venerdì 11 maggio 2012

l'oro alla carriera.





È un italiano, per il secondo anno consecutivo, il Leone d'Oro alla Carriera del Festival di Venezia che arriva quest'anno all'edizione numero 69, numero che spero sia di buon auspicio, che si svolgerà al Lido Casinò dal 29 agosto all'8 settembre 2012. Mentre a Roma non si capisce bene se si parte, se non si parte, se il neo-direttore Marco Müller ha ritirato i progetti troppo costosi, se le date vanno bene, se si sono presi accordi.
È un italiano, per il secondo anno consecutivo, dopo Marco Bellocchio del 2011 premiato da Bernardo Bertolucci sempre più acciaccato (che sarà a Cannes la prossima settimana con Io E Te) prima della visione della versione rimasterizzata di Nel Nome Del Padre che fu il mio primissimo post. Ed è Francesco Rosi (nella foto con in mano l'Orso d'Oro alla Carriera del 2008), a novembre novantenne, regista che in quarantacinque anni ha girato venti sole pellicole politicissime (di cui due documentari) che hanno ricevuto premi e riconoscimenti e attenzione a livello mondiale: un BAFTA per Cristo Si È Fermato A Eboli, una nomination all'Oscar per Tre Fratelli, Orso d'Argento per Salvatore Giuliano, otto David più due alla carriera, tre Nastri d'Argento, la Palma d'Oro per la pellicola che verrà riproposta, venerdì 31 agosto, alla fine della cerimonia di premiazione: Il Caso Mattei del 1972, ritenuto il suo capolavoro.
Rosi torna a Venezia, fortemente voluto dal nuovo direttore della Mostra Alberto Barbera, a 23 anni dall'ultima volta, per la quarta volta. Nel '58 vinse il Premio della Giuria per La Sfida e nel '63 il Leone d'Oro per un film che abbiamo nominato qualche tempo fa perché inserito in una collana di DVD del Corriere della Sera tra le pellicole “di cui essere orgogliosi”, Le Mani Sulla Città.
Rosi si è detto «onorato e molto felice di ricevere questo riconoscimento estremamente prestigioso, che è stato attribuito in precedenza a tanti grandi autori che amo e ammiro», ringraziando il Presidente della Biennale Paolo Baratta e Barbera. Il quale ha poi aggiunto: «Rosi ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema italiano del dopoguerra. La sua opera ha influenzato generazioni di cineasti in tutto il mondo per il metodo, lo stile, il rigore morale e la capacità di fare spettacolo su temi sociali di stringente attualità».

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