venerdì 20 aprile 2012

FCE13: Premio Mario Verdone.





Sette Opere Di Misericordia
id., 2011, Italia, 102 minuti
Regia: Gianluca & Massimiliano De Serio
Sceneggiatura originale: Gianluca & Massimiliano De Serio
Cast: Roberto Herlitzka, Olimpia Melinte, Stefano Cassetti, Ignazio Oliva
Voto: 9/ 10
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Prima dei titoli di testa, il film si apre con l'elenco (senza saltarne nessuno) di tutti i festival internazionali per i quali è stato selezionato. A questi manca il Festival del Cinema Europeo di Lecce, dove adesso è in concorso per il Premio Mario Verdone, il premio che viene dato alla migliore opera prima italiana dell'anno, per il quale si scontra con Corpo Celeste della Rohrwacher e Io Sono Li di Segre. I due registi dell'opera (dei quali è presente solo una metà) sanno di aver fatto un buon film, e un po' si vede. Massimiliano De Serio parte parlando del quadro di Caravaggio da cui hanno preso in prestito titolo e angelo e fascio di luce, lascia la sala, torna a fine proiezione per godersi l'applauso più lungo del Festival. Nonostante tutte queste cose, una ragazza gli chiede come prima cosa di farsi raccontare la trama, ché «si era persa». La trama è pressoché questa: c'è una ragazza che si chiama Luminjta ed è moldava e vive in un campo fatto di roulotte e silenzi nella periferia di Torino quando fa molto freddo; lei si copre la notte con le pezze che trova, e si copre alla mattina con tre felpe una sull'altra. Si siede nelle sale d'attesa accanto alle signore e quando queste si alzano lei tira via dalle borse poggiate il portafogli. Va a trovare, ogni tanto, una sorta di infermiere, di addetto in ospedale all'obitorio, che ora le offre del pane confezionato ora le dà appuntamenti nei giorni successivi. Ogni tanto, poi, va a farsi fototessere alla macchinetta. E c'è un uomo, un vecchio scavato dal tempo e dalla malattia, che si prende cura di una campagna senza frutti dove brucia pneumatici con l'aiuto di un baldo giovane che pretende soldi. Vive da solo, in una casa dagli armadi impacchettati, e da solo si prende cura di sé, fino al periodico ricovero in ospedale dove gli infermieri senza grazia si prendono cura di lui. Lei parla poco perché non conosce l'italiano. Lui parla poco perché ha un buco nella gola. Lei si ritrova in ospedale quando lui è steso senza coscienza per aver inalato troppo fumo. Prima opera di misericordia: visitare gli infermi.
La scritta compare gigante e spiazza. E dopo la prima, altre sei scritte si fanno attendere e compaiono smettendo di essere letterarie, ma sempre allegoriche, mentre il rapporto tra la ragazza folle e il vecchio elegante si fa prima prigionia, poi complicità, poi luce. In tutto questo silenzio, la telecamera se ne va un po' dove vuole, ogni tanto perde il fuoco, ogni tanto pare che si perda, come la trama, e la cosa non fa che creare in noi spettatori tensione, attesa, aspettativa. Le scene madri sono tante, i colpi di scena pure, e tutti arrivano e se ne vanno con calma e compostezza. Non si urla mai, non ci si copre la bocca con la mano. Ogni cerchio, lentamente, si chiude.
I fratelli De Serio dopo qualche corto e documentario compaiono nelle sale con un gioiello tecnico, artistico, di una intelligenza inumana, aristocratico, lavorano per simboli sulla città, sui traffici illegali, sui parallelismi, sulla musica. Usano tutte le tecniche che il cinema offre, pare che siano esperti cineasti. E invece sono esordienti.

La prima domanda che le è stata rivolta alla fine del film le chiedeva di raccontare la trama.
Ormai siamo così abituati a cercare le storie, le trame, che spesso ci perdiamo in un bicchier d'acqua. Pretendiamo che ci venga raccontato tutto dall'inizio alla fine. Ma i radiodrammi italiani facevano così, raccontavano anche quello che era successo prima dell'inizio.
Il titolo estremamente religioso illude sul sapore del film, che invece ha una approccio tutto laico alla vita quotidiana.
Avevamo già cominciato a scrivere il film quando ci siamo ritrovati le sette opere di misericordia in mano. È andata così: mio fratello (Gianluca, ndr) è ipocondriaco, andiamo continuamente in ospedale. Un giorno ci siamo ritrovati di fronte ad un cartello con la scritta “vestire gli ignudi”. Noi non siamo cattolici, non siamo stati cresciuti religiosamente, non siamo neanche stati battezzati. Però abbiamo notato che le opere di misericordia mettono in pratica quello che la dottrina cattolica fa solo in teoria: avvicinano fisicamente le persone.
Nel film si percepisce un altro quadro di Caravaggio, quello in cui San Tommaso infila un dito nella piaga del Cristo.
Abbiamo girato quella scena con la stampa del dipinto in mano. Era interessante il simbolo della ferita, del buco nero, del voler penetrare, con Gesù che invita e allo stesso tempo ferma San Tommaso. Era interessante, anche, declinare il contatto umano in tutte le sue accezioni, ribaltando la normalità: è una donna che penetra un uomo.
È un contatto umano quasi completamente muto, sempre silenzioso.
Ci era rimasto molto impresso il dialogo che abbiamo avuto con nostro nonno negli ultimi mesi della sua malattia, un dialogo dei corpi, dei gesti. Nel film però il dialogo si sposta anche su altri livelli: quello della musica, della città.
Che è Torino.
Che non è descritta, eppure è il quartiere dove siamo cresciuti, un quartiere che conosciamo benissimo. La città viene mostrata all'alba, celeste, irriconoscibile, e poi su una cartina, attraverso le linee della sua metropolitana.
Roberto Herlitzka ha quarant'anni di film alle spalle; Olimpia Melinte, invece, è al suo primo film.
È stata scelta tra oltre quattrocento ragazze rumene, e ci piace pensare di essere stati bravi a sceglierla e a dirigerla, dato che non ci ha mai fatto ripetere due volte un ciak. Per problemi di tempistica e organizzazione, poi, non l'abbiamo fatta conoscere a Roberto prima del primo giorno di set. Si sono ritrovati là, lui che non parla una parola di inglese, lei che non parlava italiano. Erano davvero due sconosciuti e la cosa è stata involontariamente azzeccata. Gli attori hanno dato tutti qualcosa in più al personaggio: Roberto ha resto Antonio molto più aristocratico di quanto avevamo pensato; a metà film, utilizzando le prime luci artificiali del set, abbiamo scoperto che Olimpia ha gli occhi di diverso colore, abbiamo accentuato il primo piano per rendere Luminjta ancora più ambigua.
Il film è uscito in pochissime copie, ma dalla prima proiezione a Torino si è subito parlato di voi: vi hanno paragonato ai Dardenne, vi hanno invitato in tantissimi festival, siete andati dalla Bignardi, eppure nella terzina per il Premio Verdone siete gli unici che non hanno ricevuto nominations ai David.
E menomale! Ma noi siamo davvero dei piccoli David, contro un gigante Golia. Quando abbiamo trovato un distributore che si è offerto di promuovere il film noi abbiamo subito firmato, non ce l'aspettavamo nemmeno. Siamo due sconosciuti che si rifiutano di andare a Roma per girare i film, e restano a Torino, perché pensiamo che anche a Torino si possa fare cinema. Ai David, poi, il cinema italiano si nomina e si vota da solo, diciamocelo. Il nostro film, comunque, è arrivato alle giurie con tre settimane di ritardo rispetto agli altri, molto probabilmente avevano già tutti votato. Ma poi, non è così importante, quello che è importante è stato il passaparola del pubblico, non la pubblicità pagata. Poi, se il film non t'è piaciuto è un altro discorso...
Mi è piaciuto, mi è piaciuto.

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