mercoledì 9 maggio 2012

come il brodo.





Il Primo Uomo
Le Premier Homme, 2011, Italia/ Francia/ Algeria, 100 minuti
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura non originale: Gianni Amelio
Basata sul romanzo incompiuto Il Primo Uomo di Albert Camus (Bompiani)
Cast: Jacques Gamblin, Catherine Sola, Maya Sansa,
Denise Pòdalydes, Ulla Baugué
Voto: 8.8/ 10
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La prima immagine ci dice tutto: un vecchio cammina tutto gobbo in una carrellata laterale che si sposta verso destra e parla, parla con qualcuno di qualcosa, qualcosa che forse è la posizione di una tomba, qualcuno che non vediamo fino a quando la camera si ferma e lui entra in scena. È Jean Cormery (Jaques Gamblin), scrittore forse di saggi forse di romanzi comunque molto famoso, nato e cresciuto in Algeria e scappato in Francia. Sapremo queste cose dopo, mentre sappiamo adesso che sempre nel film sarà così: le immagini ci verrano celate, la telecamera ci tenderà sempre una sorpresa, i personaggi entreranno in stanze, guarderanno cose, che a noi arriveranno sempre un po' dopo, quando ormai siamo diventati imploranti di sapere. Jean Cormery è scrittore scappato in Francia ma adesso che sono gli anni '50 è tornato in Algeria, chissà bene perché, dato che in pochi lo vedono di buon occhio e il clima non è dei migliori. Francesi e algerini sono praticamente in guerra e non si può bazzicare facilmente nei quartieri arabi. Jean tiene un discorso nell'università in cui ha studiato e poi torna nella casa in cui è vissuto, e il film smette di farsi politico, lui ritrova sua madre, un'anziana bellissima e rugosa e composta e devota alla cucina che ha messo le coperte fresche e lo aspettava il giorno prima, aveva fatto lo spezzatino con i piselli. Lui si stende sul letto stanco dal viaggio e ad alzarsi è Jean quand'era piccolo, che viveva ancora in quella casa, vittima di una nonna severissima senza la quale la povertà estrema della famiglia sarebbe stata ingestibile, una nonna onesta fino all'osso e dignitosa in pubblico, che non sapeva leggere con grande vergogna e non ha permesso alla figlia di imparare. L'Algeria del primo dopoguerra ricorda, tra case e gente e asini per strada, la Sicilia di Tornatore, ma solo per poco. Perché, se con Tornatore siamo nel cinema italiano che aspira a farsi kolossal, qua siamo nel cinema di Amelio a cui viene spontaneo farsi intimo. È, questa, un'opera umanissima, quasi personale, pare privata. Jean prosegue, durante la sua permanenza, il viaggio al ritrovo di se stesso incontrando compagni di classe e professore e prima che lui li veda come sono oggi noi li vediamo com'erano all'epoca. E quando lui, oggi, chiede alla madre informazioni sulla sua nascita o suo padre, lei gli risponde «non mi ricordo» e lui finge di crederci.
Ci scordiamo, guardando, di essere nel 2012 (anche se il film è dell'anno scorso). La parte artistica è così minuziosamente curata, tra automobili in fiamme e calzoni da spiaggia, che ci pare di essere lì, di essere algerini. Sono curatissimi anche i dialoghi, basati sull'opera incompiuta di Albert Camus che qua riscopriamo autobiografica (Il Primo Uomo, edito da Bompiani, acquistabile qui), piena di riferimenti al successo dello scrittore e al memoir che verrà dopo. Curatissimo il doppiaggio, pieno di nomi illustri: da Pierfrancesco Favino che dà la voce al protagonista a Sergio Rubini (il professore), Kim Rossi Stuart (lo strano zio), Giancarlo Giannini, Ricky Tognazzi, e poi Maya Sansa che ridoppia se stessa. E l'immensa Ilaria Occhini, voce dell'immensa Catherine Sola, personaggio che entra nel cuore ancora più del protagonista.
Chapeu per l'incredibile, spiazzante, fotografica scena finale.
Ma chapeu ancora più grande per la divertente, reale, asciutta, nostalgica, dignitosa scena nel cinema. La migliore del film. La migliore vista negli ultimi anni.

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