giovedì 31 maggio 2012

brindiesh #3.





Attack The Block
id., 2011, UK, 88 minuti
Regia: Joe Cornish
Sceneggiatura originale: Joe Cornish
Cast: John Boyega, Jodie Whittaker, Alex Esmail, Leeon Jones,
Franz Drameh, Simon Howard, Luke Treadaway
Voto: 8.5/ 10
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I film inglesi, inglesi britannici, si dividono in un paio di categorie: i drammoni in costume (Il Discorso Del Re, Jane Eyre, Wuthering Heights) e le pellicole indipendentissime ambientate nelle periferie sudicie, nei quartieri malfamati, nei ghetti (Tyrannosaur, Submarine) che a volte sentono l'influenza dei kolossal del momento e, restano nella loro indipendenza, fanno comparire poteri paranormali e mostri (Misfits). Questo film appartiene a quest'ultima categoria, raccontandoci la storia di un gruppo di quindicenni (e poco meno) di un “block”, un quartiere, dimenticato da Dio; ma se lo stesso succedeva per Chronicle (film però americano) che si sforzava di essere amatoriale e non ci riusciva fino in fondo, questo mantiene la sua coerenza dalla prima all'ultima scena, senza scivolare nella brutta copia di Spider Man.
L'“attack” del titolo, in questo “block”, è un'invasione aliena, una pioggia di strane creature irriconoscibili, che alcuni scambiano per cani altri per gorilla, mucchi di pelo con denti e odore riproduttivo fluorescente verde. Ero molto scettico all'idea di guardare un film del genere. Ero scettico anche se questo Attack The Block aveva ricevuto la nomination come miglior debutto (di un regista e sceneggiatore, Joe Cornish, reduce da alcune serie televisive) ai BAFTA dell'anno scorso e aveva vinto il premio come miglior opera prima a Toronto. Ero scettico ma mi sono ricreduto perché dopo un mezzo furtarello iniziale - a una ragazza che resterà con noi fino alla fine - siamo incollati di fronte a questa banda di bulletti locale, giovanotti auto-elettisi guardiani dell'isolato, che girano con nello zaino mazze da baseball, razzi e fuochi d'artificio che, hanno notato, stordiscono e debilitano questi alieni pelosi. Girano in bici, con la moto del pony pizza, infilano spade rubate dall'arredamento di casa nelle schiene dei mostriciattoli e poi esibiscono i cadaveri dei caduti, se ne vantano, ridono, fino a quando la polizia li insegue e ferma - per possesso di droga, disturbo della quiete pubblica, furto. Ma la polizia è destinata a non fare una bella fine, come molti altri: parte l'effetto Dieci Piccoli Indiani (ma ci si ferma a cinque) e noi siamo ancora più incollati.
Un sacco di colpi di scena, una telecamera che sa sempre dove andare e ogni tanto sorprende, qualche battuta che fa sorridere non poco, qualche battuta che fa perdere un paio di punti, la musica (di artisti vari) da filmone in costume coi supereroi che non ci sono e un manipolo di pischelli presi per quello che sono: pischelli (bravissimi a recitare) che vorrebbero fare gli adulti, che si danno delle arie e dei soprannomi, dei ruoli, si fanno le canne e si fanno coraggio per affrontare questi demoni ma, in quanto pischelli, poi capita che tentano di correre giù dalle scale in sella a una motoretta e cadono, perché non siamo in un kolossal poco credibile ma in un bel film, sui generis, ma molto ben fatto.

lunedì 28 maggio 2012

Cannes65 - vincitori.





Un applauso che sarebbe durato un quarto d'ora (intero) se il regista non fosse intervenuto parlando al microfono ha accolto la vittoria di Michael Haneke, per la seconda volta Palma d'Oro (dopo il precedente Il Nastro Bianco), momento che l'autore ha voluto condividere con gli attori protagonisti del film (nella foto, a sinistra Emmanuelle Riva e a destra Jean-Louis Trintignant), citati da Nanni Moretti presidente di giuria all'annuncio della Palma per la loro splendida interpretazione che ha ancora di più valorizzato la pellicola.
Tutto secondo i piani, con una sorpresa nostrana: Matteo Garrone vince il Gran Premio e ringrazia nel più corto dei discorsi, forse perché inaspettato, forse perché abituato (anche per lui la seconda volta: la prima fu per Gomorra). Secondo me, ad ogni modo, c'è lo zampino dell'italiano in giuria, perché Reality non è stato largamente apprezzato.
Doppio premio per un altra ex Palma, Cristian Mungiu: miglior sceneggiatura e migliori attrici (Cristina Flutur e Cosmina Stratan) per Beyond The Hills, mentre il miglior attore (accolto pure lui con un altro lunghissimo applauso) è il bravissimo Mads Mikkelsen per l'intenso Jagten di Thomas Vinterberg.
Ma pure Ken Loach (Palma d'Oro per Il Vento Che Accarezza L'erba), se ne poteva andare senza niente?, e allora gli hanno dato il Premio della Giuria, mentre il regalo della sera è stata la migliore regia a Carlos Reygadas per Post Tenebras Lux.
La Palma d'Oro per il miglior corto è andata al muto Sessiz-Be Deng di L. Rezan Yesilbas mentre la Camera d'Or (premio per l'opera prima ad un film presentato in una delle competizioni) è stata data a Benh Zeitlin per il suo americano Beasts Of The Southern Wild, presentato nell'Un Certain Regard.
Per l'Un Certain Regard, invece, il miglior film è stato Déspues De Lucia di Michel Franco, il Premio della Giuria (presieduta da Tim Roth) al bizzarro Le Grand Soir e due premi per la migliore attrice, alla Suzanne Clément di Lawrence Anyways e alla Emille Dequenne di À Perdre La Raison.
Di seguito, tutta la lista di tutti i vincitori nelle varie categorie; per vedere i video di buona parte della premiazione cliccate qui.

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Concorso

Palma d'Oro:
Amour di Michael Haneke

Gran Premio:
Reality di Matteo Garrone

Premio per la Migliore Regia:
Carlos Reygadas per Post Tenebras Lux

Premio della Giuria:
The Angels' Share di Ken Loach

Premio per il Migliore Attore:
Mads Mikkelsen per Jagten (The Hunt) di Thomas Vinterberg

Premio per la Migliore Attrice:
Cristina Flutur e Cosmina Stratan per Beyond The Hills di Cristian Mungiu

Premio per la Migliore Sceneggiatura:
Cristian Mungiu per Beyond The Hills

Palma d'Oro al Miglior Corto:
Sessiz-Be Deng di L. Rezan Yesilbas

Camera d'Or:
Beasts Of The Southern Wild di Benh Zeitlin
presentato nell'Un Certain Regard

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Un Certain Regard

Miglior Film:
Después De Lucia di Michel Franco

Premio Speciale della Giuria:
Le Grand Soir di Benoît Delépine & Gustave Kervern

Miglior Attrice:
Suzanne Clément per Lawrence Anyways di Xavier Dolan

Miglior Attrice:
Emille Dequenne per À Perdre La Raison di Joachim Lafosse

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Premi della Cinefondazione

Primo Posto:
Doroga Na (The Road To) di Taisia Igumentseva

Secondo Posto:
Abigail di Matthew James Reilly

Terzo Posto:
Los Anfitriones (The Hosts) di Miguel Angel Moulet

sabato 26 maggio 2012

Cannes65 - giorni 9 e 10.





E abbiamo finito!
Presentati in concorso gli ultimi due film che si contendono la Palma d'Oro, il coreano The Taste Of Money di Im Sang-soo e Mud di Jeff Nichols.
Il primo film, bocciato dalla stampa, che ha giudicato il regista pretenzioso nel suo rifarsi a Shakespeare e Balzac, racconta del sesso e della droga e della morte in una famiglia coreana dopo la scoperta di un adulterio; il secondo film, opera seconda di Jeff Nichols dopo il Take Shelter presentato sempre a Cannes l'anno scorso, vede nel cast ancora Matthew McConaughey (che resta in città dopo The Paperboy) che interpreta Mud, uomo che scappa dal proprio assassino e si imbatte in due quattordicenni che lo aiuteranno ad incontrare la donna che ama - uno dei due ragazzi è Tye Sheridan, ex figlio di Brad Pitt in The Tree Of Life.
Piaciuto, quest'ultimo film, ma non troppo: resta, adesso, a kermesse chiusa, superfavorito Amour di Haneke, ancora, e l'attrice magari sarà la Cotillard, premio che la Francia si riserva, e il nostro Reality?
Intanto Elija “Frodo” Wood raggiunge la città del cinema per presentare Maniac fuori concorso, thriller franco-americano di Franck Khalfoun e per l'Un Certain Regard ci viene mostrata la vita di Renoir.
Al primo giorno in sala (italiana) Cosmopolis è andato molto bene, arrivando quarto in classifica, piaciuto leggermente di più di In The Fog, altro film in concorso di ieri - ma l'attenzione era tutta per il rapporto nascosto e non nascosto tra Robert Pattinson e la Stewart (nella foto, l'attore con Sarah Gadon a sinistra e Emily Hampshire a destra durante il photocall di ieri mattina).
E in queste ore di consegne di premi minori si è distinto No di Pablo Larrain, presentato per le Proiezioni di Mezzanotte con nel cast Gael García Bernal, osannato già al terzo giorno di festival, vincitore dell'Art Cinema Award. Di origine cilena, diventerà molto probabilmente il film che lo stato manderà ai prossimi Oscar.

Cannes65 - Roman Polanski.





Quando c'è Cannes non si può parlare di altro che di Cannes. E se il primo giorno è stato presentato il documentario (insieme a quello su Woody Allen) Roman Polanski: A Film Memoir, ecco adesso spuntare un corto promozionale che il regista polacco ha girato per i prodotti Prada, sempre mostrato al Festival in questi giorni e visibile su YouTube cliccando qui.
Nel primo caso si tratta di una vera e propria pellicola sulla vita e la carriera del povero regista, accusato di aver violentato una ragazza in America, colpa ancora non del tutto chiarita, e per questo impossibilitato a toccare il suolo americano e quello di tutti gli altri stati, segregato ormai in Polonia dalla quale non può uscire, dove ha girato gli ultimi L'uomo Nell'ombra e Carnage (non ha potuto ritirare l'Oscar alla regia per Il Pianista per questo motivo). Distribuito in Italia dalla Lucky Red e al cinema in contemporanea alle sale francesi, il film è oggi in sole sei sale di tutto il bel Paese.
Nel secondo caso, invece, siamo di fronte ad un corto che non vuole essere uno spot ma ogni tanto ci casca, interpretato (magistralmente) da Helena Bonham Carter (che ormai è dappertutto, anche nell'ultimo video di Rufus Wainwright) e Ben Kingsley, all'occorrenza ambiguo davanti al cappotto per signora che la sua paziente appende dietro alla porta. Si chiama A Therapy perché è ambientato nello studio di uno psichiatra, luogo chiuso e maniacalmente ricostruito, esattamente allo stesso modo di Carnage (Kate Winslet rivelò che Polanski, prima di girare, passava ore a cercare la giusta inclinazione di un fiore nel vaso).
Per conoscere le sale che proiettano Roman Polanski: A Film Memoir basta cliccare qui.

venerdì 25 maggio 2012

Cannes65 - Cosmopolis.





Cosmopolis
id., 2012, Canada, 105 minuti
Regia: David Cronenberg
Sceneggiatura non originale: David Cronenberg
Basata sul romanzo Cosmopolis di Don DeLillo (Einaudi)
Cast: Robert Pattinson, Juliette Binoche, Sarah Gadon, Paul Giamatti,
Mathieu Amalric, Samantha Morton, Jay Baruchel, Kevin Durand
Voto: 7.3/ 10
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Era dai tempi di Eyes Wide Shut che su una locandina non comparivano, così, così grandi, il nome dell'attore e del regista. Era scritto, là sopra, Cruise-Kidman-Kubrick ed era, quella, una vera collaborazione degna di caratteri cubitali (la coppia di attori era blindata sul set per infiniti giorni e ha collaborato alle scene). Qui succede che David Cronenberg, dopo nemmeno sei mesi dalla presenza a Venezia68 con il mediocre A Dangerous Method, condivide lo spazio sulla locandina con, pensate un po', Robert Pattinson, ormai impossibile da non associare al vampiretto della saga che grazie a Dio giunge al termine, e all'inizio questa cosa c'è sembrata impossibile, azzardata, una scelta non-da-Cronenberg. Ma poi succede che vediamo il film, ne capiamo il senso, e capiamo il senso di questa scelta: Robert “mascella” Pattinson è il Leonardo DiCaprio post-Titanic degli anni Duemila, il divo amato dalle ragazzette, idolatrato, pagato, coinvolto in progetti salvifici (tipo il pessimo Bel Ami) capace di vivere il dramma di questo personaggio, questo protagonista: Eric Packer, giovane miliardario economista conoscitore, esperto e ossessionato dai movimenti in banca e in borsa tanto da averne il dettaglio sui braccioli del sedile, si sveglia una mattina e lo vediamo su un marciapiedi accanto alla sua guardia del corpo, o autista, e sentiamo che gli dice che ha deciso di «aggiustarsi il taglio». L'autista gli risponde che non è il caso, che il presidente degli Stati Uniti è in città e la popolazione si sta muovendo in proteste, che ci sono attentati in previsione, troppa poca sicurezza, sarebbe meglio che un barbiere qualsiasi, o quello dell'angolo, venisse a lavorare in ufficio da lui. Ma no, Eric dice che il barbiere è un rito e lui, anche a passo d'uomo, ci deve andare. Si infila nella sua bianca limousine e da lì praticamente non si schioda: passano a trovarlo (senza mai capire come entrano e come escono) un suo amico esperto borsista, una prostituta (il premio Oscar Juliette Binoche in una veste insolita), una sua dipendente, il medico, un cantante amico di un altro cantante morto. E poi, sua moglie, con la quale per tre volte si ritrova a mangiare, che non mangia, la figlia di una famiglia di miliardari che ha deciso di non dargliela, di non fare sesso, che però sente l'odore di orgasmo che emana lui. Il giorno passa, i finestrini si anneriscono, fuori la gente è matta, trasporta topi giganti («ho letto in una poesia che il topo diventava la nuova moneta»), e quando finalmente arriva dal barbiere lui cosa fa?, lascia il taglio a metà, andando dall'uomo che vorrebbe ucciderlo.
Il meno noto libro di Don DeLillo (Premio Pulitzer per Underworld e massima penna americana del ventennio scorso) pubblicato in Italia da Einaudi (nel dettaglio qui) viene portato al cinema a tratti fedelmente e a tratti no, con tutti i dialoghi del genere e con la claustrofobia degli interni (eccetto qualche episodio, siamo sempre al chiuso). Il problema gigante del film è che annoia da morire. E la noia estenuante arriva perché, nonostante i continui botta e risposta affidati sempre a due personaggi in campo, la gente parla tutta allo stesso modo, tutta in modo tecnico, specifico, imprenditoriale, apocalittico, filosofico, irreale; ognuno pone domande senza ricevere risposta, o risponde con cose che non sono state chieste. E la prima cosa che insegnano, agli sceneggiatori, è che i personaggi non parlino tutti allo stesso modo, le prostitute come i banchieri.

Cannes65 - giorni 7 e 8.





Aquí Y Allá vince il Gran Premio nella Settimana della Critica in questo 65esimo Festival di Cannes, premio destinato all'opera prima o seconda di un regista in gara; il film, scritto e diretto dall'emergente Antonio Mendez Esparza - già noto ai festival per il suo corto di debutto Una Y Otra Vez - racconta del ritorno di un uomo (Pedro De los Santos) nel villaggio in cui è nato dopo gli anni trascorsi a lavorare negli Stati Uniti, storia (dice il regista) «di speranza, ricordi e ciò che ci lasciamo alle spalle». Gli altri film della sezione ad aver vinto premi minori sono Sofia's Last Ambulance di Ilian Metev, Les Voisins De Dieu (“i vicini di Dio”) di Meni Yaesh e Los Salvajes (“i selvaggi”) di Alejandro Fadel. La pellicola che vinse l'anno scorso l'ambito premio era Take Shelter di Jeff Nichols (domani in gara) di cui parleremo a breve, che è stato molto apprezzato dalla critica americana e guadagnò un sacco di altri riconoscimenti.
Intanto non si è parlato di altro, ieri, che della tecnica usata da Nicole Kidman per guarire le punture di medusa sulla pelle di Zac Efron. Presentato prima alla stampa, The Paperboy, seconda opera del Lee Daniels che due anni fa a Cannes prese la Camera d'Or con Precious, racconta l'accozzagliata storia di due fratelli giornalisti (Matthew McConaughey e Zac Efron) che assecondano una dark-lady femme-fatale decadente (la Kidman) nel suo tentativo di tirar fuori dalla prigione un detenuto innocente (crede lei) (John Cusack) e allora si ritrovano ad assistere a fellatio a distanza nel parlatoio del carcere, viaggi in auto rosa, telefonate osé, McConaughey si scopre gay a tre quarti del film e si fa penetrare violentemente in un albergo, il tutto mentre dietro un'America degli anni '60 non viene descritta.
Bocciatissimo dalla stampa - che l'ha definito il vero film scandalo della kermesse, trash e volgare e demenziale - ma apprezzato sul red carpet per l'ingente quantità di star, il film esce adesso mentre è già in preparazione la terza opera di Daniels, anche questa ambientata al passato, anche questa con la Kidman, McConaughey e Cusack. (Nella foto: il cast con il regista al centro e, a destra, David Oyelowo e la cantante Macy Gray che interpreta la governante e racconta fuori campo la storia).
Bocciato anche l'altro film in concorso di ieri, Post Tenebras Lux del celebre e borioso Carlos Reygadas (Battaglia Nel Cielo) che racconta il rapporto di una coppia e della coppia con la campagna mentre si aggira un belzebù rosso e si prosegue verso scene più splatter che horror.
Rimane superfavorito Amour di Haneke, che sarebbe la sua seconda Palma d'Oro dopo altri due premi FIPRESCI, due premi Ecumenici, un Gran Premio e una miglior regia, a meno che Cronenberg non incanti tutti con il suo Cosmopolis o Sergei Loznitsa con In The Fog (entrambi oggi in concorso).
La Kidman intanto rimane in città perché presenta oggi, fuori concorso, Hemingway & Gellhorn di Philip Kaufman, storia dell'amore tra il celebre scrittore e la giornalista di guerra, prodotto della HBO per la televisione americana, con Clive Owen nei panni dell'autore.
E mentre si continua a parlare bene e meno bene di On The Road (perché Kristen Stewart ha sei scene di sesso e perché non si resta fedelissimi al libro), la critica è divisa su Holy Motors, esperimento cinematografico che celebra (o abbatte?) il mestiere dell'attore (e forse del regista).
Domani, l'ultimo giorno.

giovedì 24 maggio 2012

il pescatore di banalità.





Il Pescatore Di Sogni
Salmon Fishing In The Yemen, 2011, UK, 107 minuti
Regia: Lasse Hallström
Sceneggiatura non originale: Simon Beaufoy
Basata sul romanzo Pesca Al Salmone Nello Yemen di Paul Torday
(edito in Italia da Elliot)
Cast: Ewan McGregor, Emily Blunt, Kristin Scott Thomas, Amr Waked
Voto: 6/ 10
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Era già capitato con Crazy. Stupid. Love. che i giornali (stranieri) urlassero al capolavoro e che poi noi, in sala, urlassimo di disperazione. Ricapita adesso, con questo Il Pescatore Di Sogni - che non capisco perché non sia rimasto Pesca Al Salmone Nello Yemen come in lingua originale e come il libro da cui è tratto (acquistabile qui) dato che effettivamente di quello parla il film; “la miglior commedia inglese dell'anno” scrive Access Hollywood. “Intelligente, originale, incantevole. Da vedere” scrive Box Office Magazine. “Dallo sceneggiatore premio Oscar per The Millionaire” (che si chiama Simon Beaufoy, sceneggiatore pure del ben più importante Full Monty) e dal regista plurinominato all'Oscar di Chocolat (che si chiama Lasse Hallström e la fama l'ha raggiunta in realtà per La Mia Vita A Quattro Zampe). Quest'ultimo, che a onor del merito è stato regista anche de Le Regole Della Casa Del Sidro e Buon Compleanno Mr. Grape, dopo il terribile Hachiko e il terrificante Dear John torna a mettere su schermo un libro - pare che non sappia fare altro - e se lo sceglie sentimentale e sorridente e, a detta dei giornali (stranieri) altamente satirico.
La satira in effetti c'è: Ewan McGregor (attualmente giurato a Cannes) è uno sfigato nerd ittico, marito poco considerato dalla moglie in trasferta a Ginevra, che lavora per il denaro e non proprio per la gloria al Ministero della Pesca e dell'Agricoltura inglese per conto di un capo borioso e «nazista»; viene contattato dall'impronunciabile Miss Chetwode-Talbot (Emily Blunt, stessa faccia de Il Diavolo Veste Prada), funzionaria commerciale che stravede per un cliente in particolare, lo sceicco Muhammed, che a sua volta viene contattata dal capo dell'ufficio stampa del Primo Ministro inglese (che non vediamo mai) sempre a caccia di buone notizie dal Medio Oriente che ha deciso - sapendo dei due milioni di pescatori che potrebbe portare al voto - di appoggiare il folle piano del citato sceicco di “impiantare” la pesca al salmone nello Yemen, dove clima e aridità non permettono di esistere manco alle speranze. Questo, il personaggio di Kristin Scott Thomas, è sicuramente il più originale e riuscito: carro armato mediatico, donna potente dal pugno di ferro a lavoro quanto a casa («non fare quei versi davanti a me: sono tua madre, non la tua puttanella»), ci dona le parti migliori del film - spesso alla ricerca di una storia con cui giustificare bizzarre foto scattate a politici illustri - che subito si abbattono nel momento in cui pensa, e noi sentiamo il suo pensiero, fatto di cretinate e banalità. Ci sono molte banalità: dal primo momento in cui vediamo il dottor Jones e la Chetwode-Talbot (in cui si scambiano mail con imbarazzanti scritte in sovraimpressione) sappiamo che qualcosa succederà, di qualsiasi tipo, anche se lei ha un fidanzato (in guerra) e lui una moglie (in carriera). Quando lui sbatte la testa contro il vetro, abbassiamo gli occhi per la compassione. Quando lei si abrutisce a casa senza andare a lavoro, arricciamo il naso per il surrealismo. Surrealismo che però accompagna gran parte del film, a partire dalla costruzione di questa diga e al trasporto di diecimila salmoni, anche qui satira su uno sceicco capriccioso che si mette in testa un'idea e disponendo di molto denaro decide di attuarla - con tutta una serie di personaggi corrotti che lo assecondano. Ma non è mai satira funzionante, perché i riferimenti alla realtà e all'attualità sono troppo pochi (non sappiamo verso quale guerra vada il moroso della Blunt) e sono stati potati rispetto al libro di partenza, per mettere in risalto un paio di rapporti umani. E quando lo sceicco spara le sue perle di saggezza da sceicco che fa metafore, abbassiamo gli occhi e arricciamo il naso insieme.
In tutto questo, Hallström pare affascinato, più che dal deserto irrigato, dai complementi di design all'interno degli uffici: ora una poltrona che dondola, ora un tavolo a zig-zag, non riesce a non farci vedere come sono “strani”.
Un film come tanti.

mercoledì 23 maggio 2012

il grande Baz.





All'improvviso compare l'inaspettato (ma tanto atteso): il trailer per Il Grande Gatsby del neo-cinquantenne Baz Luhrmann, purtroppo in 2D (ma il film sarà in un curatissimo 3D che fa il baffo a Hugo Cabret, a sentir parlare gli attori protagonisti Leonardo DiCaprio e Carey Mulligan, intervistati qualche mese fa da Repubblica), tentativo del regista di tornare sulla cresta dell'onda su cui si è adagiato dopo Romeo + Giulietta e soprattutto Moulin Rouge! e dalla quale è caduto pesantemente con Australia nel 2008 (candidato al solo Oscar per i costumi), dopo il quale ha taciuto fino all'inizio del 2012, anno in cui ha cominciato a lanciare cortometraggi in cui Miuccia Prada e Judy Davis (nei panni di Elsa Schiaparelli) si intrattenevano in conversazioni impossibili.
Insieme al trailer, ecco il teaser-poster (qui a lato) che ne è la diretta conseguenza. Una scritta a metà tra il Ventennio e il moderno come le scene del film che vediamo dal trailer: musica modernissima - di Craig Armstrong, vincitore del Grammy per Ray e già affianco a Luhrmann in Moulin Rouge!, ma la canzone nello spot è di Kanye West - accompagnano scene maestose e centinaia di costumi addosso ad altrettante comparse - scene e costumi, di nuovo, di Catherine Martin, due Academy Awards per il Moulin.
Nei cinema americani a Natale, da noi il 18 gennaio 2013, in tempo per candidarsi a un putiferio di Oscar che dovrà strappare a Life Of Pi di Ang Lee (di cui ci è dato vedere solo questa immagine) che, si dice, sarà una delizia per gli occhi, e nel quale troviamo Tobey Maguire, nel cast anche di Gatsby, che quest'anno i film da girare se li è scelti bene.
Riusciranno il più talentuoso attore degli anni '90, dimenticato adesso dalla critica, e la più talentuosa attrice di questi anni, ignorata dalla critica, a conquistare i piani alti di Hollywood - cioè un Oscar? E Luhrmann, quanto ci spera? Di solito succede sempre che questi grassi casi tanto attesi fanno tanto parlare e poi...
Il trailer potete vederlo qua sotto in versione minuscola che non riesco a ingrandire oppure cliccando qui.

martedì 22 maggio 2012

Cannes65 - giorni 5 e 6.





Alain Resnais entra in sala stampa e i giornalisti si alzano tutti in piedi e battono le mani - cosa che succede veramente di rado. Sarà perché il regista francese c'ha quasi 90 anni (all'inizio di giugno spegnerà le candeline), sarà perché ancora una volta si conferma, nonostante l'età, il più sperimentale e visionario regista del Festival. Dopo il bizzarro (per tecnica e struttura) Les Erbes Folles (letteralmente: “le erbacce”; in italiano: Gli Amori Folli), Premio Eccezionale della Giuria due anni fa, torna a Cannes con Vous N'avez Encore Rien Vu (“non avete ancora visto niente”), film che sta a metà tra il cinema e il teatro, storia di un gruppo di attori che si ritrovano dopo la morte di un loro amico e collega, che aveva riscritto e interpretato l'Euridice e che loro metteranno in scena in suo ricordo. Anche questa volta si procede non per ordine cronologico ma per senso estetico, per associazione di immagini e colori; anche questa volta c'è nel cast (grassissimo, da Michel Piccoli a Mathieu Amalric) la musa Sabine Azéma (di rosso vestita, al centro della foto). Sorpreso e felice dell'applauso, Resnais - bianco cianotico e minuscolo - ha detto al microfono che questo non è mica il suo ultimo film, non è mica un testamento; lui gira film per esigenze artistiche, estetiche, perché gli piace, e questo è nato da un'esigenza.
Sempre ieri è stato presentato un altro film in concorso, il secondo dei due con Isabelle Huppert (dopo Amour di Haneke che rimane il maggior favorito alla Palma), coreano, In Another Country, di Hong San-soo, bocciato dalla critica e definito film (e regista) “da festival”: una ragazza scrive tre sceneggiature per tre cortometraggi e fa vivere tre volte la Huppert dandole come nome sempre Anne e affibiandole uomini coreani che incarnano i prototipi della Corea moderna.
Sempre dall'Est viene l'altro film in concorso di ieri, Like Someone In Love, di Abbas Kiarostami, pure questo bocciato, storia di una ragazza che scappa dal suo moroso geloso e si concede ad un anziano traduttore, colto insegnante, e ad un taxi su cui passerà gran parte delle scene.
Mentre oggi si torna ai grandi nomi: sempre in concorso c'è Ken Loach, Palma per Il Vento Che Accarezza L'erba, con The Angel's Share, commedia triste sulla sua redenzione; e l'atteso Killing Them Softly, che porterà sul tappeto rosso Brad Pitt e Casey Affleck (di nuovo insieme dopo L'assassinio Di Jesse James, sempre di Andrew Dominik) e poi Javier Bardem, Sam Rockwell e Mark Ruffalo. Fuori concorso, finalmente, viene presentato Io E Te, ritorno dietro la macchina da presa dopo il The Dreamers di quasi dieci anni fa di Bernardo Bertolucci, ultima presenza italiana a Cannes dopo Garrone e Argento.

domenica 20 maggio 2012

Cannes65 - giorni 3 e 4.





Piaciuto alla critica e al pubblico, Reality del nostro Matteo Garrone, adesso si appresta ad uscire (senza data certa) nei nostri cinema ma ecco che spuntano delle clip che potete vedere qui in cui tra regia, musica, fotografia, si suppone il capolavoro e si spera in uno di questi premi (sarebbe bello anche se vincesse Aniello Arena, attore protagonista). Dopo di lui, sulla croisette, è stata la volta (ieri) di Lawless, americanata che in verità viene dall'Australia, western alcolico scritto dal musicista Nick Cave e diretto da John Hillcoat che racconta la storia di tre fratelli e dello spaccio di bottiglie nella Virginia del proibizionismo. I tre, sono Tom Hardy (quello con la barba nella foto, di solito molto più appetibile), Shia LaBeouf e Jason Clarke (nella foto ci sono, da sinistra, Jessica Chastain attrice non protagonista, il regista, Mia Wasikowska e Guy Pearce). Non è piaciuto a nessuno, ma proprio a nessuno, anzi in molti hanno vomitato.
Dopo l'incursione horror del nostro Dario Argento (fiero di portare l'horror a Cannes, dove arriva per la prima volta con la figlia Asia) con il suo fedelissimo Dracula 3D recitato in inglese (dagli effetti speciali un pelo imbarazzanti) è stata la volta dell'altro film in concorso, di un ex Palma d'Oro: Cristian Mungiu, regista del femminile e stra-premiato 4 Mesi 3 Settimane 2 Giorni che torna a raccontare la storia di due donne in Beyond The Hills, che si chiamano Voichita e Alina e che sono cresciute insieme nell'orfanotrofio fino all'età adulta e all'adozione di due diverse famiglie.
Ma è il primo film in concorso di oggi, altra ex Palma d'Oro, di cui si era già dato vincitore il regista Michael Haneke, austriaco ma che dirige in francese dopo il tedesco Il Nastro Bianco: Amour, l'amore di una coppia di anziani prima che un ictus colpisca lei e lui la accompagni nella malattia a suon di musica. Ovazioni, stelle, critica positivissima, una vittoria quasi certa e già preannunciata. Mentre più tardi sarà la volta del danese Jagten di Thomas Vinterberg, passato alla storia per (e sempre associato a) Festen, manifesto del Dogma95 di Lars Von Trier. Nel cast, Mads Mikkelsen, già visto e rivisto in Le Mele Di Adamo, Casino Royale e il bel Dopo Il Matrimonio.

venerdì 18 maggio 2012

Cannes65 - giorno 2.





Accoglienza da lacrime agli occhi per De Rouille Et D'os, letteralmente “ruggine e ossa”, il film con cui Jacques Audiard aspira alla Palma d'Oro dopo averla sfiorata due anni fa per Il Profeta (Premio della Giuria), drammone su un'allevatrice di orche che rimane mutilata e un ragazzo-padre che tira pugni clandestinamente, interpretato da Marion Cotillard e Matthias Schoenaerts (nella foto, da sinistra, col regista e il bambino che interpreta il figlio). La critica non è impazzita (come invece era successo per il film precedente) ma hanno tutti pianto per l'intensità della Cotillard in sedia a rotelle (e per i pettorali di lui, no?).
Oggi invece è il giorno dei nostrani: mentre Michele Placido cerca distributori per il suo nuovo poliziesco (recitato in francese ma con attori italiani, già ultimato), in concorso è stato mostrato Reality di Matteo Garrone, unico italiano in concorso, con l'ex detenuto Aniello Arena di cui non si fa altro che parlare (perché è bravissimo, il carcere fa evidentemente bene all'arte) che dopo una svariata serie di provini per il Grande Fratello inizia a credere che la sua vita sia sotto gli occhi della Mediaset e allora vende la pescheria di famiglia, smette il traffico illegale di elettrodomestici della moglie e fa il bravo per tutta Napoli. Alcuni urlano al prestigio altri alla presunzione: Garrone mostra quanto faccia male la televisione senza l'umiltà di Gomorra (altro Premio della Giuria a Cannes). Le musiche, udite udite, sono di Alexandre Desplat.
Altro pezzo di italianità è la presenza di Valentina Cervi nel film Au Galop di Louis-Do de Lencquesaing, per la Settimana della Critica.
Il secondo film in concorso di oggi è Paradise: Love di Ulrich Seidl, prima parte di una trilogia (chiamata Paradise) in cui si mischiano attori professionisti a gente della strada, inquadrature simmetriche e caos nei dialoghi. Un film come tanti.
Colori e musica per il tappeto rosso al passaggio del cast di Madagascar 3, ormai fissa presenza animata di tutti i festival, prima della serietà dei due film dell'Un Certain Regard. Il primo, Lawrence Anyways, è diretto dal ventiduenne mio coetaneo Xavier Dolan, canadese, già regista de Les Amours Imaginaires e attore, storia, questa, di un trentenne che il giorno del suo trentesimo compleanno decide di diventare donna - e si scontra con la scuola in cui insegna.
L'unica ovazione, finora, è stata per il film che ha aperto la Quinzaine des Réalisateurs, The We And The I, ritorno dietro la macchina da presa e sugli schermi di Michel Gondry, visionario e matto come pochi, che tra riprese amatoriali e salti temporali firma un film assolutamente privo di trama ma che si fa vedere in tutto il suo dinamismo, sul più noto ghetto di New York: il Bronx.

l'inizio della crisi.





Margin Call
id., 2011, USA, 107 minuti
Regia: J.C. Chandor
Sceneggiatura originale: J.C. Chandor
Cast: Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Zachary Quinto, Penn Badgley,
Simon Baker, Mary McDonnell, Demi Moore, Stanley Tucci
Voto: 7.5/ 10
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New York, 2008. Dal tramonto all'alba. Siamo negli uffici di Wall Street e siamo in giacca e cravatta, che vendiamo entrare un esercito di femmine cattive, ci preoccupiamo, andiamo a sederci, e guardiamo lo sfacelo che comincia: queste, chiamando uno per uno i dipendenti, iniziano a licenziare l'80% del settore Rischi. Fino ai capi, tipo Stanley Tucci, che per una volta non è gay né idiota. Data l'entità del suo lavoro e della sua conoscenza nell'azienda, gli verranno bloccate da subito le password e gli accessi ai database e il cellulare. «E il progetto a cui sto lavorando?» chiede. «L'azienda se ne sta già occupando, ma grazie per l'interessamento» gli viene risposto. Ma il progetto a cui fa riferimento è un'altra cosa, e lo passa in chiavetta USB a Zachary Quinto che fa compagnia a tutta una serie di reduci da grassi telefilm con furore (lui da Heroes, Penn Badgley da Gossip Girl, Simon Baker da The Mentalist) a cui si aggiunge il meraviglioso Kevin Spacey (si dice che il resto del cast abbia accettato di partecipare perché c'era lui) e sir Jeremy Irons, nei panni uno del capo dell'altro.
L'ex ingegnere aerospaziale Quinto infila la penna nel computer mentre gli altri escono dall'ufficio e vanno a bere e ci trova dentro una serie di cose che avrebbe voluto non trovarci: chiama gli altri, piano piano lo raggiungono, un esercito di attori incredibili riempirà lo stabile per trovare il modo di non finire sul lastrico come i dati raccolti da Tucci prevedono.
La crisi di Wall Street vide la luce quella notte e ne stiamo ancora pagando le conseguenze.
Dopo film come Inside Job e Too Big To Fail sentivamo il bisogno di un'altra pellicola così profondamente economica? Forse no, ma questa è diversa: punta a mostrare come gli economisti chiusi là dentro si dividano in quelli che non ne capiscono niente («parlami come se fossi un bambino, non sono arrivato qui certo per il mio cervello») che di solito comandano e quelli che invece ne capiscono e temono il licenziamento. Parlano di soldi come le persone normali, si chiedono continuamente quanto guadagni uno e quanto un altro, con che buonuscita torneranno a casa, hanno case ed ex mogli e cani ammalati. Demi Moore, la più umana di tutti, con la faccia ormai quadrata e la bocca di Julia Roberts, si alza da una poltrona e si siede su un'altra chiedendosi come farà a campare.
Il tutto, ci viene mostrato in scene abbastanza lunghe in cui per la maggiore sono due persone che dialogano serratamente (di cose che capiamo a metà) spesso al chiuso. Pare, per questo, di essere al teatro, o di essere davanti a una di quelle cose che sul teatro si basano. Invece no, la sceneggiatura di J.C. Chandor è originale e per questa lui è stato candidato all'Oscar (ma ha vinto Woody Allen, anche se a meritarlo era di più Asghar Farhadi). Fortunato, con un'opera prima. Fortunato anche perché il suo primo film era in concorso a Berlino 2011, a Toronto, ha vinto molti premi per l'esordio ed era candidato al Gotham per il cast.
Tema caldissimo e difficile da toccare, ostico, di cui non conosciamo il linguaggio né le basi (il regista invece sì, perché suo padre ha lavorato per quarant'anni per Merrill Lynch), costumi fissi e poche scene, ma, come tutti i film che fanno affidamento a buoni dialoghi continuati (la musica fa incursione molto poco e ci inquieta), fa passare molto in fretta le quasi due ore.

giovedì 17 maggio 2012

Cannes65 - giorno 1.





Come già annunciato duecento volte, si è aperto con la prima mondiale di Moonrise Kingdom il 65esimo Festival del Cinema di Cannes, storia d'amore di due bambini che scappano dal campeggio degli scout per vivere del segreto e del proprio sentimento, con un grasso cast che ha presenziato quasi tutto: oltre ai giovani protagonisti Jared Gilman e Kara Hayward (che erano alla conferenza stampa ma non al photocall, come mostra la foto a lato) hanno accompagnato il regista e sceneggiatore Wes Anderson sul red carpet Bruce Willis, Tilda Swinton, Edward Norton, Bill Murray e Jason Schwartzman. In conferenza stampa, Wes si è detto emozionato perché è la prima volta che arriva a Cannes, dopo averne «solo letto sui giornali e visto le foto». (Al contrario, Tilda Swinton, che era qui l'anno scorso per We Need To Talk About Kevin, è di casa).
Intanto, prima della proiezione del primo film in concorso, Bérénice Bejo madrina dell'anno ha presentato i membri della giuria dell'Un Certain Regard e del Concorso lasciando per ultimo il presidente Nanni Moretti che in un francese simile al suo italiano ha ringraziato il Festival «più importante del mondo» e la Francia «che da sempre dà una vasta importanza al cinema nella società». Ed ha poi raggiunto i suoi colleghi giurati Hiam Abbass, il doppio-Oscar Alexander Payne, Emmanuelle Devos, il bel Ewan McGregor, Diane Kruger e Jean-Paul Gaultier nelle vesti di colto costumista.
Tra gli ospiti, sul tappeto rosso, Michel Hazanavicius che accompagnava la moglie ha ricordato, l'anno scorso, che il suo film fu presentato di domenica e ha detto che l'Oscar lo tiene sul camino, l'intrusa Lana Del Rey, Freida Pinto, Eva Longoria.
I due film in concorso di oggi sono De Rouille Et D'os, tradotto in inglese Rust And Bone, con una mutilata Marion Cotillard (Oscar per La Vie En Rose e attrice francese del momento) e il Matthias Schoenaerts del bellissimo Bullhead, per la regia di Jacques Audiard, già Premio della Giuria per Il Profeta e miglior sceneggiatore per Un Héros Très Discret; e poi l'egiziato After The Battle di Yousry Nasrallah per la prima volta a Cannes ma che si è fatto conoscere nel 1999 con El Medina.
Tra le proiezioni parallele due tributi a due grandi: il documentario Woody Allen diretto da Robert Weide sulla vita del celebre regista-sceneggiatore-attore e il film memoir Roman Polanski sul controverso personaggio polacco, di Laurent Bouzereau.

mercoledì 16 maggio 2012

il ladro di sci.





Sister
L'enfant D'en Haut, 2012, Svizzera/ Francia, 100 minuti
Regia: Ursula Meier
Sceneggiatura Originale: Antoine Jaccoud, Ursula Meier, Gilles Taurand
Cast: Kacey Mottet Klein, Léa Seydoux, Martin Compston, Gillian Anderson
Voto: 7.9/ 10
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«Hai fatto la spesa?» chiede il piccolo Simon trascinando su una slitta fatta in casa la sorella bionda Louise. «Sta' tranquilla, sister» le risponde lui.
E basta, il titolo si consuma qua, ché di Sister c'è molto poco (c'è anche una non ben chiara doppia identità della cosa), perché il ragazzino protagonista (eccelso, che la Meier ha già diretto in Home) Kacey Mottet Klein ha una sorella con cui divide una casa popolare in cui a malapena fa la lavatrice e mette a bollire l'acqua. Sono poverissimi, orfani, e ai piedi di un monte perennemente innevato dove in quasi tutte le stagioni dell'anno le baite in affitto sono piene di turisti ricchissimi e le piste da sci cariche di esperti vacanzieri. Lei per campare va a fare le pulizie in queste stanze da letto riscaldate (e a volte si intrattiene, in altre zone, con uomini), lui sottrae l'attrezzatura ai visitatori e la rivende come capita: in strada, negli spogliatoi di squadre; poi incontra il cuoco del ristorante che esporta sci in Inghilterra e nasce un piccolo business. Continuamente sente lungo la schiena il brivido del poter essere scoperto, ma continua perché non ha altro modo per campare, come se fosse un adulto. Come un adulto, poi, tratta le tavole da snowboard che ripassa con la cera e liscia per guadagnarci ancora di più.
Parrebbe, a prima vista, a prime scene, un film dei fratelli Dardenne. Si riconosce però la mano di Ursula Meier giunta ora alla sua seconda pellicola che tratta la periferia francese stregata da certi meccanismi, tipo quelli della funivia, che ci mostra in tutta la loro particolarità. Ci fa vedere i depositi dei ristoranti, i ganci della funicolare, i deserti di neve alta mezzo metro, la discarica dei locali. Ci mostra la storia con regia silenziosa, che mette la telecamera dove serve e la muove quasi sempre poco (un paio di volte viaggia su binario laterale) e vive di tanti scatti, tanti tagli, un montaggio veloce. I dialoghi sono asciutti ed essenziali, crudi, quasi cattivi, e proprio attraverso questi dialoghi capiamo la durezza della pelle di questi personaggi costretti a farcela da soli, ad arrangiarsi da soli, a trattare male i vicini. Osannato da alcuna critica (il Corriere gli dava mille stelle), ha un sacco di pregi, insomma, eccetto uno: la lunghezza. Una fiaba con così poco mordente, così poca trama, non può durare più di un'ora - e anche questo dettaglio lo allontana dai Dardenne.
Per questo film, però, mentre i nostri Taviani ricevevano l'Orso d'Oro, Ursula Meier prendeva l'Argento alla regia al Festival di Berlino 62.
Sulla locandina qui sopra compare la scena di un abbraccio (lui è il ragazzino, quella sopra è Léa Seydoux, già in Bastardi Senza Gloria e Robin Hood e soprattutto in Midnight In Paris, dove vendeva libri a una bancarella). Nel film, oltre ad essere ribaltata, dura un secondo, ed è incredibilmente marginale. Ma lo sapete chi è quella biondazza?, ve la ricordate? Si chiama Gillian Anderson e lo sapete per cosa è nota? Per X-Files.

sabato 12 maggio 2012

l'ombra di Tim.





Dark Shadows
id., 2012, USA, 140 minuti
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura non originale: Seth Grahame-Smith & John August
Basata sulla serie Dark Shadows di Dan Curtis
Cast: Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Eva Green, Helena Bonham Carter,
Jackie Earle Haley, Jonny Lee Miller, Chloë Grace Moretz, Gulliver McGrath
Voto: 7.2/ 10
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Trovatosi circondato in ogni dove da vampiri e licantropi, il gotico Tim Burton non poteva non cogliere l'occasione di cavalcare l'onda horror-teen. Ma incapace ormai da anni di scrivere soggetti originali (l'ultimo è La Sposa Cadavere del 2005) s'è dovuto buttare su qualcosa di preesistente. Lo spunto è una serie televisiva degli anni '70 che si chiama, appunto, Dark Shadows, e Tim precisa che solo lui e Johnny e sua moglie la conoscevano, il resto del cast no - forse perché la maggior parte di questo negli anni '70 non c'era. Ma poco importa, perché tanto la serie è stata solo uno spunto, appunto. Burton ci aggiunge dell'altro, tipo il farci ridere. Ci aggiunge poi un prologo in cui Depp piccino si trasferisce coi genitori dall'Inghilterra e va a vivere in un castellone con centinaia di servi e schiavetti perché la famiglia è ricca, per poi diventare decimata: una strega, Eva Green mora, che è anche una sguattera là dentro, siccome non è amata dal Depp giovane butta una maledizione sui di lui genitori e li fa morire schiacciati da una delle guglie. Poi, continuando a non essere amata, butta una maledizione su di lui: gli muore la morosa, diventa vampiro e viene sepolto vivo nel bosco. E dopo centonovantasei anni viene risvegliato e catapultato nei favolosi anni '70 in cui una devota giovincella in treno pare una suorina ma ha grassi segreti di cui già sentiamo il sapore... Di tutto, in realtà, sentiamo il sapore. Eccetto qualche trovata proprio non carinissima e qualcuna ironica, sappiamo perfettamente come andrà a finire, cosa succederà nel mezzo (Alice Cooper escluso), perché se all'inizio pensavamo di essere lontani anni luce dalla spazzatura di Alice In Wonderland e molto più vicini a Sweeney Todd (per ambientazione, costumi, colori, fotografia velatissima e perennemente in nebbia), poi la struttura narrativa ci dimostra il contrario, che di fronte ad altre Cronache Di Narnia siamo, senza leone ma con un lupo mannaro e con una strega e con un sacco di armadi. E il combattimento finale. E quello in mezzo (terribile).
Onore al merito: la fotografia (di Bruno Delbonnel) fa a botte con i costumi (di Colleen Atwood) per chi splende di più. Anche le scene sono notevoli, ma troppo statiche. Tanta arte e tanta tecnica regalate a una trama assente, o meglio presente ma che sarebbe meglio se non ci fosse. Perché dopo i piccoli e originali Edward Mani Di Forbice ed Ed Wood, e dopo i successi di Big Fish e Alice, Tim Burton ha capito che direzione deve prendere: il kolossal. E allora utilizza duecento telecamere che riprendono la scena da cento angolazioni diverse (contate gli stacchi: i personaggi vengono inquadrati persino in diagonale), e poi fa roteare dolly sopra e sotto il mare, sui monti, inquadrando i suicidi ora di spalle ora di fronte, salendo, scendendo, con in fondo i boschi, le valli, qualcuno che corre, i merletti. Tre Oscar quasi certi (un po' meno gli effetti), e temo per la nomination alla regia. Anche se, sforzandosi, si trovano dentro un sacco di cose che fanno riferimento ad altre cose. Fatta eccezione per Alice Cooper che è proprio la goccia che fa traboccare il vaso, e non considerando neanche di come i personaggi degli anni '70 finiscano per assomigliare a un antenato di duecento anni prima (e i colori nei vestiti?, e sul viso?, e intorno?), i movimenti di collo di Eva Green mora e strega ci ricordano un po' La Morte Ti Fa Bella, le rivolte del popolo contadino con le fiaccole tra gli alberi La Bella E La Bestia, Scooby-Doo alla televisione e gli hippies in camper strafatti; e poi che idea geniale è quella di mettere ritratti della strega Angelique nel suo studio che vanno dal Rinascimento alla De Lempicka. E brava Michelle Pfeiffer Ma non basta. Terzo errore di fila.

venerdì 11 maggio 2012

Terra 2.





Another Earth
id., 2011, USA, 92 minuti
Regia: Mike Cahill
Sceneggiatura originale: Brit Marling & Mike Cahill
Cast: Brit Marling, William Mapother, Matthew-Lee Erlbach,
DJ Flava, Meggan Lennon, Bruce Colbert
Voto: 7.8/ 10

Uscita prevista: 18 maggio 2012
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Non tutti i film cominciano coi titoli di testa. Questo sì, e ci ricordano un po' quelli di Enter The Void, ma non troppo: c'è una ragazza, ad una festa, che se la spassa e limona e beve a intermittenza con le scritte matte e grosse che compaiono sullo schermo. Poi tutto si placa, perché lei ci racconta due robe su quando ha visto delle foto in serie di Giove. Poi sale in macchina, torna a casa dal “party”, ad un semaforo invece di fermarsi va dritto e travolge l'auto di un'allegra famigliuola che stava cercando rime a “piumone”. Disperatamente ubriaca, scende e guarda lo sfacelo di metallo, e questa scena le rimarrà in testa per anni, tutti quelli che sconterà in carcere per il doppio omicidio (madre, figlia), anni che non ci vengono mostrati. Ci viene mostrato il dopo, la sua uscita dalla prigione e il ritorno a casa dalla famiglia, dal fratello appena preso all'università. Decide di scontare i servizi sociali in «un'attività manuale, che si svolge all'aperto», e va a pulire una scuola. Scopre poi che il padre della famiglia distrutta, scampato all'incidente, è uscito dal coma, e nella migliore tradizione rosa americana cerca di avvicinarglisi, con una scusa gli entra in casa, vede la disperazione in cui vive, si sforza di portargli rimedio partendo dalle pareti. E riuscirà a farsi perdonre non solo a voce.
Sarebbe la più banale delle storie già viste (tipo in Scoprendo Forrester) se non ci fosse, dietro a tutto questo, un piccolo particolare. Anzi, sopra: nel cielo, affianco alla Luna, viene inquadrata spesso e volentieri un'altra Terra (da qui il titolo), che da circa cinque anni è comparsa e sulla quale ci si sta impegnando per sbarcare. Si suppongono cose sugli abitanti di questa Terra e durante il film ci vengono dati un sacco di spunti interessanti e in cui il cast intero crede, si vede. Questo globo parallelo viene visto come una minaccia e un'opportunità, puntato dai media e dagli sponsor, sfruttato anche per farci sopra dei concorsi.
Non tutti i film indipendenti si riconoscono. Questo sì: la telecamera a spalla traballa e saltella e si muove, nonostante la fotografia sia coerentissima dall'inizio alla fine e un po' apocalittica. Siamo lontanissimi dall'estetica di Melancholia e dalla depressione di 4:44, entrambi film che toccavano il tema “fine del mondo”, perché questo film non parla della fine del mondo ma della coesistenza di un altro, ed è stra-veritiero perché in alcuni tratti pare un documentario, pare una di quelle robe di Mtv girate male. Di apocalittico c'è la musica, infastidita e fastidiosa, imbevuta di effetti electro e sci-fi, curata insieme al sonoro al contrario del montaggio audio che è fatto un po' a sbalzi. Bravissima l'attrice protagonista, disadattata e inconcludente e inconclusa, che non sa cosa farne della propria vita ma la vive, che è bionda naturale ma addirittura sceneggiatrice di questo film. Si chiama Brit Marling ed è quasi un'esordiente, come il regista Mike Cahill, entrambi autori del documentario Boxers And Ballerinas del 2004. Con questo film lui ha vinto il Premio della Giuria al Sundance 2011 e lei ha ricevuto la nomination al Saturn.
Bellissime due scene, molto poetiche e ben dirette: quella della storia sul russo nello spazio e quella, magistrale e ormai non più attesa, finale.

l'oro alla carriera.





È un italiano, per il secondo anno consecutivo, il Leone d'Oro alla Carriera del Festival di Venezia che arriva quest'anno all'edizione numero 69, numero che spero sia di buon auspicio, che si svolgerà al Lido Casinò dal 29 agosto all'8 settembre 2012. Mentre a Roma non si capisce bene se si parte, se non si parte, se il neo-direttore Marco Müller ha ritirato i progetti troppo costosi, se le date vanno bene, se si sono presi accordi.
È un italiano, per il secondo anno consecutivo, dopo Marco Bellocchio del 2011 premiato da Bernardo Bertolucci sempre più acciaccato (che sarà a Cannes la prossima settimana con Io E Te) prima della visione della versione rimasterizzata di Nel Nome Del Padre che fu il mio primissimo post. Ed è Francesco Rosi (nella foto con in mano l'Orso d'Oro alla Carriera del 2008), a novembre novantenne, regista che in quarantacinque anni ha girato venti sole pellicole politicissime (di cui due documentari) che hanno ricevuto premi e riconoscimenti e attenzione a livello mondiale: un BAFTA per Cristo Si È Fermato A Eboli, una nomination all'Oscar per Tre Fratelli, Orso d'Argento per Salvatore Giuliano, otto David più due alla carriera, tre Nastri d'Argento, la Palma d'Oro per la pellicola che verrà riproposta, venerdì 31 agosto, alla fine della cerimonia di premiazione: Il Caso Mattei del 1972, ritenuto il suo capolavoro.
Rosi torna a Venezia, fortemente voluto dal nuovo direttore della Mostra Alberto Barbera, a 23 anni dall'ultima volta, per la quarta volta. Nel '58 vinse il Premio della Giuria per La Sfida e nel '63 il Leone d'Oro per un film che abbiamo nominato qualche tempo fa perché inserito in una collana di DVD del Corriere della Sera tra le pellicole “di cui essere orgogliosi”, Le Mani Sulla Città.
Rosi si è detto «onorato e molto felice di ricevere questo riconoscimento estremamente prestigioso, che è stato attribuito in precedenza a tanti grandi autori che amo e ammiro», ringraziando il Presidente della Biennale Paolo Baratta e Barbera. Il quale ha poi aggiunto: «Rosi ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema italiano del dopoguerra. La sua opera ha influenzato generazioni di cineasti in tutto il mondo per il metodo, lo stile, il rigore morale e la capacità di fare spettacolo su temi sociali di stringente attualità».

giovedì 10 maggio 2012

i believe i can fly.





Chronicle
id., 2012, USA, 84 minuti
Regia: Josh Trank
Sceneggiatura originale: Max Landis
Soggetto: Max Landis & Josh Trank
Cast: Dane DeHaan, Alex Russell, Michael B. Jordan,
Michael Kelly, Ashley HinShaw, Anna Wood
Voto: 7/ 10
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Il preambolo è quello de La Strega Di Blair e poi REC: un ragazzo disadattato compra una telecamera e decide che riprenderà tutto quello che gli succederà, tutti i posti in cui andrà. Ai due citati esempi, dal momento che poi incontreremo video-blogger e altre telecamere, possiamo anche aggiungere l'ansia generale per la video-arte tra tutorial e roba varia che i post-adolescenti credono sia interessantissima agli occhi degli altri. E giustifichiamo il meccanismo del film.
Il preambolo ci dice anche più o meno tutto: il disadattato si chiama Andrew, è figlio di un ex pompiere che ora campa della pensione di invalidità e la spende per ubriacarsi, manesco e ignorante, e di una povera donna bellissima legata al letto e ai tubi della flebo. Ci dice poco dopo che Andrew va a scuola, una scuola pubblica, la scuola di Splendore Nell'erba e The Breakfast Club e Glee che in America da settant'anni non cambia, con le cheerleader e gli atleti e le panche sul campo e gli armadietti e i bulli nel corridoio e le elezioni per il rappresentante. Ci va, a scuola, con tale Matt, etero che ha appena cantato Jessie J., che ci svela (lui stesso) essere suo cugino (pecca gigante della sceneggiatura, che i personaggi si presentino da soli). Matt è in e Andrew è out. Con la telecamera sempre addosso, poi, è ancora più weird. Se la porta perfino alle feste. Ma proprio ad una festa la telecamera ci sarà utile per vedere, noi pubblico che vediamo solo il materiale girato dall'aggeggio, un buco aperto nel terreno e poi i due ragazzi insieme al candidato rappresentante (Michael B. Jordan, unico nome leggermente noto del film, l'attore di Friday Night Lights e della soap La Valle Dei Pini) che scendono nell'antro, camminano e si ritrovano davanti a qualcosa di luminosamente blu che fa interferenza. La telecamera si spegne. Si riaccende qualche tempo dopo, in giardino, quando i tre cercano di far fluttuare oggetti, e ci riescono; e qua siamo in Misfits, ma senza il degrado inglese né quella caratterizzazione magistrale dei personaggi. È molto buono ciò che succede dopo, e cioè che i tre usino queste loro capacità per spassarsela e per fare colpo con la scuola o con le tipe, ma il tutto si svolge in dialoghi sempre banalotti mentre dietro si aspira al kolossal. Fino a quando, a due terzi, tutto si stravolge. All'inizio anche piacevolmente. Ma dopo venti minuti di apocalisse ingiustificata ci siamo un po' stancati, e il finale per carità quant'è patetico.
Prima opera per Josh Trank (regista della serie The Kill Point) e Max Landis (sceneggiatorino, attorino) che parte bene tra alti e bassi, trova anche spunti carini, ma poi si lascia influenzare da uno a caso tra i film Marvel - forse Spiderman, dati gli esterni e la morale sul potere che rende ciechi e cattivi. Una buona cura del sonoro e uno sforzo apprezzato di utilizzare soltanto materiale girato da telecamere interne alla storia (quelle di un supermercato o dell'ospedale, i tablet o le televisioni), che ora si inceppano ora si interrompono ora si sfocano, che però viene troppo tirato, è troppo uno sforzo. E un piccolo saluto, forse, a Super o a Watchmen, film con supereroi mascherati da qualcos'altro, qualcosa di bizzarro, che qui è dentro ad una tuta da pompiere.

Horse / Joe.





Dritti dritti dal 68esimo Festival di Venezia dove sono piaciuti al pubblico e alla critica ma non alla giuria arrivano in America due film americani che noi abbiamo abbondantemente visto in anteprima (e qualche altro in qualche altro festival, il primo dei due film è adesso a Lisbona) e gli americani ancora no, per meccanismi di produzione e distribuzione a me ignoti. Ed oggi escono i primi trailer di questi due capolavori: Dark Horse e Killer Joe.
Dark Horse è il settimo film di Todd Solondz, il matto regista dell'assurdo Perdona E Dimentica (miglior script a Venezia66) e del fortunatamente celebre Happiness (nomination al Golden Globe per la miglior sceneggiatura). Con l'ennesima bellissima locandina (guardate questa, che poi è diventata così, per il film scorso), con Mia Farrow e Christophen Walken nel cast, Dark Horse racconta la storia del rotondo Abe (Jordan Gelber) quando incontra e s'infatua dell'apatica Miranda detta Vi (Selma Blair) per cui farebbe ogni cosa ma dalla quale riceve solo sospiri. Una commedia simpaticamente romantica e esaltata a cui Il Gazzettino e Il Foglio hanno dato cinque stelle su cinque (rappresentati, a Venezia 2011, rispettivamente da Adriano De Grandis e Mariarosa Mancuso) e che era, per la stampa, il settimo miglior film della kermesse.
Tre posizioni sopra, una sopra a Shame e due sopra a La Talpa (all'epoca ancora Tinker Tailor Soldier Spy), l'altro film che oggi ci viene detto uscirà “this summer”: Killer Joe. Diretto dallo William Friedkin che continua ad essere universalmente riconosciuto come “il regista de L'esorcista” (1973), è sicuramente il più bizzarro, ironicamente splatter, latentemente erotico, meglio interpretato film dell'anno scorso, una genialata di trama e un cast che dà il meglio di sé, a partire dal folle Matthew McConaughey che interpreta questo Killer Joe, una sorta di assassino-all'occorrenza che sotto pagamento viene incaricato di ammazzare la madre di Emile Hirsch (unico presente al Lido) dalla famiglia perché munita di una grossa assicurazione che altrimenti non si potrebbe riscuotere; ma la famiglia ha altri piani, e Joe pure dopo che vede la piccola Dottie, sorella di Hirsch, interpretata da Juno Temple che mai fu più adatta e più brava (e avevo supposto, nella mia recensione di settembre, che sarebbe stata candidata all'Oscar).
Allego, di seguito i due trailer; se il primo rende giustizia alla bellezza del film, il secondo assolutamente non ce la fa.



mercoledì 9 maggio 2012

come il brodo.





Il Primo Uomo
Le Premier Homme, 2011, Italia/ Francia/ Algeria, 100 minuti
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura non originale: Gianni Amelio
Basata sul romanzo incompiuto Il Primo Uomo di Albert Camus (Bompiani)
Cast: Jacques Gamblin, Catherine Sola, Maya Sansa,
Denise Pòdalydes, Ulla Baugué
Voto: 8.8/ 10
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La prima immagine ci dice tutto: un vecchio cammina tutto gobbo in una carrellata laterale che si sposta verso destra e parla, parla con qualcuno di qualcosa, qualcosa che forse è la posizione di una tomba, qualcuno che non vediamo fino a quando la camera si ferma e lui entra in scena. È Jean Cormery (Jaques Gamblin), scrittore forse di saggi forse di romanzi comunque molto famoso, nato e cresciuto in Algeria e scappato in Francia. Sapremo queste cose dopo, mentre sappiamo adesso che sempre nel film sarà così: le immagini ci verrano celate, la telecamera ci tenderà sempre una sorpresa, i personaggi entreranno in stanze, guarderanno cose, che a noi arriveranno sempre un po' dopo, quando ormai siamo diventati imploranti di sapere. Jean Cormery è scrittore scappato in Francia ma adesso che sono gli anni '50 è tornato in Algeria, chissà bene perché, dato che in pochi lo vedono di buon occhio e il clima non è dei migliori. Francesi e algerini sono praticamente in guerra e non si può bazzicare facilmente nei quartieri arabi. Jean tiene un discorso nell'università in cui ha studiato e poi torna nella casa in cui è vissuto, e il film smette di farsi politico, lui ritrova sua madre, un'anziana bellissima e rugosa e composta e devota alla cucina che ha messo le coperte fresche e lo aspettava il giorno prima, aveva fatto lo spezzatino con i piselli. Lui si stende sul letto stanco dal viaggio e ad alzarsi è Jean quand'era piccolo, che viveva ancora in quella casa, vittima di una nonna severissima senza la quale la povertà estrema della famiglia sarebbe stata ingestibile, una nonna onesta fino all'osso e dignitosa in pubblico, che non sapeva leggere con grande vergogna e non ha permesso alla figlia di imparare. L'Algeria del primo dopoguerra ricorda, tra case e gente e asini per strada, la Sicilia di Tornatore, ma solo per poco. Perché, se con Tornatore siamo nel cinema italiano che aspira a farsi kolossal, qua siamo nel cinema di Amelio a cui viene spontaneo farsi intimo. È, questa, un'opera umanissima, quasi personale, pare privata. Jean prosegue, durante la sua permanenza, il viaggio al ritrovo di se stesso incontrando compagni di classe e professore e prima che lui li veda come sono oggi noi li vediamo com'erano all'epoca. E quando lui, oggi, chiede alla madre informazioni sulla sua nascita o suo padre, lei gli risponde «non mi ricordo» e lui finge di crederci.
Ci scordiamo, guardando, di essere nel 2012 (anche se il film è dell'anno scorso). La parte artistica è così minuziosamente curata, tra automobili in fiamme e calzoni da spiaggia, che ci pare di essere lì, di essere algerini. Sono curatissimi anche i dialoghi, basati sull'opera incompiuta di Albert Camus che qua riscopriamo autobiografica (Il Primo Uomo, edito da Bompiani, acquistabile qui), piena di riferimenti al successo dello scrittore e al memoir che verrà dopo. Curatissimo il doppiaggio, pieno di nomi illustri: da Pierfrancesco Favino che dà la voce al protagonista a Sergio Rubini (il professore), Kim Rossi Stuart (lo strano zio), Giancarlo Giannini, Ricky Tognazzi, e poi Maya Sansa che ridoppia se stessa. E l'immensa Ilaria Occhini, voce dell'immensa Catherine Sola, personaggio che entra nel cuore ancora più del protagonista.
Chapeu per l'incredibile, spiazzante, fotografica scena finale.
Ma chapeu ancora più grande per la divertente, reale, asciutta, nostalgica, dignitosa scena nel cinema. La migliore del film. La migliore vista negli ultimi anni.

la bella e la bestia.





Ciliegine
La Cerise Sur Le Gâteau, 2012, Francia, 83 minuti
Regia: Laura Morante
Sceneggiatura originale: Laura Morante & Daniele Costantini
Cast: Laura Morante, Pascal Elbé, Isabelle Carré, Samir Guesmi,
Patrice Thibaud, Ennio Fantastichini
Voto: 7.6/ 10
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Intervistata dal TG1 qualche mese fa nella piena fase del doppiaggio del film (visibilmente recitato in francese), Laura Morante s'è detta soddisfatta di questa sua prima opera da regista e c'ha tenuto a precisare che la produzione del film è per l'80% francese e poco più del 10% italiana, e che le musiche sono state scritte e dirette da(l premio Oscar) Nicola Piovani, che si è molto divertito nel vedere la pellicola.
Di francese, in realtà, il film, ha molto di più. Ha tutto. La coralità, i temi, Parigi, i legami tra amici, il caos per strada e nei dialoghi, i dialoghi, il continuo chiacchiericcio, le schizofrenie nei gesti e poi le calme improvvise. Perché dalla Francia, la Morante, è stata bellamente adottata, e non dimentichiamo che è nei Cuori di Alain Resnais - e come si vede, Alain Resnais!, a partire dalla sua attrice feticcio Isabelle Carré. Amanda (la Morante) è una di quelle quarantenni o giù di lì col disperato impellente bisogno di un uomo (attenzione: non d'amore) che allora si costringono a relazioni di cui poi non fanno che lamentarsi con le amiche, ma che non annientano (attenzione: non fa spirito). Il prendi e lascia con Bertrand si conclude la sera della vigilia di Natale, quando lui le toglie la ciliegia sulla torta e le ordina champagne che lei non beve e le regala accessori per le sigarette che sta smettendo di fumare. Queste ripetizioni si spalmano per tutto il film, insieme ad altre, e rendono la pellicola molto ironica (su tutte, le risposte da oracolo del marito della sua migliore amica, psichiatra, che usa sempre metafore per inquadrare i fatti. E questo sì che è spirito) che fortunatamente la rialza quando sta per crollare. E perché crolla?, perché si fa commedia all'italiana, commedia degli equivoci, Amanda si ritrova alla cena di Capodanno con l'amica e i suoi colleghi e tra una chiacchiera che le è stata detta e un chiacchierare tra il suo vicino di sedia e il cameriere, pensa che questo sia gay. Questo, che si chiama Antoine, in realtà è un etero sposato e mollato dalla morosa, raro esemplare di etero elegante e interessato, e per mezzo film noi lo sappiamo che è etero ma la Morante no, e si trova sempre il modo involontario di non farglielo sapere. Poi, quando Antoine sa che lei crede che lui sia gay, praticamente il film potrebbe finire. Ma non finisce. E prosegue. Verso un finale che ci aspettavamo.
Picchi di battute geniali e qualcosa un po' surreale per una prima opera che sfreccia interessantissima nella prima metà (scena d'apertura esclusa) e resta sempre coerente ed elegante. Merito soprattutto degli ambienti bazzicati dagli architetti protagonisti del film. L'omosessualità - che gli architetti conoscono bene - non viene assolutamente descritta perché cosa normale (perché siamo in Francia), ma viene descritta una certa casta psicologica che analizza e psicanalizza anche gratuitamente. Ecco, la presenza della psicologia materia e la nevrosi solita della Morante e il rumore generale del film che ruota attorno a una e attorno a tanti ci fa capire come la protagonista/ sceneggiatrice/ attrice sia rimasta colpita e influenzata da uno dei film meno italiani e più ignorati dal pubblico italiano di cui era protagonista: La Bellezza Del Somaro.

sabato 5 maggio 2012

David 2012 - vincitori.





Tutti in piedi alla consegna finale del David di Donatello al miglior film: Cesare Deve Morire di Paolo e Vittorio Taviani, appena scesi dal palco per aver ritirato anche il premio alla regia (nella foto al lato, con la statuetta realizzata in tiratura uno da Bulgari), che con le parole «questo film è nato dal dolore e ha incontrato l'arte» accettano il premio più meritato e più difficile da dare. Contro di loro c'erano infatti film molto tradizionali, lunghi, più accessibili; c'era anche la pellicola che qualche folle ha scelto di mandare agli Oscar, Terraferma (rimasta giustamente a bocca asciutta) Delle otto nominations la storia dei carcerati della Rebibbia che si prostrano alle parole di Shakespeare si porta a casa anche la migliore produzione, il montaggio, la presa diretta, lasciando illegalmente la fotografia al solito Luca Bigazzi per il film di Sorrentino This Must Be The Place che oltre agli scontati premi per la musica (ottima la canzone, un po' meno la colonna sonora) arraffa anche il trucco, le acconciature e una regalata sceneggiatura. Gli altri pluri-candidati, Romanzo Di Una Strage e Habemus Papam, prendono i due attori non protagonisti e gli effetti speciali il primo; l'attore, le scenografie e i costumi il secondo. Tutto previsto, tutto prevedibile, una sorpresa gigante: Quasi Amici miglior film europeo - e il vincitore di cinque Oscar The Artist?
Sul palco si sono succeduti tutti gli inglesi di Sorrentino, l'iraniano di Una Separazione (miglior film straniero), la cinese Zhao Tao (attrice protagonista, a sorpresa), che hanno dato un tocco di internazionalità alla noiosissima cerimonia di premiazione; ma non bastano certo questi ospiti (e la Lollobrigida) a rendere più hollywoodiano il nostro premio, perché stasera si è avuta la conferma che proprio non ne siamo in grado: tempi morti, silenzi, Tullio Solenghi conduttore che dopo qualche battuta giusta iniziale («al Festival di Berlino non tutti erano d'accordo coi Taviani, è scoppiata una protesta “no Tav”») e qualche no, ha cominciato a giustificare ogni screzio, a interrompere i discorsi, ad aprire malamente buste senza leggere i candidati.
Purtroppo Scialla! avendo riempito le sale è stato riconosciuto come il miglior film di un esordiente, nonostante Io Sono Li avesse numerose altre candidature. Peccato per Corpo Celeste. Ma sono contento che tra i vincitori delle categorie minori compaia Simone Massi, miglior cortometraggio per Dell'ammazzare Il Maiale; Massi è un disegnatore e regista particolarissimo, molto indipendente, devoto all'arte analogica: i suoi piccoli film di tre, quattro, sei minuti sono lunghe scene in pianosequenza con difficilissimi movimenti di camera da rendere su carta, tutto disegnato, tutto in bianco e nero.
Ciò che di questa cerimonia mi ha più sorpreso, è che praticamente c'erano tutti, tutti presenti, attori e registi, tutti hanno preso sul serio il premio. Chissà se i David allora si risolleveranno. E chissà se manderemo Cesare agli Oscar, a settembre.

Miglior Film: Cesare Deve Morire di Paolo & Vittorio Taviani
Terraferma | Habemus Papam | This Must Be The Place | Romanzo Di Una Strage

Miglior Regia: Paolo & Vittorio Taviani per Cesare Deve Morire
Emanuele Crialese | Nanni Moretti | Paolo Sorrentino | Ferzan Özpetek | Marco Tullio Giordana

Miglior Regista Esordiente: Francesco Bruni per Scialla! (Stai Sereno)
Corpo Celeste | Io Sono Li | La-Bas | ACAB

Miglior Sceneggiatura: Paolo Sorrentino & Umberto Contarello per This Must Be The Place
Habemus Papam | Scialla! | Cesare Deve Morire | Romanzo Di Una Strage

Miglior Produttore: Grazia Volpi per Cesare Deve Morire
Habemus Papam | Io Sono Li | This Must Be The Place | Romanzo Di Una Strage

Miglior Attrice: Zhao Tao per Io Sono Li
Donatella Finocchiaro | Valeria Golino | Claudia Gerini | Micaela Ramazzotti

Miglior Attore: Michel Piccoli per Habemus Papam
Fabrizio Bentivoglio | Marco Giallini | Elio Germano | Valerio Mastandrea

Miglior Attrice Non Protagonista: Michela Cescon per Romanzo Di Una Strage
Anita Caprioli | Margherita Buy | Cristiana Capotondi | Barbara Bobulova

Miglior Attore Non Protagonista: Pierfrancesco Favino per Romanzo Di Una Strage
Renato Scarpa | Giuseppe Battiston | Marco Giallini | Fabrizio Gifuni

Miglior Fotografia: Luca Bigazzi per This Must Be The Place
Habemus Papam | Cesare Deve Morire | ACAB | Romanzo Di Una Strage

Miglior Colonna Sonora: David Byrne per This Must Be The Place
Habemus Papam | Cesare Deve Morire | Benvenuti Al Nord | Magnifica Presenza

Miglior Canzone Originale: “If It Falls, It Falls” di Byrne/ Oldham da This Must Be The Place
Scialla! | Posti In Piedi In Paradiso | Benvenuti Al Nord | Magnifica Presenza

Miglior Scenografia: Paola Bizzarri per Habemus Papam
This Must Be The Place | L'industriale | Magnifica Presenza | Romanzo Di Una Strage

Migliori Costumi: Lina Nerli Taviani per Habemus Papam
This Must Be The Place | La Kryptonite Nella Borsa | Magnifica Presenza | Romanzo Di Una Strage

Miglior Trucco: Luisa Abel per This Must Be The Place
La Kryptonite Nella Borsa | ACAB | Magnifica Presenza | Romanzo Di Una Strage

Migliori Acconciature: Kim Santantonio per This Must Be The Place
Habemus Papam | La Kryptonite Nella Borsa | Magnifica Presenza | Romanzo Di Una Strage

Miglior Montaggio: Roberto Perpignani per Cesare Deve Morire
Habemus Papam | This Must Be The Place | ACAB | Romanzo Di Una Strage

Miglior Fonico: Benito Alchimede & Brando Mosca per Cesare Deve Morire
Habemus Papam | This Must Be The Place | ACAB | Romanzo Di Una Strage

Migliori Effetti Speciali Visivi: Paola Trisoglio & Stefano Marinoni per Romanzo Di Una Strage
L'arrivo Di Wang | L'ultimo Terrestre | Habemus Papam | This Must Be The Place

Miglior Documentario: Tahrir Liberation Square di Stefano Savona
Il Castello | Lasciando La Baia Del Re | Pasta Nera | Polvere. Il Grande Processo Dell'amianto | Zavorra

Miglior Cortometraggio: Dell'ammazzare Il Maiale di Simone Massi
Ce L'hai Un Minuto? | Cucito Addosso | Tiger Boy

Miglior Film Dell'Unione Europea: Quasi Amici di Olivier Nakache & Eric Toledano (Francia)
Carnage | Melancholia | Miracolo A Le Havre | The Artist

Miglior Film Straniero: Una Separazione di Asghar Farhadi (Iran)
Drive | Hugo Cabret | Le Idi Di Marzo | The Tree Of Life

David Giovani: Scialla! (Stai Sereno) di Francesco Bruni

venerdì 4 maggio 2012

movie news.





Mentre aspettiamo la consegna dei David, si festeggia oggi lo Star Wars Day (a lato, la foto per cui tutti inneggiano alla genialità) (mah), argomento in cui sono molto poco ferrato e per cui non spenderò neanche una parola di più. In realtà il 4 maggio non è successo assolutamente niente che abbia a che fare con la saga stellare (eccetto, forse, l'elezione di Margaret Tatcher nel '79), ma la festa odierna deriva dall'esasperazione della celebre frase «May The Force Be With You» che diventa all'occorrenza «May The Fourth bla bla», che il quattro di maggio sia con voi.
Chiusa questa parentesi nerd, torniamo a parlare di una cosa che ci piace: The Hunger Games, uscito da noi quattro giorni fa dopo aver battuto molti record di incassi (e aver eguagliato, in venti giorni, proprio quello di Star Wars III), si piazza secondo in classifica con 590 mila euro arraffati la prima sera, poco meno della metà del numero uno della lista, The Avangers, presente invece da una settimana in sala e per lo più in 3D. La pellicola che raccoglie gli eroi Marvel tutti insieme appassionatamente è arrivata da noi prima che in tutti gli altri stati, e sarà proiettata stasera per la prima volta in USA, dove ci si aspetta un nuovo incasso megagalattico che dovrebbe dare filo da torcere tanto al film più visto della settimana, Think Like A Man, quanto a quello più visto del mese, sempre The Hunger Games.
Povera Suzanne Collins (autrice dei tre “hunger libri”, di cui Mondadori sta per pubblicare il terzo): Curzio Maltese su Repubblica ha stroncato non tanto il film quanto proprio il romanzo di base, definendolo una «fiera di miti greci» appiccicati a casaccio, cotti «nel grasso della sottocultura televisiva» e «distribuiti come tanti pacchetti di pop corn». Tira un sasso anche contro Gary Ross il regista, da cui ci si aspettava di più - a mio avviso invece il film deve essere preso per quello che è, un prodotto per ragazzi, con le sue banalità e il suo finale prevedibile ma anche con un bravissimo direttore.
Bocciatura anche per Gli Infedeli (altro film francese da oggi nelle nostre sale) sul Venerdì, per mano di una molto più composta Brunella Schisa che salva, del film ad episodi, il segmento diretto dall'unica donna - Emmanuelle Bercot - e fa notare come molte cose siano state tagliate per permettere a Dujardin (qui regista, sceneggiatore, produttore, interprete) di vincere l'Oscar in America.
Intanto approda a Roma il meglio cinema spagnolo, per la rassegna dall'originale titolo CinemaSpagna, che si apre con la proiezione a Campo de' Fiori (Sala Farnese) di No Habrá Paz Para Los Malvados, quel film che ha vinto 6 Goya qualche mese fa togliendone un sacco a Pedro. Stasera saranno presenti in sala il regista Enrique Urbizu e l'attore protagonista José Coronado.
Mentre si appresta ad uscire in sala (in pochissime copie, deduco) Isole, piccolo film di Stefano Chiantini (regista del meno fortunato Una Piccola Storia e del più celebre ma bocciato L'amore Non Basta, entrambi del 2008) con una silenziosa Asia Argento e un cattolico Giorgio Colangeli (ma quant'è bravo?) che tra le isole Tremiti si lasceranno stregare dall'arrivo di un clandestino (Ivan Franek). L'11 maggio il film sarà nelle sale e il 16, innovativamente, in streaming sul sito Repubblica.it.
Delle altre uscite di oggi (American Pie: Ancora Insieme e Ulidi, Piccola Mia uscito solo in Emilia Romagna) l'unico che pare salvarsi dalla critica è il cartoon esotico Seafood, che pare sia fatto malissimo ma pare sia meglio del film con Jennifer Lawrence.

giovedì 3 maggio 2012

i David, domani.





Verranno consegnati domani i premi David di Donatello per il miglior cinema italiano, in diretta alle 17:30 su Rai Movie e in differita alle 23:20 su Rai 1 e Rai International. Condurrà la serata Tullio Solenghi e dalla home page del sito ufficiale pare che sarà una serata in memoria di Lucio Dalla e Tonino Guerra (a lato, nelle foto di Giuseppe Di Caro) - il primo vincitore di due David per le colonne sonore de Il Frullo Del Passero (tratto proprio da un racconto di Guerra, 1982) e di Borotalco (1989), il secondo vincitore di tre David per le sceneggiature di Tre Fratelli (1981, con Rosi), E La Nave Va... (1984, con Fellini) e Kaos (1985, coi Taviani). E proprio ai Taviani va tutto il mio augurio di fare un en plain in cui non confido, per le loro misere otto nominations con il magistrale Cesare Deve Morire: all'alba degli ottant'anni i candidati più anziani hanno realizzato il più originale, innovativo, toccante film - e chi lo sa?, stando alle recenti vittorie di film piccoli e dai piccoli incassi come L'uomo Che Verrà del 2010 e Noi Credevamo del 2011 potrebbero anche scamparla, anche perché sono reduci da un Orso d'Oro a Berlino. Dovrebbe essere certamente loro la migliore regia e la fotografia. Ma per la fotografia c'è anche il plurivincitore Luca Bigazzi per l'insipido This Must Be The Place che, ricordiamo, ha ottenuto la bellezza di 14 candidature, e qualcosa vincerà. Ma se i David sono fedeli a loro stessi, dovrebbero continuare ad apprezzare Nanni Moretti, che col bellissimo Habemus Papam è candidato a quasi tutto, attori compresi, e sarei contento di una sua vittoria (meriterebbe la sceneggiatura, è quasi certo l'attore, è doveroso i costumi). Ma c'è qualcuno che guarda tutti dall'alto, e si crogiola nella certezza di ottenere i David artistici e tecnici: Romanzo Di Una Strage di Giordana, votato dai 1.751 giurati presieduti da Gian Luigi Rondi praticamente sulla fiducia, dato che è uscito al cinema da pochissimo. Quello del voto dei giurati è un problema in cui è incappato anche il magnifico Sette Opere Di Misericordia, incomprensibilmente fuori dalla cinquina dei migliori registi esordienti a discapito dei fortunati ACAB e soprattutto Scialla!; proprio questo è il favorito dato l'incasso, ma potrebbe scamparla Io Sono Li di Segre - mentre qua il mio tifo si disperde sul bel Corpo Celeste che almeno potrebbe vincere per l'attrice non protagonista, Anita Caprioli. L'attrice protagonista, invece, resta un mistero. Sarebbe bello veder premiata la Golino perché La Kryptonite Nella Borsa è un buonissimo film.
Le canzoni, tutte insipide; e per assurdo una sola è in italiano, il tormentone “Scialla!” dal film omonimo che potrebbe farcela. In questo caso meriterebbe “If It Falls, It Falls” da This Must Be The Place - perché io sono giusto.
Tra le nominations ci sono anche Terraferma e Magnifica Presenza, ma è come se non ci fossero. I film stranieri si dividono in quello europeo e quello stranierissimo. Il primo, senza dubbio, sarà The Artist mentre il secondo, Dio Cristo, potrebbe non essere Una Separazione e, magari, The Tree Of Life. Mi darò fuoco se succede.
Intanto, ho deciso di non pubblicare prima della differita di Rai 1 la lista dei vincitori, in modo da poter lasciare la sorpresa a tutti coloro che non hanno Rai Movie. À demain.