lunedì 30 aprile 2012

la ghiandaia imitatrice.





Hunger Games
The Hunger Games, 2012, USA, 142 minuti
Regia: Gary Ross
Sceneggiatura non originale: Gary Ross, Suzanne Collins, Billy Ray
Basata sul romanzo Hunger Games di Suzanne Collins (Mondadori)
Cast: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Woody Harrelson,
Stanley Tucci, Wes Bentley, Liam Hemsworth, Lenny Kravitz
Voto: 8.5/ 10
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357 milioni di dollari incassati in un mese, premio per un'attesa iniziata agli Mtv Movie Awards di un anno e mezzo fa, quando Jennifer Lawrence non poteva essere lì «perché impegnata sul set di The Hunger Games», di cui in pochi avevano letto il primo dei tre libri (riproposti ora - i primi due - da Mondadori per noi in Italia), e proseguita con il rilascio di una clip in anteprima mondiale l'anno successivo, e poi un tour promozionale per le più importanti città americane. Il tutto accompagnato da una critica impazzita, che l'ha decretato “l'anti-Twilight” perché «ben fatto», con un cast d'eccezione (tre dei protagonisti sono ex candidati all'Oscar) e un regista di tutto rispetto (candidato a quattro Oscar, lui) che torna dopo nove anni di silenzio e soli due film diretti (e che film: Pleasantville e Seabiscuit) - e che, spaventato da questo clamoroso successo, ha annunciato che non dirigerà il sequel.
In effetti, il film, è un capolavoro. E insieme alla regia magistrale salta all'occhio, all'orecchio, la particolarissima colonna sonora. Tutto è accurato, e serve a farci stare là, in quel momento, con loro, con lei: Jennifer Lawrence dopo aver cacciato e scuoiato scoiattoli in Un Gelido Inverno continua a cacciare nei boschi ma munita di arco. Abita nel Distretto 12, l'ultimo della serie gestita dal centrale Capitol, il distretto dei minatori, dove ogni anno, come in ogni luogo, vengono sorteggiati una ragazza e un ragazzo che partecipino agli annuali Hunger Games, gara di sopravvivenza per ventiquattro partecipanti: in ventitré moriranno. Il tutto si svolge sotto i riflettori e le telecamere del tipico reality show, in diretta mondiale, con infiltrazioni da parte della regia che ora può mandare un incendio, ora tre belve. Ed è subito satira: l'importanza dello show che goes on, degli sponsor, dell'apprezzamento del pubblico; l'importanza della presentazione, dell'apparenza, del vestito da cerimonia. E la Lawrence lo sa bene, dato che s'è fatta tutte le cerimonie di premiazione dell'anno scorso (e ha dato le nominations agli Oscar di quest'anno). Recuperate un film molto diverso, ma dal titolo affine, The Burning Plain, per vederla nell'esordio che le fece vincere il premio come attrice emergente a Venezia.
Lei si offre volontaria al posto di sua sorella e sa che sta per morire. Ma prima dell'ora fatale si ritrova in un posto dove tutto è opposto a casa sua: non ci sono alberi, non ci sono straccioni, la gente è variopinta e multicolor e passa il tempo a mangiare. Conosce Lenny Kravitz (che ai film porta bene, leggi: Precious) che fa lo stylist (ma chi ci crede) e i suoi avversari. Si allena per tre giorni e i giochi, dopo un'attesa estenuante, cominciano. E sono estenuanti pure loro. Ma proprio qui, come dicevo, la telecamera fa prodigi: si adatta a scoppi di boati, a insetti velenosi; ci fa perdere i suoni delle folle, ci fa vedere le cose distorte; ci fa sentire affaticati, drogati, allucinati, spossati, durante le mazzate ci fa perdere metà dell'azione perché rotoliamo insieme ai ragazzi nell'erba. E costantemente è telecamera a spalla.
Fattore, questo, che lo fa allontanare molto dal tipico kolossal. Anche perché, del kolossal, non ha niente: gli effetti visivi ci sono ma non sono un granché, e per i due terzi si sta sempre nella giungla. C'è, all'inizio, un'inquadratura di un treno tra i pini che saluta con la mano Harry Potter, ma siamo nel post-apocalisse e di Harry ci ricordiamo molto poco: questa è la realtà, si lotta per il cibo, per la famiglia, per la vita vera. Si smascherano i meccanismi della televisione. E se non dò un 9 completo è per qualche battuta un po' scemotta nei pochi dialoghi  - all'inizio spiazzanti - e per gli effetti pacchiani (che stonano col voluto kitch), ma è un film che l'incasso se lo merita tutto. Storia intelligente, interpretazioni ottime, finale affrettato ma che lascia il giusto amaro in bocca per la prossima pellicola, altro che Avatar e Inception, tutte cose già viste. Questo è il film dell'anno.

5 commenti:

  1. Mi rifiuto di crederci.

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    1. Questo è un fan di Alexander Payne, lettori.
      Gli è piaciuto “To Rome With Love”.
      Non dategli ascolto.

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  2. Bè, dai, non esageriamo... il film è da 6 e mezzo, a voler proprio essere generosi. Coglie discretamente il clima di preparazione ai Games ma poi, una volta giunti nell'Arena, si perde, non riuscendo a trasmettere nulla del pathos che invece è ben presente nel libro. Anche la personalità dei protagonisti emerge poco nonostante i 140 minuti di pellicola, colpa forse anche della scelta della protagonista: infatti la pur celebratissima Jennifer Lawrence a me convince poco, restituendoci una Katniss un po' "formato Barbie" (è la classica gnoccolona americana, alta, ipervitaminizzata e con tutte le sue brave curve al posto giusto, ma come attrice la trovo parecchio sopravvalutata). Diversamente sarebbero andate le cose se fosse stata scelta la formidabile Saoirse Ronan di "Hanna" e "Amabili Resti", senz'altro ci avrebbe restituito una Katniss da battaglia, molto più aderente allo spirito del libro. Ma forse l'orientamento a una versione "politally correct" e depurata da scene di violenza troppo esplicita ed urtante è stata una scelta precisa che ha coinvolto anche l'autrice (e cosceneggiatrice): in america dovevano andarlo a vedere tutti, bambini inclusi, quindi...
    In conclusione, non è un caso che il boom di incassi sia stato limitato agli USA, dove è andato a rimorchio del successone riportato dai libri. Da noi, dove la fino a due mesi fa Collins era poco più che una sconosciuta, il film è andato così così.

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