lunedì 30 aprile 2012

la ghiandaia imitatrice.





Hunger Games
The Hunger Games, 2012, USA, 142 minuti
Regia: Gary Ross
Sceneggiatura non originale: Gary Ross, Suzanne Collins, Billy Ray
Basata sul romanzo Hunger Games di Suzanne Collins (Mondadori)
Cast: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Woody Harrelson,
Stanley Tucci, Wes Bentley, Liam Hemsworth, Lenny Kravitz
Voto: 8.5/ 10
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357 milioni di dollari incassati in un mese, premio per un'attesa iniziata agli Mtv Movie Awards di un anno e mezzo fa, quando Jennifer Lawrence non poteva essere lì «perché impegnata sul set di The Hunger Games», di cui in pochi avevano letto il primo dei tre libri (riproposti ora - i primi due - da Mondadori per noi in Italia), e proseguita con il rilascio di una clip in anteprima mondiale l'anno successivo, e poi un tour promozionale per le più importanti città americane. Il tutto accompagnato da una critica impazzita, che l'ha decretato “l'anti-Twilight” perché «ben fatto», con un cast d'eccezione (tre dei protagonisti sono ex candidati all'Oscar) e un regista di tutto rispetto (candidato a quattro Oscar, lui) che torna dopo nove anni di silenzio e soli due film diretti (e che film: Pleasantville e Seabiscuit) - e che, spaventato da questo clamoroso successo, ha annunciato che non dirigerà il sequel.
In effetti, il film, è un capolavoro. E insieme alla regia magistrale salta all'occhio, all'orecchio, la particolarissima colonna sonora. Tutto è accurato, e serve a farci stare là, in quel momento, con loro, con lei: Jennifer Lawrence dopo aver cacciato e scuoiato scoiattoli in Un Gelido Inverno continua a cacciare nei boschi ma munita di arco. Abita nel Distretto 12, l'ultimo della serie gestita dal centrale Capitol, il distretto dei minatori, dove ogni anno, come in ogni luogo, vengono sorteggiati una ragazza e un ragazzo che partecipino agli annuali Hunger Games, gara di sopravvivenza per ventiquattro partecipanti: in ventitré moriranno. Il tutto si svolge sotto i riflettori e le telecamere del tipico reality show, in diretta mondiale, con infiltrazioni da parte della regia che ora può mandare un incendio, ora tre belve. Ed è subito satira: l'importanza dello show che goes on, degli sponsor, dell'apprezzamento del pubblico; l'importanza della presentazione, dell'apparenza, del vestito da cerimonia. E la Lawrence lo sa bene, dato che s'è fatta tutte le cerimonie di premiazione dell'anno scorso (e ha dato le nominations agli Oscar di quest'anno). Recuperate un film molto diverso, ma dal titolo affine, The Burning Plain, per vederla nell'esordio che le fece vincere il premio come attrice emergente a Venezia.
Lei si offre volontaria al posto di sua sorella e sa che sta per morire. Ma prima dell'ora fatale si ritrova in un posto dove tutto è opposto a casa sua: non ci sono alberi, non ci sono straccioni, la gente è variopinta e multicolor e passa il tempo a mangiare. Conosce Lenny Kravitz (che ai film porta bene, leggi: Precious) che fa lo stylist (ma chi ci crede) e i suoi avversari. Si allena per tre giorni e i giochi, dopo un'attesa estenuante, cominciano. E sono estenuanti pure loro. Ma proprio qui, come dicevo, la telecamera fa prodigi: si adatta a scoppi di boati, a insetti velenosi; ci fa perdere i suoni delle folle, ci fa vedere le cose distorte; ci fa sentire affaticati, drogati, allucinati, spossati, durante le mazzate ci fa perdere metà dell'azione perché rotoliamo insieme ai ragazzi nell'erba. E costantemente è telecamera a spalla.
Fattore, questo, che lo fa allontanare molto dal tipico kolossal. Anche perché, del kolossal, non ha niente: gli effetti visivi ci sono ma non sono un granché, e per i due terzi si sta sempre nella giungla. C'è, all'inizio, un'inquadratura di un treno tra i pini che saluta con la mano Harry Potter, ma siamo nel post-apocalisse e di Harry ci ricordiamo molto poco: questa è la realtà, si lotta per il cibo, per la famiglia, per la vita vera. Si smascherano i meccanismi della televisione. E se non dò un 9 completo è per qualche battuta un po' scemotta nei pochi dialoghi  - all'inizio spiazzanti - e per gli effetti pacchiani (che stonano col voluto kitch), ma è un film che l'incasso se lo merita tutto. Storia intelligente, interpretazioni ottime, finale affrettato ma che lascia il giusto amaro in bocca per la prossima pellicola, altro che Avatar e Inception, tutte cose già viste. Questo è il film dell'anno.

domenica 29 aprile 2012

la lettura del popolo.





Incredibile articolo di Paolo Mereghetti su La Lettura di oggi (in edicola col Corriere, € 1,30 in tutto), che partendo da una frase di Coppola regista analizza il fenomeno del cinema populista: «il giorno in cui invece di chiederci se un film era bello, abbiamo cominciato a chiederci quanto aveva incassato». E giù per tutto il fenomeno, partendo dalla curiosità e dall'importanza del numero di copie, cosa di cui io per primo sono schiavo: Hunger di McQueen uscito venerdì è stato distribuito in sole 38 sale cinematografiche, Maledimiele di giovedì in una. Un film di cui parlai tempo fa, Il Primo Giorno D'inverno, addirittura al cinema non c'è mai arrivato, tranne qualche sporadica presentazione tra cui Venezia67. Poche copie significa poco incasso. Molte copie invece significa Benvenuti Al Nord (27 milioni guadagnati), Vacanze Di Natale A Cortina (11 milioni), I Soliti Idioti (10 milioni), tutti titoli, come si vede, di un certo spessore culturale. Ma, come dice Mereghetti, “la cultura non serve a stabilire nessuno spread, escluso quello del livello di civiltà”. Per questo i titoli meno visti del 2011 sono il Faust - Leone d'Oro a Venezia68, Una Separazione - Orso d'Oro a Berlino e Oscar al film straniero, Kill Me Please - Marc'Aurelio a Roma, Un Gelido Inverno - vincitore al Sundance e candidato a quattro Oscar, tutti con meno di 5 milioni di incasso. Questo post, in fondo, non vuol dire niente. Vuole sponsorizzare un articolo su un inserto per “intellettuali” che dice agli “intellettuali” una cosa ovvia. Oltreoceano le cose sono come sempre strane - Think Like A Man continua ad essere primo e Ho Cercato Il Tuo Nome secondo, ma ecco che in classifica compare un documentario sugli scimpanzé e un cartone animato sui pirati. In Italia andiamo a vedere Battleship, il Titanic che sappiamo a memoria, il film di Allen senza capire che ci prende amabilmente per culo, e poi ci lamentiamo in famiglia ché non vinciamo un Oscar come si deve dagli anni '90 - e non ci candidiamo dal 2005, per una grandissima svista.

sabato 28 aprile 2012

indieLisboa'12.





È iniziata ufficialmente ieri la nona edizione dell'IndieLisboa, festival del cinema indipendente europeo che trova casa nel capoluogo portoghese; oltre ad essere uno dei festival mondiali meno noti, è anche uno dei più interessanti: le sue sezioni includono due competizioni (quella nazionale e quella internazionale) e poi una serie di sezioni collaterali che accontentano tutti, dai bambini (IndieJunior - corti film animati per ragazzi da tre a quindici anni) ai musicomani (Indiemusic - documentari a tema pop/rock indipendente), dai film a tematica sociale importante (World Pulse) ai classici restaurati (Director's Cut) fino al cinema emergente dalla voce fresca e non convenzionale. Si festeggia poi, quest'anno, il cinquantesimo compleanno della Viennale, la cooperazione tra la città di Lisbona e Vienna, e si celebrano le cinque decadi in cinque film (dagli anni '60 ai 2000). Mentre la sera si perde il conto dei concerti e delle iniziative.
La cosa che salta all'occhio immediatamente è la presenza di tanti film che vengono dritti dritti da Venezia68: il film vincitore della Coppa Volpi all'attrice Deannie Yip A Simple Life (nella sezione Observatory), il Premio Osella per la sceneggiatura Alpis (Emerging Cinema), il Premio Osella per la fotografia Wuthering Heights dell'Andrea Arnold regista di Fish Tank (sempre nella sezione Observatory; parleremo di entrambi i film nel secondo capitolo del “Brindiesh”), e ancora Dark Horse di Todd Solondz  e il terribile e noioso 4:44 - Last Day On Earth di Abel Ferrara (entrambi, ancora, in Observatory). L'America invia la commedia amara Terri di Azazel Jacobs che era già passato a Torino e l'apocalittico Take Shelter (anche di questo parleremo, mannaggia al tempo) con l'attrice del 2011 Jessica Chastain e il bravo Michael Shannon. A metà tra il cinema emergente e quello per gli junior è 17 Filles, che nemmeno ci è piaciuto tanto.
Per l'Italia scendono in campo due documentari, Il Capo di tale Yuri Arcani, che con questo film s'è girato un sacco di festival, dalla Spagna alla Polonia, fino a Venzia67, e poi Spaghetti Alle Vongole di Lila Ribi, che forse è stata già autrice del corto Le Temerarie e forse è svizzera. Sempre per l'Italia, ma questa volta in concorso, L'estate Di Giacomo di Alessandro Comodin, che in Italia non è mai uscito ma è programmato per uscire in Francia dopo esser passato da Locarno.
Ma, diciamocelo, tra tutte le anteprime quella che ci interessa di più è una: il corto (animato?) del geniale Spike Jonze con Simon Cahn dal titolo francese Mourir Auprès De Toi e inglese To Die By Your Side, storia di un libraio che ogni sera abbassa la serranda del suo negozio senza sapere che le copertine dei libri in vetrina si animano, soprattutto quelle di Shakespeare.
Il sito ufficiale del festival, con prezzi programma e tutto il resto, è questo.

based on the best-selling novel by Nicholas Sparks.





L'avevo citato nel post precedente e non ho resistito.
Ecco tutte e sette le locandine dei film basati sui libri “di grande successo” (che poi vorrei capire chi li compra) di Nicholas Sparks. I titoli italiani spesso dicono cose completamente diverse. A destra, l'ultima: Ho Cercato Il Tuo Nome. Di fianco, quella con cui tutti quelli della mia generazione sono cresciuti: I Passi Dell'amore. Vi prego, trovate le differenze tra un poster e l'altro. Praticamente non ce ne sono.
Viene il diabete solo a guardare.

venerdì 27 aprile 2012

movie news.





Mentre Sarah Michelle Gellar annuncia di essere incinta del secondo figlio e (la vincitrice del Golden Globe) Sally Hawkins compie 36 anni e l'Anouk Aimée di Fellini e del più importante cinema francese 80, ecco che compaiono le prime foto dal nuovo film di Quentin Tarantino. Django Unchained - è questo il titolo - è già stato programmato per uscire in America il giorno di Natale, e ha al momento una locandina promozionale priva di titolo che dice soltanto “il nuovo film di Quentin Tarantino”. Segna, questo nuovo film, una seconda collaborazione col tedesco Christoph Waltz dopo che per il meraviglioso Bastardi Senza Gloria ha vinto l'Oscar (attore non protagonista) e segna la prima volta di Leonardo DiCaprio (che l'Oscar lo saluta con la mano da lontano). In tutto questo, Django è interpretato da Jamie Foxx (i tre attori sono nelle foto d'apertura), che cerca di liberare la moglie dal proprietario di una piantagione del Mississippi. Il film (un puro western che somiglia un po' al Grinta dei Cohen) uscirà nelle nostre sale il 4 gennaio 2013, in tempo per potersi candidare agli 85esimi Academy Awards. A meno che non venga rimandato più in là.
Come è successo per Molto Forte, Incredibilmente Vicino, pianificato per inizio aprile in Italia e slittato addirittura al 23 maggio, mentre l'America l'ha visto già tra dicembre e gennaio e ne ha parlato poco bene (io ne ho parlato qua). Mentre non è servito a niente parlare (bene) di Martha Marcy May Marlene (qui), che è stato posticipato e posticipato e arriverà nei nostri cinema o il 25 maggio o l'8 giugno (insieme ad un altro rimandato, We Bought A Zoo, aka La Mia Vita È Uno Zoo), col titolo ben meno poetico La Fuga Di Martha.
Tutte queste posticipazioni fanno sì che nelle sale arrivino film a caso e in giorni a caso. Questa settimana sono usciti The Rum Diary martedì, gli Avangers mercoledì con Ho Cercato Il Tuo Nome tratto dall'ennesimo libro di Sparks con un muscoloso Zac Efron e Il Castello Nel Cielo dello studio di Miyazaki che essendo un film del 1986 è andato malissimo al botteghino, giovedì Interno Giorno del nipote d'arte di Bergman e Rossellini e ieri i meravigliosi Hunger e Maternity Blues. Tra tutti, The Avangers è l'unico che ha fatto il botto: nel primo giorno di proiezione (per lo più 3D) ha incassato una cifra record che potrebbe dare fastidio al primo in classifica Woody Allen e al suo terrificante To Rome With Love che essendo tutto italiano agli italiani piace - e forse piace più della pellicola hit del regista, Midnight In Paris.
Sotto Woody restano il kolossal (?) Battleship e il kolossal (!) Titanic, mentre dall'altra parte del mare e dell'oceano è successo l'assurdo: gli Hunger Games (fra tre giorni l'anteprima nazionale da noi e l'1 maggio in tutti i cinema) sono scesi in terza posizione dopo un mese di incasso storico perché battuti da The Lucky One (Ho Cercato Il Tuo Nome, #2) e - udite udite - Think Like A Man (#1), commediola del regista de I Fantastici 4 con Chris Brown a cui la critica ha dato come voto, appunto, 4.
Con i 14 milioni appena incassati, il film di Gary Ross (che non dirigerà la seconda parte della trilogia) accumula comunque 357.066.467 di dollari solo in America continuando la sua ascesa al record mondiale.

giovedì 26 aprile 2012

la fame dopo il sesso.





Hunger
id., 2008, Irlanda/ UK, 96 minuti
Regia: Steve McQueen
Sceneggiatura: Enda Walsh & Steve McQueen
Cast: Stuart Graham, Laine Megaw, Brian Milligan,
Michael Fassbender, Liam Cunningham
Voto: 9.2/ 10
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I festival servono a qualcosa; oltre a distribuire premi FIPRESCI come birra all'Oktoberfest capita che spesso portino alla luce talenti poco noti in stati poco curiosi. Capita di rado, ma è capitato con Steve McQueen, in concorso a Venezia68 con Shame (Coppa Volpi a Fassbender) che è poi uscito al cinema in Italia facendo sudare freddo molte donne e qualche uomo, e chi se l'aspettava?, dopo quattro anni al cinema arriva anche il primo film di questo regista, ex videoartista amante delle scene lunghe e dello sperimentalismo. Il film in questione si chiama Hunger e io ne avevo parlato già a ottobre e il mondo gli aveva conferito già un sacco di premi (Camera d'Or a Cannes come miglior esordio, nomination al BAFTA, a Venezia, vincitore di un EFA e tre BIFA).
Irlanda del Nord, 1981 - ci viene detto all'inizio: un gruppo di carcerati desiderosi di ottenere lo status di prigionieri politici e di indossare vestiti civili al posto dell'uniforme da detenuti comuni dànno inizio alla protesta “delle coperte” (in cui passano le giornate completamente nudi, con addosso un lenzuolo) e poi quella “della sporcizia” (in cui non si lavano, non si radono e spalmano i loro escrementi sulle pareti delle celle). Li vediamo, a protesta già avviata, subito dopo aver visto la giornata tipo di un carceriere e subito prima dell'ingresso in carcere di un rivoltoso, un leader, tale Bobby Sands, che viene bastonato e picchiato e rasato, biotto e trascinato per i corridoi della prigione. È Michael Fassbender, che dopo una prima parte completamente muta, dedicata tutta ai suoni e ai rumori e ai fastidi uditivi del casermone e delle lamentele e dei silenzi tra i prigionieri sconosciuti, si fa protagonista degli ultimi due terzi di film, prima in un lunghissimo dialogo con un prete e poi con lo sciopero della fame. Al prete (Liam Cunningham de Il Trono Di Spade), seduti al tavolo mentre la telecamera è fissa per venticinque minuti, rivela il piano e i motivi della nuova protesta: sono un centinaio di consenzienti, e si lasceranno morire, perché il governo non può ignorare la condizione a cui sono costretti. Fumano, scherzano, parlano in dialetto, hanno due posizioni opposte ma qualcosa li accomuna. E poi, dopo i rumori assordanti e i vortici della telecamera, dopo la stabilità dell'immagine e il vomito di parole, si entra nello sciopero, e si entra nel corpo, sotto la pelle, di Bobby Sands.
Avevamo visto Bridget Jones ingrassare e Evey rasarsi i capelli, ma mai abbiamo assistito a una cosa del genere; dopo la violenza subita c'è la violenza auto-imposta, e Sands/ Fassbender dimagrisce, si prosciuga, diventa scheletrico, pieno di macchie, privo di forze; lo aiutano ad entrare in vasca perché da solo non sa stare manco in piedi mentre la camera si appoggia sulle ossa della sua spalla.
Steve McQueen disse, ai tempi, che questo è stato un film “necessario”.
Pur sapendo tutta la trama, comunque, non riuscirete a non sorprendervi. Perché questo film è un'esperienza, una di quelle pellicole che non te le dimentichi neanche col lavaggio del cervello, un miracolo tecnico, di regia, di interpretazione. Un pugno sui denti, una meraviglia. Un capolavoro. Di certo molto superiore a Shame (in cui però sono rimasti i lunghi pianosequenza e l'attenzione per il sonoro), e molto meno considerato, vi consiglio di non guardarlo quando è notte fonda né quando siete da soli. Ma di guardarlo.

mercoledì 25 aprile 2012

FCE13: l'ulivo d'oro.





Oslo, August 31st
Oslo, 31. August, 2011, Norvegia, 95 minuti
Regia: Joachim Trier
Sceneggiatura non originale: Joachim Trier & Eskil Vogt
Basata sul romanzo Fuoco Fatuo di Pierre Drieu La Rochelle (edizioni SE)
Cast: Anders Danielsen Lie, Hans Olav Brenner, Ingrid Olava
Voto: 8.8/ 10
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Era il terzo o quarto giorno di festival (di Festival del Cinema Europeo di Lecce, appena conclusosi) ed ero al bar, in fila alla cassa; sento un uomo e una donna che parlano vicino a me, lei dice «...come i ragazzi di Oslo, sono tutti bellissimi, hanno questi visi perfetti, non te li puoi scordare, i norvegesi in generale sono tutti bellissimi». L'uomo ha risposto una cosa tipo «sono bellissimi a quell'età, da adulti fan cagare», poi è arrivato il mio turno e ho smesso di ascoltare. Io non avevo ancora visto Oslo, August 31st. Dopo che l'ho visto ho pensato che è vero, il protagonista (Anders Danielsen - essenzialmente si vede solo lui ben bene) è di una bellezza che deriva da un'estrema proporzionalità, che mette tutti d'accordo. Il suo volto, i suoi occhi, le sue labbra, non possono dimenticarsi facilmente. Sarà per il tema e il finale del film.
Anders (è il suo nome anche nel film) è un “thirtysomething” - direbbero gli americani, un trentenne che nella prima scena (dopo una serie di filmati-ricordo di turisti venuti a Oslo e voci fuori campo che ne raccontano aspetti e memorie) fa un po' come Nicole Kidman in The Hours, si mette pietre in tasca, pietre in braccio e si cala nel fiume sperando di affogare. Ne risale qualche istante dopo, disperato per il fiato e per il fallimento. Esce dall'acqua, torna a casa, in quella che forse è casa sua, in una specie di comune. Da qui parte la sua giornata, l'ultima. Anders ha deciso di suicidarsi. Ci racconterà il perché nel primo dei molti incontri di queste ventiquattro ore, quello con un amico intimo o un parente vicino, l'unico a cui rivela la sua volontà: «nessuno ha bisogno di me», gli dice. Ha appena concluso (male) una relazione, ha appena smesso di bere e drogarsi e spacciare dopo essere stato vittima del traffico illecito per cinque anni, ha appena fatto un colloquio di lavoro andato di merda. Gli amici ci sono, non gli mancano, ma gli mancano tante altre cose. Lo seguiamo, che cammina di spalle, che va al bar, da solo, e si mette ad ascoltare le storie intorno, le vite intorno: dieci minuti bellissimi di cinema che non è cinema, è realtà. Noi siamo con lui, dietro di lui, dentro di lui, e questo è forse il merito più grande del film: l'aver trasmesso esattamente le sue sensazioni, le sue emozioni, grazie a tanti silenzi e tanti effetti (in discoteca, alle feste) ma anche grazie a dialoghi lunghi che non dicono più di quanto devono.
Oslo è nel titolo perché, in fondo, con le sue rive e le sue piscine e i suoi locali e la sua vita all'alba, i tram e le redazioni e le coppie che vorrebbero figli, è protagonista del film quasi quanto Anders.
L'Ulivo d'Oro di questa 13esima edizione va quindi a un film che apparentemente non è niente di che ma che invece prende e trasporta, non si fa sentire, non lascia il tempo di pensare a quanti minuti sono passati o quanti ne mancano perché il giorno del protagonista scorre e noi con lui. Tecnicamente, poi, tutto è celato: i pianosequenza si fanno notare solo dall'occhio fino, non pesano, non sono claustrofobici, e gli escamotage sonori rasentano la perfezione. Spesso la telecamera si mette là a inquadrare un evento che scorre e lentissimamente gli si avvicina. Come nell'ultima scena, prima della botta finale.
L'Ulivo d'Oro va a Joachim Trier per la seconda volta, dopo quello del 2006 per Reprise, il debutto alla regia. Passato in anteprima anche al Festival di Cannes scorso, questo film è l'adattamento cinematografico del romanzo di La Rochelle dopo il ben più fedele tentativo di Louis Malle, che lo lascia in Francia e in bianco e nero; Trier, al contrario, lo trasporta ai giorni nostri e lo ambienta ad Oslo, una città così algida e così bella, come il protagonista, che forse fa più effetto.


domenica 22 aprile 2012

FCE13: vincitori.





E come tutte le cose belle, anche questa è finita. La cerimonia di premiazione della 13esima edizione del Festival del Cinema Europeo si svolge con un'ora di ritardo e parte sembrando una sagra qualunque del Salento (la foto che vedere è stata scattata con la webcam del mio computer durante l'estenuante attesa), con un presentatore che assolutamente non ricordo che chiama sul palco assessore alla cultura, sindaco, rappresentante del Comune... Il primo premio viene dato, ed è all'interpretazione non da protagonista, e vince Rubén Ochandiano che ovviamente non c'è (ritira il premio il regista che parla in spagnolo e nessuno traduce) per il ruolo in Don't Be Afraid del moroso della protagonista. Un ruolo di... mmh... quattro scene.
Altra gente sul palco, Ulivo Speciale a Sergio Castellitto che è giunto con moglie e quattro figli ed è in prima fila e si vede palesemente che non vede l'ora di andarsene; scende dal palco, dà il trofeo ai pargoli (tra cui la nuova “star” Pietro) e parla con la Mazzantini, sceneggiatrice della pellicola che vedremo subito dopo, La Bellezza Del Somaro.
Luciana Castellina, presidentessa di giuria, nella veste di membro onorario di Cineuropa assegna il premio per la promozione di un film in concorso a Vacuum di Giorgio Cugno che a noi (e ai ragazzi che avevo dietro) ha fatto schifo. Ma ci siamo detti: vincerà questo per tenere contento l'unico italiano in gara. Invece no. Cugno se ne va e poi ritorna. Altre tre volte. Per il premio da € 5.000, per il premio FIPRESCI e per il Premio Speciale della Giuria. Indignato, io smetto di applaudire.
Sale sul palco la famiglia Verdone priva di Carlo, e dopo che io avevo passato il pomeriggio ad augurare la fortuna a Massimiliano De Serio, assegnano il Premio Mario Verdone ad Andrea Segre per Io Sono Li. De Serio comunque è tra il pubblico, lo salutano, si alza, scatta l'ovazione (mia).
Le due previsioni azzeccate sono state quelle della migliore fotografia al polacco Fear Of Falling e l'attrice del russo Bedouin (a cui sono stati fatti i complimenti in inglese, lingua che lei non conosce, e che infatti non ha aperto bocca). Mi sbagliavo sulla sceneggiatura: ero convinto che la presenza, in platea, di Linda Wendel contasse qualcosa e invece torna sul palco Montxo Armendáriz sempre per Don't Be Afraid. Il presentatore gli dice «muchas gracias», lui risponde, nessuno traduce, e se ne va.
Arriviamo all'ultimo premio. Anche qua, mi sbagliavo. Speravo in Kuma o in Bedouin e invece questa giuria di sole donne (Nerina T. Kocjancic, Labina Mitevska, Susanna Nicchiarelli, perché l'altro membro Dimitri Eipides è stato ricoverato in ospedale e ha visto i film in dvd e ha dato il suo giudizio su Skype) che s'è molto presa a cuore Vacuum e la storia dell'abuso ha dato il premio più grande a Joachim Trier, autore di Oslo, August 31st, che vince l'Ulivo d'Oro per la seconda volta dopo l'esordio Reprise del 2006.
Ennesima foto di gruppo - foto che, anche a cercarla col lanternino nel web, non si trova - e tutti se ne vanno, come ai concerti. A ridere per le battute geniali de La Bellezza Del Somaro e la sua storia originale e ansiogena rimaniamo in quindici.
Ricapitolando, tutti i premi assegnati, con le motivazioni, sono:

Ulivo d'Oro al Miglior Film: Oslo, August 31st di Joachim Trier - Norvegia
“Per il modo magistrale in cui il regista ha colto, raccontando con semplicità estrema la sua ultima giornata di vita, la lucidità, l'ineluttabilità della scelta cui la disperazione ha indotto il protagonista”.

Premio per la Migliore Fotografia: Piotr Niemyjski per Fear Of Falling - Polonia
“Per aver portato all'estremo le potenzialità del mezzo e per il modo in cui ha trattato le differenze temporali”.

Premio per la Migliore Sceneggiatura: Montxo Armendáriz & Mara Laura Gargarella per Don't Be Afraid - Spagna
“Per aver trattato un argomento così scabroso senza morbosità sin da far sembrare la violenza sessuale così familiare come in effetti è, molto più generalizzata di quanto normalmente si creda”.

Premio Speciale della Giuria: Vacuum di Giorgio Cugno - Italia
“Per aver fatto capire, con un linguaggio cinematografico rischioso e innovativo, come la normalità quotidiana possa nascondere l'angoscia di una depressione femminile, fino alla sospensione della coscienza”.

Premio Mario Verdone (assegnato da Carlo, Luca e Silvia Verdone): Io Sono Li di Andrea Segre
“Perché valorizza i temi dell'amore e della comprensione tra individui provenienti da culture diverse e lontane e che propone con delicata sensibilità umana il ritratto di due figure unite nel condividere la solitudine delle loro esistenze”.


Premio € 5.000: Giorgio Cugno (regista e produttore) per Vacuum - Italia
Premio SNGCI per l'interpretazione: Olga Simonova per Bedouin - Russia
Premio Giuria FIPRESCI: Vacuum di Giorgio Cugno - Italia
Premio Cineuropa: Vacuum di Giorgio Cugno - Italia
Premio Officine Lab all'interpretazione da non protagonista: Rubén Ochandiano per Don't Be Afraid - Spagna

FCE13: Spagna.





Don't Be Afraid
No Tengas Miedo, 2011, Spagna, 90 minuti
Regia: Montxo Armendáriz
Sceneggiatura originale: Montxo Armendáriz & María Laura Gargarella
Cast: Michelle Jenner, Lluís Homar, Belén Rueda,
Nuria Gago, Rubén Ochandiano
Voto: 7.7/ 10
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Sicuramente, a livello tecnico, il più tradizionale tra i film in concorso a questo 13esimo Festival del Cinema Europeo di Lecce, e molto spagnolo, Non Aver Paura o Don't Be Afraid o No Tengas Miedo, che dir si voglia, è anche il più delicato. In mezzo a film che affrontano i temi (importanti) della malattia mentale, della violenza sulle donne, della depressione post-parto, dei traffici illeciti, più o meno approfonditamente, questo è il film che più degli altri e già da subito spiazza.
Silvia è una bambina contenta di avere un padre molto presente che la porta al cinema insieme ad una sua compagna di classe e che la riempie di regali ed attenzioni, che la chiama principessa. Questo padre, però, le riempirà la vita anche di problemi, e lei già da piccola inizia a saperlo: «non aver paura, principessa» le dice mentre è stesa a pancia in giù sul divano, e le fa il solletico e poi chissà cosa. Noi non vediamo niente, non vediamo l'atto; vediamo le conseguenze. Silvia la notte piange e il giorno dietro al divano gioca coi pupazzi facendo dire loro «succhia, tranquillo, succhia ché non c'è niente di male». La madre la vede e la sente, e si preoccupa, e poi non si preoccupa più, è troppo impegnata a decidere se continuare o no il proprio matrimonio. Che non continua.
Silvia diventa un'adolescente, una ragazza matura, e nonostante le preghiere di seguire la genitrice nel suo trasferimento, vive col padre. Di giorno lo aiuta nello studio dentistico, di notte si dispera. Quando esce, le capita di dover correre nel bar più vicino per usare il bagno. Cade nel vizio del gioco, delle macchinette, ma senza esagerazione, senza disgrazia. Anzi. Proprio qui conosce il ragazzo con cui si sforzerà di avere rapporti sessuali “normali”. Ha un'amica. Una passione per la musica che non riesce a coltivare appieno. Non riesce a parlare di niente con nessuno, non riesce a dire com'è grande la croce che si porta sulla spalla, e che continua a portarsi. Vuole bene a suo padre e non riesce a interrompere questo rapporto malato. Fino al giorno in cui la disperazione la porterà a buttarsi da un taxi in corsa, senza però morire: in ospedale incontrerà la donna che, forse, le salverà la vita.
Direttamente da Gli Abbracci Spezzati di Almodóvar, Lluís Homar e Rubén Ochandiano (che avevano interpretato rispettivamente il regista cieco e il regista gay) interpretano rispettivamente il padre e il ragazzo di questa protagonista, questa Michelle Jenner che ha appena venticinque anni ma quasi un lustro di esperienza davanti alla macchina da presa. Proprio lei è stata l'unica in grado di portare il film ai Goya, dove è stata nominata come miglior attrice emergente, senza farcela. Strano, perché la pellicola è davvero delicata e composta, affronta un mostro di argomento senza indignare né infastidire, ma solo raccontando gli effetti, i disturbi che può creare un abuso, e i motivi per cui l'abuso può durare nel tempo: nonostante Silvia sappia che è una cosa sbagliata, non riesce a non pensare che suo padre, comunque, è l'unico che ci sarà sempre, che sarà pronto ad accoglierla e a darle affetto.
Il regista Montxo Armendáriz, sceneggiatore e autore di corti e documentari, vincitore di due Goya e candidato, tra le altre cose, a una Palma d'Oro, subito dopo la proiezione del film ha detto di aver ricevuto, spesso, un rimprovero sull'aver creato una pellicola molto seria, su un tema difficile da digerire. Gli hanno chiesto: «perché?»; ha risposto: «perché spero che un giorno non ci sia più bisogno di fare film così».

FCE13: Croazia.





Daddy
Caca, 2011, Croazia, 70 minuti
Regia: Dalibor Matainc
Sceneggiatura originale: Dalibor Matanic
Cast: Judita Frankovic, Iva Mihalic, Igor Kovac, Ivo Gregurevic
Voto: 4/ 10
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Spendo davvero una parola e mezzo su questo film perché di più non ne merita. Brevemente, la breve trama: due sorelle si mettono in viaggio in macchina, con alla guida il moroso di una delle due, e vanno a trovare il padre che non vedono da mesi, da anni, boh, perché lui se ne andò quando loro erano piccole e loro non sanno il perché, non hanno mai avuto modo di parlarne, né di parlare. Si mettono in macchina e viaggiano verso questa baita mentre intorno c'è la neve di Happy Happy e più o meno la stessa tragicommedia, con una delle due che è più convinta dell'altra, e l'altra che è scontrosa e taciturna e arrabbiata - forse perché è quella senza moroso. Arrivano e il padre non c'è. Poi il padre compare ma, non si capisce bene per quali e quanti motivi, non ci parlano tanto. Poi ci parlano, dicono due cose, è sempre la più calma a rivolgergli parola, l'altra se ne vuole andare. Poi il moroso di questa la molla e va a trombare con l'altra, il padre li vede, rapisce il ragazzo e lo mette nella legnaia ed ecco!, c'è uno sviluppo!, adesso succede qualcosa! E invece no. Legato e cianotico, il ragazzo si sente semplicemente dire «quando tornerete in città, non stare con nessuna delle due». Viene liberato e fa la strigliata al vecchio e il vecchio, rapito dalla dignità persa, lo insegue e gli infila l'accetta nella schiena. Mentre le due ragazze, fuori dalla porta di casa, stanno a guardare.
Che il film si sarebbe trasformato in un horror, era palese dall'inizio, per la musica. I toni da Shining infatti, brani potentissimi e troppo presenti anche nelle scene non di tensione, c'erano dall'incipit, e io ho pensato: o questo film è un horror, oppure hanno sbagliato disco.
La tragedia poi prosegue, perché (ve lo racconto tanto non lo vedrete mai) le due ragazze scappano da questo padre che le insegue e noi pensiamo: ecco!, uno sviluppo!, succede qualcosa! E invece niente. Le due si rifugiano dietro una porta, il padre s'addormenta sul tavolo della cucina. Poi una delle due ci va a parlare e l'altra lo ammazza. Non mi ricordo neanche cosa succeda nell'ultima scena; fatto sta che il primo morto è là, abbandonato nei campi, nessuno se ne occupa.
Film assurdo, con dialoghi pessimi e pessima trama, con una buona luce nella pellicola che la rende ad altissima definizione e montato da cani - a meno che non sia stata una scelta, quella di riprendere le cose da angoli diversi. Non emoziona, non spaventa, non coinvolge. Il più brutto film del festival, che non so come abbia potuto vincere il premio alla regia, alla fotografia e all'attrice non protagonista al Paula Film Fest dell'anno scorso.

sabato 21 aprile 2012

FCE13: Svezia.





Happy End
id., 2011, Svezia, 97 minuti
Regia: Björn Runge
Sceneggiatura originale: Kim Fupz Aakeson
Cast: Ann Petrén, Malin Buska, Gustaf Skarsgård, Johan Widerberg,
Peter Andersson, Mariah Kanninen, David Dencik
Voto: 6.5/ 10
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Per i primi minuti due vite scorrono parallele: quella di Jonna, un'istruttrice di guida, che inizia a dare lezioni a un uomo abile con la macchina, dice lui, ma che per stato d'ebrezza s'è visto ritirare la patente, Jonna che ha un figlio in ospedale perché ha appena tentato il suicidio, che decide di portarsi a casa, perché stia meglio. E poi la vita di Katrine, ragazzina devota al suo moroso, che però la picchia, e devota a sua sorella, a cui dice praticamente tutto. Senza il moroso, dice lei, non ce l'avrebbe fatta ma anche senza la sorella, si suppone. Katrine per campare fa le pulizie, e le fa in casa di Jonna. Le loro vite si sono incrociate tanto tempo fa, ma per noi il nodo si scioglie dopo un buon quarto d'ora.
Abituata a starsene in quella grande casa da sola, Katrine si imbatte in Peter, il figlio di Jonna, e lui la vede e vede la luce, e le chiede di posare, perché lui dipinge, «anche nudi, anche di uomini».
E bom. Fine della trama. Lei posa, la relazione si spinge un po' più in là, Katrine il moroso non lo molla, scopre che lui è pieno di debiti e per questo entrambi vengono picchiati. Jonna si fa un compagno. E niente più. Trama semplicissima, con uno sviluppo e mezzo dignitoso, che vuole semplicemente rendere la condizione umana. Da quello che ho capito io, vorrebbe mostrare allo spettatore quello che lo spettatore fa: il continuo piangersi addosso, il non reagire, il non cogliere l'occasione. Il problema è che lo spettatore deve accorgersene prima di addormentarsi.
Ho votato questo film pochissimo, perché non si può far durare un'ora e mezzo una storia così (o perlomeno non possono farmelo vedere alle dieci di mattina). La sufficienza arriva però perché oltre ad essere comunque un pezzo di vita umano, realistico, è molto ben diretto: si basa quasi esclusivamente su immagini fisse mentre gli interpreti, a coppie, interagiscono - parlano, si picchiano, scopano. Negli esterni capita che la telecamera si allarghi un po' ma, sempre fissa, per colpa dell'ombra di un albero, faccia perdere gran parte dell'azione (e quella è stata una trovata ge-nia-le). Più di due attori per volta, però, pare che questo regista, Björn Runge, non sappia dirigere.
Lui dice che questo film racconta di «cinque individui che sono indispensabili gli uni per gli altri ma che non sono sinceri gli uni con gli altri»; Happy End arriva all'ultimo capitolo della trilogia sulla liberazione dall'autodistruzione (iniziata con Daybreak, proseguita con Mouth To Mouth); il film ha vinto il premio per la migliore fotografia al San Sebastián. Potrebbe strappare, qui al Festival del Cinema Europeo, lo stesso riconoscimento. Ma nient'altro.

FCE13: Russia.





Bedouin
Beduin, 2011, Russia, 90 minuti
Regia: Igor Voloshin
Sceneggiatura originale: Igor Voloshin
Cast: Olga Simonova, Serafima Migay, Mikhail Evlanov, Remigijus Sabulis,
Dorji Galsanov, Sergey Svetlakov, Anna Mikhalkova
Voto: 7.8/ 10
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Prendete La Sconosciuta di Tornatore (prendetelo anche in dvd se non l'avete mai visto, vi siete persi un capolavoro) e prendete Il Paziente Inglese di (pace all'anima sua) Minghella. Mischiate i due film, ne esce Bedouin: una donna ucraina scappa in Russia lasciando in patria la figlia quattordicenne malata di leucemia a cui sono state date le medicine sbagliate per mesi e che adesso a malapena si regge in piedi. Scappa in Russia perché ha trovato un modo per racimolare la grana per pagare ospedale, trapianto e tutto il resto: affittare il proprio corpo, affittare l'utero, fare di sé “un laboratorio”, come dice lei, ma non nel metodo convenzionale, no, senza assoluta partecipazione del suo organo genitale. I genitori, saranno due uomini: un maturo non ancora anziano e un cinese. Per i nove mesi della gravidanza non si potrà muovere dalla città, e le viene data una casa in una sorta di condominio comune. Lei per svagarsi esce, parla con l'unica amica nei vagoni dei treni dove questa lavora, gioca alle macchinette, e si imbatte nel vicino macchinista che la strega con la storia delle navi prima, del porno poi. Inizia una specie di relazione, che per un fattaccio s'interrompe. E quando pensiamo che il film stia per finire, ecco la svolta: Rita (la protagonista) torna a casa, piglia la figlia e la porta in Georgia. Cerca i beduini, trova gli zingari. Poi trova una turista bionda e insieme a lei cerca la salvezza. Da qui il titolo del film.
Alla fine della proiezione (di poco successiva a una dettagliata scena di circoncisione) eravamo tutti sconvolti. Innanzitutto perché, soprattutto per i primi due terzi, il film prende per mano e trascina: io ero rapito, stregato, ci sono così tanti traffici illeciti, scambi di situazione, morti ammazzati, morti accidentali, personaggi che compaiono, che scompaiono, e poi una pancia che cresce, una ragazzina fanatica di Twilight che rimpicciolisce, il tempo passa, i soldi servono e non si riesce a smettere di guardare. Poi lo spostamento nel deserto tra i cammelli rallenta tutto. Bel paesaggio, belle musiche, ma il surrealismo? Certo è anche vero che una madre, con un figlio ridotto così, le prova proprio tutte per uscirne.
Si commentava, poi, tra il pubblico, della bravura della protagonista, Olga Simonova. È stata brava, certo. Ma veder recitare in russo non è che proprio ci rende critici obiettivi. Ad ogni modo lei e il regista Igor Voloshin (giovanissimo e già proprietario di una casa di produzione, anche sceneggiatore e produttore) hanno risposto ad alcune domande:

La storia cattura e fa male fino all'ultima scena, e nel frattempo parla di tante cose. Come le è nata l'idea?
Guardando la Russia, il mio paese, com'è oggi: mi piace cercare e trovare i problemi reali, che ci sono adesso. Quelle del film sono tutte situazioni che esistono, ora, in questo momento.
Due omosessuali che comprano un figlio, una donna che lo vende, un clan di mafiosi cinesi...
Sono tutte storie che ho sentito, che sono realmente accadute. Il mondo sta cambiando, sta cambiando anche la Russia in parte: due uomini insieme è ancora una cosa illegale, ma la forte presenza della popolazione cinese è una cosa molto moderna. Nel film vediamo zone industriali, di periferia; nella realtà questi quartieri, come altri fin nel centro di Mosca, vengono controllati adesso da bande cinesi che costringono quindici, sedici immigrati del Kazakistan, dell'Uzbekistan a vivere tutti insieme in case da due stanze.
L'attrice protagonista, Olga Simonova (che non parla una parola di inglese, ndr), è sua moglie, e al momento delle riprese era incinta.
Ogni giorno è stato uno scandalo (ride, ndr). Il suo lavoro è stato duro solo in pre e post-produzione, era difficile entrare e uscire dal personaggio, non starci dentro: lei mi diceva di essere una medium, una che stava prestando momentaneamente il suo corpo.
In sala hanno notato che ha l'impostazione tipica del teatro.
Era un'attrice di teatro ma poi ha smesso, quando i nostri bambini erano piccoli. Dopo due anni ho preparato questo ruolo e gliel'ho detto, l'avrebbe dovuto interpretare lei.

venerdì 20 aprile 2012

Woody suonava il clarinetto.





To Rome With Love
id., 2012, USA/ Italia, 111 minuti
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura originale: Woody Allen
Cast: Woody Allen, July Davis, Flavio Parenti, Roberto Benigni,
Jesse Eisenberg, Ellen Page, Alec Baldwin, Greta Gerwig,
Alessandro Tiberi, Alessandra Mastronardi, Penélope Cruz,
Riccardo Scamarcio, Antonio Albanese
Voto: 5.5/ 10
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Sappiamo com'è andata: stanco di fare bei film in America, Woody Allen ha deciso di venire in Europa e ha iniziato, qui, a sfornare cagate madornali. Non ce n'eravamo accorti all'inizio, perché Match Point è stato un filmone. Ma ce ne siamo accorti subito dopo. E piano piano andava sempre peggio, e sempre con maggiore frequenza.
Torna adesso in sala dopo appena cinque mesi dall'ultimo film con una commedia girata in Italia, motivo per cui se n'è parlato da noi per mesi, mesi prima dell'uscita, e si è scatenato il fenomeno che il film descrive: in televisione ai programmi del pomeriggio venivano intervistati gli agenti del traffico e le comparse “dirette dallo storico regista”; sulle copertine di Gente e Chi tornavano a fioccare volti come quello di Ornella Muti, che sì e no dice tre cose, apparentemente tornati alla ribalta perché adesso famosi anche in America. Nessuno notava che il film è ad episodi (in realtà non separati, ma misti). Nessuno notava che Oreste Lionello è morto, e chi lo doppia adesso Woody? (è stato Leo Gullotta, che ha fatto un lavoro certosino). Adesso mi chiedo in quanti notino che tra tutte le capitali europee in cui ha girato, a noi ha regalato la pellicola peggiore.
Stregato dalla cultura di Roma, pare che saluti con la mano Fellini. In una delle storie, Alessandro Tiberi e Alessandra Mastronardi sono sposi che si perdono nella capitare in cui sono appena arrivati: a lui entra in camera una escort (meravigliosa la Cruz), lei entra in camera di un attore di film-tv (meraviglioso Albanese). Penélope di rosso vestita ricorda un po' la Gradisca di Amarcord, un po' Sandra Milo in qualsiasi sua parte; l'ingenua Alessandra che venera l'attorucolo ricorda la Masina e Sordi de Lo Sceicco Bianco.
Ma escluso questo e l'episodio di Benigni, che in assoluto è il più insensato e il meno credibile (lui molto bravo, e molto buona l'unica battuta che fa ridere, quella del caffè che si rovescia e crea vittime), le altre due storielle sono un riciclo di cose vecchie: c'è chi parla alla telecamera come in Basta Che Funzioni, ci sono le tendenze lesbo e le visite turistiche con la Canon di Vicky Cristina Barcelona, i cocktail nei giardini di Scoop e le coppie appena sposate o in procinto di sposarsi con problemi e con genitori di Midnight In Paris. Tutto è già trito e ritrito. Tutti recitano come Allen, che forse è l'unico che si salva, e si concede la porzione del film col colpo di genio: suo suocero fa il becchino e canta divinamente sotto la doccia; lo convincono a fare un provino ma niente, gli viene bene solo se si lava. E così mettono in scena una versione “bizzarra” de I Pagliacci (regalo che il regista, amante dell'opera, si fa).
Incapace ormai, oltre che di scrivere (si contano sulle dita le battute simpatiche), anche di dirigere gli attori (Tiberi è una macchietta, la Gerwig un'oca; gli italiani fanno quasi meglio degli americani, esclusi i teneri candidati all'Oscar Eisenberg e Page, a partire da Scamarcio), Allen ha deciso che per il prossimo film tornerà a San Francisco. Grazie a Dio. La pausa europea spero sia finita e spero che lui si metta per un po' a suonare il clarinetto, che è quello che gli piace, e faccia passare almeno dieci mesi tra un film e l'altro. Questo, poi, dovrebbe vedersi esclusivamente in inglese: in italiano si perdono i personaggi che si rifiutano di farsi capire dagli americani, e molti dialoghi sono stati adattati a caso - oltre che doppiati da cane. Per noi, però, è simpatico vedere personaggi come la Finocchiaro o la Sastri o Genna accatastati in parti microscopiche.
In tutto questo, l'unica ad uscirne bene è Roma, con una fotografia che le rende più che giustizia.

FCE13: Premio Mario Verdone.





Sette Opere Di Misericordia
id., 2011, Italia, 102 minuti
Regia: Gianluca & Massimiliano De Serio
Sceneggiatura originale: Gianluca & Massimiliano De Serio
Cast: Roberto Herlitzka, Olimpia Melinte, Stefano Cassetti, Ignazio Oliva
Voto: 9/ 10
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Prima dei titoli di testa, il film si apre con l'elenco (senza saltarne nessuno) di tutti i festival internazionali per i quali è stato selezionato. A questi manca il Festival del Cinema Europeo di Lecce, dove adesso è in concorso per il Premio Mario Verdone, il premio che viene dato alla migliore opera prima italiana dell'anno, per il quale si scontra con Corpo Celeste della Rohrwacher e Io Sono Li di Segre. I due registi dell'opera (dei quali è presente solo una metà) sanno di aver fatto un buon film, e un po' si vede. Massimiliano De Serio parte parlando del quadro di Caravaggio da cui hanno preso in prestito titolo e angelo e fascio di luce, lascia la sala, torna a fine proiezione per godersi l'applauso più lungo del Festival. Nonostante tutte queste cose, una ragazza gli chiede come prima cosa di farsi raccontare la trama, ché «si era persa». La trama è pressoché questa: c'è una ragazza che si chiama Luminjta ed è moldava e vive in un campo fatto di roulotte e silenzi nella periferia di Torino quando fa molto freddo; lei si copre la notte con le pezze che trova, e si copre alla mattina con tre felpe una sull'altra. Si siede nelle sale d'attesa accanto alle signore e quando queste si alzano lei tira via dalle borse poggiate il portafogli. Va a trovare, ogni tanto, una sorta di infermiere, di addetto in ospedale all'obitorio, che ora le offre del pane confezionato ora le dà appuntamenti nei giorni successivi. Ogni tanto, poi, va a farsi fototessere alla macchinetta. E c'è un uomo, un vecchio scavato dal tempo e dalla malattia, che si prende cura di una campagna senza frutti dove brucia pneumatici con l'aiuto di un baldo giovane che pretende soldi. Vive da solo, in una casa dagli armadi impacchettati, e da solo si prende cura di sé, fino al periodico ricovero in ospedale dove gli infermieri senza grazia si prendono cura di lui. Lei parla poco perché non conosce l'italiano. Lui parla poco perché ha un buco nella gola. Lei si ritrova in ospedale quando lui è steso senza coscienza per aver inalato troppo fumo. Prima opera di misericordia: visitare gli infermi.
La scritta compare gigante e spiazza. E dopo la prima, altre sei scritte si fanno attendere e compaiono smettendo di essere letterarie, ma sempre allegoriche, mentre il rapporto tra la ragazza folle e il vecchio elegante si fa prima prigionia, poi complicità, poi luce. In tutto questo silenzio, la telecamera se ne va un po' dove vuole, ogni tanto perde il fuoco, ogni tanto pare che si perda, come la trama, e la cosa non fa che creare in noi spettatori tensione, attesa, aspettativa. Le scene madri sono tante, i colpi di scena pure, e tutti arrivano e se ne vanno con calma e compostezza. Non si urla mai, non ci si copre la bocca con la mano. Ogni cerchio, lentamente, si chiude.
I fratelli De Serio dopo qualche corto e documentario compaiono nelle sale con un gioiello tecnico, artistico, di una intelligenza inumana, aristocratico, lavorano per simboli sulla città, sui traffici illegali, sui parallelismi, sulla musica. Usano tutte le tecniche che il cinema offre, pare che siano esperti cineasti. E invece sono esordienti.

La prima domanda che le è stata rivolta alla fine del film le chiedeva di raccontare la trama.
Ormai siamo così abituati a cercare le storie, le trame, che spesso ci perdiamo in un bicchier d'acqua. Pretendiamo che ci venga raccontato tutto dall'inizio alla fine. Ma i radiodrammi italiani facevano così, raccontavano anche quello che era successo prima dell'inizio.
Il titolo estremamente religioso illude sul sapore del film, che invece ha una approccio tutto laico alla vita quotidiana.
Avevamo già cominciato a scrivere il film quando ci siamo ritrovati le sette opere di misericordia in mano. È andata così: mio fratello (Gianluca, ndr) è ipocondriaco, andiamo continuamente in ospedale. Un giorno ci siamo ritrovati di fronte ad un cartello con la scritta “vestire gli ignudi”. Noi non siamo cattolici, non siamo stati cresciuti religiosamente, non siamo neanche stati battezzati. Però abbiamo notato che le opere di misericordia mettono in pratica quello che la dottrina cattolica fa solo in teoria: avvicinano fisicamente le persone.
Nel film si percepisce un altro quadro di Caravaggio, quello in cui San Tommaso infila un dito nella piaga del Cristo.
Abbiamo girato quella scena con la stampa del dipinto in mano. Era interessante il simbolo della ferita, del buco nero, del voler penetrare, con Gesù che invita e allo stesso tempo ferma San Tommaso. Era interessante, anche, declinare il contatto umano in tutte le sue accezioni, ribaltando la normalità: è una donna che penetra un uomo.
È un contatto umano quasi completamente muto, sempre silenzioso.
Ci era rimasto molto impresso il dialogo che abbiamo avuto con nostro nonno negli ultimi mesi della sua malattia, un dialogo dei corpi, dei gesti. Nel film però il dialogo si sposta anche su altri livelli: quello della musica, della città.
Che è Torino.
Che non è descritta, eppure è il quartiere dove siamo cresciuti, un quartiere che conosciamo benissimo. La città viene mostrata all'alba, celeste, irriconoscibile, e poi su una cartina, attraverso le linee della sua metropolitana.
Roberto Herlitzka ha quarant'anni di film alle spalle; Olimpia Melinte, invece, è al suo primo film.
È stata scelta tra oltre quattrocento ragazze rumene, e ci piace pensare di essere stati bravi a sceglierla e a dirigerla, dato che non ci ha mai fatto ripetere due volte un ciak. Per problemi di tempistica e organizzazione, poi, non l'abbiamo fatta conoscere a Roberto prima del primo giorno di set. Si sono ritrovati là, lui che non parla una parola di inglese, lei che non parlava italiano. Erano davvero due sconosciuti e la cosa è stata involontariamente azzeccata. Gli attori hanno dato tutti qualcosa in più al personaggio: Roberto ha resto Antonio molto più aristocratico di quanto avevamo pensato; a metà film, utilizzando le prime luci artificiali del set, abbiamo scoperto che Olimpia ha gli occhi di diverso colore, abbiamo accentuato il primo piano per rendere Luminjta ancora più ambigua.
Il film è uscito in pochissime copie, ma dalla prima proiezione a Torino si è subito parlato di voi: vi hanno paragonato ai Dardenne, vi hanno invitato in tantissimi festival, siete andati dalla Bignardi, eppure nella terzina per il Premio Verdone siete gli unici che non hanno ricevuto nominations ai David.
E menomale! Ma noi siamo davvero dei piccoli David, contro un gigante Golia. Quando abbiamo trovato un distributore che si è offerto di promuovere il film noi abbiamo subito firmato, non ce l'aspettavamo nemmeno. Siamo due sconosciuti che si rifiutano di andare a Roma per girare i film, e restano a Torino, perché pensiamo che anche a Torino si possa fare cinema. Ai David, poi, il cinema italiano si nomina e si vota da solo, diciamocelo. Il nostro film, comunque, è arrivato alle giurie con tre settimane di ritardo rispetto agli altri, molto probabilmente avevano già tutti votato. Ma poi, non è così importante, quello che è importante è stato il passaparola del pubblico, non la pubblicità pagata. Poi, se il film non t'è piaciuto è un altro discorso...
Mi è piaciuto, mi è piaciuto.

Cannes65 - official selection.





Dopo la scivolata del primo aprile (di cui avevo parlato in questo post) che ha visto la pubblicazione di una lista fittizia di titoli in concorso alla 65esima edizione del Festival di Cannes, ecco che ieri il direttore Thierry Frémaux e Gilles Jacob hanno annunciato all'Intercontinental Grand Hotel di Parigi i ventuno film che si contenderanno la Palma d'Oro per il 2012.
Ci sono dei nomi che ci aspettavamo, mancano dei nomi che ci aspettavamo: per l'Italia gareggia soltanto Matteo Garrone (già vincitore del Premio della Giuria per Gomorra) con Reality - nuovo titolo del suo Big House, che racconta il desiderio di un pescivendolo che, spinto dalla famiglia, decide di partecipare al Grande Fratello sperando di sfondare nel mondo dello spettacolo. Ma il film «non è una denuncia alla televisione né parla del Grande Fratello: dopo Gomorra volevo fare qualcosa di diverso, una commedia. Effettivamente però non so se ci sono riuscito». Altri italiani, fuori concorso, sono Dario Argento, sorpreso per l'introduzione dell'horror sulla croisette, con il suo Dracula 3D, e Bernardo Bertolucci, fresco di Palma alla Carriera, con Io E Te basato sull'insipido romanzo di Niccolò Ammaniti.
In concorso, poi, un sacco di ex Palme d'Oro: Michael Haneke (vinta per Il Nastro Bianco), Cristian Mungiu (vinta per 4 Mesi 3 Settimane 2 Giorni), Ken Loach (vinta per Il Vento Che Accarezza L'erba) e Alain Resnais (premio speciale per Gli Amori Folli). Col film di chiusura si celebra l'appena scomparso Claude Miller, con una Audrey Tautou che avvelena il marito come nel libro Thérèse Desqueyroux.
C'è poi tanta America, per rendere il tutto glamour: gli immancabili Brad Pitt e Tilda Swinton, Robert Pattinson (per il film di Lee Daniels, l'autore di Precious) e il premio Oscar Marion Cotillard (per Audiard), il cast del film d'apertura Moonrise Kingdom e i 35 registi del collettivo Chacun Son Cinema del 2007. La lezione di cinema sarà tenuta da Philip Kaufman che presenterà anche, sempre fuori concorso, Hemingway & Gellhorn con Nicole Kidman e Clive Owen. Ma ecco l'elenco dei film candidati:

Film D'apertura: Moonrise Kindom, di Wes Anderson - USA

Amour (Love), di Michael Haneke - Francia/ Austria/ Germania
After The Battle, di Yousry Nasrallah - Egitto
Beyond The Hills, di Cristian Mungiu - Romania
Cosmopolis, di David Cronenberg - Francia/ Canada/ Portogallo/ Italia
In Another Country, di Hong Sangsoo - Corea del Sud
De Rouille Et D'os (Rust & Bone), di Jaques Audiard - Belgio/ Francia
The Taste Of Money, di Im Sang-soo - Corea del Sud
Holy Motors, di Leos Carax -Francia
Im Nebel (In The Fog), di Sergei Loznitsa - Germania/ Olanda/ Russia
Jagten (The Hunt), di Thomas Vinterberg - Danimarca
Killing Them Softly, di Andrew Dominik - USA
Lawless, di John Hillcoat - USA
Like Someone In Love, di Abbas Kiarostami - Francia/ Giappone
Mud, di Jeff Nichols - USA
On The Road, di Walter Salles - Francia/ UK/ USA
Paradise: Love, di Ulrich Seidl - Germania/ Francia/ Austria
Post Tenebras Lux, di Carlos Reygadas - Messico/ Francia/ Olanda
Reality, di Matteo Garrone - Italia/ Francia
The Angel's Share, di Ken Loach - UK/ Francia
The Paperboy, di Lee Daniels - USA
Vous N'avez Encore Rien Vu, di Alain Resnais - Francia

Film Di Chiusura: Thérèse D, di Claude Miller

FCE13: Italia.





Vacuum
id., 2012, Italia, 96 minuti
Regia: Giorgio Cugno
Sceneggiatura originale: Giorgio Cugno
Cast: Simonetta Ainardi, Loris Marcolongo, Giorgio Cugno
Voto: 5.3/ 10
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È successa una cosa strana: alla fine della proiezione del film, poco prima che gli venisse posta la prima domanda, Giorgio Cugno, il regista e sceneggiatore e interprete di questa pellicola, ha pianto. Si è commosso perché «questa è stata la prima volta che veniva proiettata».
«E anche l'ultima» ha detto la simpatica signora seduta di fianco a me. Che si sbaglia, perché il film è stato sullo schermo anche ieri sera alle 20:00, sempre nella Sala 5 della Multisala Massimo, sempre al Festival del Cinema Europeo, giorno 3, primo e unico italiano in concorso. E mi dispiace stroncarlo così, senza ritegno; un po' per le lacrime del tenero regista, un po' perché il film parte da un buon intento: raccontare la depressione post-parto, raccontare della società in cui viviamo oggi attraverso gli occhi, la pelle, le sensazioni di questa donna che ha appena sgravato. Già dalla prima scena, quella del parto, siamo dentro di lei: la telecamera le inquadra i dettagli, la sofferenza, come se volesse alienare noi e lei e i particolari, esternarla. Perché intorno a lei c'è in effetti molto poco: un marito sempre via per lavoro, in fabbrica, sempre terrorizzato dall'imminente scadenza del contratto ma sempre speranzoso del rinnovo; c'è il topos della suocera presente e bacchettona; ci sono un paio di amici che vengono a trovarla senza che nessuno l'abbia chiesto. Ari (è così che chiamano la protagonista) se ne sta sempre tutta sola in silenzio con suo figlio di sei mesi e si tira il latte (si «munge»), lo cambia, lo imbocca. E niente più. Assolutamente niente più. Fino a quando succede una cosa terribile, una tragedia, e tutto si ribalta, per poi tornare a prendere la forma di prima, anzi per avvisarci che le cose prenderanno la forma di prima.
Oltre ad una totale mancanza di trama (cosa che lo rende noioso), il film è totalmente privo di musica (cosa che lo rende noiosissimo) e ha dei dialoghi che promettono bene all'inizio (i nonni cercano di capire come togliere il flash alla macchina fotografica) e poi diventano di una banalità da Cioè, con intercalari («com'è?») forzati, senza caratterizzare particolarmente nessun personaggio. Il problema più serio di tutti è però l'interpretazione di questa protagonista: dimenticate la Giovanna Mezzogiorno de La Bestia Nel Cuore, siamo davanti ad un'apatia con accento torinese e monoespressione che dà le sue battute come le darebbe mia sorella alla recita della scuola.
In compenso, il film è tecnicamente molto preciso, molto simbolico, minuzioso, il regista viene da undici anni di esperienza nei cortometraggi e la macchina da presa sa come usarla. E ce lo spiega lui.

La metà delle riprese è completamente fuori fuoco. Se n'è accorto?
Sì, l'effetto è volontario: ho scelto di girare in interni con un 50 mm proprio per avere delle immagini sfocate molto definite, per entrare sotto la pelle del personaggio. Volevo immagini molto fisiche. Lo sforzo per me è stato incredibilmente difficile.
È stato più facile invece raccontare un'esperienza così femminile? Da dove è nata l'idea?
L'idea era quella di fare un documentario. Ho passato un anno ad intervistare donne, ma anche mariti, sulla depressione post-parto, sulla perdita di un figlio. La perdita di un figlio è una cosa che io, padre di due bambine, vedo dall'esterno con estrema sensibilità. Forse è anche per questo che quando sono entrato in sala di montaggio e ho visionato il materiale girato ho sentito che sarebbe stato eticamente scorretto usarlo per un documentario. Dovevo farci un film. E così ho scritto una sceneggiatura partendo da quelle testimonianze.
Undici anni di corti prima del lungometraggio. È stata una scelta o una necessità?
Entrambe. Per questo film c'era bisogno che io mi prendessi il mio tempo. Volevo raccontare questa storia, e per farlo bene dovevo accumulare materiale. Inizialmente avevo pensato di girare un altro corto, forse avrei dovuto effettivamente fare un corto (ride, ndr).
Invece è un film che dopo un inizio e uno svolgimento che ci abituano ad un certo clima, ci spiazza con uno sviluppo narrativo fortissimo, tragico, tremendo.
Quello sviluppo è giustificato dal tema del film: il vuoto generazionale in cui vivo, in cui viviamo. La soluzione che trova la protagonista è la soluzione che trovano molti. La gente dovrebbe conoscersi abbastanza, prima di fare un figlio. Invece si fanno figli per rimediare agli errori, per salvare un matrimonio, per compensare a una mancanza...
Parliamo dell'attrice: lei è una madre?
No, non è una madre. Si chiama Simonetta Ainardi e avrei voluto che ci fosse anche lei qui oggi perché ha davvero lavorato appieno al film; usa il metodo Stanislavskij per cui va a scavare molto in profondità nel personaggio che interpreta.
L'ha scelta per questo?
L'ho scelta perché per me è importante avere una donna forte, da dirigere, prima di un'attrice, dal momento che la sto caricando di un fardello pesantissimo, che è questo film e il suo tema.

giovedì 19 aprile 2012

FCE13: Danimarca.





Miss Julie
Julie, 2011, Danimarca, 80 minuti
Regia: Linda Wendel
Sceneggiatura non originale: Linda Wendel
Basata sulla pièce Julie di August Strindberg
Cast: Brigitte Sørnsen, Rolf Hansen, Jesper Christensen,
Trine Appel, Niels Skousen
Voto: 7/ 10
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Dopo un inizio in cui vediamo un forte montaggio di scatti e di esterni (la protagonista si allena sul campo e poi fa la doccia e poi beve al bar col cane al guinzaglio), il film si dona anima e cuore a lunghissimi pianisequenza diretti magistralmente tutti all'interno di un albergo, che poi scopriremo essere di proprietà della famiglia della ragazza, anzi tutti all'interno di una sola stanza, e poi di un atrio.
Dalla prima scena che ci aveva illuso, però, dobbiamo prendere per buona una cosa: l'arroganza, l'altezzosità di questa Julie che quando lo decide lei devono finire gli allenamenti. Il suo bel carattere deriva dalla sua solitudine e dalla sua tristezza (come ci dirà più volte nei centomila dialoghi), culmine di una serie di attenzioni e aspettative avute nella crescita: astro nascente, o anzi nato, del tennis, è una giovane ragazza spinta allo sport dal padre pieno di debiti mentre la madre a lui nascondeva il patrimonio, ha visto il matrimonio dei suoi sfasciarsi ed è, adesso, l'unica soluzione che il genitore ha per campare, perché scommette sulle partite e le finanzia con lo strozzino. Lei, in tutto questo, cerca quello che le ragazze della sua età cercano: l'ammore. Un uomo. Pensa di trovarlo quando si allena, ma è dato a una tale Kristine. L'uomo in questione, il suo allenatore, però, ci sta e non ci sta, la asseconda e non, le dice poesie e se le rimangia. Flirtano davanti alla cornuta che se ne va a messa e parlano parlano parlano per tutta la notte, lui non capiamo bene che tipo sia, lei capiamo benissimo che è molto ingenua, sogna di trasferirsi in Tailandia e affittare bungalow.
E la trama finisce qui. Succedono due cose che non vi dico, una incredibilmente splatter, l'altra incredibilmente criptica, due cose che rovinano il film e lo fanno sprofondare di voto. Poteva essere un capolavoro, per come è stato realizzato (filmato con una videocamera Marc, poi convertito su pellicola 35 mm) e per come è stato scritto. I dialoghi, quando non sono surreali e imbarazzanti, sono molto molto realistici. L'interpretazione di lei è naturalissima. Di questi aspetti però ci parla la regista Linda Wendel:

Il suo film si basa su uno spettacolo teatrale vecchio di cento anni ma sempre attuale, che lei ha immerso nel tennis, e ne esce un prodotto simile a tutti quelli della sua carriera: una lettura del sociale.
Sì, anche se il 70% dei dialoghi è originale ho preso dalla pièce di Strindberg la storia del padre e poche altre cose. Avevo notato che i valori cardine di quel film sono gli stessi valori di oggi.
Lei è sceneggiatrice e produttrice oltre che regista. Ma nasce come poetessa.
La passione per la letteratura è forse superiore a quella del cinema. Ma, come nel cinema, in poesia il significato non è nelle parole, ma in mezzo alle righe. In questo senso i miei film sono minimalisti: tutto è tra le sequenze. Credo che si debba partire sempre da un buon materiale, e poi salire di un gradino. Mischiare il passato col presente, ecco perché inizio col teatro e parlo del sociale: mischiare queste due cose si chiama progresso.
A proposito del teatro, lei ha riscritto dei dialoghi che potremmo vedere sul palco, per delle scene lunghissime.
In questo modo si costringe lo spettatore ad essere là, con loro, a seguirli nella stanza, a vivere nella scena. Anche la fotografia aiuta in questo: il fuoco in secondo piano scompare, perché succede anche all'occhio umano, come succederebbe se noi fossimo là presenti.
Lei è l'unica regista donna in concorso. In ottant'anni di Oscar ci sono state solo cinque registe candidate. Il mestiere in sé è molto mascolino oppure mancano proprio registe donne?
Sono stata molto sorpresa di scoprire che ero l'unica donna in concorso, ma poi in effetti ho riflettuto sul fatto che le registe non vengono quasi mai invitate. In realtà, non esiste differenza se dietro la sceneggiatura o la macchina ci sia un uomo o una donna. Ma come tutti i lavori più importanti al mondo c'è sempre del maschilismo. Che è assurdo: fare la regista è facilissimo, basta andare sul set e comandare.
E ha una protagonista donna che è una statua rinascimentale.
Per Brigitte (Sørnsen, ndr) è stato il primo ruolo da protagonista, che l'ha lanciata. Adesso è protagonista del nuovo film di Bille August. Ha un visto molto forte, le qualità di una star. L'ho incontrata ad un corso di regia e recitazione, è stata la nostra insegnante a presentarci.
Lei segue ancora dei corsi?
Sì, sempre. Anche di teatro e di danza. Sono molto utili per i collegamenti che creano.

mercoledì 18 aprile 2012

FCE13: Austria.





Kuma
id., 2012, Austria, 93 minuti
Regia: Umut Dag
Sceneggiatura originale: Umut Dag & Petra Ladinigg
Cast: Nihal Koldas, Begüm Akkaya, Vedat Erincin, Dilara Karabayir,
Murathan Muslu, Alev Irmak, Merve Çevik
Voto: 8/ 10
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Cercherò di essere molto breve sul film (che tanto ha più pregi che difetti) per lasciare lo spazio all'intervista fatta al regista Umut Dag, giovanissimo (è curdo ma nato in Austria nel 1982), che dopo tre corti arriva alla sezione Panorama del Festival di Berlino di quest'anno con Kuma, in concorso adesso per l'Ulivo d'Oro a Lecce.
I difetti del film sono tutti all'inizio - scena d'apertura esclusa: una donna fuori campo vomita e si pulisce, esce in strada, c'è una ragazzina che tutti festeggiano e a cui sorridono, questa sale su un camioncino scassato e parte, e le dicono «buon viaggio!», «congratulazioni!» perché lei s'è sposata. Ma il marito non è là: dal villaggio turco sta andando in Austria, dove le verrà dato l'uomo e la dimora e la famiglia di lui. Ayse (è questo il nome della ragazza) crede che il consorte abbia un paio d'anni in più di lei. In realtà scoprirà che è il padre di questo ragazzo, che ha un'altra moglie e degli altri figli addirittura più grandi di lei. Costretta a consumare la prima e la seconda notte di nozze, e finita poi incinta, troverà in questa casa un clima spezzato: da una parte, l'uomo e la prima moglie la guarderanno con occhi pieni d'amore e di speranza, considerandola un dono caduto in casa; dall'altra parte, tutta la prole (quasi esclusivamente femminile) inizierà a odiarla e a farle dispetti non così infantili, perché è un'estranea che da un giorno all'altro sta canalizzando le attenzioni della casa.
Più o meno fino a questo punto è difficile seguire lo svolgimento dei fatti, perché noi non siamo turchi né viviamo in Austria e quindi non capiamo bene come possa questa ragazzina finire moglie di uno senza saperlo, non sappiamo perché in certe scene parlano tedesco (ce lo spiega poi il regista), non colleghiamo facilmente gli elementi dell'albero genealogico. Poi c'è un colpo di scena, poi un altro, tutti preparati per tenderci l'inganno, e siamo troppo impegnati ad essere sorpresi. Poi c'è uno sviluppo totale che trasforma praticamente il film, Ayse finisce a lavorare in un supermercato, inizia una relazione segreta. Ma non posso dire niente, perché so che andrete a vedere il film quando uscirà. Se uscirà.
In questo caso, a differenza del precedente, le interpretazioni sono impeccabili e anche la musica; le scene, quando finisce l'unità della storia, si dissolvono tutte al nero, e se all'inizio succede una volta ogni tanto, alla fine forse troppo spesso. Le scene madri ci sono, e sfociano tutte in una, poco prima della fine, da brividi. La fine poi, aumenta ancora di più i brividi: perfetta, geniale.

Cominciamo dal titolo: Kuma non è il nome di nessun personaggio...
“Kuma” è il termine turco per indicare la seconda moglie, cosa illegale in Turchia ma profondamente radicata nella cultura popolare.
Lei è curdo, mentre i personaggi sono tutti turchi emigrati in Austria. Come mai c'è la presenza della doppia lingua, del tedesco, che la famiglia parla quasi fluentemente mentre la nuova arrivata Ayse si sforza di imparare?
In Austria è molto frequente, adesso, trovare una nuova generazione di ragazzi turchi, la nostra generazione, che parli dalla nascita due lingue madri, il turco e il tedesco. Nel film sono solo i figli infatti a capire la lingua (che usano per dirsi cose che gli altri non devono sentire, ndr), mentre i genitori parlano solo turco. Anche Ayse, che arriva da un villaggio, parla solo il turco. È la lingua delle radici, di chi sta indietro.
E a proposito di radici, mi pare che la pellicola parlando di tante cose abbatta anche numerosi tabù; si affronta anche, latentemente, il tema dell'omosessualità, mostrata per poco e solo all'interno della casa. Sarebbe stato rischioso allargarsi su questo aspetto?
La scelta di non approfondire il personaggio omosessuale e quindi l'omosessualità derivava dalla necessità di parlare di altro, del personaggio della madre in primis: lei ha un impellente bisogno di trovare una ragazza a cui lasciare le redini della casa (la donna è malata di cancro, ndr) che non si preoccupa dell'omosessualità di suo figlio, perché anche di questo si occuperà la nuova arrivata.
Comunque, complimenti aver saputo gestire così tante scene madri e così tanti cerchi che si aprono e si chiudono.
Grazie; ho riscritto la sceneggiatura sei volte prima di arrivare alla versione finale.
Con gli attori, invece, è stato più facile lavorare?
È stato molto lungo formare il cast, quasi estenuante. Ma una volta decisi tutti gli attori è andato liscio. Abbiamo fatto pochissime prove, ho lavorato di più con gli esordienti. Per il resto, ho lasciato fare a loro, cercando di seguirli con la macchina da presa.
Ma, alla fine, la famiglia conservatrice turca così matriarcale che lei ha ritratto, può coincidere con una famiglia della realtà?
Non lo so. I ruoli dell'uomo e della donna in Turchia sono sempre ben definiti, ma questo è un caso particolare, in cui gli uomini finiscono col non esserci e le donne devono far tutto.
Mi ha ricordato molto i film (libanesi) di Nadine Labaki, e Volver di Almodóvar. Sono state tra le sue fonti di ispirazioni europee?
Mi sono basato molto su tutta una serie di film turchi, che affrontano il tema della seconda moglie. Ho notato che tutti analizzavano la cosa dal punto di vista maschile, il mio film è il primo che invece si mette nei panni della donna.
La prima scena è bellissima.
È stata girata in un villaggio vero, un villaggio dell'Anatolia.

FCE13: Polonia.





Fear Of Falling
Lek Wysokosci, 2011, Polonia, 90 minuti
Regia: Bartosz Konopka
Sceneggiatura originale: Piotr Borkowski & Bartosz Konopka
Cast: Marcin Dorociñski, Krzysztof Stroiñski, Magdalena Poplawska
Voto: 6.8/ 10
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Purtroppo una specie di bronchite mi ha segregato a letto per il primo giorno di Festival del Cinema Europeo di cui ho parlato in questo post nel dettaglio, un primo giorno segnato dall'evento speciale Indignados di Tony Gatlif presentato fuori concorso e dalle prime quattro pellicole della competizione; di queste, ne ho recuperate oggi due, arrivando alla Multisala con somma sorpresa di trovare una quantità immane di bambini di non più di otto anni, giunti (ho scoperto dopo) per la versione restaurata del Pinocchio di Giuliano Cenci; di poco più grandi erano invece i miei “compagni di sala”, deduco fosse una classe del liceo, accompagnata dall'insegnante di Storia dell'Arte. Proprio lei, alla fine del primo film, ha manifestato il coinvolgimento e la soddisfazione della visione. Io la ascoltavo un po' perplesso. Il film, m'è sembrato invece freddissimo come la sua fotografia, una fotografia algida, cianotica, che colpisce gli ambienti come le persone, sembra sempre inverno, sembra inverno dappertutto. La storia, invece, è molto calda: il trentenne Tomek lavora come inviato televisivo per una grossa rete nazionale e poco prima di ricevere la promozione a conduttore del TG in prima serata gli arriva la notizia che suo padre è stato ricoverato nell'ospedale psichiatrico della città in cui s'è trasferito. Il vecchio ha da molto divorziato dalla moglie, e lei non ne ha voluto più sapere niente. Tomek si sente in dovere di andargli a far visita, e scherza con l'infermiera sul fatto che molto probabilmente si è lasciato ricoverare perché attratto dai pasti gratuiti. Allo stesso modo la pensano i medici, che lo fanno uscire quando lui ne sente la necessità. In realtà, l'uomo ha davvero seri problemi: lancia robe dal balcone, dal balcone fa la pipì sui passanti, in casa fora le pareti per arrivare agli appartamenti dei vicini... Tomek inizia una battaglia perché l'ospedale se lo riprenda ma nessuno può fare niente fino a quando non vengano intaccate cose o persone. E qui, forse, il regista (che non era presente) voleva inserire una frecciatina sociale alla Le Invasioni Barbariche per commentare la mala sanità del Paese. Intanto Tomek a casa ha una moglie che lo aspetta e un lavoro che non riesce più a fare.
La pellicola, dicevo, mi è sembrata molto fredda: dopo un inizio criptatissimo con voce fuori campo che nel resto delle scene non c'è (inizio che verrà sciolto esattamente nell'ultimo minuto), non c'è nessuna scena madre, nessuna eccessiva tenerezza. La ricostruzione del rapporto padre-figlio dopo anni di silenzio, la malattia mentale, tutti temi già toccati al cinema e tutti molto drammatici, per assurdo non emozionano, se non in qualche scenata di follia, di oggetti lanciati. Si sorride addirittura, quando c'è della complicità tra i due, ma al tutto manca qualcosa. Anche alle interpretazioni manca qualcosa: tipici personaggi che, se giocati bene, riempiono di premi, sono entrambi stati dati a due monofacce. Manca una buona musica. Manca un decollo.
Ma al voto del pubblico ho dato tre stelle su cinque a Bartosz Konopka perché questa insegnante d'Arte mi stava troppo influenzando e perché lui è un candidato all'Oscar (per Rabbit A La Berlin, miglior documentario). Adesso, gliene darei due.

martedì 17 aprile 2012

movie news.





Primo post di una rubrica nuova, su cosa bolle in sala. Nasce in occasione dell'uscita del manifesto de Il Pescatore Di Sogni, pubblicato in anteprima da MyMovies, ultimo film di Lasse Hallström con Ewan McGregor, Emily Blunt e la Kristin Scott Thomas che disperatamente amava il vampiro in Bel Ami (sesto film più visto del fine settimana) Il titolo originale, come si evince dal certamente più apprezabile manifesto americano, è Salmon Fishing In The Yemen perché è il titolo del libro di Paul Torday che in Italia è stato tradotto alla lettera (ed è edito da Elliot e si può comprare su Amazon a €14); in patria, la commedia romantica è andata abbastanza bene, mantenendosi in Top10 per le prime settimane di uscita, e adesso si prepara ad uscire da noi (venerdì 18 maggio), dove però prevalgono, come dire?, le cagate, ecco: Battleship è alla #1 spodestando il Titanic che forse la gente ha preferito vedere in televisione domenica sera (operazione un po' stupida). Il primo film, di cui nel cast si è soliti ricordare solo Rihanna, ha incassato questo fine settimana 2.137.000 euro contro 2.036.000 della pellicola di Cameron che ad ogni modo, con questa nuova uscita in sala, diminuisce lo stacco che la separa dal disgustoso Avatar nell'elenco dei film più visti della storia (la pellicola del 2009 ha appena 700 milioni di incasso in più). Sempre in Italia, sempre in classifica, al terzo posto troviamo Biancaneve (di cui non abbiamo ancora parlato, mannaggia) che invece in America è sesto con una settimana di proiezione in più, e il film Francese più visto di tutti i tempi, Quasi Amici, sale appena sotto il podio. Manco Adele è riuscita a resistere tanto.
Sono molto contento della quinta posizione che è di Diaz, con tre giorni d'incasso è entrato in Top5 (664.000 euro) e sono sorpreso che non nascano ancora clamori e polemiche come era successo per Romanzo Di Una Strage - che in classifica esce dai primi dieci.
Dall'altra parte del mare, non c'è lotta: gli Hunger Games di Gary Ross incassano altri 21 milioni e mezzo (in una settimana appena) e raggiungono quindi la vetta di 337 milioni di dollari in meno di un mese di proiezione. Il regista, forse spaventato da questo record (mai nessun film non sequel aveva racimolato tanto), sceneggiatore di Dave e Big, regista di Seabiscuit e Pleasentville, ha annunciato che non dirigerà la seconda parte della trilogia. Cosa che sicuramente influenzerà il pubblico.
Subito sotto «la migliore performance di Jennifer Lawrence» una nuova uscita americana: The Three Stooges che da noi si chiamerà I Tre Marmittoni, non chiedetemi perché, che dovrebbe rassomigliare a una forma vintage di Aldo Giovanni & Giacomo e che insieme al Titanic fa scendere il nuovo (necessario?) American Pie. Per il resto la classifica americana è tutta uguale: kolossal, commedie, horror, commedie, horror, kolossal.

lunedì 16 aprile 2012

brindiesh #2.





Tyrannosaur
id., 2011, UK, 92 minuti
Regia: Paddy Considine
Sceneggiatura originale: Paddy Considine
Cast: Peter Mullan, Olivia Colman, Eddie Marsan, Den Dennehy
Voto: 8.8/ 10
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Ed è stato questo, a vincere il BAFTA al miglior debutto. Ha ritirato il premio il regista e sceneggiatore Paddy Considine che ha strizzato l'occhio a Richard Ayoade salendo sul palco, candidato quest'ultimo nella stessa categoria per Submarine di cui abbiamo parlato ieri e in cui Considine recita, e ha strizzato pure l'occhio al suo attore protagonista, Peter Mullan, che era candidato quasi allo stesso premio nel 2003 per la regia di Magdalene (Leone d'Oro a Venezia), e ha strizzato pure l'occhio, Paddy Considine, a Olivia Colman, la sua attrice protagonista, che quella sera era seduta là in mezzo pure per un altro film, il terribile terrificante The Iron Lady, in cui era la figlia di Maryl Streep.
Insomma, quella indipendente inglese è una cricca che gira e rigira si ritrova sempre. Ma un film così non se l'aspettava nessuno.
Dopo una serie interminabile di «fuck» e «fucking», Joseph (Mullan) tira due calci al suo cane - e lo ammazza - e tira due sberle a un gruppo di pischelli che giocano a biliardo in un bar, che urlando poi non troppo lo stavano disturbando. Li stende, scappa, si rifugia dietro all'attaccapanni dei vestiti in vendita in una specie di negozio cattolico di scambio e volontariato, una cosa tipo Bottega del Mondo, Caritas, gestito da una simpatica donnina (Colman) non così attraente che sorride nel vedere un tale che le si infila nel locale; lei si avvicina, lui le dice tanto per cambiare «fuck»; lei gli chiede come si chiami, lui risponde «Robert De Niro»; lei si inginocchia e prega, lui dopo un po' esce. Capiamo che questo Joseph ha dei problemi. Capiamo poi anche che questa donnina si chiama Hannah, e che ha dei problemi pure lei, dato che quando s'addormenta sul divano, la sera a casa, il marito le piscia addosso. Lui tornerà a trovarla il giorno dopo. Lei, il giorno dopo, verrà presa a cazzotti dal marito che suppone di avere le corna. Con non poche difficoltà, inizierà un sottile rapporto che non è certo sentimentale, non è ancora nemmeno amicizia, è solo compatibilità affettiva perché queste due persone, in fondo, non conosco nessun altro, non hanno nessun altro, sono un volgare manesco schizzato e una fanatica cattolica senza nessuno al mondo.
Siamo ancora nelle periferie inglesi, dove si parla a bocca stretta e si dice «oaye», siamo ancora nei quartieri del degrado, dove la gente ha a malapena la cucina e nell'orticello una cuccia per il cane.
Il film per la prima metà è impeccabile. La telecamera sa sempre cosa inquadrare e le scene si collegano ognuna alla successiva grazie a una fotografia coerente, che dal grigio tende all'ocra anche nei volti, negli esterni. Ogni tanto ci viene donata anche una peripezia tecnica (fuoco e controfuoco, mezzobusto coperto), ma la cosa più importante è la presentazione analitica, umana, psicologica dei personaggi in questi giorni che vivono. Poi, insieme a un funerale dove ci si diverte, la storia perde un po' la corda che aveva seguito finora, pare effettivamente, com'è stato notato, che tutto sia un preambolo per uno sviluppo che non arriva. Alla fine la pellicola si rialza e ci sorprende e si conclude nel migliore dei modi. In tutto questo, oltre ad un Peter Mullan bravissimo e odioso, Olivia Colman passerà alla storia. La migliore performance femminile dell'anno, azzarderei. Completamente ignorata dai premi, amata dalla critica. Suo marito (nel film) Eddie Marsan, tra Sherlok Holmes e War Horse s'è ritagliato in questo film la più interessante performance.