mercoledì 29 febbraio 2012

Cannes 2012.





È stata rivelata oggi la locandina, il manifesto promozionale, l'affiche, non so come chiamarla, della 65esima edizione del Festival di Cannes che si terrà dal 16 al 27 maggio prossimi.
Come si vede dal poster qui a sinistra, il festival celebra Marilyn Monroe al cinquantesimo anniversario dal giorno della scomparsa, che cade in giugno, dopo il successo dell'anno scorso, dedicato a Faye Dunaway. Il direttore del festival Thierry Fremaux così ha commentato: «a mezzo secolo dalla sua morte, Marilyn resta una delle principali figure del cinema mondiale, riferimento eterno e assolutamente contemporaneo della grazia, del mistero e della seduzione».
Abbiamo già saputo da tutti i telegiornali nazionali, fieri della cosa, che il presidente di giuria di quest'edizione 2012 sarà il nostro Nanni Moretti, che si ritroverà per l'ottava volta nella capitale del cinema francese e per la seconda volta non in concorso, dopo aver presentato Ecce Bombo, Aprile, Il Caimano e Habemus Papam, aver vinto la Palma alla miglior regia per Caro Diario e la Palma d'Oro per La Stanza Del Figlio e aver anche ottenuto un riconoscimento alla maestria nel 2004. La Francia, insomma, lo ama di più dell'Italia (ma non ditelo a Michele Placido), che non l'ha neanche mandato agli Oscar di quest'anno. Il resto della giuria e l'elenco dei film in gara e nelle altre sezioni sarà disponibile sul sito ufficiale dell'evento da metà aprile - intanto potete trovare risposte ad alcune domande, se vi interessa, qui.
Involontariamente, anche questo blog ha, un poco, celebrato la Monroe, spinto dalle due nominations all'Academy di My Week With Marilyn e dal Golden Globe vinto da Michelle Williams per la sua impeccabile performance. Vi rimando alle recensioni de Il Principe E La Ballerina e My Week With Marilyn mentre, se proprio siete fan sfegatati dell'icona, vi segnalo la serie musical SMASH creata da Theresa Rebeck e prodotta da Steven Spielberg, in onda adesso sulla NBC.

l'invenzione della modernità.





Hysteria
2011, UK, 100 minuti, colore
regia: Tanya Wexler
sceneggiatura: Stephen Dyer, Jonah Lisa Dyer
soggetto: Howard Gensler
cast: Hugh Dancy, Maggie Gyllenhaal, Felicity Jones, Jonathan Pryce, Rupert Everett
voto: 7.5/ 10
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In questo clima pre e post-Oscar di previsioni e premi minori e dirette con Simona Ventura mandata a intervistare figli di ricchi italiani emigrati a Los Angeles, abbiamo perso un po' il conto dei film usciti in sala venerdì scorso; uno di questi approda da noi dopo il successo (di pubblico e di critica ma non di premi vinti) al Roma Film Fest, ed è Hysteria, con uno Hugh Dancy, smessi i panni dell'inglese benestante trasferito in America di Martha Marcy May Marlene (che in Italia sarebbe dovuto uscire la settimana scorsa col titolo La Fuga Di Martha ma che è stato spostato a maggio, di cui potete leggere cliccando qui), che ritorna in patria e a suo agio col suo accento e con la professione di dottore laureato in medicina dalle idee moderniste. Secondo lui, al contrario di quello che pensano i suoi innumerevoli datori di lavoro, i germi esistono, e si moltiplicano tra le bende sporche, e si prevengono lavando le mani, ma tutte queste operazioni vengono considerate spreco di acqua e di materiale e allora si ritrova continuamente in strada senza un soldo. Ha però un amico, straricco, con cui divide casa (e già il coinquilinato pare una cosa rivoluzionaria), che lavora giorno e notte a degli aggeggi elettronici che ruotano, vibrano, hanno fili, tolgono l'energia, telefonano. Rupert Everett (che ormai non interpreta ruoli che non prevedono un costume e una latente omosessualità) dice: «questo meccanismo è grande la metà del precedente che avevo, ed emette il doppio dell'energia». Ed è il futuro. Tutto il film si basa sul futuro. Camere e divani e tende e costumi e parrucche sono quelle dell'Inghilterra del 1880, ma le idee del duo maschile, del dottore da cui Dancy va a lavorare (un dottore che cura l'isteria femminile, applicando leggere pressioni e movimenti della mano intinta in due oli all'interno della vagina delle pazienti), della figlia di questo dottore (Maggie Gyllenhaal, che elemosina fondi per portare avanti la sua casa-scuola per poveri e distribuisce volantini insieme alle suffragette, desiderando che le donne arrivino all'università, al voto, all'uguaglianza), sono tutte idee che prenderanno poi piede e porteranno a ciò a cui siamo. Più o meno.
Si comincia con una risata e si finisce con una risata ma si passa per molte scene che tutta questa ilarità non ce l'hanno, certo si guardano col sorriso, ma anche con una lieve conoscenza di ciò che succederà. Ormai, è difficilissimo fare film capaci di sorprendere. Il lato positivo di questa pellicola è che mostra, all'interno della casa in cui Dancy si ritrova a lavorare, le tre tipologie di donne che esistono ed esistevano: la devota colta di bianco vestita candida come una vestale, la sgualdrina («mi chiamavano Molly the Lolly») che per cinque sterline farebbe un pompino a metà delle faccende domestiche, e la social-comunista, impegnata nella diffusione delle idee rivoluzionare e condannata alla galera. La prima delle tre è interpretata dalla Felicity Jones di Like Crazy che se non avete visto dovete vedere (quello sì che è un film che non si sa come finirà), anche per scoprire la sua vera bravura in un ruolo da protagonista, e proprio lei viene promessa in sposa al protagonista, ed è molto realistica e toccante la scena in cui, su una panchina, prendono una decisione.
Come i dialoghi, i personaggi sono un po' tutti stereotipati, dal medico devoto ai suoi pazienti al medico devoto alla sua fama, dalla garibaldina malvista in casa alla puritana che fa ciò che papà vuole; Rupert Everett è l'unico fuori dal coro. Per il resto è un film piacevole che va visto volentieri (certo, non andrete mica a dare soldi a quest'altro film) e che fa riflettere su ciò che è cambiato e ciò che è rimasto uguale, e che solo una donna poteva girare.

martedì 28 febbraio 2012

Gianni e le locandine.





È stato il film "rivelazioncina" di Venezia tre anni fa e ha riscosso moltissimo successo di pubblico e di critica, vincendo, tra le altre cose, un David e un Nastro d'Argento per il debutto alla regia e candidandosi a due European Film Awards. Si chiama da noi Il Pranzo Di Ferragosto, ma lo sapevate che la storia di Gianni e dei suoi attempati commensali aveva fatto il giro del mondo ed era arrivato in Inghilterra, Giappone, e in otto festival in America? La locandina per la pellicola era stata affidata al debuttante studio grafico La Boca del nord di Londra, che poi si sarebbe occupata sia delle futuriste locandine de Il Cigno Nero, sia del poster di Gianni E Le Donne, che da noi è arrivato al cinema l'11 febbraio scorso, ormai più di un anno fa, dopo essere passato dal Festival di Berlino. Meno apprezzato e meno spassoso del precedente, con il titolo The Salt Of Life, ha girato il mondo pure questo, senza toccare l'Asia e senza essere promosso da molti festival, e si appresta adesso ad uscire nei cinema americani, con prima proiezione il 2 marzo. "Il Sale Della Vita" era il titolo che Gianni Di Gregorio utilizzava in fase di lavoro, cambiato all'ultimo minuto. Sceneggiatore anche di Gomorra e di pochissime altre cose, al momento Di Gregorio non ha annunciato nessuna prossima uscita.
Per quanto riguarda La Boca, invece, vi consiglio di visitare il sito ufficiale, soprattutto la pagina d'apertura, mentre trovate i manifesti alternativi ufficiali de Il Cigno Nero cliccando qui.

lunedì 27 febbraio 2012

Oscars ceremony.





«This is for Martin, and for Italy» urla al microfono la bizzarra Francesca Lo Schiavo (che gli americani si ostinano a chiamare "Lo Sciavo") dopo essere stata in religiosa immobilità con l'Oscar tenuto in mano in bella mostra (per le scenografie di Hugo, vinto insieme al compagno Dante Ferretti), il terzo di una brillante carriera italo-americana, il più meritato forse. Terzo per entrambi, e primo assegnato a una scenografia pensata già per il 3D (qui potrete vedere un'intervista a Francesca che spiega, dopo aver vinto il BAFTA, la differenza nella preparazione di un set). Con questa bella immagine nazionalista apro il post sulla cerimonia degli 84esimi premi Oscar di ieri, che speravano anche in un altro italiano, il genovese Enrico Casarosa regista del corto d'animazione La Luna e pioniere degli Studios Pixar, che è stato sorprendentemente battuto dal meno poetico The Fantastic Flying Books Of Mr. Morris Lessmore.
La serata, destinata a celebrare i film della vita tramite scenografie vintage e interviste ai personaggi di Hollywood, è stata presentata dal veterano Billy Crystal giunto alla nona volta che si improvvisa anche cantante nel discorso d'apertura seguendo il filone iniziato col successo di Mamma Mia! e del medley che fu di Hugh Jackman e Beyoncé (con i quali era iniziato anche il filone svecchiamento, ormai ritenuto non funzionante); Crystal si è ritagliato molti pochi spazi e ha fatto scompisciare la platea, ora imitando le voci degli attori candidati ora prolungando i silenzi alla fine di ogni battuta, ora puntando sul solito bacio gay datogli da George Clooney. Il quale rimane a bocca asciutta sia come attore (in Paradiso Amaro) sia come sceneggiatore (de Le Idi Di Marzo), come restano a bocca asciutta War Horse, Spielberg, The Tree Of Life, Molto Forte, Incredibilmente Vicino, mentre si deve accontentare di una sola statuetta Alexander Payne con i suoi co-sceneggiatori che hanno tenuto il loro discorso di ringraziamento con una mano sul fianco e una gamba in fuori come, poco prima, aveva fatto Angelina Jolie, e subito prima di sapere che dopo 34 anni Woody Allen ottiene la sua quarta statuetta, la terza per la sceneggiatura originale. E se questi premi, insieme alla colonna sonora e alla canzone, agli attori non protagonisti e al film e alla regia, erano scontati, ce ne sono stati alcuni che sono stati davvero dei regali: gli effetti speciali e la fotografia a Hugo (e a quel punto abbiamo iniziato a capire che, caricato con cinque Oscar tecnico-artistici, non avrebbe avuto premi più grassi), i costumi a The Artist, il documentario a Undefeated e non a Pina o Hell And Back Again, i superfavoriti, stracciati da un branco di giovanotti che sono saliti sul palco tutti insieme a fare caciara. Altro momento imbarazzante è stato il primo piano ai posteriori di Jennifer Lopez e Cameron Diaz, seguito subito dopo da una finta troupe che riprendeva Robert Downey Jr. insieme a Gwyneth Paltrow. Mi è parso un anno in cui si è tolto molto spazio ai vincitori, il cui discorso doveva sfiorare appena i due minuti, e se n'è dato troppo ai presentatori - l'unica degna di nota è Emma Stone, interprete di una starlette eccitata per la sua prima volta su quel palco. Commoventi molti ringraziamenti, a partire da quello di Christopher Plummer, che a 82 anni diventa il più anziano vincitore dell'Oscar all'interpretazione, che ha salutato, tra gli altri, sua moglie, alla quale «dovrebbero dare il Nobel per la Pace», proseguendo per l'impegno social-politico di Asghar Farhadi vincitore del film straniero (EVVAI!) per Una Separazione che non ha potuto non sottolineare la difficoltà dei registi in Iran mentre Sharmeen Obaid-Chinoy, produttrice del corto documentario Saving Face non ha potuto non sottolineare la difficoltà delle donne dilaniate dall'acido in Pakistan per mano dei propri mariti. Meravigliosa Miss Piggy, vera protagonista del tappeto rosso e dei commenti su Twitter, che ha ringraziato a nome di tutto il cast per la vittoria di "Man Or Muppet" canzone originale del tenerissimo Bret McKenzie, e molto commosse le attrici dell'anno Octavia Spencer (che a malapena parlava, e hanno dovuto tirar su dalla sedia in due) e Meryl Streep (che ha cominciato col ringraziare il marito e poi tutta una serie di persone che potrebbe non poter ringraziare mai più, terzo Oscar ad una pompatissima diciassettesima nomination).
Il premio che mi ha reso più fiero: il meritato montaggio di Millenium. Ma non si possono non spendere due parole su The Artist: secondo film muto a vincere l'ambita statuetta in 84 anni, dopo l'edizione del '29, primo film non anglo-americano a trionfare e secondo film europeo dopo l'inglese Il Discorso Del Re dell'anno scorso. Ma soprattutto: primo attore francese a vincere nella categoria dell'interpretazione maschile, Jean Dujardin, che porta a casa l'Oscar che Gérard Depardieu, Alain Delon e Jean-Paul Belmondo non sono mai riusciti ad ottenere, diventando il quarto attore straniero a vincere per un film straniero dopo gli italiani Sofia Loren e Roberto Benigni e la francese Marion Cotillard.
Inviata speciale per l'Italia, Simona Ventura che è arrivata sul red carpet in un vestito a cui s'è scucita una bretella e che, giunta con un'ora di anticipo, è stata fatta oggetto dei fotografi «ma loro non sanno neanche chi sono», dovrebbe aver assistito a tutta la cerimonia; stasera, dopo la replica della diretta di ieri, su Sky Uno, alle 22:45, ci informerà di ciò che è successo nel Kodak Theatre a nostra insaputa.

domenica 26 febbraio 2012

Oscars winners.


Oscars arrivals.


Razzie Awards - nominations.





A quattro ore dalla cerimonia degli Oscar, a differenza degli anni passati, ecco che spuntano le nominations all'edizione 2012 dei Razzie Awards, i premi "pernacchia" del peggio del cinema americano, che se fino all'anno scorso seguivano parallelamente gli Academy Awards con una cerimonia di premiazione tenuta la sera precedente agli Oscar, da questo febbraio cambiano le regole e i premi vengono assegnati l'1 aprile insieme al pesce, e i candidati oggi.
I premi non sono mai stati presi tanto sul serio da nessuno, soprattutto dagli attori (solo Halle Berry e Sandra Bullock hanno ritirato la loro statuetta-lampone), ma si avvalgono della presenza, in giuria, di membri e spettatori provenienti da 46 stati americani e 17 stranieri, che solitamente prendono di mira le commedie non riuscite dell'anno e le combinano miseramente riempendole di nominations fino all'impossibile; basti pensare che sono candidati, quest'anno, i premi Oscar Nicolas Cage, Nicole Kidman e Al Pacino, quest'ultimo per la peggiore uscita di questo mese in sala, Jack & Jill, che raggiunge 12 nominations diventando uno dei film più candidati di sempre, addirittura con Adam Sandler sia nella categoria maschile che femminile (interpreta un uomo e la sua gemella). Immancabile come ogni anno è il solito episodio della Twilight Saga che per una volta risparmia Robert Pattinson come peggior attore - ma non come peggiore metà di una coppia - preferendogli il povero James Franco di Sua Maestà. Immancabili sono anche personaggi involontariamente attori, come Sarah Palin nel ruolo di se stessa nel documentario su di lei e immancabile è la presenza di almeno un film che gareggia anche per qualche Oscar; è quest'anno il caso di Transformers 3, considerato come una delle peggiori regie, sceneggiature, sequel, ma anche uno dei migliori montaggi sonori, mixaggi, effetti visivi.
Rido del fatto che TUTTI i film nominati sono usciti in Italia, mentre la metà dei film candidati all'Oscar no. Vabbè, il sito ufficiale è questo, e i candidati ai 32esimi Razzie Awards sono:

Peggior Film:
Buck Larson: Born To Be A Star
Jack & Jill
Capodanno A New York
Transformers 3
Breaking Dawn - Parte 1

Peggior Regia:
Michael Bay per Transformers 3
Tom Brady per Buck Larson: Born To Be A Star
Bill Condon per Breaking Dawn - Parte 1
Dennis Dugan per Jack & Jill e Mia Moglie Per Finta
Garry Marshall per Capodanno A New York

Peggior Attore:
Russel Brand per Arthur
Nicolas Cage per Drive Angry 3D, L'ultimo Dei Templari e Trepass
Taylor Lautner per Abduction e Breaking Dawn - Parte 1
Adam Sandler per Jack & Jill e Mia Moglie Per Finta
Nick Swardson per Buck Larson: Born To Be A Star

Peggior Attrice:
Martin Lawrence per Big Mama
Sarah Palin per Sarah Palin: The Undefeated
Sarah Jessica Parker per Ma Come Fa A Far Tutto? e Capodanno a New York
Adam Sandler per Jack & Jill
Kristen Stewart per Breaking Dawn - Parte 1

Peggior Attore Non Protagonista:
Patrick Dempsey per Transformers 3
James Franco per Sua Maestà
Ken Jeong per Big Mama, Una Notte Da Leoni 2, Transformers 3 e Il Signore Dello Zoo
Al Pacino per Jack & Jill
Nick Swardson per Jack & Jill e Mia Moglie Per Finta

Peggior Attrice Non Protagonista:
Katie Holmes per Jack & Jill
Brandon T. Jackson per Big Mama
Nicole Kidman per Mia Moglie Per Finta
David Spade per Jack & Jill
La Modella Di Intimo per Transformers 3

Independent Spirit Awards - vincitori.





Neanche a farla a posta, dopo aver parlato de Il Principe E La Ballerina e il film di quest'anno che ne racconta i retroscena, My Week With Marilyn, che al momento non ha una data prevista d'uscita italiana, questi Independent Spirit Awards, premi del cinema indipendente anglo-americano, si aprono con la vittoria di Michelle Williams miglior attrice per la sua interpretazione della Monroe che ha toccato apici di magnificenza. Premio prevedibile, come del resto tutti gli altri: il miglior film è, in attesa dell'Oscar di stasera, The Artist, come anche il miglior regista è Hazanavicius e il miglior attore è il suo Dujardin che lentamente sta prendendo piede contro il George Clooney di The Descendants che qui non era neanche candidato (a differenza della sua figlia non protagonista) e il miglior attore non protagonista è la certezza di quest'anno, Christopher Plummer, che a questo punto non c'è premio che non abbia vinto per Beginners. Film tenero e poco noto che aveva molte altre abbandonate nominations.
50/50 che da noi si chiamerà 50 E 50 e uscirà venerdì prossimo e poco prima ne parleremo, ottiene la migliore prima sceneggiatura contro Margin Call che però vince l'opera prima come ci aspettavamo. Il documentario è The Interrupters e il film straniero, in un tripudio di film inglesi, anche questa volta è l'iraniano Una Separazione che stava diminuendo le sue aspettative dopo aver perso il BAFTA (in modo assurdo). Rimane a bocca asciutta anche Martha Marcy May Marlene, la cui uscita italiana era prevista per venerdì scorso ma che invece è stato rimandato, al momento, a maggio. Questo è il sito ufficiale dell'iniziativa pieno di video di ieri sera con i discorsi tenuti dai vari vincitori e altre informazioni sull'Academy di turno; di seguito, l'elenco di tutti i vincitori di quest'edizione.


Miglior Film: The Artist
50/50 Beginners | Drive Take Shelter | The Descendants

Miglior Regista: Michel Hazanavicius per The Artist
Mike Mills | Jeff Nichols | Alexander Payne | Nicolas Winding Refn

Miglior Sceneggiatura: Alexander Payne, Nat Faxon & Jim Rash per The Descendants
Footnote | The Artist | Win Win Beginners

Miglior Opera Prima: Margin Call
Another Earth In The Family Martha Marcy May Marlene Natural Selection

Miglior Sceneggiatore Emergente: Will Reiser per 50/50
Another Earth Margin Call Terri Cedar Rapids

John Cassavetes Award: Pariah
Bellflower Circumstance Hello Lonesome | The Dynamiter

Miglior Attrice Protagonista: Michelle Williams per My Week With Marilyn
Lauren Ambrose | Rachel Harris | Adepero Oduye | Elizabeth Olsen

Miglior Attore Protagonista: Jean Dujardin per The Artist
Demián Bichir | Ryan Goslin | Woody Harrelson | Michael Shannon

Miglior Attrice Non Protagonista: Shailene Woodley per The Descendants
Jessica Chastain | Anjelica Huston | Janet McTeer | Harmony Santana

Miglior Attore Non Protagonista: Christopher Plummer per Beginners
Albert Brooks | John Hawkes | John C. Reilly | Corey Stoll

Miglior Fotografia: Guillaume Schiffman per The Artist
Bellflower The Off Hours Midnight In Paris The Dynamiter

Miglior Film Internazionale: Una Separazione (Iran)
Melancholia | Shame | Il Ragazzo Con La Bicicletta | Tyrannosaur

sabato 25 febbraio 2012

premi César - vincitori.





Lo sapevate?
Facciamo quattro gossip (o "culàcchi", come si chiamano dove sono nato io) su questo bacio tra la protagonista di The Artist e il suo regista, Bérénice Bejo e Michel Hazanavicius, entrambi candidati all'Oscar ma lui più speranzoso di lei. Il loro essere sempre sottobraccio sul tappeto rosso e seduti di fianco a tutte le cerimonie di premiazione - gli ultimi sono stati i BAFTA - lontani dall'attore Jean Dujardin non mi avevano portato a pensare a del tenero tra i due, essendo lì per il medesimo film. Ma in fondo, me ne frega molto poco.
Passando alle cose che ci interessano, quelli che vedete in mano ai due sono i premi del cinema francese, i premi César, dalla bizzarra forma, lui per la miglior regia (era candidato anche alla sceneggiatura e al montaggio ma ha perso) e lei come miglior attrice protagonista (agli Oscar è candidata come attrice di supporto). Sorpresa delle sorprese l'attore protagonista prima citato Dujardin, da pochi giorni superfavorito all'Academy Award, dopo aver vinto la Palma e il Golden Globe e il SAG e il BAFTA, non si è portato a casa anche questa sculturina, andata invece al nerissimo Omar Sy di Quasi Amici che proprio ora arriva in Italia dopo il super-successo francese, motivo per il quale non potevano lasciarlo senza almeno una vittoria. The Artist, comunque, film dell'anno, e film francese, s'è beccato molto poco: la colonna sonora, la fotografia, la scenografia. Il montaggio, altro favorito all'Oscar, è andato a Polisse mentre i costumi a L'appollonide - tutti film passati in concorso a Cannes. La cosa fa sorridere, perché proprio la patria snobba un film che ha riscosso così tanti successi all'estero (in Inghilterra ha vinto il doppio dei premi).
Il premio alla carriera è andato alla meravigliosa Kate Winslet, che ha sorriso per la migliore sceneggiatura non originale di Carnage, basata sullo spettacolo teatrale di Yasmine Reza, di cui è protagonista; Roman Polanski ovviamente non c'era, dato che non può entrare neanche in Francia.
Con ordine, ecco i vincitori dei 37esimi premi César:

Miglior Film: The Artist
Miglior Regia: Michel Hazanavicius per The Artist
Miglior Sceneggiatura Originale: Pierre Schoeller per L'exercice De L'état
Miglior Sceneggiatura Adattata: Yasmine Raza & Roman Polanski per Carnage
Miglior Attrice: Bérénice Bejo per The Artist
Miglior Attore: Omar Sy per Quasi Amici
Miglior Attrice Non Protagonista: Carmen Maura per Le Donne Del Sesto Piano
Miglior Attore Non Protagonista: Michel Blan per L'exercice De L'état
Miglior Attrice Emergente: Naidra Ayadi per Polisse & Clotilde Hesme per Angèle Et Toni
Miglior Attore Emergente: Grégory Gadebois per Angèle Et Toni
Miglior Colonna Sonora Originale: Ludovic Bource per The Artist
Miglior Sonoro: Oliver Hespel, Julie Brenta & Jean-Pierre Laforce per L'exercice De L'état
Miglior Fotografia: Guillaume Schiffman per The Artist
Miglior Montaggio: Laure Gardette & Yann Dedet per Polisse
Migliori Costumi: Anais Romand per L'appollonide - Souvenirs De La Maison Close
Miglior Scenografia: Laurence Bennett per The Artist
Miglior Film D'animazione: Le Chat Du Rabbin di Joann Sfar & Antoine Delesvaux
Miglior Film Straniero: Una Separazione di Asghar Farhadi (Iran)

il dolore vi sarà utile, questo film no.





Un Giorno Questo Dolore Ti Sarà Utile
2011, USA, 98 minuti, colore
regia: Roberto Faenza
sceneggiatura: Roberto Faenza & Dahlia Heyman
soggetto: Peter Cameron
cast: Toby Regbo, Marcia Gay Harden, Peter Gallagher, Lucy Liu, Ellen Burstyn, Stephen Lang, Deborah Ann Woll
voto: 3.5/ 10
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Quando è stato presentato a Roma, fuori concorso, i pochi applausi sono stati puramente di cortesia; si è parlato tanto male di Quando La Notte della Comencini, fischiato alla proiezione stampa, ma se mi fossi trovato io a veder questa porcheria avrei lanciato le uova marce sul regista sceneggiatore, un Roberto Faenza ben lontano dai tempi d'oro (non tanto brillanti) di Prendimi L'anima e I Giorni Dell'abbandono, che è tornato a girare un film in America dopo Copkiller convinto che basta girarlo in America, un film, perché sia buono. Forse si è convinto di questa teoria quando ha trovato una serie di attori medio-famosi oltreoceano (tra cui la premio Oscar, per Pollock, Marcia Gay Harden, la vampira di True Blood Deborah Ann Woll, l'amante di Annette Bening in American Beauty Peter Gallagher e il cattivo di Avarar Stephen Lang), forse quando ha pensato di portare sullo schermo un romanzo (di Peter Cameron) che aveva venduto un sacco di copie, ripubblicato per l'occasione qui da noi con una copertina imbarazzante da Adelphi (collana Gli Adelphi; € 10,00). Bene, il risultato è che dopo dieci minuti di film volevo andarmene dal cinema, cosa che ho fatto solo una volta, in gioventù, con Hulk. Dopo un incipit in cui il protagonista James, in piedi sul tetto, rimugina sull'opportunità che ha di buttarsi e farla finita mentre il cane dietro di lui è legato e la voce fuori campo ci dice che a James non piace parlare, che è una specie di sociopatico, le scene successive (sua madre torna da un'interrotta luna di miele perché anche questo marito l'ha piantata e la sorella decide di cambiare la pronuncia del suo nome seguendo i consigli del suo amante sessantenne) annientano ciò che è stato detto, e tutto il resto del film è una grossa contraddizione tra questo modo che tutti hanno di vedere il diciassettenne James, dicendogli che a diciassette anni non può non avere amici e non desiderare l'università, e il modo in cui James conduce la sua vita, che non è mai solo nemmeno in una scena (ora va a lavoro da sua madre, ora va a pranzo dal padre, ora va a fare giardinaggio con la nonna, ora va a fare scherzi al collega); lui si dice "diverso" perché gli altri glielo ripetono continuamente, poi nei terribili discorsi patetici che fanno sua sorella e sua madre è tranquillamente inserito e partecipe. Oltre a questo problema di fondo del film, e cioè il raccontare una diversità inesistente di un figlio di papà che l'unico problema che ha è nella scelta dei calzini, la pellicola ha anche un pessimo montaggio pieno di errori, una fotografia tremenda che lo fa sembrare uno di quei proto-reality di Mtv girati in digitale, una serie di dialoghi inascoltabili e battute banali come New York, il tutto che sfocia in una scenetta alla Paperino in cui Stephen Lang, uomo pentito, porta giù dalle scale uno scatolone pieno di roba e il cane gli si infila tra le gambe e lui cade mentre James sogghigna.
Perché James, invece di essere completamente esterno agli avvenimenti, invece di essere realmente sociopatico, di guardare il mondo dall'esterno, dall'alto, di elevarsi a snob perché lui legge, apprezza l'arte (almeno, così ci viene detto, ma non si vede in nessuna scena), sogghigna sempre e risponde a questi adulti più imbecilli e piagnucolosi di lui, che si commuoveranno per la morte della nonna (che vi rivelo, tanto non andrete a vedere il film) quando lui non verserà neanche una lacrima, ma continuerà a parlare col cane e a fare riferimenti a "l'incidente di Washington" come se fosse successo chissà cosa e poi, si scoprirà, è una cagata.
Il titolo, che nel libro originariamente era lo slogan di una scuola d'addestramento militare, diventa qua più mielosamente la dedica che la defunta scrive su un libro vecchissimo di cui non c'è dato sapere la natura. E se già Peter Cameron non era riuscito, col romanzo, ad entrare nel personaggio di James, a rendere la solitudine, la diversità, l'amore per cose insolite come l'artigianato e l'arte, i progetti giovanili fatti di ingenuità, Faenza proprio sbaglia binario e porta al cinema italiano e straniero un film assolutamente senza trama, pieno di luoghi comuni, perché evidentemente da giovane non ha mai avuto problemi di adattamento e fa dire alla voce fuori campo esattamente quello che le persone che non hanno avuto problemi di adattamento vogliono sentirsi dire.
Sicuramente un giorno tutti i dolori che avete avuto saranno utili, se trovate il modo di farli evolvere in qualcos'altro, di renderli arte, toccherete punte di poesia; ma questo dolore, il dolore di vedere un film così osceno e di spenderci pure dei soldi, non vi servirà mai a niente. Risparmiatevelo.

l'attrice & l'attrice.





Marilyn
My Week With Marilyn, 2011, UK, 99 minuti
Regia: Simon Curtis
Sceneggiatura non originale: Adrian Hodges
Basata sui romanzi Il Principe, La Ballerina Ed Io e
La Mia Settimana Con Marilyn di Colin Clark (Mondadori)
Cast: Michelle Williams, Kenneth Branagh, Eddie Redmayne,
Judi Dench, Emma Watson
Voto: 7.6/ 10
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Candidato a 2 premi Oscar
attrice, attore non protagonista
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Poco più di un anno fa, quando uscì sul web questa immagine che ritraeva Michelle Williams nei panni di Marilyn Monroe, ci fu il muso arricciato a livello generale; «ecco» dicevamo, «dopo una serie di piccoli capolavori indipendenti (Brokeback Mountain, Wendy & Lucy, Synecdoche, New York, Blue Valentine), Michelle Williams scivola sul mito di Marilyn senza somigliarle nemmeno, e si brucerà l'ascesa dopo due nominations all'Oscar». (Il muso arricciato derivava anche dal fatto che il regista, Simon Curtis, pareva essere il suo omonimo cantante pop). Poi sono comparse queste altre foto e abbiamo capito che la metamorfosi era in atto, e Michelle Williams forse era la scelta giusta. Poi le è arrivata la terza nomination all'Oscar e adesso lo possiamo dire: è perfetta. La Repubblica aveva scritto di Meryl Streep “ma sa di non essere Margaret Thatcher?”; bene, io adesso giro la domanda alla Williams: sa di non essere Marilyn?
Tormentata, fiera delle attenzioni del pubblico, amante della sua fama, amante dell'amore, Marilyn Monroe scende dall'aereo che da Hollywood l'ha portata a Londra a girare The Sleeping Prince con sir Laurence Olivier attore e regista che tanto ha voluto averla al suo fianco per questo adattamento dell'omonima pièce teatrale che vedeva sul palco nel ruolo di protagonista sua moglie Vivien Leigh, che ci dirà poi di essere troppo vecchia per il ruolo, mentre Marilyn è perfettamente giovane e famosa. Scende dall'aereo in un tripudio di fotografi e giornalisti che a malapena la lasciano camminare, arriva nella sua casa affittata in campagna perché non sia scovata, è sempre infilata sotto al braccio di suo marito e quando suo marito non c'è è sulla spalla della sua assistente Paula. È, insomma, una confezione di insicurezze. Che esplodono nel momento in cui, al primo giorno di riprese, si presenta sul set con l'abito da sera bianco che avrà addosso per tutto il film e il respiro tra i presenti si spezza: tutti la ammirano come si ammira il David, mentre lei avanza, e soffocata da queste attenzioni scappa dicendo che non ce la farà. La sua assistente la chiama, le parla, le spiega il ruolo, sir Laurence s'infuria perché il regista c'è già ed è lui, iniziano col primo ciak e dopo venti tentativi ancora lei è seduta immobile sulla sedia senza spiccicare parola. Lei gli dice: «non capisco il personaggio, non è reale»; lui le risponde: «e allora semplicemente fingi». Lei sbarra gli occhi, perché si sente un'attrice vera, non ha mai finto, ha sempre interpretato conoscendo appieno la psicologia del suo ruolo. Il film si girerà con difficoltà sempre maggiori e ritardi sul set sempre costanti e uscirà al cinema con un titolo diverso: Il Principe E La Ballerina (e guardare quella commedia prima di questa è un piacere maggiore del sesso al mattino), mentre qualche anno dopo il terzo assistente alla regia, Colin Clark, pubblicherà le sue memorie sulla settimana passata su quel set e nel letto della Monroe, con il titolo Il Principe, La Ballerina Ed Io.
Il protagonista della pellicola in realtà è lui, che in un'Inghilterra degli anni '50 si divincola tra genitori che non lo vogliono, albergetti in campagna pieni di ubriaconi, sogni di lavoro non troppo alti; prima di essere stregato dalla migliore amica dei diamanti, inizia una relazione con Hermione Granger addetta ai costumi e si guadagna l'antipatia del bel Dominic Cooper che era già antipatico e bello in An Education.
Candidato a sei BAFTA senza averne vinto nessuno (nemmeno uno per lo sforzo fatto nella ricostruzione del set del film di Olivier, o nella riproduzione minuziosa di quei costumi), come Il Principe E La Ballerina era stato candidato a cinque restando a bocca asciutta, arriva agli Oscar dopo aver ricevuto il Golden Globe per la migliore attrice; Kenneth Branagh si stravolge accento e gentilezza per interpretare una specie di dittatore nazista ma la Williams brilla incontrastata al fianco delle labbra e delle lentiggini di Eddie Redmayne (che abbiamo visto, tra gli altri, in Savage Grace) (che ha trent'anni e ne dimostra la metà), piange sulle scale, canta e balla con mezzo fiato, fa il bagno nuda al lago. Io, adesso, non mi esprimo sul personaggio di Marilyn né sul suo mito perché assolutamente non lo conosco; mi esprimo sul film, che peccato ha a disposizione tutta una serie di belle scene e begli accessori e bei personaggi che si rovinano in un montaggio troppo veloce e un inizio troppo affrettato in cui i mesi passano in poche scene perché non si vede l'ora di vedere arrivare la star con cui una settimana sarà lunga quanto un mese.

giovedì 23 febbraio 2012

il principe & l'attrice.





Il Principe E La Ballerina
The Prince And The Showgirl, 1957, UK, 113 minuti
Regia: Laurence Olivier
Sceneggiatura non originale: Terence Rattigan
Basata sulla pièce The Sleeping Prince di Terence Rattigan
Cast: Marilyn Monroe, Laurence Olivier, Richard Wattis, Jeremy Spenser, Sybil Thorndike
Voto: 8.3/ 10
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Non lasciatevi ingannare dall'immagine della locandina qui a sinistra: questa melensa scena, nel film, non c'è mai; era una pratica usuale, negli anni '50 americani, promuovere un film con immagini della star più famosa assolutamente non inerenti alla pellicola, fotografie di moda o di altre occasioni che pubblicizzavano il personaggio, non il film. Così è per questo piccolo gioiello inglese del '57 che ebbe la partecipazione di Marilyn Monroe che all'epoca era come il nostro Mr Decaffeinato, se vogliamo, che dall'America volò in Inghilterra per far contento un altro colosso, Laurence Olivier, che a quel tempo aveva già vinto un Oscar per l'interpretazione in Amleto e uno per il contributo come regista, attore e produttore in Enrico V e aveva già girato Rebecca di Hitchcock.
La scena di questa locandina non la vedrete mai perché i due personaggi, nel film, a malapena si sfiorano; lei è, letteralmente, una “showgirl”, un'attricetta di una ridicola compagnia teatrale quasi tutta femminile che si chiama “Le Noci Di Cocco” in cui, essendo americana, può interpretare solo la parte delle amiche americane delle protagoniste; lui è il granduca Carlo, principe-reggente di Carpazia giunto a Londra per una cerimonia di incoronazione e che, per l'unica notte che dovrà passare a palazzo (quella successiva, prima della partenza, è impegnato in un ballo), ha intenzione di non essere solo nel letto. Si reca così a teatro da questa sua amica, tale Maisie Springfield che viene più nominata che inquadrata, e vede lo spettacolo messo in scena, al termine del quale si reca nelle quinte a salutare cast e troupe, disposti religiosamente in riga. Si vede che la sua simpatia va più alle donzelle che ai garzoni, e quando arriva all'ultima a destra, Elsa, nome d'arte Marina, lei, frivola e svampita, è così esagitata che le si slaccia una bretella ed è costretta a tenerla su con la mano per non far vedere al granduca la mercanzia. Lui, colpito dalla cosa, le manda un bigliettino la sera stessa che la informa di essere stata invitata a pranzo al palazzo reale. Sorpresa e dubbiosa su cosa mettersi, cerca di imparare i vari saluti e i vari gradi di altezza reale dall'assistente del reggente che poi la scorta fino alla sala da pranzo, dove pranzerà praticamente da sola, perché quell'altro sarà impegnato in commissioni reali. Inizia così un'epopea claustrofobica che si svolge quasi tutta tra le mura di questo sontuoso castello, quasi tutta con un unico vestito bianco, quasi esclusivamente tra Elsa e il granduca, che ora bisticciano ora fanno pace e per tre volte si dicono addio: lei fa per andarsene, e qualcosa poi la trattiene.
Film visibilmente reduce dal teatro, non disturba per il mono-set ma anzi annoia molto quando si esce in strada, verso la metà, e si assiste a questa parata regale di carrozze e soldati; la fintissima lacrima che cade da un solo occhio della Monroe, nella cattedrale buia dove avviene il fatto che noi non vediamo, è anche la nostra, che contiamo alla rovescia i minuti che ci separano dal ritorno a palazzo. La seconda parte, però, è meno potente della prima. Resta comunque un film assolutamente brillante, intelligentissimo, originale, ben scritto, talmente ben scritto che non è piaciuto molto alla critica come tutti i film ben scritti (leggi: The Burning Plain, The Prestige), ben interpretato tanto da lui quanto da lei - che però ci rifila la solita parte di bella ballerina imbecille «sciapa, insipida e senza sale» con qualche sorpresa sulla sua stupidità. Il voto è altissimo soprattutto per un motivo: le poche ma incredibili battute della regina Sybil Thorndike che sono da manuale di umorismo, che riempiono di citazioni la pellicola e si domandano perché Marilyn vestisse sempre di bianco.

martedì 21 febbraio 2012

- 5.





Sapete chi è la ragazza alla vostra sinistra? Non dovreste saperlo se siete nati dopo gli anni '80 ma potreste saperlo se siete fan di Brothers & Sisters, la melensa serie televisiva che Fox Life trasmetteva e che non so se esista ancora; per la prima stagione della suddetta serie, la donna alla vostra sinistra ha vinto l'Emmy come miglior attrice in una serie drammatica. Avete capito chi è? Ve lo dico: si chiama Sally Field e qua a sinistra è immortalata in una scena di Norma Rae, film del 1979 che le valse il primo di due Oscar come attrice protagonista (il secondo è stato per Le Stagioni Del Cuore) e che vinse poi per la migliore canzone originale "It Goes Like It Goes" (a cui vi rimando perché è una canzone stupenda, cliccando qui) e che era candidato a miglior film e sceneggiatura. Quello che vedete, alla vostra sinistra, è uno dei cento manifesti che l'Academy ha pubblicato oggi per l'anno in cui si celebrano i film (è questo lo slogan di questi Oscar, "celebrate movies"), manifesti che potete vedere in questa "Celebrate the Movies" photogallery aggiornata da IMDb che però non include tutti i manifesti, oppure sul sito ufficiale degli Oscar.
Questo breve post segna la fine del quinto giorno di attesa che ci separano dalla cerimonia di premiazione del 26 febbraio; e mentre Vanity Fair pubblica un articolo su Jean Dujardin come maggior favorito alla statuetta e FilmTV grazie a Dio segnala la mediocrità di Paradiso Amaro e tutti i giornali americani e internazionali fanno pronostici, vi ricordo che domani di pronostico arriverà il mio, con i probabili vincitori di tutte le categorie.
E se siete curiosi di sapere perché sul cartello che Sally Field regge c'è scritto "Union" e se vi è piaciuta la canzone della Warnes, recuperate Norma Rae e vedetelo in una di queste sere d'inverno.

WGA Awards - vincitori.





Non tolgono e non aggiungono niente i premi assegnati dal Writer Guild, il sindacato americano degli sceneggiatori che dopo le nominations annunciate un anno fa, ha ieri annunciato i vincitori della bizzarra statuetta alata.
Woody Allen, con lo script del suo Midnight In Paris campione di incassi, convince gli scrittori che lo decretano miglior sceneggiatore dell'anno (che non si doveva scontrare contro il favorito Michel Hazanavicius per The Artist) mentre lo scontro per l'adattamento da libro, che si era stabilito tra i terzetti dietro The Descendants (che non mi abituerò mai a chiamare Paradiso Amaro) e Moneyball è stato vinto dai primi, tra cui c'è anche l'osannato regista Alexander Payne.
Da notare è come in queste due cinquine compaiano sceneggiatori snobbati da tutte le altre premiazioni, come il genio McCarthy di Win Win e la Cody premio Oscar per Juno, mentre gli attualmente candidati all'Oscar Una Separazione e Le Idi Di Marzo, per dire, se ne sono rimasti a casa. Prepariamoci, quindi, a vedere il quarto Academy Award dato ad Allen che ovviamente non sarà presente alla cerimonia - perché lui, alle cerimonie, non va.
I vincitori dei Writers Guild Awards sono:


Miglior Sceneggiatura Originale: Woody Allen per Midnight In Paris
50/50 - Will Reiser
Le Amiche Della Sposa - Annie Mumulo & Kristen Wiig
Win Win - Tom McCarthy
Young Adult - Diablo Cody

Miglior Sceneggiatura Adattata: Alexander Payne, Nat Faxon & Jim Rash per The Descendants
The Girl With The Dragon Tattoo - Steven Zaillian
The Help - Tate Taylor
Hugo - John Logan
Moneyball - Steven Zaillian & Aaron Sorkin

Miglior Sceneggiatura Per Documentario: Katie Galloway & Kelly Duane de la Vega per Better This World
If A Tree Falls: The Story Of The Earth Liberation Front - Marshall Curry & Matthew Hamachek
Nostalgia For The Light - Patricio Guzmán
Pina - Wim Wenders
Position Among The Stars - Hetty Naaijkens-Retel Helmrich & Leonard Retel Helmrich
Senna - Manish Pandey

lunedì 20 febbraio 2012

Premi Goya - los ganadores.





Grasse risate durante la cerimonia di premiazione dei Goya che si sono svolti ieri sera alle otto a Madrid senza essere trasmessi online e senza che venisse aggiornata la pagina ufficiale dell'evento su Twitter o sul sito - che continuano a non pubblicare la lista dei vincitori. Grasse risate per Pedro Almodóvar che tutto arzillo se n'è arrivato alla cerimonia con sedici nominations per il suo La Pelle Che Abito, traguardo della serata e record personale, e se n'è tornato alle case con appena quattro statuette: la solita, per la colonna sonora di Alberto Iglesias attualmente candidato all'Oscar, che arriva dunque a dieci premi ricevuti in meno di vent'anni, cinque per film di Pedro; quella per la migliore interpretazione femminile ad Elena Anaya, androgino manichino rasato; quella per il miglior attore emergente, Jan Cornet, che interpreta la Anaya prima del colpo di scena del film; quella per il trucco e le acconciature, che hanno reso biondo platino Marisa Paredes e poco più. Peccato, perché tecnicamente il film è fatto molto meglio di tanti altri vincitori. Il premio al miglior film straniero in lingua spagnola è andato a Un Cuento Chino, il film vincitore della Festa di Roma, quello al miglior film europeo l'ha ottenuto, ovviamente, The Artist. Grasse risate anche per l'incursione degli Anonymous che, mascherati da V e provenienti dal web, sono riusciti a superare transenne e poliziotti e quasi salivano sul palco in diretta su TVe, ma la cerimonia è proseguita senza che nessuno, da casa, se ne accorgesse.
Il film che ha accaparrato tutto? No Habrá Paz Para Los Malvados, che da quattordici nominations ha guadagnato sei premi tra cui quello alla migliore regia di Enrique Urbizu e al miglior attore José Coronado (insieme nella foto) oltre che la migliore sceneggiatura originale, il film dell'anno, il montaggio e il sonoro. Premi anche per il film che competeva con Almodóvar per essere mandato agli Academy, La Voz Dormida e per Elena che abbiamo silenziosamente visto passare da Venezia (per il quale Lluís Homar, il cieco de Gli Abbracci Spezzati, vince come miglior attore non protagonista). Ma ecco, in ordine, quasi tutti i vincitori della più brutta statuetta della storia del cinema, i 26esimi premi Goya; trovate la lista completa e gli approfondimenti sul sito Fotogramas:

Miglior Film: No Habrá Paz Para Los Malvados
La Voz Dormida | La Pelle Che Abito | Blackthorn

Miglior Regia: Enrique Urbizu per No Habrá Paz Para Los Malvados
Benito Zambrano | Pedro Almodóvar | Mateo Gil


Miglior Attrice: Elena Anaya per La Pelle Che Abito
Verónica Echegui | Salma Hayek | Inma Cuesta

Miglior Attore: José Coronado per No Habrá Paz Para Los Malvados
Daniel Brül | Antonio Banderas | Luis Tosar


Miglior Attrice Non Protagonista: Ana Wagener per La Voz Dormida
Maribel Verdú | Goya Toledo | Pilar López de Ayala

Miglior Attore Non Protagonista: Lluís Homar per Eva
Juanjo Artero | Juan Diego | Raúl Arévalo

Miglior Regista Esordiente: Kike Maíllo per Eva
Paula Ortiz | Paco Arango | Eduardo Chapero-Jackson

Miglior Attrice Emergente: María León per La Voz Dormida
Alba García | Michelle Jenner | Blanca Suárez

Miglior Attore Emergente: Jan Cornet per La Pelle Che Abito
Marc Clotet | José Mota | Adrián Lastra

Miglior Sceneggiatura Originale: Michel Gaztambite & Enrique Urbizu per No Habrá Paz Para Los Malvados
Midnight In Paris | Blackthorn | Eva


Miglior Sceneggiatura Non Originale: Ángel de la Cruz, Ignacio Ferreras, Paco Roca, Rosanna Cecchini per Arrugas
Katmandú, Un Espejo En El Cielo | La Pelle Che Abito La Voz Dormida

Miglior Colonna Sonora: Alberto Iglesias per La Pelle Che Abito
Blackthorn | Eva | No Habrá Paz Para Los Malvados

Miglior Fotografia: Juan Antonio Ruiz Anchia per Blackthorn (Sin Destino)
EvaNo Habrá Paz Para Los Malvados | La Pelle Che Abito

Miglior Montaggio: Pablo Blanco per No Habrá Paz Para Los Malvados
Blackthorn | La Pelle Che AbitoEva


Miglior Film Straniero In Lingua Spagnola: Un Cuento Chino
Violeta Went To Heaven | Boleto Al Paraíso | Miss Bala


Miglior Film Europeo: The Artist
Jane Eyre Carnage Melancholia


Miglior Film D'animazione: Arrugas

domenica 19 febbraio 2012

ASC, CAS, ACE Awards.





Dopo i premi alla scenografia, alla regia, alla sceneggiatura, e i decisamente più celebri premi agli attori (gli Screen Actors Guild Awards, che mettendo in scena volti noti del cinema vengono seguiti con maggiore interesse da televisioni e giornali) è la volta di altre tre premiazioni specifiche date da altrettanti sindacati americani: l'American Society of Cinematographers Award che premia la migliore direzione di fotografia dell'anno; il Cinema Audio Society Award che premia il miglior mixaggio sonoro (attenzione!, non il montaggio) sia per il cinema che per le altre forme visive (televisione, documentari); gli American Cinema Editors Eddie Awards che premiano il montaggio nelle diverse categorie cinematografiche (drama, comedy, cartoon) e nelle diverse categorie televisive.
Questi premi, essendo dati da un sindacato di persone competenti in quell'ambito, ed essendo spesso queste persone all'interno anche dell'AMPAS, l'Academy che dà i premi Oscar, sono di estrema importanza per i nostri pronostici: e infatti vengono premiati i film dell'anno, soprattutto al montaggio; le mie speranze per Millenium (capolavoro tecnico) vengono ammazzate dal più banale e scolastico Paradiso Amaro (aka The Descendants) che in fondo in fondo non è che sia questo granché. The Artist e Rango ricevono pure i loro riconoscimenti prima di fare la scorpacciata il 26 febbraio notte, la fotografia è palesemente di Lubezki e quindi entra di diritto tra i favoriti all'Academy (unico premio che The Tree Of Life può sperare di ricevere) e il mixaggio sonoro di Hugo ruba l'unico premio che War Horse si poteva accaparrare. I vincitori e i candidati a questi tre premi tecnico-artistici sono:

ASC Award
Miglior Fotografia: Emmanuel Lubezki per The Tree Of Life
Guillame Schiffman per The Artist
Robert Richardson per Hugo
Jeff Cronenweth per Millenium: The Girl With The Dragon Tattoo
Hoyte van Hoyteman per Tinker Tailor Soldier Spy

CAS Award
Miglior Mixaggio Sonoro: John Midgley, Tom Fleischman, Simon Rhodes per Hugo

ACE Eddie Awards
Miglior Montaggio - Film Drammatico: Kevin Tent per The Descendants
Millenium: The Girl With The Dragon Tattoo | Hugo | Moneyball | War Horse

Miglior Montaggio - Film Comedy o Musical: Anne-Sophie Bion & Michel Hazanavicius per The Artist
Le Amiche Della Sposa | Midnight In Paris | My Week With Marilyn Young Adult


Miglior Montaggio - Film d'Animazione: Craig Wood per Rango
Le Avventure Di Tintin | Il Gatto Con Gli Stivali

sabato 18 febbraio 2012

Berlinale62 - vincitori.





Con le lacrime agli occhi scrivo leggermente in ritardo ciò di cui ormai tutti i giornali parlano: Cesare Deve Morire dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, unico film italiano in concorso a questo sessantaduesimo Festival del cinema di Berlino, ha vinto l'Orso d'Oro come miglior film, premio che l'Italia sognava dal 1991 quando Marco Ferreri incantò la giuria col suo La Casa Del Sorriso di cui poi, in realtà, molto poco si è parlato.
Il film dei Taviani, di cui abbiamo già parlato, dimostra come questa coppia ormai ottantenne sia per assurdo l'unica fonte di cinema nuovo in Italia; la loro documentazione in bianco e nero della preparazione del Giulio Cesare di Shakespeare all'interno del teatro del carcere di Rebibbia, che si fa a colori quando lo spettacolo è messo in scena, che procede per spigoli e grate, per freddezze e strette di cuore, dopo aver strappato il più lungo applauso alla prima proiezione era stato dato per vincitore da subito, e così è stato - mentre sono state delle sorprese gli altri premi, contestatissimi dalla stampa; come sempre.
I Taviani, teneramente saliti sul palco senza grande commozione, hanno subito ringraziato i loro attori, reali detenuti: «spero che qualcuno, tornando a casa dopo aver visto Cesare Deve Morire, pensi che anche un detenuto, su cui sovrasta una terribile pena, è e resta un uomo»; e fanno tutti i loro nomi, perché è giusto ricordarli, perché questo film li ha resi "complici", perché «mentre noi siamo qui tra le luci, loro sono nella solitudine delle loro celle».
Ma l'Italia non si accontenta e guadagna un altro riconoscimento, il secondo posto del Premio del Pubblico a Diaz - Non Pulire Questo Sangue di Daniele Vicari, documentario (nella sezione Panorama) che racconta la strage nell'omonima scuola durante lo scorso G8 di Genova.
Tutti i vincitori  sono disponibili sul sito della Berlinale, intanto i maggiori premi del concorso ufficiale sono:

Orso d'Oro al Miglior Film:
Cesare Deve Morire di Paolo e Vittorio Taviani, Italia

Orso d'Argento per il Gran Premio della Giuria:
Just The Wind di Bence Fliegauf, Ungheria

Orso d'Argento, Menzione Speciale:
L'enfant D'en Haut (Sister) di Ursula Meyer, Svizzera & Francia

Orso d'Argento al Miglior Regista:
Christian Petzold per Barbara, Germania

Orso d'Argento alla Migliore Attrice:
Rachel Mwanza per Rebelle (War Witch), Canada

Orso d'Argento al Miglior Attore:
Mikkel Følsgaard per A Royal Affair, Danimarca & Repubblica Ceca

Orso d'Argento alla Migliore Sceneggiatura:
A Royal Affair di Nikolaj Arcel

Orso d'Argento al Miglior Contributo Artistico:
Bay Lu Yuan (White Deer Plain) di Wang Quan'an
per la fotografia


- 9.





Il sito ufficiale degli Academy Awards, popolanamente noti come "gli Oscar", minuziosamente aggiornato nel dettaglio e in tutte le occasioni (ha pubblicato una serie di scene di film d'amore per San Valentino), rivela i soliti scatti annuali che un celeberrimo fotografo annualmente fa per le maggiori testate americane (di solito Vanity Fair ha l'esclusiva e invia Annie Leibovitz). E la macchina fotografica, quest'anno, appartiene a Douglas Kirkland, colui che è stato fotografo di set in tante occasioni (La Mia Africa, Moulin Rouge!, Australia...) e che quattro anni fa realizzò venticinque immagini tributo al miglior cinema italiano con i volti dell'attuale cinema italiano, sempre per Vanity Fair. Le foto, di cui vi mostro i tre capolavori (Jean Dujardin, attore; Jessica Chastain, attrice non protagonista; Michelle Williams, attrice), ritraggono i venti candidati nelle quattro categorie dell'interpretazione, le dieci attrici e i dieci attori, protagonisti e non. Tutte le immagini sono visibili su questa pagina del sito ufficiale.
Intanto le indiscrezioni proseguono e le voci pure, e mentre si infittisce la lista dei presentatori per la sera del 26 febbraio (che al momento conta: Tina Fey, Emma Stone, Ben Stiller, Penélope Cruz, Angelina Jolie, Tom Cruise, Cameron Diaz, il cast de Le Amiche Della Sposa e la solita intrusa Jennifer Lopez), arriva la notizia ufficiale che anche quest'anno, come successe nel 2010, le canzoni candidate al titolo di miglior canzone originale non verranno eseguite. E fu bufera. Perché la canzoni, quest'anno, sono (illegalmente) solo due, e una delle due è presa dai Muppets - la scelta sbagliata, tra l'altro; su Twitter sono cominciate le lamentele generali tra personaggi famosi e non tutti fan del Muppets' Show, ma il direttore d'orchestra ed ex vincitore Hans Zimmer e il suo collega alla direzione musicale quest'anno Pharrel Williams non sono tornati indietro sui loro passi. Le due canzoni (l'altra è da Rio) non verranno eseguite - e forse è meglio dell'accennare il brano come successe l'anno scorso, che si creò sovrapposizione di note. Nonostante ciò, i Muppets ci saranno: Kermit e Miss Piggy sono appena stati aggiunti alla lista dei presentatori.

film rosso.





We Need To Talk About Kevin
2011, UK, 112 minuti, colore
regia: Lynne Ramsay
sceneggiatura: Lynne Ramsay & Rory Kinnear
soggetto: Lionel Shriver
cast: Tilda Swinton, Ezra Miller, John C. Reilly, Jasper Newell
voto: 7.9/ 10
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È uscito ieri, venerdì 17, nelle sale italiane, il film con più locandine nella storia del cinema contemporaneo (qui potete vedere solo quelle inglesi), tradotto ...E Ora Parliamo Di Kevin, e mi sono preso un giorno sabbatico in più per recensirlo perché, diciamolo dall'inizio, è un film molto particolare, che ha diviso la critica internazionale e quella nostrana (La Repubblica gli dà la sufficienza, TV Movie lo boccia, la Aspesi non si esprime) e ho avuto bisogno di scoprire di più su questa regista, questa Lynne Ramsay, a quanto pare molto amata dai festival sebbene sia giunta solo al terzo film per il cinema, che in un'intervista al Venerdì dice: «ho incontrato molti psicologi, abbiamo lavorato su certe modalità di comportamento disturbate di ragazzi che da adulti sono diventati sociopatici. E i loro rapporti con le madri, che quando succedono fatti di sangue vengono sempre chiamate in causa. Ho anche approfondito il tema della depressione pre e post parto. [...] Tra il personaggio di Tilda e quello del figlio si instaura una sorta di guerra domestica perché lui sente l'incapacità di amare di questa donna». E questo, secondo me, riassume gran parte del film; perché il film non è una storia, non racconta una vera e propria trama, semplicemente procede per immagini accostate in modo tale da creare delle sensazioni, dei disturbi, da far nascere (re)pulsioni. Per i primi quaranta minuti di film, questo meccanismo procede esaltato: si comincia con una guerra di persone e pomodori, una casa sporcata di vernice rossa, Tilda Swinton nel ruolo di Eva che fa l'amore con un uomo, poi che cerca lavoro, poi che viene presa a pugni da una passante. Tutto è sconnesso e unito dal simbolo del colore rosso. Rosso sulla macchina, sulla marmellata, sul senso di colpa. Dopo quaranta minuti ci è chiaro che è successo qualcosa (di cui tutte le recensioni parlano ma che io non vi dirò) per cui Eva sta ancora scontando la colpa e il film viaggia parallelo tra il prima e il dopo dell'accaduto, fino a stabilirsi con la nascita di questo moro e perfido Kevin che già da infante è causa di disturbo, soprattutto sonoro, e l'unica pace per la madre è portare il passeggino vicino a un cantiere edile dove il rumore del martello pneumatico riesce a coprire le urla e gli strilli. Kevin cresce, e la somiglianza tra i due attori che lo interpretano è impressionante. Cresce e gli arriva una sorellina e questa famiglia apparentemente normale e borghese continua a vivere in una casa vuota, fatta di legno e bianca, con le pareti spoglie esattamente come il giorno in cui l'hanno comprata, una casa vuota che rispecchia le loro personalità, perché è questo che Eva insegna al figlio: ognuno arreda la propria camera per esprimere se stesso. Alla fine del film, ci è tutto chiaro, alcune scene si sono ripetute e hanno trovato la loro collocazione, alcune altre ce le siamo scordate, ma tutto il film è impossibile dimenticarlo: la maniacalità del montaggio è accompagnata da un'angoscia perenne della musica bassissima e disturbante, dal volto esausto dell'alieno efebico Tilda Swinton, che ritrova splendore dopo la magnificenza in Michael Clayton, che non è stata candidata all'Oscar per far spazio alla Rooney Mara di Millenium.
Esce in Italia di venerdì 17 e arriva in appena 18 sale sparse per tutta la Penisola. Assurdo, se si pensa alla promozione fatta e alla enorme fama del libro su cui si basa, Dobbiamo Parlare di Kevin (Piemme, 478 pagine, €17,50), al consenso ottenuto dal Festival di Cannes dove quasi un anno fa il film apriva il concorso. Curiosamente, come capitò a Elephant di Gus Van Sant che poi vinse la Palma d'Oro (questo non ha vinto niente), con cui non è possibile non paragonarlo, ma non posso dirvi cos'hanno i due film in comune perché altrimenti dovrei rivelare che...

mercoledì 15 febbraio 2012

se al tuo uomo piace molto il sesso anale.





Tre Uomini E Una Pecora
2011, Australia, 97 minuti, colore
regia: Stephan Elliott
sceneggiatura: Dean Craig
cast: Xavier Samuel, Olivia Newton-John, Kris Marshall, Kevin Bishop, Tim Draxi
voto: 6.7/ 10
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Sarà un caso, sarà una coincidenza, ma questo Tre Uomini E Una Pecora (al secolo A Few Best Men, alcuni testimoni dello sposo) esce esattamente insieme alle Bridesmaid, le amiche della sposa che hanno fatto (discutibilmente) scompisciare dal ridere mezza America e adesso volano verso due Oscar (che non avranno mai). E se quello parlava dei preparativi di un matrimonio visto dalla parte della fortunata e delle sue migliori amiche casiniste, questo parla del matrimonio in sé, della cerimonia e del ricevimento, e degli amici del cuore dello sposo. Che hanno fatto, con quattordici scali, un volo dall'Inghilterra all'Australia, perché la promessa sposa del protagonista vive lì con la famiglia, e come mai?, semplice: si sono conosciuti in vacanza su un'isola sperduta, entrambi soli, e in meno di dieci giorni hanno deciso di amarsi, di sposarsi, e di amarsi per sempre, e così sono tornati alle rispettive case a dare la notizia e hanno deciso di vedersi solo il giorno prima delle nozze. Lui, che si chiama David, interpretato dallo Xavier Samuel che in Anonymous era Earl di Southampton, si porta dietro solo i tre amici fidati, con cui è cresciuto letteralmente - essendo orfano, e lei, che si chiama Mia, guarda un po' è la figlia del senatore e vive in una villa gigantesca con tanto di sauna esterna e stalla per la pecora che alleva suo padre. Ha una sorella obesa e mascolina che finge di essere lesbica (tu pensa!, è Brynn de Le Amiche Della Sposa!) e una madre che in passato evidentemente era amica delle strisce e del buon vino, un'Olivia Newton-John che non si divertirà mai come si è divertita in questo film.
La coppietta è la solita tipica coppietta bellina e composta e tenera e pulita ed educata di due innamorati di un amore sincero, che si baciano ogni volta che si intravedono e si abbracciano e si dicono cose romantiche, pur conoscendosi da praticamente un mese, e intorno a loro che poveretti sono così buonini succede lo sfacelo: dei tre testimoni, uno si ubriaca prima della cerimonia e fa partire una macchina che travolge un decoro che quasi schiaccia tutti, un altro porta alla festa un killer professionista e un altro improvvisa un discorso pubblico degno di applausi - unica parte effettivamente divertente del film. Perché il film, in fondo, non fa sbellicare; fa sorridere, ogni tanto, qua e là, nella sua leggerezza e nei suoi cliché; è lodevole come lo sceneggiatore Dean Craig sia riuscito ad incastrare tutti (io ne ho citata una minima parte) gli avvenimenti disastrosi delle nozze chiudendo ogni cerchio che si apriva, ognuno a suo tempo, come aveva già fatto in Funeral Party, mentre il regista abbandona i costumi di Priscilla e di Easy Virtue per dedicarsi alla più palese comicità.
I personaggi più riusciti sono l'amico depresso perché la morosa l'ha lasciato, che non parla d'altro e tenta il suicidio e beve e si logora nel dolore, in parte lo spacciatore incallito, ma soprattutto una chicca di realtà: un fighetto dai capelli rasati ai lati e il ciuffo che con tanto di Nikon in mano fa foto agli ospiti e agli invitati durante balli e banchetto. Com'è una chicca il complesso che suona e canta a bisillabe. Breve parentesi su Kevin Bishop, che tra tutti è il più navigato, ed era in Irina Palm, L'appartamento Spagnolo, persino nei Muppets - mentre qui con baffetto nazista si lascia andare a un'interpretazione più sottotono.
Grazie a Dio, in fondo, non c'è un completo lieto fine.

tutti quanti voglion fare jazz.





Chico & Rita
2010, Spagna, 94 minuti, colore
regia: Tono Errando, Javier Mariscal, Fernando Trueba
sceneggiatura: Ignacio Martínez de Pisón & Fernando Trueba
voci originali: Limara Meneses, Erman Xor Oña, Mario Guerra, Estrella Morente
voto: 7.4/ 10
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Candidato a un premio Oscar
film d'animazione
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Un anzianissimo e lento mulatto de L'avana torna a casa sua, una mattina, dopo aver sbrigato le commissioni della vita casalinga, passando per la calde e brune vie latine, per la costa, per le bancarelle ambulanti e i tram. Torna a casa, una mattina, e alla radio passano una canzone all'interno di una trasmissione sugli antichi splendori, che riesuma vecchie glorie del passato, e quella mattina rispolvera un duo abbastanza famoso cinquant'anni prima, Chico e Rita si chiamavano, il primo pianista e la seconda cantante, insieme per un brano dal turbolento titolo passato agli annali come "Lily". Di turbolento, questi Chico e Rita c'hanno avuto anche la vita e la relazione, e il vecchio mulatto seduto al suo tavolo con in mano una scatola di roba vecchia e in testa un sacco di memoria se ne ricorda: ricorda della prima volta che l'ha incontrata, ad una serata all'aria aperta che cantava "Bésame Mucho" e poi ballava con tutti i maschi presenti; ricorda di tutte le volte che c'ha provato, che ha tentato di avvicinarla ed è stato respinto; ricorda di quando ce l'ha fatta, di quando hanno fatto l'amore, di quando il giorno dopo è piombata in casa l'altra sua morosa, scatenando il putiferio. E ricorda tristemente la separazione, il tradimento, il viaggio verso l'America. Tutti questi ricordi sono accompagnati dalla musica, perché Chico, pianista e compositore, non si allontana un secondo dal suo strumento e Rita, cantante, trova fortuna oltreoceano come interprete di musical. Vanno nei locali jazz, partecipano a concorsi canori, tutto è immerso in un'aura di latin-pop e di bossanova, di completi eleganti bianchi e sax. Oltre che di disegni incredibili, realizzati (mi dicono dalla regia) in postrenderizzazione, cioè fingendo di essere disegnati, bidimensionali, ma che in realtà hanno una loro tridimensionalità annullata dal colore piatto.
I disegni sono ciò che rende incredibile questo cartone, perché i dialoghi, che cercano di renderlo un "cartone per adulti" insieme alle scene di nudo, sono un po' irreali e lasciano il dubbio «ma ho sentito male o ha proprio detto così?». La locandina, e questa clip, rendono benissimo l'idea.
La nomination all'Oscar, dopo aver vinto lo European Film Award come miglior film d'animazione, è arrivata inaspettata; tra i registi, però, ce n'è uno che agli Oscar c'è già stato: Fernando Trueba, che vinse il miglior film straniero per Belle Epoque nel '92, e che ha accompagnato Penélope Cruz nella sua prima carriera. Accanto a lui, il leggendario illustratore Javier Mariscal, artista visuale noto per la realizzazione della mascotte Cobi per i Giochi Olimpici di Barcellona, e il quasi esordiente Tono Errando. Dall'altra parte della macchina da presa ci sono voci più o meno note, tra cui quella di Estrella Morente, che cantava "Volver" su playback della Cruz nell'omonimo film di Almodóvar.
Entusiasticamente, l'Observer gli ha dato quattro stelle precisando che è un film "sexy", che è "il miglior film musicale dell'anno". Che potrebbe essere vero, ma alla fine c'è qualcosa che lascia l'amaro in bocca, come quando usciamo da casa e siamo convinti di aver dimenticato qualcosa. E se proprio non doveste riuscire a vederlo, beh, ce ne faremo una ragione, ma assolutamente non potete non ascoltarne la colonna sonora.

lunedì 13 febbraio 2012

Grammy Awards - visual media vincitori.




Con le sue (sfoltite) settantotto categorie, la cerimonia dei Grammy non può non dividersi in due parti; la prima, che assegna più di sessanta premi, in realtà non è una cerimonia ma un comunicato stampa, mentre la seconda è quella che va in onda in diretta sulla CBS e alterna pochi vincitori a numerosissime performance live soprattutto della musica pop e country. Ieri sera, anzi stanotte, ha brillato il sogno americano, il pubblico presente nel teatro s'è alzato in piedi più e più volte per applaudire Tony Bennett, la dipartita di Whitney Houston, sir Paul McCartney e soprattutto la trionfatrice Adele che ormai qualsiasi cosa faccia diventa oro colato oltreoceano. Ma a noi tutta questa musica non interessa: sono ad oggi solo tre le categorie dell'evento che premiano compilations, colonne sonore, canzoni originali per cinema e TV. Quasi mai di pari passo con gli Oscar, spesso non condivisi, spesso candidando cose vecchie (perché le nominations vengono date a dicembre), rappresentano comunque il premio più ambito per un cantante, un musicista, un autore.
E trionfa (ancora) Alan Menken, compositore da otto premi Oscar, sette Golden Globes e dieci Grammy, fedele nome del panorama Disney, che con "I See The Light" già candidata ad ogni premio passato batte le altre discutibili canzoni presenti tra cui quella di Zac Brown, miglior artista esordiente dell'anno scorso in questo contesto. Tra le compilations viene premiata la serie televisiva di Martin Scorsese a discapito, di nuovo, di Glee, e tra le colonne sonore vince Il Discorso Del Re del francese Desplat che l'anno scorso invece non ottenne l'Oscar.
Trovate tutti gli altri candidati e i vincitori nella pagina ufficiale della cerimonia, mentre i premi di TV, film e media sono:

Miglior Compilation Soudtrack: Boardwalk Empire: Volume 1 - Various Artists
Burlesque - Christina Aguilera
Glee, The Music: Volume 4 - Glee Cast
Tangled (Rapunzel: L'intreccio Della Torre) - Various Artists
True Blood: Volume 3 - Various Artists

Miglior Score Soundtrack: Alexandre Desplat per Il Discorso Del Re
Black Swan - Clint Mansell
Harry Potter E I Doni Della Morte Pt. 2 - Alexandre Desplat
The Shrine - Ryan Shore
Tron Legacy - Daft Punk

Miglior Canzone Originale: Alan Menken & Glenn Slater per "I See The Light" da Rapunzel
"Born To Be Somebody" da Never Say Never - Diane Warren
"Christmastime Is Killing Us" da I Griffin - Ron Jones, Seth MacFarlane & Danny Smith
"So Long" da Winnie The Pooh - Zooey Deschanel
"Where The River Goes" da Footloose - Zac Brown, Wyatt Durrette, Drew Pearson & Anne Preven
"You Haven't See The Last Of Me" da Burlesque - Diane Warren

BAFTA - vincitori.





«Ringrazio The Artist per non aver basato il film su un libro» ha detto come prima cosa Peter Straughan, autore della sceneggiatura di Tinker Tailor Soldier Spy (La Talpa) andando a ritirare il BAFTA per la migliore storia non originale senza la compagnia della collaboratrice allo script, sua moglie, scomparsa pochi mesi fa e attualmente candidata anche all'Oscar. Il suo ricordo è stato il momento più straziante e dolce della mia vita, l'unico della cerimonia, iniziata alle 19:00 ora italiana e trasmessa due ore dopo sulla BBC1 in differita con moltissimi tagli alle categorie tecniche e artistiche, perché per il resto della serata Stephen Fry ha fatto sbellicar dal ridere come solo un inglese può fare (leggi: Ricky Gervais ai Globes). E come fu per registi e produttori de Le Invasioni Barbariche, che agli Oscar ringraziarono, ritirando la statuetta, Il Signore Degli Anelli 3 per essere un film americano e per aver lasciato quindi la possibilità di far vincere anche qualcun altro, così ieri pareva che il film francese stesse accaparrando tutto, anche il meno atteso, come per esempio i costumi (che forse avrebbe meritato di più Hugo) e la fotografia. E l'attore, un Jean Dujardin sempre più a suo agio nel ruolo di marpione con accento tremendo che anche questa volta ha battuto George Clooney - e adesso non si sa cosa prevedere per la notte del 26. Ma la sorpresa più grande di tutte, l'apice dell'assurdo, la cosa che ha lasciato senza parole è stata la vittoria di Pedro con La Pelle Che Abito come miglior film straniero (che talmente era sicuro di non vincere che non s'è presentato), un film tecnicamente impeccabile, a livello narrativo meno forte, che segna la prima (e unica) grande sconfitta di Una Separazione in questa categoria.
Un meritatissimo premio al miglior debutto inglese per regista e produttore di Tyrannosaur, vero e unico capolavoro dell'anno, due nuovi premi, al miglior documentario e al contributo nel mondo di un personaggio inglese, rispettivamente a Senna e John Hurt, e una strizzata d'occhio al cinema della patria, che dopo le numerosissime nominations di Tinker Tailor e My Week With Marilyn non resta poi così soddisfatto, se non fosse per la veterana Meryl Streep trionfatrice su Viola Davis e Michelle Williams con The Iron Lady - che mentre saliva sul palco a ringraziare ha perso una scarpa.
Christopher Plummer miglior attore non protagonista diventa il più anziano vincitore di questo premio, Octavia Spencer continua a fingersi sorpresa ogni volta che annunciano il suo nome dopo aver già vinto Globe, SAG e qualsiasi altra cosa, uno sconosciuto Adam Deacon miglior attore emergente, questa è la lista intera nel sito ufficiale e questo è il resoconto della serata:

Premio Alla Carriera: Martin Scorsese

Contributo Al Cinema Inglese: John Hurt

Film: The Artist
The Descendants | Drive | The Help | Tinker Tailor Soldier Spy

Film Inglese: Tinker Tailor Soldier Spy
My Week With Marilyn | Senna | Shame | We Need To Talk About Kevin

Regia: Michel Hazanavicius per The Artist
Nicolas Winding Refn | Martin Scorsese | Tomas Alfredson | Lynne Ramsay

Sceneggiatura Originale: Michel Hazanavicius per The Artist
Le Amiche Della Sposa | The Guard | The Iron Lady | Midnight In Paris

Sceneggiatura Non Originale: Bridget O'Connor & Peter Straughan per Tinker Tailor Soldier Spy
The Descendants | The Help | Le Idi Di Marzo | Moneyball

Film Straniero: La Pelle Che Abito (Spagna)
La Donna Che Canta (Canada) | Pina (Germania) | Potiche (Francia) | Una Separazione (Iran)

Film D'animazione: Rango
Arthur Christmas | Le Avventure Di Tintin

Attore Protagonista: Jean Dujardin per The Artist
Brad Pitt | Gary Oldman | George Clooney | Michael Fassbender

Attrice Protagonista: Meryl Streep per The Iron Lady
Bérénice Bejo | Michelle Williams | Tilda Swinton | Viola Davis

Attore Non Protagonista: Christopher Plummer per Beginners
Jim Broadbent | Jonah Hill | Kenneth Branagh | Philip Seymour Hoffman

Attrice Non Protagonista: Octavia Spencer per The Help
Carey Mulligan | Jessica Chastain | Judy Dench | Melissa McCarthy

Attore Emergente: Adam Deacon
Christ Hemsworth | Tom Hiddleston | Chris O'Dowd | Eddie Redmayne