mercoledì 25 aprile 2012

FCE13: l'ulivo d'oro.





Oslo, August 31st
Oslo, 31. August, 2011, Norvegia, 95 minuti
Regia: Joachim Trier
Sceneggiatura non originale: Joachim Trier & Eskil Vogt
Basata sul romanzo Fuoco Fatuo di Pierre Drieu La Rochelle (edizioni SE)
Cast: Anders Danielsen Lie, Hans Olav Brenner, Ingrid Olava
Voto: 8.8/ 10
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Era il terzo o quarto giorno di festival (di Festival del Cinema Europeo di Lecce, appena conclusosi) ed ero al bar, in fila alla cassa; sento un uomo e una donna che parlano vicino a me, lei dice «...come i ragazzi di Oslo, sono tutti bellissimi, hanno questi visi perfetti, non te li puoi scordare, i norvegesi in generale sono tutti bellissimi». L'uomo ha risposto una cosa tipo «sono bellissimi a quell'età, da adulti fan cagare», poi è arrivato il mio turno e ho smesso di ascoltare. Io non avevo ancora visto Oslo, August 31st. Dopo che l'ho visto ho pensato che è vero, il protagonista (Anders Danielsen - essenzialmente si vede solo lui ben bene) è di una bellezza che deriva da un'estrema proporzionalità, che mette tutti d'accordo. Il suo volto, i suoi occhi, le sue labbra, non possono dimenticarsi facilmente. Sarà per il tema e il finale del film.
Anders (è il suo nome anche nel film) è un “thirtysomething” - direbbero gli americani, un trentenne che nella prima scena (dopo una serie di filmati-ricordo di turisti venuti a Oslo e voci fuori campo che ne raccontano aspetti e memorie) fa un po' come Nicole Kidman in The Hours, si mette pietre in tasca, pietre in braccio e si cala nel fiume sperando di affogare. Ne risale qualche istante dopo, disperato per il fiato e per il fallimento. Esce dall'acqua, torna a casa, in quella che forse è casa sua, in una specie di comune. Da qui parte la sua giornata, l'ultima. Anders ha deciso di suicidarsi. Ci racconterà il perché nel primo dei molti incontri di queste ventiquattro ore, quello con un amico intimo o un parente vicino, l'unico a cui rivela la sua volontà: «nessuno ha bisogno di me», gli dice. Ha appena concluso (male) una relazione, ha appena smesso di bere e drogarsi e spacciare dopo essere stato vittima del traffico illecito per cinque anni, ha appena fatto un colloquio di lavoro andato di merda. Gli amici ci sono, non gli mancano, ma gli mancano tante altre cose. Lo seguiamo, che cammina di spalle, che va al bar, da solo, e si mette ad ascoltare le storie intorno, le vite intorno: dieci minuti bellissimi di cinema che non è cinema, è realtà. Noi siamo con lui, dietro di lui, dentro di lui, e questo è forse il merito più grande del film: l'aver trasmesso esattamente le sue sensazioni, le sue emozioni, grazie a tanti silenzi e tanti effetti (in discoteca, alle feste) ma anche grazie a dialoghi lunghi che non dicono più di quanto devono.
Oslo è nel titolo perché, in fondo, con le sue rive e le sue piscine e i suoi locali e la sua vita all'alba, i tram e le redazioni e le coppie che vorrebbero figli, è protagonista del film quasi quanto Anders.
L'Ulivo d'Oro di questa 13esima edizione va quindi a un film che apparentemente non è niente di che ma che invece prende e trasporta, non si fa sentire, non lascia il tempo di pensare a quanti minuti sono passati o quanti ne mancano perché il giorno del protagonista scorre e noi con lui. Tecnicamente, poi, tutto è celato: i pianosequenza si fanno notare solo dall'occhio fino, non pesano, non sono claustrofobici, e gli escamotage sonori rasentano la perfezione. Spesso la telecamera si mette là a inquadrare un evento che scorre e lentissimamente gli si avvicina. Come nell'ultima scena, prima della botta finale.
L'Ulivo d'Oro va a Joachim Trier per la seconda volta, dopo quello del 2006 per Reprise, il debutto alla regia. Passato in anteprima anche al Festival di Cannes scorso, questo film è l'adattamento cinematografico del romanzo di La Rochelle dopo il ben più fedele tentativo di Louis Malle, che lo lascia in Francia e in bianco e nero; Trier, al contrario, lo trasporta ai giorni nostri e lo ambienta ad Oslo, una città così algida e così bella, come il protagonista, che forse fa più effetto.


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