venerdì 13 aprile 2012

Genova è un labirinto.





Diaz - Don't Clean Up This Blood
id., 2012, Italia, 127 minuti
Regia: Daniele Vicari
Sceneggiatura originale: Daniele Vicari, Laura Paolucci,
Alessandro Bandinelli, Emanuele Scaringi
Cast: Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano,
Davide Iacopini, Ralph Amoussou
Voto: 8.6/ 10
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Senza saltare neanche un giorno, da molto prima che uscisse al cinema, tutti i giornali hanno parlato e continuano a parlare del film di Giordana, Romanzo Di Una Strage, romanzo della strage di Piazza Fontana, dicendo che manca questo, manca quell'altro, un personaggio, un evento, una polemica. Qualcuno aveva anche supposto che il 13 aprile sarebbe arrivato al cinema Diaz e avrebbe fatto compagnia, dato il tema, al precedente. E andrà così.
Confronteremo poi i due film; l'aspetto più importante è che se il primo racconta una storia successa quando io non c'ero e quasi non c'erano i miei, il secondo parla di fatti recentissimi, che continuano a cadere in prescrizione e di cui qualcuno si occupa, qualcuno che non è il popolo, il quale non ne ha più memoria. Abbiamo visto servizi e letto i giornali; eppure questo film devasta. È un pugno nello stomaco, nei denti, nelle palle, sulle ginocchia, sul pomo d'Adamo. Perché, come ha notato oggi La Repubblica, nonostante sia una storia fresca è cinema: e il cinema fa quest'effetto.
I primi a lamentarsi saranno i poliziotti. Si lamentano anche nel film, dicendo che «Genova è un labirinto». E insieme a Genova è un labirinto anche il film: si ritorna sempre sulla stessa scena, la prima, l'immagine iniziale di una bottiglia di vetro (creata malissimo in postproduzione, ma apprezziamo lo sforzo) che viene lanciata da un “black block”, a caso, mentre una pattuglia della polizia è bloccata in strada sommersa dagli “anarchici” “comunisti” “rivoltosi” che urlano «assassini!» riferendosi alla morte di un ragazzo, Carlo Giuliani, in Liguria in occasione delle manifestazioni di protesta (pacifiche e non) per il G8. È luglio del 2001. Questi “comunisti”, che oltre al cattivissimo gusto nel vestire e all'amore per l'erba condividono anche il rifiuto della violenza, organizzano dibattiti e accampamenti per passare le notti mischiandosi a giornalisti provenienti da ogni dove e che rendono il film poliglotta (con sottotitoli). Ci sono anche i black block, certo, che devastano gratuitamente la città - permettendo a Vicari di non porli dalla parte della ragione. Ci sono volontari che contattano le famiglie dei dispersi. C'è anche un vecchietto, membro della CGIL, manifestante buono come i biscotti che offre, che non sa dove passare la notte. Tutti, tranne il tesoro che la polizia cerca, tra aule e palestra si trovano nella scuola che dà il nome al film dove poco prima di mezzanotte un esercito di centoventi poliziotti della Digos fa irruzione e massacra, sfianca, deforma ogni essere che incontra. I morti vengono accatastati nel ripostiglio, i feriti in ospedale, tutti gli altri arrestati. Dopo aver salutato - per struttura e in parte per tema - Elephant di Van Sant, il film si sposta (involontariamente immagino) su Hunger di McQueen, raccontando il terrorismo fisico e psicologico delle carceri. Tutto ciò che viene raccontato è vero, anzi, per non esagerare troppo nel dipingere l'abuso di autorità dei poliziotti e la violenza privata, Daniele Vicari (regista del molto più tranquillo Il Passato È Una Terra Straniera) ha deciso di omettere alcuni episodi. E già così viene il voltastomaco. Vengono continuamente i brividi. Scendono le lacrime. Perché - e siamo arrivati al paragone - se Romanzo Di Una Strage è un esercizio estetico impeccabile che racconta una vicenda romanzata, appunto, inquadrandola dall'alto o da sotto o di lato, Diaz è un film che pare privo di regista, un video girato là, in quei corridoi, in quel momento, in quei giorni, ché le scene sono costruite tanto minuziosamente da fondersi con il materiale di repertorio senza dare fastidio. Come non danno fastidio i momenti in cui il film diventa film, diventa dialoghi e movimenti di macchina (ce n'è una, poco prima del massacro, che è un pianosequenza oscillante tra due ragazzi che si salutano, impeccabile, da manuale).
Claudio Santamaria è un poliziotto buono che però, all'occorrenza, smanganella. Elio Germano è l'unico attore bello nella vita e perennemente osceno sullo schermo, giornalista di destra sbarcato a Genova «per raccontare meglio i fatti». A cercare bene, c'è anche il Paolo di Magnifica Presenza.
Io non sono amante dei film politicizza(n)ti né di quelli documentaristici. Per me il cinema è estetismo ed emozioni. Ma vedendo questo, avevo continui brividi, continue lacrime, ero indignato e stupefatto dalla gravità della cosa, immaginavo le reazioni del pubblico di Berlino, che ha visto (e premiato) in anteprima il film e mi chiedevo: ma io dov'ero?

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