giovedì 26 aprile 2012

la fame dopo il sesso.





Hunger
id., 2008, Irlanda/ UK, 96 minuti
Regia: Steve McQueen
Sceneggiatura: Enda Walsh & Steve McQueen
Cast: Stuart Graham, Laine Megaw, Brian Milligan,
Michael Fassbender, Liam Cunningham
Voto: 9.2/ 10
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I festival servono a qualcosa; oltre a distribuire premi FIPRESCI come birra all'Oktoberfest capita che spesso portino alla luce talenti poco noti in stati poco curiosi. Capita di rado, ma è capitato con Steve McQueen, in concorso a Venezia68 con Shame (Coppa Volpi a Fassbender) che è poi uscito al cinema in Italia facendo sudare freddo molte donne e qualche uomo, e chi se l'aspettava?, dopo quattro anni al cinema arriva anche il primo film di questo regista, ex videoartista amante delle scene lunghe e dello sperimentalismo. Il film in questione si chiama Hunger e io ne avevo parlato già a ottobre e il mondo gli aveva conferito già un sacco di premi (Camera d'Or a Cannes come miglior esordio, nomination al BAFTA, a Venezia, vincitore di un EFA e tre BIFA).
Irlanda del Nord, 1981 - ci viene detto all'inizio: un gruppo di carcerati desiderosi di ottenere lo status di prigionieri politici e di indossare vestiti civili al posto dell'uniforme da detenuti comuni dànno inizio alla protesta “delle coperte” (in cui passano le giornate completamente nudi, con addosso un lenzuolo) e poi quella “della sporcizia” (in cui non si lavano, non si radono e spalmano i loro escrementi sulle pareti delle celle). Li vediamo, a protesta già avviata, subito dopo aver visto la giornata tipo di un carceriere e subito prima dell'ingresso in carcere di un rivoltoso, un leader, tale Bobby Sands, che viene bastonato e picchiato e rasato, biotto e trascinato per i corridoi della prigione. È Michael Fassbender, che dopo una prima parte completamente muta, dedicata tutta ai suoni e ai rumori e ai fastidi uditivi del casermone e delle lamentele e dei silenzi tra i prigionieri sconosciuti, si fa protagonista degli ultimi due terzi di film, prima in un lunghissimo dialogo con un prete e poi con lo sciopero della fame. Al prete (Liam Cunningham de Il Trono Di Spade), seduti al tavolo mentre la telecamera è fissa per venticinque minuti, rivela il piano e i motivi della nuova protesta: sono un centinaio di consenzienti, e si lasceranno morire, perché il governo non può ignorare la condizione a cui sono costretti. Fumano, scherzano, parlano in dialetto, hanno due posizioni opposte ma qualcosa li accomuna. E poi, dopo i rumori assordanti e i vortici della telecamera, dopo la stabilità dell'immagine e il vomito di parole, si entra nello sciopero, e si entra nel corpo, sotto la pelle, di Bobby Sands.
Avevamo visto Bridget Jones ingrassare e Evey rasarsi i capelli, ma mai abbiamo assistito a una cosa del genere; dopo la violenza subita c'è la violenza auto-imposta, e Sands/ Fassbender dimagrisce, si prosciuga, diventa scheletrico, pieno di macchie, privo di forze; lo aiutano ad entrare in vasca perché da solo non sa stare manco in piedi mentre la camera si appoggia sulle ossa della sua spalla.
Steve McQueen disse, ai tempi, che questo è stato un film “necessario”.
Pur sapendo tutta la trama, comunque, non riuscirete a non sorprendervi. Perché questo film è un'esperienza, una di quelle pellicole che non te le dimentichi neanche col lavaggio del cervello, un miracolo tecnico, di regia, di interpretazione. Un pugno sui denti, una meraviglia. Un capolavoro. Di certo molto superiore a Shame (in cui però sono rimasti i lunghi pianosequenza e l'attenzione per il sonoro), e molto meno considerato, vi consiglio di non guardarlo quando è notte fonda né quando siete da soli. Ma di guardarlo.

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