sabato 12 maggio 2012

l'ombra di Tim.





Dark Shadows
id., 2012, USA, 140 minuti
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura non originale: Seth Grahame-Smith & John August
Basata sulla serie Dark Shadows di Dan Curtis
Cast: Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Eva Green, Helena Bonham Carter,
Jackie Earle Haley, Jonny Lee Miller, Chloë Grace Moretz, Gulliver McGrath
Voto: 7.2/ 10
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Trovatosi circondato in ogni dove da vampiri e licantropi, il gotico Tim Burton non poteva non cogliere l'occasione di cavalcare l'onda horror-teen. Ma incapace ormai da anni di scrivere soggetti originali (l'ultimo è La Sposa Cadavere del 2005) s'è dovuto buttare su qualcosa di preesistente. Lo spunto è una serie televisiva degli anni '70 che si chiama, appunto, Dark Shadows, e Tim precisa che solo lui e Johnny e sua moglie la conoscevano, il resto del cast no - forse perché la maggior parte di questo negli anni '70 non c'era. Ma poco importa, perché tanto la serie è stata solo uno spunto, appunto. Burton ci aggiunge dell'altro, tipo il farci ridere. Ci aggiunge poi un prologo in cui Depp piccino si trasferisce coi genitori dall'Inghilterra e va a vivere in un castellone con centinaia di servi e schiavetti perché la famiglia è ricca, per poi diventare decimata: una strega, Eva Green mora, che è anche una sguattera là dentro, siccome non è amata dal Depp giovane butta una maledizione sui di lui genitori e li fa morire schiacciati da una delle guglie. Poi, continuando a non essere amata, butta una maledizione su di lui: gli muore la morosa, diventa vampiro e viene sepolto vivo nel bosco. E dopo centonovantasei anni viene risvegliato e catapultato nei favolosi anni '70 in cui una devota giovincella in treno pare una suorina ma ha grassi segreti di cui già sentiamo il sapore... Di tutto, in realtà, sentiamo il sapore. Eccetto qualche trovata proprio non carinissima e qualcuna ironica, sappiamo perfettamente come andrà a finire, cosa succederà nel mezzo (Alice Cooper escluso), perché se all'inizio pensavamo di essere lontani anni luce dalla spazzatura di Alice In Wonderland e molto più vicini a Sweeney Todd (per ambientazione, costumi, colori, fotografia velatissima e perennemente in nebbia), poi la struttura narrativa ci dimostra il contrario, che di fronte ad altre Cronache Di Narnia siamo, senza leone ma con un lupo mannaro e con una strega e con un sacco di armadi. E il combattimento finale. E quello in mezzo (terribile).
Onore al merito: la fotografia (di Bruno Delbonnel) fa a botte con i costumi (di Colleen Atwood) per chi splende di più. Anche le scene sono notevoli, ma troppo statiche. Tanta arte e tanta tecnica regalate a una trama assente, o meglio presente ma che sarebbe meglio se non ci fosse. Perché dopo i piccoli e originali Edward Mani Di Forbice ed Ed Wood, e dopo i successi di Big Fish e Alice, Tim Burton ha capito che direzione deve prendere: il kolossal. E allora utilizza duecento telecamere che riprendono la scena da cento angolazioni diverse (contate gli stacchi: i personaggi vengono inquadrati persino in diagonale), e poi fa roteare dolly sopra e sotto il mare, sui monti, inquadrando i suicidi ora di spalle ora di fronte, salendo, scendendo, con in fondo i boschi, le valli, qualcuno che corre, i merletti. Tre Oscar quasi certi (un po' meno gli effetti), e temo per la nomination alla regia. Anche se, sforzandosi, si trovano dentro un sacco di cose che fanno riferimento ad altre cose. Fatta eccezione per Alice Cooper che è proprio la goccia che fa traboccare il vaso, e non considerando neanche di come i personaggi degli anni '70 finiscano per assomigliare a un antenato di duecento anni prima (e i colori nei vestiti?, e sul viso?, e intorno?), i movimenti di collo di Eva Green mora e strega ci ricordano un po' La Morte Ti Fa Bella, le rivolte del popolo contadino con le fiaccole tra gli alberi La Bella E La Bestia, Scooby-Doo alla televisione e gli hippies in camper strafatti; e poi che idea geniale è quella di mettere ritratti della strega Angelique nel suo studio che vanno dal Rinascimento alla De Lempicka. E brava Michelle Pfeiffer Ma non basta. Terzo errore di fila.

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