domenica 1 aprile 2012

romanzo di un'Italia.





Romanzo Di Una Strage
id., 2012, Italia, 129 minuti
Regia: Marco Tullio Giordana
Sceneggiatura: Marco Tullio Giordana, Stefano Rulli, Sandro Petraglia
Liberamente basato su Il Segreto Di Piazza Fontana
di Paolo Cucchiarelli (Ponte Alle Grazie)
Cast: Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Michela Cescon,
Laura Chiatti, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giorgio Colangeli,
Omero Antonutti, Giorgio Tirabassi, Francesco Salvi, Luca Zingaretti
Voto: 7.7/ 10

Da venerdì 30 marzo
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In un'Italia «con gli operai sempre in sciopero, dove i preti vogliono sposarsi, le donne divorziare e i figli drogarsi», quell'Italia degli anni del piombo, dell'incudine e del martello, del fascio e del tricolore, l'Italia della tranquillità perduta, delle rivolte nelle strade, del cielo grigio dal fumo delle fabbriche e della polizia silenziosamente corrotta, l'Italia del 1969, succede un fatto eclatante, un attentato terribile, una bomba esplode nella Banca Nazionale Dell'agricoltura nascosta in una borsa messa sotto un tavolo di legno pesante. Quattordici i morti, che poi salgono a diciassette. Più di ottanta i feriti. Oltre trent'anni di indagini. Ad oggi, ancora non esistono colpevoli. Marco Tullio Giordana però ci ricorda che un colpevole c'è, e ce lo fa vedere, di spalle, che scende da un taxi e con la ventiquattrore in mano entra nel luogo del delitto e piazza la borsa sotto al tavolo, tra le persone occupate. Non a caso fa iniziare il film con una figura celata che compra cinquanta timer in un negozietto di ferramenta elettronica dal commesso sbigottito. Non a caso semina nel finale frasi brevi di tono accusatorio.
Dopo l'immenso successo de I Cento Passi (candidato al Golden Globe come miglior film straniero) e soprattutto del lunghissimo La Meglio Gioventù (Un Certain Regard a Cannes) e gli ignorati Quando Sei Nato Non Puoi Più Nasconderti (che pure s'interessava al marcio dell'immigrazione e dell'adozione) e Sanguepazzo rovinato dalla presenza di Monica Bellucci, Giordana torna al cinema in seguito a quattro anni di silenzio con un film difficilissimo da pensare e scrivere, da interpretare, da presentare e soprattutto da recensire. Un biopic di un evento asciutto, di un avvenimento in cui si cambia continuamente parte e punto di vista, in cui lui per primo cerca di non prendere parte e di raccontare le cose così come sono andate: Valerio Mastandrea interpreta il buon commissario Calabresi, unica anima bianca di un distretto tendente al nero o al rosso, che guardando sempre con occhio critico gli anarchici del Circolo 22 Marzo li porta tutti in questura per interrogarli in settantadue ininterrotte ore sperando di trovare almeno un segno di colpevolezza. Invece, trova un morto. Pierfancesco Favino interpreta l'ancora più buono anarchico Giuseppe Pinelli, anima e cuore del Circolo di cui prima, padre di due bambine e marito premuroso, ferroviere, assolutamente contrario alla violenza ma costantemente sospettato. I due sono, in fondo, amici, colleghi, entrambi portatori di bandiera bianca, entrambi soli, abbandonati dalle rispettive fazioni. Durante l'indagine si susseguiranno una serie di personaggi e attori noti e notissimi, da Giangiacomo Feltrinelli («un miliardario che gioca a fare la rivoluzione», sarà contenta la casa editrice di questo ritratto) al buonissimo Aldo Moro (che ha piccole scene, quasi tutte devote a Dio), dal tassista Francesco Salvi al medico del tribunale Luca Zingaretti.
Le immagini durano pochissimo, sono tantissime e sommandosi vanno a formare un lunghissimo episodio di telegiornale in cui la continua scoperta di prove e documenti sposta le quasi certezze in immensi dubbi. Si comincia con il dedurre una versione ufficiale e si finisce col sognarsela. La telecamera si muove poco ma è ovunque, riprende da ogni angolo, persino in diagonale dal basso come nei migliori gialli di quel periodo. La musica sottolinea l'ansia del dramma e scene e costumi ricreano un'Italia in cui i colori degli anni Settanta ancora non hanno iniziato a brillare. Il Duomo di Milano, a due passi da Piazza Fontana, viene inquadrato di scorcio per nascondere il nuovo Museo del 900.
Il risultato è un film che va premiato se non altro per l'intento, che cerca di far conoscere a chi non c'era quanta giustizia s'è persa per strada in quarant'anni di processi tutti accantonati senza mai trovare colpevoli o soluzioni, e che mostra nostalgicamente un'Italia ormai dispersa, in cui ancora la gente credeva nel futuro, nella politica, in cui si lottava per i propri ideali, si rischiava, si protestava, si diceva la verità, e non ci si accontentava semplicemente lamentandosi col vicino, come si fa oggi.

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