sabato 21 aprile 2012

FCE13: Svezia.





Happy End
id., 2011, Svezia, 97 minuti
Regia: Björn Runge
Sceneggiatura originale: Kim Fupz Aakeson
Cast: Ann Petrén, Malin Buska, Gustaf Skarsgård, Johan Widerberg,
Peter Andersson, Mariah Kanninen, David Dencik
Voto: 6.5/ 10
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Per i primi minuti due vite scorrono parallele: quella di Jonna, un'istruttrice di guida, che inizia a dare lezioni a un uomo abile con la macchina, dice lui, ma che per stato d'ebrezza s'è visto ritirare la patente, Jonna che ha un figlio in ospedale perché ha appena tentato il suicidio, che decide di portarsi a casa, perché stia meglio. E poi la vita di Katrine, ragazzina devota al suo moroso, che però la picchia, e devota a sua sorella, a cui dice praticamente tutto. Senza il moroso, dice lei, non ce l'avrebbe fatta ma anche senza la sorella, si suppone. Katrine per campare fa le pulizie, e le fa in casa di Jonna. Le loro vite si sono incrociate tanto tempo fa, ma per noi il nodo si scioglie dopo un buon quarto d'ora.
Abituata a starsene in quella grande casa da sola, Katrine si imbatte in Peter, il figlio di Jonna, e lui la vede e vede la luce, e le chiede di posare, perché lui dipinge, «anche nudi, anche di uomini».
E bom. Fine della trama. Lei posa, la relazione si spinge un po' più in là, Katrine il moroso non lo molla, scopre che lui è pieno di debiti e per questo entrambi vengono picchiati. Jonna si fa un compagno. E niente più. Trama semplicissima, con uno sviluppo e mezzo dignitoso, che vuole semplicemente rendere la condizione umana. Da quello che ho capito io, vorrebbe mostrare allo spettatore quello che lo spettatore fa: il continuo piangersi addosso, il non reagire, il non cogliere l'occasione. Il problema è che lo spettatore deve accorgersene prima di addormentarsi.
Ho votato questo film pochissimo, perché non si può far durare un'ora e mezzo una storia così (o perlomeno non possono farmelo vedere alle dieci di mattina). La sufficienza arriva però perché oltre ad essere comunque un pezzo di vita umano, realistico, è molto ben diretto: si basa quasi esclusivamente su immagini fisse mentre gli interpreti, a coppie, interagiscono - parlano, si picchiano, scopano. Negli esterni capita che la telecamera si allarghi un po' ma, sempre fissa, per colpa dell'ombra di un albero, faccia perdere gran parte dell'azione (e quella è stata una trovata ge-nia-le). Più di due attori per volta, però, pare che questo regista, Björn Runge, non sappia dirigere.
Lui dice che questo film racconta di «cinque individui che sono indispensabili gli uni per gli altri ma che non sono sinceri gli uni con gli altri»; Happy End arriva all'ultimo capitolo della trilogia sulla liberazione dall'autodistruzione (iniziata con Daybreak, proseguita con Mouth To Mouth); il film ha vinto il premio per la migliore fotografia al San Sebastián. Potrebbe strappare, qui al Festival del Cinema Europeo, lo stesso riconoscimento. Ma nient'altro.

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