giovedì 12 aprile 2012

fortissimamente volli.





Molto Forte, Incredibilmente Vicino
Extremely Loud & Incredibly Close, 2011, USA, 129 minuti
Regia: Stephen Daldry
Sceneggiatura non originale: Eric Roth
Basata sul romanzo Molto Forte, Incredibilmente Vicino
di Jonathan Safran Foer (Guanda)
Cast: Thomas Horn, Tom Hanks, Sandra Bullock, Max von Sydow,
Viola Davis, Zoe Caldwell, John Goodman
Voto: 8/ 10
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C'è un uomo, un inglese, un cinquantenne, che un giorno di dodici anni fa s'è svegliato, alla mattina, e ha detto: «io da oggi faccio capolavori». E così ha girato il suo primo film, che si chiamava Billy Elliot, cult della generazione pre-talent show, candidato a tre Oscar, poi ha girato il suo secondo film, questa volta mezzo americano, che era basato sul libro premio Pulitzer di Michael Cunningham e si chiamava The Hours, Oscar alla Kidman che interpreta Virginia Woolf e successo internazionale, manifesto del disagio giovanile post-Philadelphia, poi ha girato il suo terzo film, mezzo tedesco, basato su un altro libro, che si chiamava The Reader, Oscar a Kate Winslet che interpreta un'ex nazista analfabeta. E poi basta. Con un film ogni tre, quattro anni (e un corto nell'antologia Cinema 16) arriviamo ad oggi, quando quest'inglese, questo regista, che si chiama Stephen Daldry, torna al cinema con Molto Forte, Incredibilmente Vicino, altra pellicola basata su un libro, altre (poche) candidature all'Oscar, altra emozione.
Perché, purtroppo, quando si parla di Daldry io non so essere oggettivo. È come con Tornatore. Secondo me anche quando sbagliano comunque riescono a rendere cinema il cinema, riescono ad emozionare, coinvolgere, far piangere, far intenerire. Certo io (ed è l'altra pecca di questa recensione) il libro appena ripubblicato di Jonathan Safran Foer (autore anche del più celebre Ogni Cosa È Illuminata, sempre Guanda) non l'ho letto, e a quanto pare è molto più ricco del film, racconta molta più storie, e tra tutte quelle storie s'è presa la porzione in cui Oskar, ragazzino figlio della silenziosa Sandra Bullock (decisamente più meritevole qui che in The Blind Side) e del mattacchione Tom Hanks, un molto forte incredibilmente bravo Thomas Horn, esordiente di appena 15 anni, tra immagini in ordine temporale sparso e ricordi e storie omesse vive la sua vita di “inventore amatoriale” che incredibilmente riesce a costruire pop-up, organizzare dati, archiviare schede, riempire quaderni, vedere il mondo con occhi genialmente adulti, fino a quando l'11 settembre suo padre, in riunione in una delle sue Torri, precipita dalla finestra, forse, o forse no, comunque muore. E se il vuoto lasciato nella sua vita dalla più importante figura della casa all'inizio non viene ben somatizzato, poi succede che si adagia su una missione: Oskar decide di scoprire cosa apra la chiave che ha trovato in camera del genitore morto, in una busta gialla con la scritta “Black”. Ci sono più di 700 “Black” a New York, e lui ne andrà a trovare molti (tra cui Viola Davis). A questo punto il film si trasforma in Amélie. Per montaggio, ripetizioni, voci fuori campo, claustrofobie, scene grottescamente matte, storia fiabesca per giovani visionari. Il bambino corre coi sonagli in mano da un ponte all'altro senza mai prendere l'autobus o la metro, senza mai prendere l'ascensore, pizzicandosi i fianchi quando torna a casa, riascoltando continuamente le registrazioni nella segreteria del padre. Di fronte alla sua finestra, sua nonna ha affittato una camera a un vecchio che ha smesso di parlare, scrive sulla sua Moleskine da mattina a sera e risponde “sì” o “no” alzando le mani. Questa è la poesia. Questo è Max von Sydow, candidato al secondo Oscar, pupillo di Bergman con cui ha girato Il Posto Delle Fragole, Il Settimo Sigillo...
A metà film, poi, compare anche la musica del navigatissimo Alexander Desplat, e ci ricordiamo che il film è di Daldry (per il quale la musica è fondamentale, ascoltate la colonna sonora di The Reader). E quando il film sta per finire ecco i cedimenti. Due, tre episodi conclusivi che paiono messi lì per chiudere forzatamente i cerchi, per risollevare la storia (giunta ormai alla sua seconda ora). Il tempo narrativo, intanto, scorre irrealmente (questo ragazzino non va mai a scuola, sua madre non è mai in casa quando non ce n'è bisogno, sua nonna non si capisce bene cosa faccia, non si capisce se sia passato un anno o un mese dall'incidente). E, ancora un difetto, è un film troppo buonista, che effettivamente estetizza la catastrofe delle Torri Gemelle con delle immagini (soprattutto all'inizio) di una bellezza soffocante.
Ma: è Stephen Daldry, i brividi sono garantiti. Soprattutto perché ha un dono nel dirigere i ragazzini (Jamie Bell in Billy Elliot, David Kross in The Reader) e, a quanto pare, anche la Bullock.

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