venerdì 30 marzo 2012

perché rifare il letto?





17 Ragazze
17 Filles, 2011, Francia, 90 minuti
Regia: Delphine & Muriel Coulin
Sceneggiatura originale: Delphine & Muriel Coulin
Cast: Louise Grinberg, Juliette Darche, Roxane Duran
Voto: 6.8/ 10

Da venerdì 24 marzo
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L'inizio è un capolavoro. In una cittadella inculata della Francia che affaccia sul mare, cittadella famosa nel secondo dopoguerra per il boom economico che la colpì, succede una cosa strana, inusuale, succede che c'è l'invasione delle coccinelle. Milioni di coccinelle che non modificano il corso della vita degli abitanti ma semplicemente fanno parlare di sé prima di andare sulla spiaggia, “a suicidarsi”.
Mentre le coccinelle sono ancora vive succede un'altra cosa insolita: una ragazza di sedici, diciassette anni, in fila in mutande nel corridoio della scuola per la visita di routine, rivela alle infermiere quand'è il suo turno che ha quasi la certezza di essere incinta. La notizia non si sparge come dovrebbe, lo sanno le amiche della malcapitata con cui trascorre mattine e sere e lo sa una rossiccia della scuola che loro detestano. I genitori, ancora non sanno niente. Poi succede che anche la rossa svela di essere in attesa. E allora entra nel gruppo. E nel gruppo entra il sogno francese di essere tutte incinte e sgravare insieme e andare a vivere in una casa comune di sole femmine, ad allevare bambini propri e di altri, a non dipendere più dai genitori, a non rifare il letto, perché tanto poi alla sera si deve disfare di nuovo quindi che senso ha? Tutte per una, il gruppo diventa un manipolo di adolescenti gravide di cui a scuola si parla ma non come si dovrebbe: gli insegnanti si riuniscono quando raggiungiamo quota dieci e i genitori vengono convocati a quota quindici. I genitori, praticamente non ci sono. Non si vede la reazione di nessuno per tutto il film, tranne quella prima caotica e poi accondiscendente di una madre e quella disastrosa di un padre. E tutti gli altri genitori? E i compagni di classe? E i padri dei feti?
Il (lunghissimo) film (che dura solo un'ora e mezzo in realtà) si concentra tutto sulla spensieratezza e l'ingenuità di queste giovincelle che credono davvero che la loro vita possa migliorare se tutte insieme mettono al mondo pargoli. Tocca punti alti di realismo - la noia ai giardinetti mentre tutte insieme ognuna guarda il proprio cellulare - ma ancora più alti di banalità - discorso madre-figlia tra le lenzuola stese. Ci regala immagini inutili di gruppo mentre sono al mare, in casa, in strada, da McDonald's, che non dicono e non fanno praticamente niente. Ci fa vedere anche un Natale. Ma di queste diciassette ragazze, in realtà, l'interesse è puntato tutto su una, una Camille, la prima incinta, chissà di chi poi.
A metà film l'unica domanda è su come finirà, quante effettivamente partoriranno, e cosa se ne faranno dopo. E tutto ciò ci viene banalmente svelato da una voce fuori campo.
Acclamato prima al Festival di Cannes e poi al Festival di Torino, 17 Ragazze è in realtà un filmetto noioso che non decolla. Opera prima di due sorelle che come al solito sono state paragonate ai Dardenne per la forma di quasi-documentario che utilizzano, va visto essenzialmente per la fotografia e i fuochi delle immagini, e per la presenza di una delle disgraziate bambine de Il Nastro Bianco, Roxane Duran, bravissima (come le altre) nel suo ruolo.

giovedì 29 marzo 2012

luci e ombre.





Mentre il premio Oscar Michel Hazanavicius compie quarantacinque anni alla fine del suo anno migliore, The Hunger Games batte tutti i sequel di maghi e vampiri e resta primo in classifica con 153 milioni di dollari d'incasso (il secondo in classifica, 21 Jump Street, ne ha racimolati appena 20 milioni) e Biancaneve si appresta a uscire quasi contemporaneamente in Italia e in America (col titolo più bello Mirror Mirror), ecco che compaiono queste numerose locandine promozionali di un film, Dark Shadows, di cui non parla ancora nessuno e ancora non si sa niente. Eppure nel cast c'è Johnny Depp, insieme a Michelle Pfeiffer e Helena Bonham Carter e la "dreamer" Eva Green e il "pedofilo" (magistralmente candidato all'Oscar per Little Children, film bellissimo che dovete recuperare, mai uscito in Italia) Jackie Earle Haley e la piccola amica di Hugo Cabret Chloë Moretz. Eppure il film è di Tim Burton. Squadra vincente che non si cambia, Tim torna al cinema con il solito sceneggiatore di Big Fish, La Fabbrica Di Cioccolato e La Sposa Cadavere, John August, che gli adatta la serie (uscita nelle TV americane due volte, nel '66 e nel '91) dallo stesso titolo; torna al cinema con lo stesso compositore di sempre, Danny Elfman, con la costumista di Alice, Colleen Atwood, ma cambia gli scenografi Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo.
Riuscirà a bissare gli incassi del precedente, mediocre, Alice In Wonderland (tre Oscar) che, ricordiamo, è il decimo film più visto nella storia del cinema con oltre un miliardo di dollari in tutto il mondo? Questo film, in realtà, è stato pensato e iniziato quando ancora Alice al cinema non c'era, in pieno sciopero degli sceneggiatori (2007), che ha rallentato la scrittura e ne ha cambiato gli autori. Dal 2008 Tim Burton ha annunciato che avrebbe diretto lui il film, e si è circondato del fidato team.
Johnny Depp è Barnabas Collins, ricco possessore di ville e cuori di donne, antipatico e borioso, che sapendo di avere il potere ne abusa trattando male tutti. Ammalia e seduce una strega, Eva Green aka Angelique Brouchard, che lo seppellisce vivo e lo lascia in una cripta per duecento anni. Quando Barnabas si risveglia, si trova il castello occupato da tutti i discendenti.
L'uscita è prevista, in contemporanea tra Italia e Stati Uniti, l'11 maggio.

venerdì 23 marzo 2012

che tipo di libertà.





The Lady
id., 2011, UK, 132 minuti
Regia: Luc Besson
Sceneggiatura originale: Rebecca Frayn
Cast: Michelle Yeoh, David Thewlis, Jonathan Raggett
Voto: 7.3/ 10

Da venerdì 24 marzo
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La "lady" del titolo, una molto brava Michelle Yeoh (La Tigre E Il Dragone, Memorie Di Una Geisha), compare nella prima scena praticamente infante, che ascolta incantata suo padre che in birmano le racconta per metafore cos'è la politica e cos'è la vita. Suo padre, autore del negoziato per l'indipendenza dal Regno Unito, pochi minuti dopo sarà fucilato da un gruppo di avversivi. È il 1947. Aung San Suu Kyi si laureerà ad Oxford in Filosofia, Scienze Politiche ed Economia, si trasferirà a New York, lavorerà per le Nazioni Unite e incontrerà l'uomo della sua vita, Michael Aris, studioso di cultura tibetana che le darà due figli maschi, Alexander e Kim. La famiglia si stabilizzerà in Inghilterra ma un giorno, all'improvviso, mentre il telegiornale manda in onda le immagini delle proteste degli studenti birmani zittite dalla repressione armata, arriva una telefonata, e San viene informata che sua madre ha avuto un infarto. Prende il primo volo e la raggiunge in Birmania, dove vige uno dei più estremisti e oppressivi sistemi politici mondiali e dove sono proibite le manifestazioni pubbliche formate da più di cinque persone. E comincia l'odissea: tre anni di lontananza dal marito e i figli, lustri di arresti domiciliari, la morte della madre, il tumore del marito, un Premio Nobel per la Pace che non può ritirare.
Dopo il biopic su Giovanna D'arco, Luc Besson abbandona le tinte fantasy e violente che l'hanno contraddistinto (Nikita, Léon, Angel-a, i più recenti film di Arthur) dai suoi esordi ad oggi e si dedica anima e cuore al racconto minuzioso della prima donna birmana a opporsi al regime fondando la Lega Nazionale per la Democrazia, su cui gran parte dei colleghi finiti in carcere durante gli assalti dell'esercito ha coraggiosamente raccontato molto per la realizzazione di questo film. Scene grigie a Londra e coloratissime in Birmania, fiori tra i capelli, doppia lingua, grandi immagini di paesaggi e qualche ralenty accompagnato dalle musiche esotiche strappacuore. È un film assolutamente scolastico, anche troppo in certi momenti. Certo non si può non paragonarlo con l'altro biopic dell'anno, quello sulla Dama di Ferro inglese con cui condivide gran parte del titolo e una figura maschile devotissima e imbecille. A differenza del film con la Streep però, questo racconta davvero la vita e l'operato di una politica, con la dovuta parte di sentimentalismo matrimoniale, ma anche con il quadro storico dell'epoca. Non c'è paragone tra i due. Ha strappato molti applausi al Festival di Roma di ottobre ed esce, insieme all'altro romano, oggi al cinema.

mercoledì 21 marzo 2012

come le rose.





Cinque giorni fa era il suo compleanno, festeggiava il 92esimo traguardo, costretto al letto dalla malattia, e l'unico regalo che aveva chiesto era di poter stare nel suo paese d'origine, Santarcangelo, da cui partì nei lontani anni '50 alla volta di Roma per diventare famoso, ma da cui non si è mai staccato completamente, anzi, fino all'ultimo giorno ha amato e protetto politicamente e all'interno delle sue poesie, contaminandole col dialetto e contaminandosi con una partecipazione attiva alla salvaguardia del territorio.
Cinque giorni dopo il suo 92esimo compleanno, per il quale era sceso in Romagna a salutarlo anche Ermanno Olmi, Tonino Guerra muore, tra la moglie e il figlio. Tre nominations all'Oscar per le sceneggiature di Casanova '70 (con, tra gli altri, un'altra icona della scrittura da poco scomparsa, Suso Cecchi D'amico), Blow-Up (con Antonioni e Edward Bond) e Amarcord (con Fellini); tre David per gli script di Tre Fratelli, ...E La Nave Va e Kaos dei Taviani; cinque Nastri d'Argento, un premio alla carriera a Venezia nel 1994 e il Jean Renoir Award per la vita intera spesa nella scrittura ai Writers Guild Awards d'America giusto l'anno scorso. Collaborazioni con i più grandi registi italiani e anche qualche straniero, tutti parlano della sua stretta amicizia con Fellini ma non sono da sottovalutare le sceneggiature per Antonioni, con il quale ha firmato tutta la tetralogia, De Santis con il quale ha esordito, il Tornatore di Stanno Tutti Bene, il De Sica di Matrimonio All'italiana e I Girasoli, Lattuada, Monicelli, Rosi. Più di cento soggetti e sceneggiature fino all'ultimo La Polvere Del Tempo di Theodoros Angelopoulos (con il quale vinse la Palma alla sceneggiatura a Cannes nell'84 per Taxidi Sta Kythira) del 2008. Ma oltre ad essere uno scrittore e uno sceneggiatore, Tonino Guerra era un poeta, un creatore di immagini fatte di parole, era passato all'animazione con Il Cane E Il Suo Generale ma l'apice del suo talento l'ha raggiunto con il testo della canzone originale di Un Giorno Perfetto di Özpetek, "Un Altro Cielo", le cui musiche furono tutte scritte dal figlio di Tonino, Andrea Guerra, compositore. Il mio ricordo del più grande autore italiano allora si consumerà in questa musica. Perché ricordare uno sceneggiatore è sempre difficile: è la persona che più di tutte si nasconde dietro al film, che l'ha partorito, che ne ha avuto la prima idea, ma che nessuno sa, di solito, che nome abbia.
I funerali si terranno venerdì.



lunedì 19 marzo 2012

coming soon/ 2.





Altro film, altro romanzo, altra grande attesa: Il Grande Gatsby, dopo essere stato un amatissimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald, un film molto criticato di Jack Clayton vincitore però di due Oscar con Robert Redford e Mia Farrow, un altro film nel 2000 di Robert Markowitz completamente passato inosservato, si prepara a tornare in sala e a differenza dei film precedenti vuole farlo col botto: Baz Luhrmann, acclamato regista di soli quattro film in vent'anni di carriera (Gara Di Ballo, i celebri Romeo+Giulietta e Moulin Rouge! e l'australiano Australia) considerato tanto geniale quanto visionario, passa al 3D e se ne vanta. Leonardo DiCaprio, che interpreterà il protagonista Jay Gatsby, recentemente intervistato da Repubblica ha spifferato che le riprese, abbondantemente finite e in post-produzione da mesi, sono state «strepitose, minuziose, curatissime, incredibili: Baz ha fatto un ottimo lavoro» lavorando, come già Martin Scorsese con i nostri scenografi Ferretti e Lo Schiavo, direttamente in 3D e quindi esaltando il colore, riempendo i set.
Il film promette di essere davvero la pellicola dell'anno, tra regia e attenzione artistica. Conoscendo i personaggi che interpreteranno i vicini di Jay, in realtà, ci possiamo aspettare molto anche dalle interpretazioni: la nostra preferita Carey Mulligan dopo i piccoli cult adolescenziali (An Education) e mascolini (Drive, Shame), si dona al cinema da cassetta mentre lavora con grossi autori (attualmente è sul set del nuovo impronunciabile film dei Coen). A fare compagnia a lei e DiCaprio ci sono poi Joel Edgerton (il "Baz" di Animal Kingdom e il Brendan di Warrior), la shopaholic Isla Fisher e l'ex Uomo Ragno Tobey Maguire. L'uscita americana è prevista per il giorno di Natale di quest'anno, il giorno dopo approderà in UK; e da noi?, ancora non si sa.
La locandina che vedete in apertura non è (tanto per cambiare) il teaser poster ufficiale; ma è bellissima. Per vedere le poche immagini rubate dal set rimando a questa pagina.

pop goes to Hollywood.





Avreste mai pensato di trovare una foto del genere in apertura di un post in questo blog? Io no. Ma in pratica succede che dopo Simona Ventura anche le stelle del pop americano approdano ad Hollywood, ma a differenza di Simona Ventura lo fanno con dignità: uscirà il 13 aprile in Italia e addirittura a maggio in USA il primo film da attrice di Rihanna, Battleship, in cui interpreterà una maschissima marine membro dell'equipaggio incaricato di sfidare strane presenze ignote che minacciano la stabilità degli abitanti sulla terraferma (cliccate qui per vedere cosa ha addosso, tra armi e tute mimetiche). La regia di questo mix tra Transformers e Poseidon (dove pure compariva un'altra cantante, la Fergie poi vista in Nine) è di Peter Berg, che sebbene sia ignoto ai più ha alle spalle una lunga carriera parallelamente divisa tra il dietro e il davanti della macchina da presa: è stato regista e interprete della serie e del film di Friday Night Lights sul football americano, ha diretto e interpretato Collateral nel 2004 con Tom Cruise prima che tornasse nelle sue missioni impossibili e nel '98 ha fatto recitare Cameron Diaz nel grottesco Cose Molto Cattive. Di Battleship stanno uscendo, soprattutto in questi ultimi giorni, nuovi poster e nuovi trailer, io vi rimando a quello ufficiale in italiano. I protagonisti della pellicola, davanti a Rihanna, sono il vampiro smemorato Alexander Skarsgård che se non avete visto in True Blood avrete visto in Melancholia, la guest star di molte serie tv Brooklyn Decker che arriva al cinema nell'altra pellicola tanto attesa, What To Expect When You're Expecting (docu-fiction sulla gravidanza) e il candidato all'Oscar (per Schindler's List) Liam Neeson.
Si prepara a comparire per la prima volta sul grande schermo dopo essere stata la voce della Puffetta anche un'altra paladina del pop tanto amica della precedente: il documentario Katy Perry: Part Of Me racconterà delle preparazioni e delle vittorie della giovane e già divorziata cantante che col suo ultimo album Teenage Dream ha battuto (quasi) tutti i record arrivando prima in classifica (americana) con cinque dei sei singoli estratti. L'uscita è prevista per questo autunno.

domenica 18 marzo 2012

coming soon/ 1.





È stata interpretata da Greta Garbo nel 1935 (sotto la regia di Clarence Brown), quando al Festival di Venezia c'era ancora la Coppa Mussolini; è stata interpretata da Sophie Marceau nel 1997 (regia di Bernard Rose); torna al cinema interpretata da Keira Knightley questo novembre in uno dei film più attesi dell'anno. Anna Karenina, storia di matrimoni e tradimenti e viaggi intorno a Mosca del russo Lev Tolstoj, sarà diretto da Joe Wright, "quello di" Orgoglio & Pregiudizio ed Espiazione, che dopo questi due successi inglesi (pioggia di nominations ma solo un Oscar, al secondo dei due film, per la colonna sonora dell'italiano Marianelli) è cascato in due piccoli flop, Il Solista del 2009 con Robert Downey Jr. e Jamie Foxx, e Hanna dell'anno scorso, con la Saoirse Ronan che già aveva diretto in Espiazione (che le valse la candidatura all'Oscar ad appena tredici anni) e che Stanley Tucci ha violentato e ucciso in Amabili Resti. Per Anna Karenina ritorna a lavorare con la navigata Knightley ormai non più spalla di Johnny Depp sul vascello dei pirati, e torna ai film in costume che dall'esordio del 2005 ad oggi gli hanno dato fama e successo. Ad accompagnare la protagonista femminile, tutta una serie di formidabili attori (soprattutto per bellezza): Jude Law nei panni di Alexei Karenin, lo scontroso Aaron Johnson dell'irlandese Albert Nobbs si fa biondo e interpreta il conte Vronsky, la meravigliosa Emily Watson sarà la contessa Lydia. La sceneggiatura non originale è di Tom Stoppard (Oscar per Shakespeare In Love), e il film pare diventerà uno dei maggiori candidati ai premi artistici della prossima stagione. Per vedere tutte le foto appena uscite dal set basta cliccare qui. I primi stati a poter vedere il film dovrebbero essere, al momento, oltre all'Inghilterra, la Spagna e la Svezia, il 7 settembre. L'uscita italiana non è ancora stata annunciata.

venerdì 16 marzo 2012

di giorno sei di tutti.





Magnifica Presenza
id., 2012, Italia, 105 minuti
Regia: Ferzan Özpetek
Sceneggiatura originale: Federica Pontremoli & Ferzan Özpetek
Cast: Elio Germano, Paola Minaccioni, Margherita Buy,
Vittoria Puccini, Beppe Fiorello, Cem Yilmaz, Claudia Potenza,
Andrea Bosca, Anna Proclemer, Alessandro Roja
Voto: 7.2/ 10

Da venerdì 16 marzo
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Una cosa che si pensa ma non si dice perché sarebbe blasfemia è che Ferzan Özpetek è il Pedro Almodóvar nostrano, sempre in bilico tra il dramma e la commedia, sempre puntellato da sessualità incerte o miste, a suo agio con attori (e soprattutto attrici) poco noti dalla bizzarra faccia ciociara, sempre attento al rapporto tra immagine e musica. Pedro però supera Ferzan perché quest'ultimo crolla nel melò e il primo no, quest'ultimo cade nel grottesco e il primo no. E Magnifica Presenza è l'apice di questo bilico, a cominciare dai titoli di testa che paiono l'inizio di Caramel piuttosto, tra musica turca e trucco teatrale. Primi piani vicinissimi, montaggio accelerato, e poi, mazzata inaccettabile, tutta una serie di ralenty sparsi qua e là nella pellicola che proprio non si possono vedere, e ci si chiede perché, che necessità c'era.
Per la prima volta insieme al regista ottomano Elio Germano (bravissimo) interpreta Pietro, tutta una protuberanza in faccia, accento siciliano perché viene da Catania col "sogno italiano" di sfondare nel mondo del cinema (a cominciare dal mondo degli spot) a Roma, che riesce ad essere meno erotico di Stefano Accorsi al quale in più di una scena somiglia molto. Pietro a Roma ha una cugina, anzi la figlia della cugina di sua madre a cui lui non è praticamente niente, personaggio magnifico, e insieme se la spassano e dormono ma siccome lei russa «come un cammello» lui cerca casa, e la trova, e ci va a vivere, e la rassetta, la decora, la arreda, la abita. La casa, però, pare abitata da qualcun altro: una camerierina compare nel buio, un bambino grasso compare sotto al tavolo... Pietro si lamenta con la proprietaria arricchitasi con l'eredità della madre ma poi no, decide di rimanere in quella casa perché in fondo quelle presenze hanno il loro fascino (soprattutto grazie a uno scrittore, che usa le migliori battute del film). Scoprirà che questi fantasmi sono i sei personaggi in cerca di un autore (più lo scrittore appunto, e un bambino) tanto celebri durante la Seconda Guerra per i loro spettacoli che mischiano recitazione e balli e canti ma non sono musicals. E che hanno bisogno di un favore, altrimenti non se ne possono andare da quella villa. E Pietro, che lavora di notte in un forno ma non è pasticcere perché non fa le torte ma solo i cornetti e s'addormenta dappertutto, inizia con l'essere scettico e finisce con l'essere stregato.
In questo film succede una cosa che nei film di Özpetek succede sempre e una che non succede mai: la prima, è la scena in cui un personaggio, di solito un celebre attore italiano, di solito donna, ha un monologo tutto per sé e per un attimo il cinema si ferma, si spezza il fiato, si rimane incantati da tanta spontanea bravura. La cosa che non succede mai, invece, è che c'è una ricca tavola imbandita dalla quale nessuno mangia. Una cosa che succede sempre e qui no è che non compare Serra Yilmaz (a cui c'eravamo abituati un po' come Hitchcock e come appunto Almodóvar, che infila nei film suo fratello dietro ai banconi) ma un uomo con lo stesso cognome. Un'altra cosa che succede sempre è che alcuni cerchi non si chiudono, forse troppi: la storia della cugina, la storia dei fantasmi e soprattutto la storia di Pietro e Paolo (che guardacaso si chiamano così e sono a Roma).
MyMovies ha scritto che è "il miglior film di Özpetek" per introspezione e significati, che parla della paura della morte e dell'amore. A me non pare che succeda niente di tutto ciò, non ci si riesce neanche a spaventare nelle scene di tensione. Non è assolutamente un brutto film, certo, ma continuiamo a preferire Un Giorno Perfetto.

killer chicken.





Com'era verde questo blog quando, il 20 settembre, di ritorno dal Festival di Venezia, parlai del più bel film in assoluto che avevo visto al Lido, a sorpresa, il film che il regista de L'esorcista presentava in anteprima stupendo tutti dopo la serie di flop in cui era incappato. Il film si chiam(av)a Killer Joe e raccont(av)a la storia di una famiglia in cui il primogenito Emile Hirsch (unico presente alla Biennale) architetta, più o meno insieme al padre, un piano per far fuori la madre e incassare i soldi dell'assicurazione, ma sono costretti a ingaggiare un terzo personaggio con cui poi dovranno spartire il malloppo, tale Killer Joe interpretato come non mai da Matthew McConaughey a cui tutti quei muscoli e quella barbetta finalmente servono. Nevrotico, sboccato, cruento, Killer Joe è il perno attorno al quale ruotano tutti i componenti della famiglia, anche la figlia femmina e piccina Juno Temple che se questo film fosse uscito in tempo, anzi, se questo film fosse uscito, sono sicuro che si sarebbe candidata a tutti i premi esistenti perché una performance così candidamente cruda da una biondina tanto caruccia non s'era mai vista (invece di film ne è uscito un altro, che si chiama Ka-Boom! e che ci ha fatto non poco schifo). Ma questo film non è mai uscito: proiettato due giorni prima della chiusura del festival veneziano, tre giorni dopo a Toronto per il loro altro festival, il 15 ottobre in Spagna e lo scorso 10 marzo in America, si mormora che possa definitivamente arrivare al cinema in agosto, e speriamo. Killer Joe prima di essere un film era uno spettacolo teatrale scritto dall'attore e sceneggiatore Tracy Letts che lo adatta all'occorrenza per il cinema e che è il figlio dei celebri Dennis Letts (attore) e Billie Letts (scrittrice di best-sellers); il suo script fa più ridere che inorridire nonostante la presenza di tanto sangue, analizza in profondità ma con poche virili battute tutti i personaggi, e tocca anche delle punte di splatter che colmano nella scena finale, scena che solo se ve la svelassi capireste il significato di questa nuova locandina uscita giusto ieri con mia somma gioia. Sarà il film per cui faremo il tifo l'anno prossimo.

piovono mucche.





Cosa Piove Dal Cielo?
Un Cuento Chino, 2011, Argentina, 93 minuti
Regia: Sebastián Borensztein
Sceneggiatura originale: Sebastián Borensztein
Cast: Ricardo Darín, Muriel Santa Ana, Ignacio Huang, Iván Romanelli
Voto: 8.1/ 10

Da venerdì 23 marzo
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Uscirà nelle sale italiane la prossima settimana (ma ne parliamo ora, sennò me lo scordo) il film che ha vinto il Marc'Aurelio d'Oro come miglior film e il Premio del Pubblico allo stesso merito alla fine della Festa del Cinema di Roma del 2011. Con il titolo italiano questa volta ci siamo superati: Un Cuento Chino, letteralmente "una storia cinese", sta ad indicare ciò in cui incappa il protagonista del film, Roberto, che durante la sua monotona e sempre uguale vita di proprietario e commesso di una ferramenta nel cuore desolato dell'Argentina si ritrova un giovanotto cinese che gli cade ai piedi sbattuto fuori da un taxi e cerca di chiedergli aiuto ma lui parla solo cinese e Roberto parla solo spagnolo (il film è recitato tutto in spagnolo, non in portoghese). Il cinese gli mostra un tatuaggio criptico, forse è un indirizzo, Roberto ce lo porta, non se ne ricava niente. Vanno all'ambasciata, chiedono al fattorino del ristorante cinese a domicilio di fare da interprete, si scopre che questo cinese si chiama Jung e sta cercando suo zio che prima era proprietario di un negozio ora venduto e che non si sa come rintracciare. Roberto, infastidito da questa (magnifica?) presenza in casa sua, stabilisce su un foglio di carta appiccicato al frigo che se entro sette giorni questo zio non compare, Jung verrà sbattuto fuori. Ma i cinesi, lo sappiamo come sono, attenti osservatori e maniaci delle sorprese, per cui, durante e dopo, questo Jung lascerà non poche eredità.
Il film si basa su una storia vera sebbene la sceneggiatura sia originale; alla fine dei titoli di coda rimanete in sala perché vi verrà mostrato l'estratto televisivo da un TG cinese che racconta la più bizzarra vicenda mai accaduta: a piovere dal cielo è una mucca. Ma non vi dico né come né dove né perché. Quello che vi dico, è che questa vicenda con cui si apre e si chiude la pellicola è solo uno dei tanti cerchi che si aprono e si chiudono in un film ricco di dettagli e di piccole storie che pure loro trovano il capo e la coda senza lasciare l'amaro in bocca. Qualche risata, che deriva soprattutto dalla considerazione generale che si ha dei cinesi, e grasse ilarità nella scena all'interno dell'ambasciata (dove bisogna prendere il numero e mettersi in fila anche se non c'è nessuno, a causa di una carenza di personale. Carenza di personale cinese). L'interpretazione burbera e sboccata di Ricardo Darín è impeccabile, decisamente migliore del premio Oscar Il Segreto Dei Suoi Occhi (il film straniero più contestato della storia del cinema), che rappresenta il culmine di una bella carriera (Nove Regine, Il Figlio Della Sposa, XXY, ), ed è buona anche la regia di questo sconosciuto Sebastián Borensztein che arriva al suo terzo lungometraggio dopo aver lavorato molto in televisione.
Notate una cosa: la desolazione delle strade e dei negozi argentini, all'inizio, del cimitero, della vita di Roberto, vengono ammazzate dalle scene di folla e di chiacchiericcio del quartiere cinese a metà film, dettaglio su cui dovremmo spaventarci.

giovedì 15 marzo 2012

siate orgogliosi.





Dopo la serie di 34 dvd su Alfred Hitchcock (decisamente deludente, se si considera che 21 erano i film e 13 erano i dischi che raccoglievano i corti dei suoi allievi de L'ora Di Hitchcock e Hitchcock Presenta), la collana Bianco & Nero All'italiana sui film che hanno fatto la storia del nostro cinema prima del colore, la retrospettiva su Vittorio De Sica, coi film da regista e da attore (tra i quali non c'era La Ciociara, ecco perché), e la (breve) filmografia completa di Stanley Kubrick, il Corriere  Della Sera propone una nuova iniziativa cinematografica, dal titolo Il Grande Cinema Italiano: Una Storia Orgogliosa, perché per anni (tanto tempo fa) siamo stati pionieri della settima arte e non dobbiamo dimenticarcene, anzi. E quindi, distanziandosi di non molto dalla collana sul cinema nostrano precedente, elogia la nazione mandando in edicola, ogni settimana, al giovedì, con Sette più € 12,90, soprattutto i film "minori" nella fama del pubblico. Subito dopo la prima, grassa, uscita, La Ciociara di Vittorio De Sica (Oscar alla Loren, prima interpretazione straniera a vincere la statuetta, ma lo sappiamo ben tutti), in versione restaurata mai vista prima, è la volta del molto meno noto Le Mani Sulla Città che in dvd non è mai uscito, Leone d'Oro a Venezia 1963, del napoletano Francesco Rosi che sceneggiò, tra le altre cose, Bellissima di Visconti. Il 29 marzo approderà in edicola Diario Di Un Maestro, primo film a colori della serie e in realtà sceneggiato televisivo del '73, per la regia di Vittorio De Seta, e poi si torna al bianco e nero con Accattone, opera prima e memorabile di Pier Paolo Pasolini, dal 5 aprile. Succederanno, nell'ordine, Amarcord di Fellini (12 aprile), Il Divo di Paolo Sorrentino (19 aprile), Il Giorno Della Civetta di Damiano Damiani (26 aprile), La Donna Della Domenica di Luigi Comencini (3 maggio). Per conoscere il piano dell'opera completo potete visitare il Corriere Store, al momento le uscite previste sono 34 ma non tutte note. A parer mio, è una nobile iniziativa, ma si sa come va in questi casi, dipende tutto dalle disponibilità delle case distributrici di questi dvd e dai diritti. Per cui, seppur apprezzabile la scelta di aggiungere ai film neorealisti i film moderni, non vedo perché le uscite non debbano seguire un ordine cronologico, e poi se si parla di capolavori io pretendo che ci sia in mezzo Antonioni, e La Ragazza Con La Pistola di Monicelli, e qualcosa di Pietrangeli.

mercoledì 14 marzo 2012

the hunger cult.





Si è tenuta lunedì sera a Los Angeles la premier del tanto acclamato The Hunger Games, e da lunedì sera ad oggi sono stati quasi cinquecento gli articoli pubblicati on-line che parlano dell'evento o del film. Tra un commento di Shailene Woodley (la figlia di Clooney in Paradiso Amaro) che si complimenta con Jennifer Lawrence per l'ottima performance e una foto di Miley Cyrus che partecipa alla prima e un'intervista alla Lawrence che rivela di amare le scene di nudo, sono balzati all'occhio anche importanti articoli: il primo, riguarda la versione inglese della pellicola, che sarà tagliata e censurata perché contiene «troppe scene di violenza»; il secondo, è l'articolo che rivela ciò che tutti siamo pensando e che nessuno sta dicendo. Questo The Hunger Games, primo film di una trilogia basata sui romanzi di Suzanne Collins, sarà il nuovo Twilight che era stato il nuovo Harry Potter? Stando alle vendite del romanzo, seppur notevoli, no: i due milioni e mezzo di copie devono scontrarsi con i centosedici milioni della Meyer, e il terzo capitolo della saga in Italia non è ancora uscito. Stando invece al terrorismo psicologico pubblicitario che il film sta portando avanti, sì: agli scorsi Mtv Movie Awards (premi di dubbia credibilità) erano stati presentati pochi minuti della pellicola, che consistevano essenzialmente nei titoli di testa; da quel giorno ad oggi sono uscite ben ventisei locandine tra due serie di teaser poster (i manifesti che annunciano il film senza promuoverlo) e la più recente immagine promozionale del tour che il film sosterrà nelle più grandi città americane, che prevede ancora otto prime visioni (Chicago, Atalanta, Seattle, Miami...) ed è questo. Tutta visibilità e fama per la protagonista femminile, Jennifer Lawrence appunto, premiata come miglior esordiente a Venezia 2008 per l'incantevole The Burning Plain e candidata all'Oscar 2011 come miglior attrice protagonista per l'indipendente Un Gelido Inverno, e annunciatrice ufficiale dei candidati all'Academy di quest'anno. Visibilità e fama che le stanno facendo davvero bene (ditemi voi se a giudicare da questa foto scattata lunedì sera non ve la fareste anche ad occhi chiusi). Ad accompagnarla, nel cast, ci sono Josh Hutcherson de I Ragazzi Stanno Bene e Viaggio Nell'isola Misteriosa, Liam Hemsworth di The Last Song e il ben più noto Woody Harrelson.
Ma, alla fine, il film di che parla? Questi "hunger games" sono dei giochi annuali trasmessi in mondovisione in uno scenario post-apocalittico in cui un gruppo di ragazzi, mandati dal governo a rappresentare ciascuno il proprio distretto, combatte in una sorta di torneo in cui chi perde muore, per dimostrare che nemmeno i bambini possono sfuggire al potere del Capitol, il governo della città centrale. Niente bacchette magiche né canini affilati, ma tanto sangue insomma, in una storia che mischia il mito di Teseo alla guerra in Vietnam. Uscirà nei cinema italiani l'1 maggio senza l'articolo, col titolo Hunger Games.

martedì 13 marzo 2012

la zoppite si eredita?





La Kryptonite Nella Borsa
2011, Italia, 98 minuti, colore
regia: Ivan Cotroneo
sceneggiatura: Ivan Cotroneo & Monica Rametta
soggetto: Ivan Cotroneo
cast: Luigi Catani, Valeria Golino, Luca Zingaretti, Cristiana Capotondi,
Libero De Rienzo, Vincenzo Nemolato, Monica Nappo
voto: 8/ 10
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Uscito a novembre nelle sale italiane (non tante, per la verità) e passato poco prima per le vie della Festa del Cinema di Roma, La Kryptonite Nella Borsa arriverà il 4 aprile in dvd e approfitto della cosa per parlarne (bene) dato che mi sono fatto sfuggire le precedenti occasioni.
Opera prima di Ivan Cotroneo (che non è mica un novellino: collaboratore di Ozpetek, Corsicato, Luchetti, Guadagnino, autore televisivo per programmi molto noti come la fortunata serie Tutti Pazzi Per Amore e teatrale per adattamenti di sceneggiature quali Le Regole Dell'attrazione e Closer, ha iniziato la carriera come traduttore, e se avete - come spero - una copia de Le Ore di Michael Cunningham in casa vedrete che il suo nome è in seconda pagina), racconta la storia di una Napoli negli anni '70 tutta colori e musica, e di una famiglia nella Napoli degli anni '70 che a suo modo tira avanti senza che gli altri se ne accorgano. Peppino è il più piccolo del quadretto, dieci anni e già una sviluppata miopia sotto una serie di ricci scuri, fattori che lo rendono il più insultato della classe. Ma lui con la testa tra le nuvole ci bada poco, anche perché ha due zii che lo portano a ballare, magistrali personaggi, Libero De Rienzo (David come non protagonista per Santa Maradona e un film malato da regista, Sangue, si è svenduto al cinema provinciale italiano dopo averlo massacrato per anni in svariate interviste) e Cristiana Capotondi che nel frattempo ha imparato a recitare. Succede che sua madre, la Valeria Golino che si affida sempre ad un sacco di esordienti, sempre azzeccandoci, scopre che il marito la tradisce, e inizia una sorta di malattia che sfocia nella psicanalisi, ammazzando un tabù (raccontare tutti i problemi di una famiglia ad un estraneo) per ricacciare un altro tabù (divorziare). Sullo sfondo, un cugino supereroe che salta tra i tetti e sotto agli autobus e tre pulcini decisamente poco longevi. Tutti, danno una grandissima prova di interpretazione, con accento partenopeo che appartiene a quasi nessuno di loro. I dialoghi sono brillanti e fanno scompisciare dal ridere, soprattutto per le minuziose attenzioni (Assunta, una delle donne meglio riuscite, vivendo con i genitori dà a loro tutto il suo stipendio e tiene da parte solo ciò che le basta per comprare un tubetto di maionese, che succhia nei momenti di dispiacere) e per le trovate terrone («voi avete tre madri» dice la maestra, «una è quella che sta a casa e tiene tutto pulito, una è quella che sta in cielo e l'altra eccola qua»).
Piccola perla del cinema italiano, molto curato anche sotto il punto di vista artistico, dei costumi e delle scene, e soprattutto della musica. Storia originale (che Cotroneo ha tratto dal suo libro, edito da Bompiani) tutta italiana che ci fa sorridere del nostro essere italiani, senza vergognarcene. E soprattutto, non credo che vedrete mai più De Rienzo stretto in un paio di jeans a zampa che balla con disinvoltura il twist.

lunedì 12 marzo 2012

coming never.





Se ne parla da un giorno. E la colpa è di questa bella, bellissima locandina che vedete qui a sinistra (siamo nella settimana dei post sui manifesti, eh?). Ma Walt, film di Ron Howard con Ryan Gosling nel ruolo di Walt Disney presto sugli schermi, non esiste.
Pascal Witaszek, artista francese ideatore incallito di manifesti fake, invece di lanciare su Twitter un cinguettio sull'assurdo fatto che nessuno abbia mai pensato di scrivere e dirigere un biopic sul più famoso cartoonist del mondo, produttore di 655 titoli tra documentari, corti, lungometraggi, film d'animazione, vincitore, tra l'altro, di ben 22 premi Oscar su 61 nominations, regista solo ed esclusivamente di cortometraggi, s'è messo d'impegno e s'è inventato una produzione intera, dei crediti, una tagline e un titolo e ha scelto come attore protagonista il ragazzo del momento, tra interpretazioni e premi e addominali (che visto così di profilo non ci starebbe affatto male), e come regista un uomo che fu celebre da giovane (per il suo bizzarro ruolo in Happy Days) e che adesso sta lasciando la celebrità alla figlia (Bryce Dallas, una delle co-protagoniste di The Help e di 50/50), che ha passato momenti d'oro con A Beautiful Mind e Cinderella Man ma che ha perso credibilità e consensi con Il Codice Da Vinci, Angeli E Demoni e, soprattutto, Il Dilemma. Ron Howard però sta effettivamente lavorando ad un biopic, quello sul campione di Formula 1 Niki Lauda che sarà interpretato da Daniel Brühl e avrà nel cast, tra gli altri, Olivia Wilde e Chris Hemsworth, e si chiamerà Rush, ed è programmato per il 2013. A questo Walt, alcuni siti ci hanno creduto, alcuni ci hanno sperato, il pubblico ha lasciato commenti, in giro per il web, della serie "ho sputato il caffè che stavo bevendo". La locandina ha fatto il giro del mondo ed è andata a bussare ad Hollywood. Adesso, cosa succederà, lo scopriremo solo vivendo, ma effettivamente un bel filmone su Walt Disney prodotto da Walt Disney ci sarebbe piaciuto di più di War Horse, quest'anno.
Walt è morto nel 1966, suo fratello Roy nel 2009. L'ultima cosa di casa Disney che c'è giunta è il corto animato Destino, candidato all'Oscar nel 2004, scritto e disegnato in parte da Salvador Dalì. Pascal Witaszek un sito ufficiale non ce l'ha, e prima di quest'apparizione mondiale non aveva fatto mai parlare di sé. Di certo, da ieri, è una celebrità.
(Dettaglio di cui non parlerà nessuno: nell'elenco degli interpreti tra i crediti ai piedi del poster ci sono anche Michelle Williams e Ewan McGregor tra gli attori e, a sorpresa, il nostro Pierfrancesco Favino. Perché ai francesi, Placido ce lo ricorda sempre, Romanzo Criminale è piaciuto molto.)

Cannes revival/ 3.





Marina Cicogna, produttrice di pochi film tra cui Indagine Su Un Cittadino Al Di Sopra Di Ogni Sospetto (che vinse l'Oscar al miglior film straniero e che lei non andò a ritirare - era il 1971), ospite di Simona Ventura nel programma post-Oscar che Sky ha voluto mettere in mano alla naufraga col fattore X (non commento la scelta), stizzita dalla vittoria di così tanti francesi ha però ammesso: «non dimentichiamo che i francesi ci sanno fare, se non fosse stato per il Festival di Cannes, Antonioni non avrebbe fatto altri film dopo L'avventura».
Partiamo da questo spunto per proseguire la carrellata di memoriali pre-Cannes e mettere in evidenza sbagli e vittorie di un festival che, ad oggi, in fatto di qualità artistica, organizzativa e mondana, non ha eguali (siete mai stati a Venezia? Avete riso scoprendo che tutto si svolge in una via e due palazzi?).
1960. Presidente di giuria al 13esimo Festival di Cannes è lo scrittore francese Georges Simenon (autore di dozzine e dozzine di libri tutti pubblicati in Italia da Adelphi, tra cui le indagini di Maigret). Fuori concorso viene presentato Ben Hur. In concorso c'è un film di cui abbiamo già parlato, il greco Mai Di Domenica, che vinse la Palma all'interpretazione della Mercouri ex aequo con Jeanne Moreau per Moderato Cantabile. La Palma d'Oro va a un film fischiato dal pubblico, La Dolce Vita di Federico Fellini. Il Premio della Giuria va ad un altro film fischiato, fischiatissimo, come mai s'era sentito: L'avventura di Michelangelo Antonioni. Quando il pubblico proseguì a contestare, durante la cerimonia di premiazione, Roberto Rossellini disse: «L'avventura è il più bel film mai presentato a un festival». Oggi, sappiamo che è vero, e il Festival di Cannes ce l'ha voluto ricordare usando un'immagine di quel film per il poster dell'edizione 2009 (la 62esima, immagine a destra).
Prima parte della "trilogia con epilogo" sull'incomunicabilità e inizio del sodalizio artistico tra Monica Vitti e Antonioni e debutto ufficiale al cinema di Monica Vitti, L'avventura è un quadro, non è un film. E se ognuna delle tre pellicole rimane impressa, stampata nella testa per anni, per una sua peculiarità (La Notte, il secondo episodio, considerata la summa registica di Antonioni, è un capolavoro di silenzi e dialoghi nonsense per dipingere la crisi di una coppia a cui apparentemente non manca niente; L'eclisse, l'ultimo dei tre film, tra le urla debilitanti degli agenti di cambio dentro alla Borsa di Roma, oltre che per queste immagini colossali di valute e folle animalesche che si contrappongono al deserto bianco dell'esterno, non si può non ricordare per la disturbante e catastrofica scena finale), L'avventura è in assoluto quella davanti alla quale si sta in silenzio per qualche minuto, per la perfezione simmetrica e di fuochi di tutte le scene, per l'eleganza con cui si muove la telecamera, per l'ambientazione della storia: durante una gita alle isole Eolie, un gruppo di amici, tra cui Monica Vitti nel ruolo di Claudia, fa sosta sull'isola deserta della Lisca Bianca, capolavoro naturale di protuberanze e aridità, e si perde un membro del viaggio, tale Anna, che più volte aveva dato cenni di insofferenza e di difficoltà col moroso, Sandro. Nel panico generale, tutti iniziano le disperate ricerche della giovane donna, senza arrivare a un risultato per giorni. Sandro e Claudia, i più vicini alla dispersa, continuano i sopralluoghi perdendo lentamente l'interesse nella causa e spostando l'attenzione su una sottesa tensione erotica che si è instaurata tra loro. Di Anna, non sapremo mai più niente.
L'avventura arrivò in Inghilterra, dove si candidò a due BAFTA, per l'interpretazione straniera e il film. Ma fu col successivo La Notte che Antonioni ebbe il suo riscatto, vincendo l'Orso d'Oro al Festival di Berlino e in Italia il David e il Nastro d'Argento come miglior regista, sperando anche nella candidatura all'Oscar come miglior film straniero. Per la statuetta americana, ha dovuto aspettare sei anni (nominations per la sceneggiatura e la regia di Blow-Up), per l'attenzione del pubblico è ancora in attesta. A Cannes ci sarebbe tornato poi altre quattro volte, vincendo un altro Premio della Giuria per L'eclisse, la Palma d'Oro per Blow-Up e il Premio Speciale per Identificazione Di Una Donna. Di quella drammatica prima volta al festival francese, Monica Vitti ne parla in questo video.

domenica 11 marzo 2012

strychnine.





Young Adult
2011, USA, 94 minuti, colore
regia: Jason Reitman
sceneggiatura: Diablo Cody
cast: Charlize Theron, Patrick Wilson, Patton Oswalt
voto: 8.2/ 10
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Lui ha esordito alla regia con Thank You For Smoking (candidato a due Golden Globes) giungendo poi agli Oscar con Juno (quattro nominations, un premio) e Tra Le Nuvole (sei nominations), e nel tempo libero ha diretto un episodio del Saturday Night Live e due di The Office.
Lei ha esordito alla sceneggiatura con Juno, vincendo quell'unico Oscar della pellicola, ha pubblicato un'autobiografia sulla sua vita da spogliarellista, ha creato e scritto la serie United States Of Tara con Toni Colette e s'è data allo splatter con Jennifer's Body.
E siccome squadra vincente non si cambia, sono tornati insieme, ma con meno applausi dal pubblico in sala e dalla stampa. Non a caso, uscito venerdì in Italia, si trova in sole dodici sale sparse nella penisola; dodici, avete letto bene.
Eppure io Young Adult l'ho trovato decisamente migliore del precedente diretto da Reitman (in cui George Clooney viaggiava e flirtava con una e placava lo spirito bollente di un'altra), con molta più storia, molto più sviluppo, molto più senso. Questa è la vita di Mavis, una Charlize Theron sempre bellissima e sempre più brava che se all'inizio non produce nessun sentimento in noi spettatori, poi inizierà a farci provare un leggero disgusto. Passa le giornate tra il letto e il divano, alzandosi e stendendosi, con la televisione perennemente accesa sui programmi spazzatura di Mtv, E! e simili, quando ha fame va da KFC o da McDonald's, quando se ne ricorda apre una scatoletta al cane che rigorosamente mangerà fuori dove nessuno ha tolto via le altre scatolette precedentemente svuotate. Poi, scrive. E se all'inizio pare che lo faccia amatorialmente, poi si scopre che no, è il suo mestiere: scrive libri che fanno parte di una serie che fa parte del filone così "illegalmente popolare" dal nome Young Adult, appunto. In realtà, il lavoro non le va così bene. E, tipica reginetta del ballo che si sentiva stretta nella provincia e ha trovato la felicità e la fama lasciando tutto e andandosene, ritorna là dove aveva frequentato il liceo in occasione della nascita della prima bambina del suo storico ex fidanzato, che cercherà di sedurre con tutte le tecniche.
La penna di Diablo Cody si sente tantissimo, non tanto nelle singole battute (alcune sono veramente argute, così tanto da non far ridere) quanto nella storia intera: Mavis è un personaggio a metà tra la schizofrenia di Tara e la liceale Juno, che s'incanta a guardare le cose della sua vecchia cameretta e ascolta cassette anni '80 in macchina. Si ritroverà involontariamente ad una diluita rimpatriata di vecchi compagni, tra quelli che l'hanno sempre bramata e quelli che l'hanno sempre detestata.
La regia di Reitman, invece, è sempre composta e moderata, e la solita carrellata di scene veloci di fila è concessa in tutti i casi di pedicure e manicure così minuziosamente descritti.
E forse questo film, il meno premiato dell'anno, mi ha così colpito perché un po' temo di fare la stessa fine di Charlize Theron (soprattutto per i capelli), ma spero si non essere di parte neanche quando chiedo un minuto di silenzio per Patrick Wilson. L'avete visto in Little Children, no?

sabato 10 marzo 2012

moonrise kingdom.





Quando, due mesi fa, venne pubblicato su YouTube il trailer ufficiale del nuovo film di Wes Anderson, gli utenti di Twitter impazzirono; #WesAnderson divenne hashtag mondiale e #MoonriseKingdom pure, tutti commentavano i ghirigori gialli delle scritte in sovraimpressione e anche il pubblico italiano si diceva smanioso di vedere questa nuova opera. Che sarà al cinema il 25 maggio (il 16 in Francia, non chiedetemi perché) e di cui è appena uscita la locandina teaser ufficiale, che vi propongo.
Quelli che vedete in basso, fintamente inseriti in un fiabesco e pittorico paesaggio, dono i due protagonisti dodicenni che decidono, durante l'estate del '65, di fare un patto in seguito al loro fidanzamento e scappare dal campo-scuola per vivere nella natura selvaggia e austera del loro amore e della loro forza di volontà. A complicare i loro piani ci saranno un sacco di adulti, dallo sceriffo Bruce Willis al capo-scout Edward Norton, fino ai genitori della fanciulla, Bill Murray e Frances McDormand. I due ragazzini sono interpretati da Jared Gilman e Kara Hayward. Nel cast compaiono anche Tilda Swinton e il solito Jason Schwartzman, così, per rimanere in casa Coppola, con cui Anderson aveva già girato i precedenti Il Treno Per Il Darjeeling e Le Avventure Acquatiche Di Steve Zissou. Ce la farà, dopo le due nominations all'Oscar (per Fantastic Mr. Fox l'anno scorso e per la sceneggiatura de I Tenenbaum con Owen Wilson), a raggiungere anche il cuore della critica oltre che quello del pubblico? A giudicare dalle immagini del trailer (che potete guardare cliccando qui) parrebbe un film dalla splendida fotografia e dalla storia divertente e non così demente come gli ultimi colpi. Anderson, in realtà, era stato anche il produttore di una piccola perla degli anni passati, un film dal titolo Il Calamaro E La Balena, uno dei primi film dell'inventore di Facebook Jesse Eisenberg che si candidò all'Oscar per la sceneggiatura e ai Golden Globes per le interpretazioni dei protagonisti Jeff Daniels e Laura Linney, un film che, insieme a quelli di Anderson regista, dovete assolutamente recuperare.
Moonrise Kingdom al momento non ha data di uscita italiana né titolo (non lasceranno mai questo originale). E, a giudicare dalla scritta "coming soon" in basso a questa locandina, credo che avremo altre immagini oltre che nuovi aggiornamenti.

Cannes revival/ 2.





Oci Ciornie
1987, Italia, 117 minuti, colore
regia: Nikita Michalkov
sceneggiatura: Aleksandr Adabashyan,
Nikita Michalkov, Suso Cecchi D'amico
soggetto: Anton P. Chekhov
cast: Marcello Mastroianni, Silvana Mangano,
Yelena Safonova, Vsevolod Larionov
voto: 7.4/ 10
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Fu il film che portò a Mastroianni la terza nomination all'Oscar (le precedenti erano state per Divorzio All'italiana nel 1963 - il film era del '61 e vinse solo la statuetta alla sceneggiatura originale - e per Una Giornata Particolare nel 1978), la seconda Palma all'interpretazione al Festival di Cannes (la precedente era stata per Dramma Della Gelosia), il quinto David (i precedenti non ve li elenco), il sesto Nastro d'Argento. E sebbene il film sia stato candidato al Golden Globe e al BAFTA come miglior film straniero, diciamocelo: sta in piedi solo per Marcello. Costumi di quel primo Novecento de I Vicerè, completi bianchi e assurdità intorno a una fontana come la migliore tradizione felliniana ha lasciato, la pellicola racconta la storia di Romano, italiano seduto al tavolo del ristorante di una nave in viaggio che beve vino bianco e guarda una delle ultime foto fatte insieme alla moglie. Un baffuto russo accaldato e disidratato gli compare di fianco e lo impietosisce per la sua sete; Romano lo invita a sedersi, iniziano a parlare, iniziano i flashback: sulla terraferma ha lasciato la figlia, in una casa gigantesca appartenente a sua moglie e ai di lei genitori, e una serie di giorni tristi e allegri e di storie vere e inventate. Celebre racconta-balle, non si capisce se le cose che Romano stia dicendo siano reali o finte, ma queste sono: lavorando a un progetto di moderna urbanistica da venticinque anni e trasferitosi nella villa della consorte contro la volontà dei suoceri, si ritrova a gestire la follia della moglie data dai problemi finanziari, che sfocia(no) in urla e frasi di cui poi si pentirà. Romano la lascia, se ne va, se ne va in un albergo bizzarro e assurdo dove tutti sono vestiti di bianco o panna e dove l'acqua della piscina è nera e fa fumo, i vecchietti sulla sedia a rotelle vengono spinti in simultanea dagli inservienti e lui se ne sta sempre tutto solo al tavolo a far colazione. Il riflesso di un diadema sul cappello di una signora lo cattura, e poi lo cattura la signora: è una russa (pure lei) con cui passeggia, parla, ride, balla, fa sesso orale. Il loro rapporto si sgretolerà e si riformerà nel tempo, e il flashback andrà avanti fino alla fine.
Nikita Michalkov è il russo-degli-Oscar: si candidò al miglior film straniero nel 1992 con Urga - Territorio D'amore, l'anno successivo lo vinse con Burnt By The Sun, fu l'inviato nazionale nel 1998 con Il Barbiere Di Siberia ma fu squalificato perché la pellicola non arrivò in tempo a Los Angeles e poi fu candidato ancora per 12, nel 2007. Nonostante il successo del Faust e i fischi in sala a Burnt By The Sun 2, sperando in un'ennesima, miracolata candidatura, i russi si son tenuti in patria il film di Sokurov (che avrebbe potuto ricevere nominations artistiche) e c'hanno rimesso il doppio. "Oci Ciornie" non vuol dire "oggigiorno" come ho pensato per ventidue anni, ma è la pronuncia per il russo "occhi neri", ed è anche il nome celebre di una celebre canzone popolare gitana che in realtà fu scritta da un ucraino e musicata da un tedesco, e dà il nome al film perché Mastroianni ne accenna il ritornello verso i tre quarti della pellicola. Pellicola che comincia un po' lentamente e decolla molto tardi, ma alla fine, più o meno, decolla. Ad appesantire la trama - una storia diluita in una vita quasi intera - c'è la doppia lingua (italiano e russo) e la presenza di troppi scenari, troppi costumi, troppi effetti pirotecnici della macchina da presa che sa sempre come muoversi, sa sempre inquadrare ciò che è utile o lo sarà, ma si diletta in peripezie davvero felliniane. Meravigliosa Silvana Mangano, un pelo attempata, nella sua ultima interpretazione (sarebbe morta due anni dopo).

giovedì 8 marzo 2012

dieci decimi.





Volver
2006, Spagna, 121 minuti, colore
regia: Pedro Almodóvar
sceneggiatura: Pedro Almodóvar
cast: Penélope Cruz, Lola Dueñas, Carmen Maura,
Blanca Portillo, Yohana Cobo, Chus Lampreave
voto: 10/ 10
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E mentre al cinema approda A Simple Life (vedi qualche post sotto) in occasione della Festa della Donna, io rimango in tema di ingiustizie francesi al Festival di Cannes e vi propongo un film che va bene per il pubblico femminile perché è interpretato dalla crema del cinema spagnolo e che vede solo quattro attori di sesso maschile in tutta la pellicola, uno dei quali è una semplice comparsa, il commesso di un negozio di ferramenta, Agustín, il fratello di Pedro. Parlo di Volver (sottotitolo italiano: Tornare) anche perché mi ero ripromesso, prima o poi, di rendere omaggio a quel film, quell'unico film, a cui darei dieci su dieci, il voto massimo. Ingiustamente mandato via da Cannes con il premio alla migliore sceneggiatura e all'intero cast femminile per l'interpretazione (ci rimase male Penélope Cruz, che si aspettava una Palma tutta per sé) e non diede, neanche questa volta (anche Tutto Su Mia Madre vinse un premio minore), l'oro ad Almodóvar (che sarebbe poi tornato a Cannes con tutti i successivi film, senza vincere niente). In concorso quell'anno c'erano anche un altro capolavoro, Il Labirinto Del Fauno di Guillermo Del Toro poi reso celebre da Hellboy, il film che portò alla ribalta i messicani all'Oscar, Babel, Marie Antoinette della Coppola diventato poi un piccolo cult, e il nostro Caimano di Nanni Moretti che quest'anno sarà presidente. Monica Bellucci era nella giuria gestita da Wong Kar Wai, e non diedero nessun premio a quasi nessun film citato: la Palma d'Oro andò a Il Vento Che Accarezza L'erba di Ken Loach, regista di tutto rispetto certo, ma autore di un drammone molto scontato; il premio della giuria andò a Red Road e i migliori attori furono tutti quelli di Days Of Glory (due ensemble per l'interpretazione?, mmh...).
Volver poi ebbe il riscatto fuori dalla Francia: diventò il film spagnolo più visto di tutti i tempi (battuto successivamente solo da Mentiras Y Gordas, saga adolescenziale di bei ragazzetti arrapati), ottenne cinque EFA, cinque Goya, due nominations ai Golden Globes, una nomination all'Oscar, la prima per Penélope Cruz (venne ignorato spudoratamente come film straniero). L'interpretazione della Cruz la portò dappertutto e la consacrò come attrice internazionale, in queste vesti popolane che furono spesso di Sophia Loren nei film napoletani. Per somigliare a Sophia, Penélope indossa in tutte le scene un finto sedere di silicone che sotto alle gonne la fa sembrare molto più contadina. I gesti, la voce, gli occhi, la camminata, tutto è preso dal cinema italiano degli anni '60. E Raimunda diventa una donna povera ma forte che porta avanti una casa quasi da sola, perché il marito beve birra guardando la partita e la figlia sta tutto il giorno attaccata al telefono. Prende cento lavori, non ha un attimo per sé, e quando ce l'ha lo usa per andare a lucidare la bara della madre, morta misteriosamente in un incendio nel paese d'origine, La Mancha, dove vive il più alto tasso di follia per abitante. Al paese c'è un'altra amica d'infanzia, Agustina, la cui madre ha pure fatto una fine strana, di cui nessuno sa più niente.
Tanti cerchi si aprono e tanti se ne chiudono e fino all'ultima scena rimaniamo col dubbio e il fiato sospeso. La forza del film, che diventa così diverso dal precedente Tutto Su Mia Madre molto più venerato, è proprio nella semplicità della storia: una buona trama, un buon modo di raccontarla, sei buonissime interpretazioni, una colonna sonora (di Alberto Iglesia) impeccabile, qualche parolaccia e anche una canzone.
E se siete sorpresi per come vanno le cose nella pellicola, andate a recuperare Il Fiore Del Mio Segreto che vi dimostra come quattordici anni prima Pedro avesse in mente la stessa storia, ma...

mercoledì 7 marzo 2012

si piange a crepapelle.



Quasi Amici
2011, Francia, 112 minuti, colore
regia: Olivier Nakache & Eric Toledano
sceneggiatura: Olivier Nakache & Eric Toledano
cast: François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Audrey Fleurot
voto: 6.4/ 10
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Rimaniamo in ambito francese su un film che fino all'ultimo momento non sapevo se recensire o meno (è uscito questo venerdì, una settimana dopo un altro su cui ho taciuto, Knockout) ma oggi, sentendone ancora parlare, mi sono detto: ok, sfatiamo il mito. "Il film francese più visto di tutti i tempi" promette, sulla locandina, "risate a crepapelle". Bene, non ve le aspettate. Si ride meno di una puntata di Modern Family, e si ride soprattutto se si conosce qualche dettaglio d'oltralpe. Si sorride spesso, ma si piange anche molto: il nostro Ludovico Einaudi firma la colonna sonora più versatile della storia del cinema: si passa dalla disco-music degli anni '80 a Bach e Mozart fino a trilli di pianoforte (accompagnati da grandi paesaggi marittimi) da spezzare il cuore. Il film è anche meno imbecille di quello che si pensa: ben lontani dalla demenza popolare di Giù Al Nord, ormai ex campione di incassi francese, i personaggi di Quasi Amici - che in originale ha un ben più presuntuoso titolo, Intouchables, di poco diverso dagli Intoccabili di Brian De Palma - fanno parte tutti dell'altissima borghesia, quasi aristocrazia, di Parigi. Tutti tranne il protagonista, Idris, tipico nero bonaccione e spontaneo che si presenta ai colloqui di lavoro in scarpe da ginnastica e pantaloni della tuta, perché tanto sa che il lavoro non lo otterrà e spera nel sussidio da disoccupazione. Nella prima scena, Idris e colui di cui in futuro si prenderà cura sono in macchina, in coda nel traffico in mezzo alle illuminate vie della capitale francese, che neanche si parlano e neanche si guardano. Un colpo di acceleratore e il film, partito con la marcia del drammone, diventa Drive: un inseguimento, una scommessa, un blocco della polizia, una bugia. Non si capisce bene questo inizio: si sente il sapore di una nostalgia, di un sacco di ricordi in mezzo a questi due passeggeri, uno dei quali non si muove, si sente che c'è della tristezza, e non una "risata a crepapelle". Però poi la scena si interrompe e si torna indietro nel tempo e si scopre in che modo questi personaggi si sono incontrati, e come sono diventati amici - e non quasi amici.
Spunto di base vero ma anche veramente trito e ritrito del ricco che incontra il povero e lo scopre indispensabile, e il povero che incontra il ricco e lo trova poco pragmatico: il nero morto di fame chiede alle donne se vogliono fare il bagno con lui; il bianco possessore di una villa molto simile a Versailles intrattiene una corrispondenza epistolare amorosa con una sconosciuta regalandole versi in rima su angeli e sfingi. A teatro, finiranno col ridere.
Per la serie delle assurdità francesi, Omar Sy che interpreta Idris ha ottenuto il Premio César per la migliore interpretazione maschile lo scorso 24 febbraio, rubandola al suo collega di set e a Jean Dujardin vincitore del BAFTA, del Golden Globe, dell'Oscar per The Artist. È stato l'unico premio dato alla pellicola che non poteva uscirsene a mani vuote dopo il successo di pubblico e critica, e che aveva nove nominations (tre per gli attori, il film, la regia, la sceneggiatura, la fotografia, il montaggio, il sonoro). Peccato per il nostro Einaudi, che non è stato neanche candidato.

Cannes revival/ 1.





Dato che il Festival di Cannes è alle porte, dedichiamo un paio di settimane ad un piccolo "revival", una breve serie di ricordi sulle edizioni passate e sui film che moralmente sono stati i vincitori della Palma d'Oro e che magari se ne sono usciti dalla settimana francese completamente privi di riconoscimenti (qualche esempio: la Palma 2011 è stata di The Tree Of Life mentre il filmone vincitore di tutto, The Artist, aveva ottenuto solo il premio all'attore; La Vita È Bella di Benigni ricevette il Gran Prix della Giuria e poi tre Oscar, mentre il riconoscimento maggiore andò a L'eternità E Un Giorno di Theo Angelopoulos completamente dimenticato; per non parlare de Il Vento Che Accarezza L'erba che tolse l'oro a Volver). Cominciamo questi pensieri nostalgici con una piccola parentesi non sul film ma sulla cerimonia in sé, sulla cerimonia di premiazione, su ciò che accadde nel 1987.
Si festeggiava il quarantesimo anniversario del Festival (nato nel 1947) e per l'occasione fu assegnato un premio speciale a Federico Fellini che presentava il suo docu-fiction (come lo chiameremmo noi oggi) Intervista. In concorso c'erano giganti del cinema come Stephen Frears (Pick-Up), Peter Greenaway (Il Ventre Dell'architetto), Paul Newman da regista (Lo Zoo Di Vetro), Wim Wenders (col suo film più celebre, Il Cielo Sopra Berlino), e due italianissimi: Ettore Scola con La Famiglia (candidato all'Oscar come miglior film straniero) e Francesco Rosi con Cronaca Di Una Morte Annunciata. L'Italia era anche in un altro film in gara, Oci Ciornie del russo Nikita Mikhalkov (quello di Burnt By The Sun che vinse un Oscar con la prima metà e ha fatto cilecca con la seconda) con, nel cast, Marcello Mastroianni che ebbe la Palma all'interpretazione e fu candidato di diritto all'Academy Award come miglior attore protagonista. Tutti si aspettavano che il film ottenesse anche la Palma d'Oro. Ma all'interno della giuria c'era un altro russo, Elem Klimov, che minacciò di lasciare delegati e festival se si fosse deciso di dare un qualche premio a Mikhalkov dal momento che, cito, «il film è una porcheria, una schifezza». L'oro fu quindi dato al francese Maurice Pialat, per Sotto Il Sole Di Satana con Gérard Depardieu, e al momento di ritirare il premio il regista fu accolto da fischi e boati da parte del pubblico, e non appena ebbe il microfono in mano Pialat disse alla platea «si vous ne m'aimez pas, je peux vous dire que je ne vous aime pas non plus», se io non vi piaccio posso dire che neanche voi piacete a me. Il caos però non era nuovo sul palco, quella sera: poco prima, per l'assegnazione del Gran Premio della Giuria a Mail Souleymane Cissé per Yeelen - La Luce, un uomo del pubblico riuscì a salire sul palco, a raggiungere l'asta, a prendere il microfono e iniziare ad urlare insulti razzisti per Cissé, originario del Mali. Il regista di colore strappò il microfono dalle mani dell'invasore e glielo diede in testa. Alla fine di tutto, Cissé e Pialat scatenarono una rissa con lo sconosciuto.
Esiste, superstite, un video della televisione francese che testimonia le proteste nate per l'assegnazione di quella Palma, che potete trovare cliccando qui. Più tardi, parleremo della bellezza non sottovalutata di Oci Ciornie.

martedì 6 marzo 2012

il film di Hong Kong.





A Simple Life
2011, Hong Kong, 118 minuti, colore
regia: Ann Hui
sceneggiatura: Susan Chan & Yan-lam Lee
cast: Andy Lau, Deannie Yip, Sui man-Chim
voto: 7.9/ 10
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Oltre ai bisbigli continui su Shame, al Festival di Venezia numero 68, quest'anno, si mormorava un'altra cosa: «vedrai che la Coppa Volpi alla migliore attrice la daranno a Keira Knightley» (per A Dangerous Method, dove sfoggia schizofrenia e mandibola); ma quello che i pettegoli non avevano tenuto in conto era la presenza di film orientali in concorso, la predilezione di Marco Müller ormai ex direttore per questo genere di film (e di lingua, e di ospiti) e il fatto che non potevano mica tornarsene in Cina, in Giappone, completamente privi di premi maggiori. E così la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile è stata di Deannie Yip, e possiamo dire che, per quanto verrà presto dimenticata nel tempo, è stata anche una Coppa relativamente meritata. Il film, A Simple Life, esce nelle sale italiane l'8 marzo, un giorno prima del normale, in occasione della Festa della Donna, ed è stato trasmesso da MyMovies Live!, nuovo canale di live streaming per film in anteprima (adesso stanno trasmettendo Project Nim), l'1 di questo mese, per un numero ristretto di spettatori, tanti quanti ne entrerebbero in un cinema.
La trama è ispirata da una storia realmente accaduta: Roger, produttore cinematrografico, è l'ultimo di quattro generazioni a godere della buona cucina e delle minuziose cure di Ah Tao, la governante di famiglia, che porta avanti con orientale devozione quel mestiere da quando aveva quindici anni ed era fuggita dalla famiglia che arrancava in povertà. E dopo quattro generazioni, ormai, Thao è una di casa, una di famiglia, anzi è un'abitudine: dalla scena iniziale capiamo come Roger, rimasto solo perché la madre è emigrata in America, dia per scontato tutto ciò che l'anziana donna fa per quella casa (prepara i pasti, piega i vestiti, pulisce la casa); dalla scena iniziale capiamo anche perché la vita del titolo è "semplice", e che tipo di donna sia Thao: al mercato i garzoncelli la chiudono nella camera refrigerata mentre lei, poveretta, sceglie l'aglio tra le verdure in cassetta, e i maschi fuori se la ridono. I giorni trascorrono tutti uguali, tra pasti e ammonimenti e la casa a cui badare e i saluti da portare oltreoceano; succede poi che a Thao viene un coccolone e in fretta e agitazione viene portata in ospedale; un braccio e una gamba e mezza faccia non le si muovono quasi per niente, passa tutto il tempo stesa sul lettino incapace di resistere alla scopa da passare sul pavimento. Roger, preoccupato per le condizioni della donna, si lascia consigliare da un vecchio amico e la affida alle cure di una sorta di ospizio, dove nei primi momenti tutto è sudicio, disorganizzato e difficile da sopportare. Ma Thao non glielo andrà mai a dire.
Drammone sentimentale non tra una coppia di amanti ma tra una coppia di estranei che il caso e gli anni hanno reso molto uniti, indispensabili; i tempi sono lentissimi come ogni film dell'Est ci ha abituato a sopportare, e la musica e le scene sono di una poesia che quasi supera quella di Departures e, addirittura, di Poetry (dove un'altra donna non proprio giovanissima si sforzava di scrivere versi senza mai capire da cosa effettivamente venga l'ispirazione), perché la semplicità della trama si diluisce nel modo in cui viene raccontata. Come ogni film dell'Est la fotografia è impeccabile e plastica, gli interni sono spartani e arredati dal mercato delle pulci; a differenza dei film dell'Est, però, la telecamera è autonoma, e se ne va in giro, è una telecamera a spalla che sobbalza spesso e spesso inquadra le cose decentrandole. Più della metà del film, poi, la si passa a mangiare o a cucinare: neanche Ozpetek ha inquadrato mai così tanto cibo.

lunedì 5 marzo 2012

il pied-à-terre.





Il Piede A Terra
di Luca Fontò
disponibile per il download su Amazon cliccando qui

La Signora Imperatori ha un problema: prima di prendere sonno, ogni sera, dopo aver lavorato otto ore e aver preparato pranzo e cena al figlio adolescente ed essersi concessa mezzo film stesa comodamente sul divano del salotto, sente i due inquilini del piano di sopra che fanno le loro cose, le loro cose giovani, che fanno del sesso insomma, e gemono e rantolano come se fossero in guerra contro gli Ottomani. «Sono di buona famiglia» dice il proprietario di casa; «sono troppo giovani per pagarsi un affitto» dice la vicina Vitalia; «sono degli sfacciati!» dice l'amministratrice di condominio, «vogliono fare di quella casa un pied-à-terre».
Il figlio della Signora Imperatori ha un problema: prima di prendere sonno, ogni sera, dopo essersi masturbato con la sua fidanzata in cam, sogna il giorno in cui potrà fare del sesso vero.
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Io, mi ero ripromesso che su questo blog avrei parlato sempre e solo di cinema: ho evitato di commentare gli Emmy approfonditamente, per esempio, e di sfociare in altri ambiti, ma, un po' per l'entusiasmo della cosa un po' per le buone critiche ricevute, ho deciso di farmi pubblicità anche qua - ché se voglio andare a parlare di editoria digitale a Le Invasioni Barbariche e spodestare Benni dalla #1 devo essere sostenuto dal pubblico. Il Piede A Terra è il mio primo eBook, acquistabile su Amazon direttamente per lettori kindle a 93 centesimi, e per chi non avesse il kindle (come me) si può scaricare, gratuitamente, anche quello, per PC, Mac, iPad, iPhone, Android, cliccando qui. Ovviamente non posso esprimere, io, giudizi su me stesso; posso solo dire che ci tengo moltissimo a questo piccolo libretto (lungo appena sessanta pagine, perché sapevo che sarebbe stato letto su monitor) che fa molta satira sociale e che fa molto ridere - a me per primo; mi sono convinto di dedicargli un post in questo blog di cinema, andando contro la coerenza mantenuta finora, quando mi hanno detto che "pare di leggere un film", e poi hanno aggiunto "uno dei primi film di Almodóvar". Chissà se è vero.

domenica 4 marzo 2012

questa cella è una prigione.





Cesare Deve Morire
2012, Italia, 76 minuti, B/N e colore
regia: Paolo Taviani & Vittorio Taviani
sceneggiatura: Paolo Taviani & Vittorio Taviani
soggetto: William Shakespeare
cast: Cosimo Renga, Salvatore Striano, Giovanni Arcuri, Antonio Frasca
voto: 9.6/ 10
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«Bruto deve vivere!» aveva gridato il popolo qualche atto prima, ma alla fine Bruto muore, per sua volontà ma non per sua mano, trafitto da un pugnale cade a terra, su uno spoglio palcoscenico a cui stanno guardando un centinaio di persone, e spira. Poco dopo entra in scena Giulio Cesare, che era morto molti atti prima, e poi Cassio, che pure era morto, ma suicida, prendono per mano l'appena defunto, lo tirano in piedi, si inchinano tra le ovazioni degli spettatori e gli applausi. Dopo composti inchini e sorrisi non riescono a trattenere un «evvai!» generale. Finito lo spettacolo, il pubblico se ne va da dov'è venuto e gli attori pure: ognuno nelle rispettive celle, che con meticolosa calma e simmetria vengono aperte e richiuse una per una.
Sei mesi prima, era in bianco e nero. Come una scuola, un liceo, che vede avvicinarsi la fine dell'anno e prepara la recita e si riunisce nell'aula magna per organizzare la cosa, così i detenuti del carcere della Rebibbia accolgono composti il regista dello spettacolo che verrà messo in scena, elegante uomo che entra nella grande sala e annuncia che si lavorerà al Giulio Cesare di William Shakespeare; coloro che vogliono farne parte devono sostenere un provino. E si assiste alla nascita di questo spettacolo che sappiamo tutti come comincia e come va a finire, all'assegnazione e alla preparazione dei personaggi, alla caratterizzazione degli attori, obbligati a parlare ognuno col proprio dialetto di origine (tutti tranne uno, che essendo «cittadino del mondo» non ha alcun accento), ma nonostante sia una storia nota e ritrita («per quanti anni ancora verrà versato questo sangue, su quanti palcoscenici») ci verrà presentata come mai l'abbiamo vista: al teatro del carcere stanno sostituendo sedie e stanno facendo lavori all'impianto acustico per cui gli interpreti sono costretti ad arrangiarsi tra i corridoi della prigione, nelle loro celle, nell'atrio per quel breve momento in cui possono uscire. E la storia di Cesare e della congiura di Bruto diventa la storia di persone che sanno cosa vuol dire tradire, pugnalare, pentirsi, derubare, e ogni frase che dicono è una frase che viene dall'anima, che viene dal passato, e ogni personaggio che interpretano è un personaggio che conoscono perché è una persona che sono stati, un uomo che per un momento smette di essere in quel luogo in cui è da vent'anni. Il carcere tutto diventa il teatro, tutti i suoli diventano palco; non c'è più un pubblico, non ci sono quinte: la tragedia del Cesare imperatore e tiranno rivive così com'era stata a Roma, con berretti sulle teste, accenti napoletani, pugnali di cartone che si piegano. Con un bianco e nero che in realtà è colore desaturato, plastico. Con una musica leggermente esotica che ricorda Tutto Su Mia Madre e non l'era dei gladiatori.
Cesare deve morire e muore prima ancora di andare in scena, prima ancora che il pubblico si alzi in piedi a battere le mani, prima ancora che torni il colore. Perché il colore appartiene alla vita vera, alla vita silenziosa, alla vita senza arte, senza applausi, senza finzione, alla vita di dolore, di clausura, di giorni tutti uguali a loro stessi.
L'Orso d'Oro dei fratelli Taviani, dato alla fine di una carriera non proprio prolifera ma fatta di tanti piccoli capolavori (Padre Padrone, La Notte Di San Lorenzo), è il premio più meritato che il cinema italiano abbia mai preso. Un film di un'intensità e una tensione artistica mai visti prima, un soggetto tanto banale quanto geniale, un'idea (quella di girare un docu-fiction nell'unico teatro "dove si piange ancora", come avevamo accennato in un vecchio post) che sfiora la perfezione. Alti e bassi (alti all'inizio, bassi alla fine), ma se ci fosse una giustizia al mondo sarebbe questo il film che mandiamo agli Oscar per il 2013, e non il primo uscito da Venezia. Perché queste persone, questi carcerati, colpevoli certo dei loro reati, recitano meglio ti tanti attorucoli che si vedono in giro, perché vittime di un dolore, un dolore vero, che un giorno per loro è stato utile, perché ogni dolore è utile all'arte, e questa è arte: sentirsi in una prigione anche quando non si è in cella.

sabato 3 marzo 2012

le tentazioni di San Daniele.





Mentre cercavamo un'immagine per la campagna pubblicitaria del mio libro (di cui farò un po' di spam, che è uscito il 29 febbraio e si può già acquistare qua, su Amazon), ci siamo imbattuti in due manifesti, una sorta di "locandina ufficiale" e "teaser", de Le Tentazioni Del Dottor Antonio, terzo episodio del ben più lungo Boccaccio '70 firmato da Federico Fellini di cui abbiamo spesso parlato male, e mi sono detto che questa poteva essere un'occasione per parlarne ancora, ma non male, semplicemente parlarne, e parlare della tendenza di quegli anni (era il 1962) a mandare al cinema film a episodi, di più registi (Fellini firmò anche un episodio de L'amore In Città in cui c'erano dietro la macchina da presa, tra gli altri, il bell'Antonioni e Dino Risi; I Nuovi Mostri si candidò all'Oscar con il titolo Viva L'Italia! firmato da Risi, Monicelli e Scola; la Vitti si fece dirigere da Luciano Salce in Le Fate in cui c'erano Monicelli e Pietrangeli). Sono rimasto incredibilmente sorpreso dalla bellezza e dall'arguzia di questi manifesti, realizzati da Daniele Troiani, che rendono quasi perfettamente il sapore di quel corto; a Peppino De Filippo, il "dottor Antonio", montano di fronte alla finestra di casa un pannello pubblicitario immenso, e nella più alta tradizione felliniana i lavori di costruzione di questo monumento diventano longevi e circensi: si trasportano lastre dell'immagine pubblicitaria, si seguono file di operai. Alla fine, il poster compare: Anita Ekberg, stesa, vestita di un attillato e scollato abito nero, regge un bicchiere di latte che le ha appena lasciato un baffo sopra alle labbra. Per il dottor Antonio questo manifesto è immorale, lascivo, osé, e si scaglia contro la direzione con tutte le forze, notte e giorno, mentre la città ammira incantata sopra alle estenuanti note del jingle promozionale di Nino Rota (che potete ascoltare qua). L'apice della sua ossessione è negli incubi notturni, in cui immagina che Anita viene giù dal cartellone e, alta tre metri, lo insegue per tutta Roma...
Credo non ci sia bisogno di sottolineare che l'episodio di Fellini è il più lungo, il più lento, il più difficile da digerire, ma non se la cava meglio neanche Visconti, certo elegantissimo, aristocratico, altolocato, molto silenzioso. Il segmento che rimane più impresso nella memoria e che scorre più realistico e leggiadro dei quattro è sicuramente il primo, Renzo E Luciana, dell'ormai andato Mario Monicelli, capace di dirigere le donne in maniera pazzesca e che qui si supera, con in mano una sceneggiatura di Italo Calvino. Il tutto si conclude con l'assodata coppia De Sica - Loren che ne La Riffa si ripetono bravo regista e brava napoletana in una storiella di corna e malizia.
Per quanto io non sia un amante dei film a episodi, ve lo consiglio, magari da vedere a pezzi (dura 205 minuti), un segmento ogni sera.

venerdì 2 marzo 2012

la metà di un film.





50/50
2011, USA, 100 minuti, colore
regia: Jonathan Levine
sceneggiatura: Will Reiser
cast: Joseph Gordon-Levitt, Seth Rogen, Anna Kendrick, Bryce Dallas Howard, Anjelica Huston
voto: 7/ 10
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Esce oggi nei cinema d'Italia 50/50 con il titolo quasi identico 50 e 50 e chiedo perdono se pubblico la recensione a poche ore dalla prima proiezione ma ho dovuto tenere l'articolo in anteprima per Taxi Drivers, una rivista indipendente di cinema con cui è nata una sporadica collaborazione (potete leggere quella recensione, meno scanzonata di questa, cliccando qui).
Il film, che ho visto fuori concorso al Festival di Torino, ha suscitato sorpresa e ammirazione in molti spettatori, anche critici, è piaciuto tantissimo e per questo qualsiasi altro sito di cinema gli appioppa un voto decisamente più alto del mio ed elogia questa prima sceneggiatura di Will Reiser e questa terza regia di Jonathan Levine (dopo il ben più originale Fa' La Cosa Sbagliata). Io no, perché sinceramente non ci vedo niente di nuovo e di diverso da tutti quegli altri film a tematica medica in cui qualcuno scopre di essere malato di una malattia terminale e inizia le cure, o anche da tutti quei film che necessitano di un lieto fine. Il lato nuovo di questa pellicola che tutti ammirano è il sorriso con cui affronta la cosa, la leggerezza, l'umorismo, ma questa è una qualità che dura solo fino alla prima metà, perché poi si rientra nei canoni del cinema terminale con musica lenta, camice bianco, silenzi, emozioni di pancia.
Joseph Gordon-Levitt (che in veste totalmente diversa, capellone e mezzo nudo, abbiamo visto in Hesher) è un ventisettenne che tira a campare col suo monotono lavoro e la sua frivola morosa (la Howard, in un altro ruolo minore dopo The Help) mentre vede sua madre e suo padre molto di rado e quest'ultimo nemmeno lo riconosce data l'avviata demenza senile. Scopre di avere prima il cancro e poi le corna, così molla la morosa e inizia una terapia ospedaliera con una laureanda più giovane di lui, impacciata, inesperta, dalla quale decide di non andare più (la Kendrick, candidata all'Oscar per l'unica interpretazione notevole della vita, Tra Le Nuvole). In realtà continuerà ad andarci, perché tutto quello che Jpseph sta facendo è fingere che la malattia non ci sia, vivere come i mesi precedenti, senza provare forti dolori o porsi alcune domande, per colpa e grazie ad un amico, Seth Rogen, che se lo tira dietro quando va in locali e discoteche e sfrutta la sua testa calva per rimorchiare ragazze.
E grazie a Dio c'è, Seth Rogen. Dopo il bizzarro ruolo in Lanterna Verde e la parte del perfetto imbecille in Molto Incinta, finalmente arriva ad avere un ruolo che non si discosta molto da ciò che lui è nella vita (basta guardare come si comportava ai Golden Globes, dove il film aveva due nominations); il problema è che anche nel migliore amico cazzone e superficiale tutto sesso ed erba, ad un certo punto, si fa strada la paura della morte. Perché 50 e 50 sono le probabilità che il protagonista si salvi.
Certo, siamo ben lontani dalla pateticità de La Custode Di Mia Sorella e dalle lotte medico-legali tra un'improbabile Cameron Diaz e una bravissima Abigail Breslin mentre la parente legata a cento tubi a malapena parla creandoci disagio e compassione; ma siamo molto vicini a tutta quella serie di film americani che hanno preso larghi consensi quest'anno raccontando episodi di una crudeltà immane in modo zuccheroso (la disparità razziale di The Help, la guerra anglo-tedesca di War Horse). Un film, insomma, che se volete andarlo a vedere al posto di Faenza va bene, altrimenti aspettate che passi in televisione alla domenica sera.