanza, prima di fare un figlio. Invece si fanno figli per rimediare agli errori, per salvare un matrimonio, per compensare a una mancanza...
Parliamo dell'attrice: lei è una madre?
No, non è una madre. Si chiama Simonetta Ainardi e avrei voluto che ci fosse anche lei qui oggi perché ha davvero lavorato appieno al film; usa il metodo Stanislavskij per cui va a scavare molto in profondità nel personaggio che interpreta.
L'ha scelta per questo?
L'ho scelta perché per me è importante avere una donna forte, da dirigere, prima di un'attrice, dal momento che la sto caricando di un fardello pesantissimo, che è questo film e il suo tema.

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